I protagonisti della nostra storia:
Carlo Donat Cattin

Ettore Bonalberti, suo stretto collaboratore, ricorda il grande politico cristiano democratico a quindici anni dalla morte. Ritratto rigoroso di uno straordinario leader.

Era un grande ed irripetibile partito la Democrazia Cristiana. Con l’introduzione del sistema proporzionale per l’elezione del consiglio nazionale e il quasi contemporaneo utilizzo del manuale Cencelli per le nomine interne e di governo nacquero e si consolidarono, nel bene e nel male, quelle che sono state la quintessenza stessa della DC: le correnti.

Sorte come strumenti di aggregazione politico ideale all’epoca della nascita della corrente dorotea, quella in cui “ i pallidi salmodianti della Domus Mariae” con Moro, Segni, Colombo e Rumor decretarono la fine dell’era postdegasperiana di Fanfani alla segreteria del Partito, dopo la rottura di Iniziativa Democratica, noi che eravamo entrati agli inizi degli anni ’60 nel partito, di provenienza cattolica, cislina e/o aclista, ci ritrovammo naturaliter con la sinistra sociale della Democrazia Cristiana. Per intenderci la corrente di “Forze Nuove” nata alla vigilia del congresso di Roma del 1964, quello del mio primo incontro con Carlo Donat Cattin.

Fu quel suo impetuoso discorso contro Rumor e la sua relazione “vecchia e stantia”, due aggettivi ripetuti tra i fischi e gli applausi di una platea infiammata, che mi fece maturare l’idea che quella sarebbe stata la mia casa. E fu Forze Nuove per sempre.

In un partito che vivrà nei decenni successivi le tossine di aggregazioni sempre meno tenute insieme da ragioni ideali e sempre di più dalle mire del potere, noi fummo tra coloro che restarono fedeli all’idea di un partito diverso; un partito in cui i lavoratori di ispirazione cristiana potessero, da un lato, restare coerenti ai loro ideali e in grado di collegare i loro interessi e valori a quelli del ceto medio produttivo (questa saldatura resterà per sempre uno dei grandi meriti storici della DC), e, dall’altro, porsi in alternativa al classismo della sinistra egemonizzata dal PCI.

Leader incontrastato per quasi trent’anni di questo gruppo, dopo l’esperienza congiunta sindacale e politica con Rapelli e Pastore, fu Carlo Donat Cattin, di cui fummo discepoli e amici per tutta la vita.

Nella buona e nella cattiva sorte, sempre pronti a seguirlo nelle battaglie più coraggiose che il nostro leader seppe condurre con permanente lucidità e lungimiranza, grazie ad un metodo di lavoro politico che resterà nella storia della DC, quale esempio, quasi solitario, di una partecipazione democratica e di elaborazione teorica e di organizzazione politica di grande spessore.

Fummo allevati alla scuola dell’impegno e della coerenza ai valori della dottrina sociale della Chiesa, alle ragioni dei lavoratori e dei ceti popolari, per i quali l’interclassismo dinamico cui ci ispiravamo, costituiva la base indiscutibile della nostra militanza politica.

E fummo, soprattutto, un gruppo unito e tra i più agguerriti del partito. Quelli che, con una felice immagine del caro e compianto Vito Napoli, furono descritti come i “vietcong della DC” costretti a combattere con le cannucce a pelo d’acqua, nel vasto e limaccioso fiume di natura deltizia come la DC, progressivamente dominata dai moderati, nella stagione migliore e, poi, da quei “capaci, capacissimi, capaci di tutto”, che caratterizzarono la stagione più impervia e difficile, negli anni ’80 a dominanza demitiana dentro e fuori il Partito.

Dalle ragioni del primo centro-sinistra, a quelle della solitaria lotta con Aldo Moro nel tempo del doroteismo trionfante, sino alla battaglia contro l’ingresso del PCI al governo (straordinario il suo intervento all’assemblea dei parlamentari DC in cui, solo alla fine, obtorto collo, come sempre fedele alle indicazioni strategiche di Aldo Moro, dovette soccombere alla prevalente realistica decisione dei gruppi) e a quella successiva che lo accompagnerà alla morte, con la grande intuizione del “preambolo” e della strenua difesa dell’alleanza tra la DC e i partiti di ispirazione laica e socialista.

Quell’alleanza, sconfitta la quale, con il determinante concorso di Mani Pulite, siamo precipitati in questa stagione perigliosa della cosiddetta “Seconda Repubblica”.

Tracciare dopo quindici anni dalla scomparsa di Carlo il bilancio di un’esperienza che ha coinciso quasi perfettamente con quella stessa della nostra vita politica attiva, significa ripercorrere le innumerevoli occasioni di incontri, di dibattiti, di riunioni notturne romane e nelle nostre diverse realtà regionali e provinciali. Rivivere le ansie e le preoccupazioni di decine e decine di congressi provinciali, regionali e nazionali. Un’infinità di tempo sottratto alla famiglia, agli impegni di studio e professionali, per dedicarsi pressoché totalmente e gratuitamente alla testimonianza di una militanza e di una fedeltà mai venute meno.

Da Carlo abbiamo imparato la lezione di una politica ancorata agli ideali, fatta di approfondimento teorico, esercitato nelle lunghe discussioni e nel confronto anche duro e permanente tra di noi, e di esercizio pratico, alle prese di un partito in cui si doveva fare i conti con le tessere, con le preferenze, con le inevitabili tentazioni non sempre commendevoli del potere.

Noi che abbiamo avuto la fortuna, se non proprio il merito considerato che mai esercitammo autentici ruoli di potere, di restare sempre al di qua dei limiti corretti dell’esercizio onesto della politica, possiamo a pieno titolo testimoniare con quanta straordinaria coerenza Donat Cattin, anche su questo fronte, seppe rappresentare per molti di noi un modello di vita e di positivo riferimento.

Non estraneo né insensibile al richiamo del potere, senza del quale la politica si riduce a mera testimonianza, Donat Cattin seppe sempre far prevalere le ragioni ideali. Lo fece quando, in più occasioni, gli aiuti finanziari che, certo, non mancarono alla nostra come alle altre ben più attrezzate correnti, per sua insindacabile decisione andavano a sostenere la voce democratica della “Gazzetta del Popolo “ di Torino piuttosto che le nostre talora petulanti richieste di aiuto per il tesseramento, nel quale rincorrere i dorotei et similia era per noi una partita persa in partenza, come “ giocare a poker con l’Aga Kahn”….

O quando, ed era il suo cruccio e il suo impegno costante, si trattava di tenere in piedi riviste che hanno fatto la storia politica e culturale della DC, da “Sette Giorni” a “Terza Fase”. Per non dimenticare i nostri appuntamenti annuali di Saint Vincent, uno dei pochi momenti di approfondimento culturale e politico aperto a tutte le idee dentro e fuori della DC. Furono questi gli strumenti e le occasioni in cui si formò e visse la nostra generazione politica. Quella dei giovani del 1964 che rimasero con Carlo sino alla fine.

Con lui soffrimmo il dramma di un padre colpito negli affetti più cari, prima, dalle vicende brigatiste di Marco, le cui colpe gli furono fatte così pesantemente pagare sul piano politico e, poi, direttamente al suo cuore, dopo l’incidente mortale dello stesso figlio, viatico inevitabile di quella morte in ospedale a Montecarlo che ci ha lasciati drammaticamente soli e senza più guida.

Nel mio studio conservo una solo foto ingrandita che guardo ogni giorno con commozione nel momento in cui mi accosto al computer: Carlo ha il capo chino, davanti a me e a Sandro Fontana, mentre mi sta dando le ultime istruzioni per l’imminente intervento che, come sempre, era obbligatorio fare ad ogni consiglio nazionale.

Tante volte, quella perentoria e indiscutibile sollecitazione, a noi sembrava se non superflua, almeno inopportuna, ma il vecchio Capo insisteva ed a lui non si poteva dire di no: “ vai e intervieni”, anche perché, se ne chiedevi la ragione la risposta, tra il serio e il faceto, era disarmante: “ la truppa bisogna tenerla sempre allenata”…

Ettore Bonalberti
 


In ricordo di Franco Fausti

Ricordo il tuo sguardo serio e malinconico che si accompagnava a momenti di irrefrenabile euforia.
Ricordo la tua inimitabile parlata romanesca con quel tono baritonale e severo di un uomo tutto d’un pezzo. Ricordo la tua fede incontrallabile per i valori cristiano sociali che hanno caratterizzato tutta la tua vita.

L a prima volta che ci siamo conosciuti fu quando portasti il tuo gruppo romano a condividere con tutti noi la straordinaria esperienza forzanovista a fianco di Carlo Donat Cattin.

Come lui e come molti di noi non fosti mai “ un ragazzo del coro”, ma un uomo coraggioso e tenace nella difesa dei suoi coinvincimenti e sempre pronto a difendere i suoi amici per i quali non mancò mai la tua riconosciuta generosità, merce rara in politica…..

Ricordo le lunghe notti dei congressi romani, le nostre tavolate a Piazza Sant’Ignazio con i ristoratori amici; le discussioni sul presente caldissimo di quei giorni in cui si decidevano , con la guida della DC , le stesse sorti del nostro Paese e quell’ansia di prevedere un futuro che, già allora, negli ultimi anni, appariva a noi assai incerto ed oscuro.

Sei stato il simbolo dei democristiani romani che non si arrendevano al potente di turno. Sempre pronto a combattere la nostra giusta battaglia, tu, come noi, coerente e fiero nella vittoria, assai rara, come nelle più frequenti sconfitte.

E ti ricordo quando, al culmine della tua onesta e faticosa carriera, fosti per tutti noi l’amico sottosegretario agli Interni, cui potevamo rivolgerci in ogni momento, certi di trovare il compagno umile e sincero di sempre.

Caro Franco non ti ho visto poi per tanto tempo. Quello della nostalgia di noi che fummo partecipi della stagione dei gattopardi e che, nella nuova, vedemmo avanzare le tristi terze e quarte file di coloro che vissero per molto tempo senza infamia e senza lode….

Ho saputo della malattia che ti ha tolto una delle cose più preziose che il Signore ti aveva donato. Ora so che sei in cielo e con Carlo continuerai a discutere con lui, a sorridere forse di noi, increduli di un tempo che non sembra più riconoscere i valori che hanno contrassegnato la nostra ormai lunga vicenda politica ed umana.

Serberò vivo il ricordo di un amico cui ho voluto bene e che ha testimoniato nella sua vita il valore di quel disincanto che lo ha reso, come molti di noi un “ idealista senza illusioni…”

Ettore Bonalberti
Venezia, 14 Novembre 2006



Adriano Biasutti ci ha lasciati

Adriano Biasutti non è più con noi. Un male incurabile lo ha stroncato  e con lui abbiamo perduto un amico di tante battaglie.

E’ morto un galantuomo, un “DC non pentito” e un figlio generoso dell’amato Friuli.

Lo ricordiamo giovanissimo su quei treni di terza classe che, lui da Udine e io da Ferrara, a metà degli anni’60 ci portavano in giro per l’Italia, alle riunioni del consiglio nazionale dei giovani DC, agli incontri politici organizzati sul territorio da quella straordinaria delegazione nazionale di Gilberto Bonalumi.

Siamo stati accomunati dalla stessa fede e appartenenza alla nobile tradizione della sinistra sociale di Vincenzo Gagliardi,  Carlo Donat Cattin e di Mario Toros  nei momenti più forti di quell’esperienza.

Da soli, con pochi altri, mantenemmo viva la fiaccola di Forze Nuove nel Veneto e nel  Friuli V.Giulia, anche dopo il primo infarto che colpì il nostro leader, anche se, conquistata la segreteria della DC da Ciriaco De Mita, dopo la berve stagione del “preambolo”, Adriano passò tra “i colonnelli “ del leader di Nusco.

Sebbene fossero al calor bianco gli scontri tra le due anime della sinistra della DC, mai venne meno l’amicizia fraterna con Adriano: troppe erano state le cose belle che ci avevano visti insieme lottare per una DC più aperta, partecipata, meglio legata agli interessi e ai valori delle nostre realtà regionali.

Troppo grande la mia stima per l’assessore esemplare della ricostruzione dopo il devastante terremoto friuliano e per la guida autorevole che seppe imprimere al governo regionale del Friuli V.Giulia.

In questi quindici anni di letargo dalla politica non mancarono i momenti in cui potemmo rincontrarci per discutere del nuovo impegno dei popolari degasperiani nel tempo del bipolarismo non ancora stabilizzato.

Ora siamo privati della sua intelligenza e del suo innato equilibrio che si accompagnava ad un dolce sorriso sempre smorzato da un velo di mestizia.

Agli amici friulani che l’anno conosciuto e stimato e a tutti coloro che gli hanno voluto bene, esprimo i sentimenti di partecipazione al loro dolore  di tutti gli amici dei circoli di “ Insieme” del Veneto e miei personali, con l’impegno di continuare a testimoniare gli ideali e i valori condivisi in oltre quarant’anni di comune militanza politica.

Ettore Bonalberti- 1 Febbraio 2010