Le note di Ettore Bonalberti
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21 Aprile 2018

Basta con le rovinose schermaglie giuridiche: unità di tutti i DC


 

Siamo alla viglia di alcune consultazioni elettorali locali che interesserano diverse città italiane e, questa volta, è indispensabile rimettere in campo la DC con il suo glorioso scudo crociato.
Per far questo, dopo oltre un ventennio di battaglie suicide, è indispensabile superare i vecchi conflitti e sotterrare l’ascia di guerra. E’ tempo di “fumare il kalumet della pace” tra tutti  i diversi contendenti che hanno sin qui impedito, con veti e ricorsi reciproci, di ripresentare la DC in sede elettorale.
Nel rispetto delle storie di ciascuna componente e rispettosi dei tempi e dei modi programmati dalle stesse ( mi riferisco in particolare, per quanto mi riguarda, alla DC dei soci che nel 2012 con Gianni Fontana, Silvio Lega e il sottoscritto, risposero all’appello per rinnovare il tesseramento al partito) penso sia opportuno incontrarsi tutti insieme e assumere alcune città simbolo come, ad esempio, quelle di Avellino, Catania, Messina, Imperia, Treviso, Vicenza, nelle quali i cittadini saranno chiamati alle urne per il rinnovo dei consigli comunali, come sedi di sperimentazione di una ritrovata volontà unitaria.
Con la disponibilità di ciascuno e l’impegno di tutti potremmo organizzare dei comitati civico popolari di partecipazione politica, per definire  programmi elettorali e liste ispirate ai valori dell’umanesimo cristiano e in grado di offrire risposte alle attese degli elettori.
Sarà un primo utile banco di prova per ripartire tutti insieme, sotto lo stesso simbolo storico dello scudo crociato e, dopo quel voto, impegnarci in un’assemblea organizzativa nazionale e in un tesseramento aperto a tutti gli italiani per celebrare il XIX Congresso nazionale della DC, in continuità con la storia del partito di De Gasperi, Moro , Fanfani , Marcora, Bisaglia e Donat Cattin, o il Primo Congresso nazionale della DC del XXI secolo.
Crediamo sia giunto il tempo per concorrere da democratici cristiani, forti dei loro valori e della storia politica che seppe far grande l’Italia, alla ricostruzione di un centro democratico, popolare e liberale di cui l’Italia e l’Europa hanno assoluta necessità.

Ettore Bonalberti
Venezia, 21 Aprile 2018

 

     

 

 

 


 

 

29 Marzo 2018

Facciamo chiarezza


 

Alla vigilia della prossima assemblea dei soci legittimi della DC 2012, che l’amico Fontana intende convocare il prossimo 14 Aprile a Roma, tento di fare chiarezza sullo stato dell’arte all’interno e all’esterno della DC, così come ricostruita nel 2012, a seguito della decisione assunta da 1742 cittadini italiani, che erano stati soci nel 1992-93 ( ultimo tesseramento della DC storica), di rinnovare la loro adesione al partito.

Serve una premessa: nostro obiettivo è e rimane quello di rifondare politicamente la DC, non da soli, ma  con quanti in Italia sono ancora interessati a partecipare a quest’ opera di ricomposizione politico culturale.

Desidero assicurare gli amici De Simone, Cerenza, Sandri, Bambara, Paolucci, Tomei, Coroni e quanti, da “esterni” al progetto del 2012, hanno positivamente espresso la volontà di concorrere alla ricomposizione della DC: nessuno di noi intende chiudersi in un’assurda referenzialità, ma ciò che dobbiamo discutere il 19 Aprile riguarda la conclusione di un processo al quale sono direttamente e solo interessati i soci del 2012 ( 1742), cui si sono aggiunti i sette approvati dall’assemblea del 26 Febbraio 2017, nella quale fu eletto Gianni Fontana alla Presidenza della DC.

Breve cronistoria dei fatti:

Il XIX Congresso nazionale, da noi celebrato nel Novembre 2012 e il precedente consiglio nazionale DC, furono dichiarati illegittimi dal tribunale di Roma per le modalità con cui fu convocato Consiglio nazionale e Congresso e per quelle di svolgimento del Congresso stesso: assemblea plenaria di tutti gli iscritti e non elezione dei delegati nei congressi provinciali e regionali per la nomina dei delegati al Congresso nazionale.

Quella sentenza fu il risultato di alcuni improvvidi ricorsi di amici DC, che ottennero il solo risultato di ritardare di anni il progetto di ricomposizione dell’area democratico cristiana.

Tentammo con Fontana di sopperire a quella sentenza creando l’associazione Democrazia Cristiana, causa non secondaria della confusione che si è vissuto dal 26 Febbraio 2017 ad oggi.

Purtroppo l’esigenza di corrispondere alle scadenze elettorali sempre più frequenti con quella di dar seguito e conclusione alla vicenda interna alla DC dei soci 2012, ha reso complicatissimo e, mi auguro, finalmente non si ponga più quale ostacolo, a un processo fisiologico che mi permetto di evidenziare per fare definitiva chiarezza.

Il giudice Romano quando, ai sensi del codice civile, il 10% dei soci legittimi del 2012 richiese al Tribunale di Roma l’autorizzazione a convocare l’assemblea dei soci, dispose che la stessa fosse convocata in luogo idoneo a raccogliere tutti i soci, con la dimostrazione della disponibilità dello stesso.

Adempimmo, grazie all’impegno di amici come Leo Pellegrino sul piano finanziario  e  di Nino Luciani per aver seguito costantemente l’iter burocratico;  il giudice Romano nell’autorizzare lo svolgimento dell’assemblea, di fatto riconobbe la validità della base associativa della DC risultata dal tesseramento del 2011-12.

Agli amici che con tanto encomiabile entusiasmo hanno sostenuto Fontana nelle ultime vicende elettorali, spingendo, tuttavia, lo stesso Fontana a compiere atti assai gravi sul piano della legittimità, fino a farlo separare dalla sua legittima base associativa e a prefigurare una sorta di nuova DC, costretta a utilizzare un falso scudo crociato col fallimentare risultato del 4 Marzo scorso, faccio appello affinché si armino di una doverosa pazienza: il 14 Aprile dobbiamo compiere una serie di atti e di adempimenti formali che riguardano i soci, e solamente i soci DC del 2012, e nessun’ altra presenza in assemblea potrà essere autorizzata in conformità a quanto previsto dalle norme del codice civile.

Sappiano, tuttavia, che il processo che ci porterà all’elezione degli organi mancanti: Consiglio nazionale, segretario politico e direzione nazionale, sarà di brevissima durata, atteso che il nostro obiettivo resta quello di concorrere, entro e  non oltre Ottobre 2018, a celebrare un Congresso nazionale unitario con tutti gli amici che intendono partecipare al progetto  di rifondazione politica della DC.

Come intendiamo procedere? Il 14 aprile si confrontano due diverse ipotesi operative: quella dell’amico prof Luciani, il quale, rifacendosi a quanto deciso nell’ultima assemblea, ossia l’avocazione dei poteri congressuali alla stessa assemblea dei soci, ritiene che si possa tenere un’assemblea con i poteri del congresso al fine di eleggere il consiglio nazionale e conseguentemente, la Direzione nazionale e il segretario politico.  Alla tesi di Luciani si contrappone quella di Alessi-Grassi e Cugliari, i quali ritengono, invece, che sia necessario perseguire la strada dello statuto, ossia la convocazione dei congressi provinciali e regionali dei soci del 2012.

Da parte mia, stanco di ricorsi e contro ricorsi, sono abbastanza neutrale sulla scelta da compiere, avendo chiaro che qualunque strada si decida di assumere, si tratterà sempre di una soluzione transitoria di brevissima durata e che gli incarichi assegnati dureranno lo spazio di qualche mese per essere totalmente rinnovati dal Congresso unitario che intendiamo celebrare entro Ottobre dopo aver svolto:

  1. un’assemblea organizzativa entro Giugno, aperta a tutti gli amici “esterni” ai soci DC 2012, nella quale definire una piattaforma programmatica della DC da offrire al Paese;
  2. l’apertura di un tesseramento alla DC di tutti i cittadini italiani dai 16 anni in su per ricostruire la base associativa del partito di De Gasperi, Fanfani, Andreotti e Moro. Qui l’opera meritoria di allargamento svolta da Fontana nell’ultimo anno e il contributo degli amici “esterni” ai DC del 2012, potrà essere quanto mai proficua  e, ci auguriamo tutti, efficace per ampliare la base del partito.

Spero di aver chiarito sufficientemente ciò che da soci legittimi DC del 2012 intendiamo portare avanti, a partire dalla prossima assemblea del 14 Aprile. Faccio appello agli altri amici DC di avere solo un po’ di pazienza, consapevoli, noi come loro, che dopo lo tsunami politico scaturito dal voto del 4 Marzo e la totale assenza di una componente di ispirazione democratico cristiana nel Parlamento italiano, di tutto la DC ha necessità, fuorché di altri ricorsi e battaglie suicide nelle aule giudiziarie. State certi: celebrata l’assemblea organizzativa con gli “ esterni” ( Giugno 2018), aperto il tesseramento al partito ( da compiersi entro Settembre), con il congresso XIX della DC unitaria ( o il 1° Congresso della DC 2018) tutti INSIEME a Ottobre concorreremo alla ricomposizione dell’area DC e alla rifondazione politica della DC, partito mai giuridicamente defunto.

Ettore Bonalberti
Venezia, 29 Marzo 2018

 

 

 
     

 

 

 

 
     

 

 

24 Marzo 2018

Si all’UMP: Unione per un Movimento Popolare in Italia


L’amico Prof Antonino Giannone mi ha inviato ieri il seguente comunicato: SENATO: FIRMATO ACCORDO FI, UDC E IDEA, NASCE GRUPPO UNICO NEL NOME DEL PPE (9Colonne) Roma, 23 marzo - Un accordo federativo tra Forza Italia, Udc e Idea per la formazione di un gruppo parlamentare che faccia riferimento all'esperienza del Partito popolare europeo. L'accordo è stato firmato stamane, a Palazzo Madama, alla presenza del segretario nazionale UDC Lorenzo Cesa, del presidente del gruppo di Forza Italia, Paolo Romani, e del senatore Gaetano Quagliariello, leader di Idea. L'iniziativa è l'avvio di un percorso nell'ottica della formazione del progetto politico del PPE italiano. La nuova componente è composta dai senatori Antonio De Poli, Paola Binetti, Antonio Saccone (Udc) e Gaetano Quagliariello (Idea). (PO / red) _231259 MAR 18.

Ho replicato all’amico Giannone con questa mia prima valutazione : “Credo sia una strada percorribile; spiace che la DC, per responsabilità di Fontana,  non esista più; sto pensando a un appello a tutti i Dc disponibili a concorrere alla costruzione della sezione italiana del PPE.  Basta con le nostre assurde polemiche”.

Dal convegno di Rovereto (Luglio 2015), promosso con il sen Ivo Tarolli e da quello di Orvieto (Novembre 2015), organizzato con gli Onn. Giovanardi, Quagliariello e Mario Mauro, con tutti gli amici intervenuti abbiamo condiviso l’idea di impegnarci a dar vita a un nuovo soggetto politico: “ laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori”.

Mi sembra evidente che l’avvio di un gruppo parlamentare unitario al Senato, come quello indicato nel comunicato stampa di ieri, costituisca o possa costituire un ottimo avvio di un processo politico destinato a più concreti sviluppi tanto a livello nazionale che locale.

Ecco perché oggi ho inviato agli amici protagonisti di quell’accordo la seguente mail:

“ Cari amici, ho appreso con piacere l’avvenuta costituzione del gruppo unico al Senato nel nome del PPE , come dal comunicato 9 Colonne allegato. Da parte mia desidero inviarvi i migliori auguri di buon lavoro, mentre opererò nella DC affinché il partito erede di De Gasperi, Moro e Fanfani, possa concorrere insieme a voi alla costruzione di un’Unione per un Movimento Popolare Italiano ( sul modello del fu UMP francese) da inserire a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori.
Mi auguro che le egoistiche chiusure sperimentate nella fase pre elettorale, causa concorrente non secondaria del clamoroso insuccesso della lista “ Noi con l’Italia”, siano definitivamente superate, nella comune volontà di costruire un nuovo soggetto politico che da Rovereto ( Luglio 2015), Orvieto ( Novembre 2015) avevamo condiviso essere: laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano e inserito a pieno titolo nel PPE. La scelta operata dai gruppi al Senato sembra andare in questa direzione e mi auguro si possano assumere iniziative unitarie per lanciare su scala nazionale e locale questo importante progetto politico in una fase di scomposizione dei gruppi e partiti che hanno caratterizzato la seconda Repubblica.
In attesa di vostre gradite indicazioni e proposte, cordialmente vi saluto.

 

Ettore Bonalberti
Presidente A.L.E.F. (Associazione Liberi e Forti)”

Mi auguro, infine, che Gianni Fontana, superata la delusione per il fallimento delle nostre strategie elettorali,  proceda con estrema sollecitudine a convocare l’assemblea dei soci DC legittimi ( quelli indicati nella lista depositata dallo stesso Fontana al tribunale di Roma, in base alla quale il giudice Romano ha autorizzato l’assemblea del 26 Febbraio 2017, nella quale abbiamo eletto Fontana alla Presidenza della DC) per assumere tutte le decisioni più opportune: per completare la nomina degli organi del partito e per giungere alla celebrazione di un congresso unitario con tutti gli amici ancora interessati alla ricostruzione politica della DC.

Non sono più consentiti rinvii o, peggio,  continuare a  inseguirci  e combattere nelle beghe di tipo giuridico alla ricerca di un’anacronistica continuità con la DC del 1992-93, dato che la politica va avanti con o senza di noi e, soprattutto,  non aspetta i nostri tempi.

Nel momento che stiamo vivendo, dopo il voto del 4 Marzo, in cui si stanno scomponendo raggruppamenti e formazioni politiche che sono state colonne portanti dell’infausta seconda repubblica, compito  dei “democratici cristiani non pentiti” resta quello di concorrere, con tutta la loro migliore tradizione politica e culturale, a dar vita a un’Unione per un Movimento Popolare italiano,  capace di offrire una nuova speranza al Paese, ben al di là delle proposte velleitarie su cui si è riversato il consenso elettorale  alle ultime elezioni. Proposte  delle quali siamo in fiduciosa  attesa di sperimentarne gli esiti sul piano concreto del governo.

Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)
Venezia, 24 Marzo 2018

 

 

 
     

 

 

21 Marzo 2018

Temi di discussione per i " DC non pentiti"


1) Noi continuiamo a inseguire l'idea del centro, non tenendo conto che il blocco sociale cui ha sempre fatto riferimento quest'area politica, nell'età della globalizzazione e del turbo capitalismo finanziario, con il dominio degli edge funds anglo-caucasici (kazari) che controllano Banca d'Italia, insieme al controllo della BCE e delle banche centrali europee, imponendoci il fiscal compact e gli altri lacci e laccioli dell'Unione europea, vive una profonda crisi e una proletarizzazione crescente da cui deriva una propensione a scelte politiche non certo moderate, ma o di disimpegno o orientate verso aree radicali ( di qui anche una delle ragioni del successo di M5S e Lega in quest'area il 4 marzo scorso);


2) non v'é dubbio che nell'età della globalizzazione la dottrina sociale della Chiesa rappresenti una delle risposte più autorevoli e approfondite alle degenerazioni del turbo capitalismo finanziario. Gli é che non abbiamo approfondito a sufficienza se e come tradurre nella "città dell'uomo" quegli orientamenti pastorali e, soprattutto, con quali strumenti operativi;


3) non ci facilitano: la situazione interna alla gerarchia ecclesiastica di grande divisione e disorientamento teologico e pastorale e la frastagliata e disarticolata realtà di associazioni, movimenti e gruppi di area cattolica;


4) non siamo più al tempo di Pio XII e dei mandati affidati a Carlo Carretto e a Maria Badaloni, con il supporto di Gedda con i suoi comitati civici. L'idea di una ricomposizione dell'area cattolica dal piano pastorale a quello culturale e socio politico rischia di diventare una chimera o un obiettivo di medio-lungo periodo, in assenza di input specifici, quello nel quale…... " noi saremo tutti morti";


5) dobbiamo prendere atto realisticamente che nel nostro Paese come in Europa, noi cattolici siamo una minoranza. Di qui la necessità, da un lato, di ricomporre quanto di più vasto sia possibile nella nostra area di riferimento culturale, superando gli errori che abbiamo compiuto soprattutto dal 26 Febbraio 2017, giorno nel quale abbiamo rieletto Fontana alla guida di ciò che é rimasto, legittimamente riconosciuto dal tribunale di Roma (ordinanza giudice Romano) della DC storica. Non voglio entrare nel merito di questa tristissima vicenda che, semmai, sarà oggetto di analisi della prossima assemblea DC dei soli soci legittimi che Fontana ha promesso di convocare nei prossimi giorni;


6) bene allora ricostruire le condizioni per il massimo di unità di tutti i DC interessati/bili, avendo, tuttavia, consapevolezza che nella crisi del tripartitismo impotente uscito dalle urne il 4 marzo, l'unica via di uscita è puntare a costruire un nuovo soggetto politico: laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell'umanesimo cristiano e inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori. Un riferimento importante sarà anche quello dei deputati e senatori di chiara cultura DC eletti il 4 marzo (penso alla Binetti, Pillon, e alcuni altri…)


7) un soggetto politico di tipo federativo, che potrebbe configurarsi, come fu in Francia l'UMP francese ( Unione per un Movimento Popolare), nel quale la DC 4.0 o DC 2018 potrebbe costituire il nucleo fondante.


8) Il recupero dello scudo crociato per la nostra formazione politica, meglio sarebbe ottenerlo per via politica ( fu il tentativo, ahimè fallito per l'egoismo stupido rivelatosi tale di Cesa e Fitto nella formazione della lista " NOI con l'Italia" quello che abbiamo tentato con gli amici Alessi, Grassi e Carmagnola) con un accordo tra DC storica e ciò che resta dell'UDC, piuttosto che con un'ennesima battaglia giuridica i cui tempi non sarebbero compatibili nemmeno con le prossime imminenti scadenze: elezioni regionali, amm.ne locali, europee 2019 e, non improbabili, elezioni politiche generali anticipate…. L'idea avanzata da qualche amico di chiudere con un voto dell'assemblea il caso DC, non ritengo possa passare nella prossima assemblea e non credo, nemmeno, sia la più efficace ed efficiente sul piano operativo. Senza alcuna identità sarà difficile avviare qualsiasi dialogo e proposta politica con altre componenti di cultura laica e liberale, le uniche alle quali poter fare riferimento come cattolici democratici o cristiano sociali.


9) Serve stavolta concordare una strategia e tattica di medio lungo periodo, supportata dalle necessarie risorse umane e finanziarie a partire da noi DC, per concordarla con le alte componenti laico liberali interessate a condividere il progetto.


10) in parallelo, si dovranno sollecitare tutte le energie disponibili nel mondo ecclesiastico e nella vasta area cattolica italiana per uscire dall'indifferenza e dalla colpevole divisione tuttora esistente. Guai se l'azione avviate dalla Lega di cannibalizzazione del voto di Forza Italia, non trovasse un'alternativa credibile sul piano degli interessi e dei valori ( che é la sostanza della politica) di chiara matrice cristiana.


Ovviamente ciascuno di questi punti del decalogo andrebbero approfonditi criticamente in quel workshop auspicato in premessa.

Quanto ai temi e alle soluzioni proponibili per superare la fase di stallo cui siamo giunti dopo l'elezione di Gianni Fontana alla Presidenza della DC il 26 Febbraio scorso, mi permetto di evidenziare quanto segue:

1) Siamo in presenza di due grandi emergenze nazionali: il divario Nord –Sud e il divario generazionale sempre più profondo- sono le condizioni strutturali da cui bisogna partire per interpretare correttamente il voto del 4 Marzo.


2) Questione settentrionale sintetizzabile nel tema: tasse e condizione del terzo stato produttivo architrave del sistema.


3) Questione meridionale: disoccupazione e sotto-sviluppo economico, sociale e strutturale- come uscirne? Assistenzialismo o sviluppo?


4) Premessa di ogni politica riformatrice è il rapporto tra sovranità monetaria e sovranità popolare- analisi della situazione reale finanziaria e bancaria dell'Italia


5) Sul piano istituzionale se non si vuole la separazione/disgregazione Nord-Sud e la fine dell'unità nazionale servono una riforma istituzionale in senso federale: 5-6 macro-regioni ( Nord Ovest-Nord Est-Area Centrale- Area Meridionale- Sicilia e Sardegna)

6) Sul piano politico:

a) Presa d'atto del fallimento delle due strategie colpevolmente perseguite con livelli diversi di responsabilità- non servono capri espiatori, ma un serio confronto interno e una conduzione collegiale nelle prossime fasi con la formazione di un organismo dirigente


b) risolvere il problema degli organi interni della DC- la soluzione Luciani mi sembra la più corretta, efficace ed efficiente, al fine di nominare gli organi mancanti ( Consiglio nazionale, segretario politico e e direzione) da farsi entro aprile e soluzione del problema simbolo dello scudo crociato o in termini di accordo politico o in termini definitivi giudiziari. Da parte mia preferirei la soluzione politica di un accordo con UDC e/o ciò che è rimasto di quell'esperienza politica;


c) aprire il confronto con tutte le componenti di area DC in una conferenza politica e organizzativa per il programma-Giugno 2018: le proposte dei democratici cristiani per l'Italia del XXI secolo


d) apertura del tesseramento 2018 sino a Settembre e avvio dei comitati civico popolari locali


e) I° Congresso nazionale della DC unitaria a Ottobre


f) Concorrere alla formazione dell'UMP ( Unione per un Movimento Popolare) inserita a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori.


g) Lanciare una grande campagna nazionale e un comitato per l'attuazione dell'art.49 della Costituzione ("Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale") per il riconoscimento giuridico dei partiti (vedi ultimo convegno di studio della DC ad Assago 1987-note di Luciano Faraguti)- è il nodo centrale dell'attuale situazione politica e dello status dei partiti in campo.


h) Partecipazione alle prossime elezioni regionali e comunali con l'obiettivo principale alle elezioni europee 2019 ( sistema proporzionale puro e preferenze)

Affido alla vostra valutazione queste scarne sollecitazioni per eventuali correzioni/integrazioni su cui avviare il confronto.

Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)
Venezia,21 Marzo 2018

 
     

 

 

 

 

19 Marzo 2018

Riflessioni dopo il voto

 

 

Con cinque parole chiave, quella magica di Di Maio: reddito di cittadinanza e le quattro di Salvini:  flat tax, no alla legge Fornero, fuori i clandestini, legittima difesa, M5S e Lega  hanno ricevuto il più ampio consenso dagli elettori. Una propaganda politica svolta con grande impegno che esprimeva a livello sovrastrutturale la condizione strutturale del Paese che è quella, alla fine, espressa dal voto: un’Italia spaccata in due, nella quale emergono le due profonde divaricazioni sociali, economiche e delle condizioni di vita del Paese: quella territoriale Nord-Sud e quella generazionale, drammaticamente rappresentata dalla disoccupazione giovanile che, nel meridione, assume carattere patologici e irreversibili (oltre il 50%) e dalla fuga all’estero dei nostri giovani in cerca di speranza.

Nel vuoto delle culture politiche e di formazioni politiche sempre meno legate a un pensiero, ridotte all’ectoplasma senza più storia e identità del PD renziano; all’equivoco partito personale di Berlusconi o alla pur commendevole difesa della propria ispirazione originaria dei Fratelli d’Italia, solo il M5S e la Lega hanno saputo esprimere, seppur a livello epidermico, il disagio profondo e le aspettative di una società in preda a quell’anomia politica, istituzionale, economica, finanziaria e  sociale, di cui scrivo da tempo.

La frustrazione dei ceti produttivi del Nord e la disperazione della gente del Sud, insieme alla richiesta di un profondo cambiamento di classe dirigente e al rifiuto in blocco dei vecchi partiti, hanno  finito per costituire  una miscela che ha fatto deflagrare il sistema, o ciò che di esso rimaneva,  della seconda Repubblica.

A una possibile rivolta sociale, sempre latente, si è sostituito nel tempo breve un terremoto politico foriero di scosse di assestamento numerose e  prolungate .

Basta osservare quanto sta accadendo in queste prime settimane post voto, per rendersene conto. L’Italia è divisa in due, con il permanere di due questioni  che, allo stato degli atti, appaiono di improbabile, se non impossibile soluzione: una questione settentrionale da tempo annunciata, in cui il ceto medio e i diversamente tutelati vivono una condizione di progressivo impoverimento; un’atavica questione meridionale che, accanto alle stesse e più gravi condizioni dei due ceti su descritti, sconta il differenziale accumulato nella più che secolare storia post unitaria italiana.

Paradossalmente, nel momento in cui Salvini fa fare il salto di  qualità alla Lega, da partito del Nord a partito nazionale, riuscendo in tal modo a superare elettoralmente Forza Italia,  quest’ultima abbandonata dal voto meridionale tutto ri-orientatosi a sostegno del M5S, il Paese, mai come adesso, appare diviso in due, col rischio della perdita della stessa unità nazionale.

E’ evidente, però, che le soluzioni indicate dai due vincitori: reddito di cittadinanza per il Sud del M5S e flat tax della Lega e centro destra  per il Nord, sono obiettivi propri di due politiche economiche e finanziarie, non solo difficilmente compatibili con la situazione del debito pubblico italiano (2290 miliardi di euro), ma, a maggior ragione, inconciliabili tra di loro.

Ed é comprensibile allora, come  ad una situazione strutturale di  divisione  netta del Paese  si sovrapponga una condizione di rottura difficilmente componibile sul piano sovrastrutturale politico culturale e del governo del Paese.

Che fare allora?

Alla drammatica deriva della dissoluzione dell’unità nazionale, cui si aggiunge il trionfo delle posizioni più radicali ed estreme di un anti europeismo, oggetto delle preoccupazioni espresse nel recente incontro parigino dalla Merkel e da Macron, penso che l’unica risposta possibile sia quella di ripensare l’assetto istituzionale del  Paese, battendoci per una riforma in senso federale dell’Italia. Basta con le venti regioni che non siamo più in grado di mantenere, ma si punti alla soluzione indicata a suo tempo dal prof Miglio di cinque-sei macro regioni ( Nord Ovest-Nord Est, Area Centrale, Area meridionale, Sicilia, Sardegna) e ad un assetto presidenziale per il governo federale a Roma.

Quanto al nostro rapporto con le riforme e con l’Europa, fermo restando che nella globalizzazione dominante sarebbe illusorio ipotizzare fughe, tipo Brexit, dell’Italia dal contesto europeo, non v’è dubbio che si tratterà di porre con forza il tema della riforma dei Trattati europei, partendo dal superamento di quei provvedimenti illegittimi, come il fiscal compact, assunti in contrapposizione con gli stessi Trattati, come da tempo il prof Giuseppe Guarino ha esemplarmente denunciato.

Non si tratta di perorare l’idea assurda di un’Italia fuori dall’Unione europea, quanto piuttosto quella di recuperare, a partire  dal partito erede dei padri fondatori, il PPE, i principi originari di Adenauer, De Gasperi e Schuman. Validi nei loro fondamentali cristiano sociali, si tratta   di impegnarci a tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni pastorali delle encicliche sociali della Chiesa cattolica, estremamente rigorose nel denunciare i disvalori e le ingiustizie che, accanto ad alcuni fattori positivi, la globalizzazione porta con sé.

Sul piano delle riforme bisogna avere chiara consapevolezza che, se non si ritorna al controllo pubblico di Banca d’ Italia e alla separazione tra banche di prestito e banche di speculazione, ossia ripristinando la legge bancaria del 1936, nessuna riforma di tipo economico e sociale può essere seriamente realizzata in Italia e in Europa.

Sia che subiamo scientemente  (talora con personali interessi di qualcuno a libro paga) oppure inconsapevolmente, il dominio dei poteri finanziari dominanti ( gli edge funds anglo-caucasici, kazari, che controllano con la BCE, le banche nazionali dei paesi europei), dobbiamo batterci per  ripristinare concordemente con i nostri partner europei la sovranità monetaria senza la quale la sovranità popolare si riduce a una retorica e impotente dichiarazione di principio.

Surreale, in tale contesto, il fatto che noi dell’area democratico cristiana, totalmente scomparsi dalla scena politica, salvo qualche infiltrato sopravvissuto nelle maglie di uno sciagurato “rosatellum” e grazie al trasformismo dominante, si continui a bisticciare sui de minimis assurdi delle nostre divisioni anacronistiche e impotenti

Di questo, però, vorrei trattare più compiutamente dopo la prossima assemblea dei soci legittimi della DC, sperando che venga definitivamente convocata dal presidente Fontana, dalla quale, mi auguro emergano alcune indicazioni coerenti e condivise.

Ettore Bonalberti
Venezia, 19 Marzo 2018

 

 
     

 

 

12 Marzo 2018

Luciano Faraguti ci ha lasciati

 

 

Ci è giunta, da un comune amico, la notizia della scomparsa di Luciano Faraguti. Aveva ottant’anni, vissuti sempre nella sua fedeltà ai valori del cattolicesimo politico e dei cristiano sociali.

L’avevo conosciuto che non avevo vent’anni, lui di sette anni più vecchio di me, in quello che al tempo era un fisiologico ricambio nel Movimento  Giovanile della DC. Mi bastò il suo sguardo sempre caratterizzato da una sottile ironia e quel buffetto datomi sulla guancia,  invitandomi a meglio attrezzarmi in fatto di abiti dei politici, quasi a predirmi una futura vita di parlamentare DC, che era nella prospettiva di quasi tutti i migliori giovani della Democrazia Cristiana.

La scelta della comune adesione alla corrente di Forze Nuove e la partecipazione al movimento aclista di Livio Labor, furono alla base di una militanza che ci vedrà impegnati  insieme per oltre quarant’anni; lui da parlamentare e, più avanti, da componente del governo, e, insieme a me, da membri del consiglio nazionale della DC sino alla fine politica del partito.

Quante battaglie abbiamo condotto nella DC, sempre a fianco di Carlo Donat Cattin; dalle prime  per il centro sinistra, alla  scelta del “preambolo”;  in alternativa al dominio demitiano del partito, e, più avanti, dopo la morte del leader piemontese, insieme a Franco Marini nella fase di nascita del PPI.

Donat Cattin aveva nei suoi confronti un atteggiamento di costante affezione, nel riconoscimento di una fedeltà e capacità di tattica politica senza uguali. Non a caso lo confermò per molti anni nella Direzione nazionale della DC, in rappresentanza della corrente di Forze Nuove.

Con l’avvio della lunga stagione della diaspora democristiana (1993-94), Faraguti mantenne sempre forte la sua fedeltà ai valori democratici cristiani e insieme iniziammo (2011) a dar vita al progetto di ricomposizione dell’area DC, con Publio Fiori, Lillo Mannino, Silvio Lega, Sergio Bindi e altri, sino all’elezione a segretario del partito, nel contestato XIX Congresso nazionale (2012), di Gianni Fontana.

Le nostre strade si divisero nella difficile mediazione per l’elezione della Presidente del Consiglio Nazionale del partito, di Ombretta Fumagalli Carulli, allorché Faraguti non volle rinunciare alla candidatura del nostro comune amico e già compagno di corrente, il carissimo e compianto Ugo Grippo.

Luciano visse molto male quel passaggio, ultima rappresentazione delle vecchie ruggini correntizie che, perpetuate nel 2012, assumevano tratti, ahimè,  del tutto anacronistici.

Con mio grande dolore da quel momento cessò, per sua esplicita volontà, una frequentazione e uno scambio di idee e di esperienze politiche quanto mai, almeno per me, ricca di stimoli e di positive riflessioni.

Profonda era la sua capacità di analisi e di interpretazione degli avvenimenti politici, sempre svolte coerentemente alla nostra comune matrice cristiano sociale. Forte era la sua curiosità e il desiderio di approfondire con me i fatti che si succedevano dentro e fuori quell’area popolare di comune interesse di noi “DC non pentiti”.
In questi ultimi anni del silenzio tra di noi, ho sempre vissuto con grande dispiacere l’assenza di quel fecondo scambio di idee e di stimolanti sollecitazioni che abbiamo vissuto per quasi tutta la nostra  vicenda politica.

La notizia della sua scomparsa mi riempie di grande amarezza. Desidero esprimere alla sua amata Carla, i sentimenti della più affettuosa partecipazione al suo dolore.

Perdiamo con Luciano un altro combattente e testimone appassionato della grande storia democratico  cristiana. Un amico che resterà sempre caro nei nostri cuori.

Ettore Bonalberti
Venezia, 12 Marzo 2018

 

 

 

 

 

 
     

 

 

5 Marzo 2018

Un terremoto politico

 

 

La condizione di anomia dell’Italia che avrebbe potuto  e potrebbe ancora sfociare nella rivolta sociale, con la più alta percentuale di votanti (oltre il 71%) raggiunta da molte elezioni a questa parte, superato così il rischio astensionismo, si é espressa  nella più grande svolta politica italiana,  dopo quella del 1994, che segnò il passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Un  autentico  terremoto politico destinato a cambiare lo scenario politico del Paese.

Il voto del 4 marzo segna, infatti, il passaggio dalla seconda alla terza Repubblica con la divisione e il divario territoriale dell’Italia resi evidenti dalla realtà di un centro Nord, dominato dal centro-destra a trazione leghista e di un centro-Sud, a dominanza pressoché esclusiva del M5S.

Mai, come dopo questo voto, le questioni  settentrionale e meridionale sono fisicamente rappresentate specularmente nel Parlamento nazionale. Il Sud, persi e abbandonati i tradizionali centri di potere e di elargizione delle risorse pubbliche non più disponibili, si è affidato all’ultima speranza offertagli dal M5S di Grillo e Di Maio. Loro hanno promesso il reddito cittadinanza a una società caratterizzata da un tasso di disoccupazione (oltre il 50%), specie giovanile, tra i più elevati  dell’Italia e dell’Europa, e vittima di una condizione di arretratezza nei servizi che la differenziano fortemente dal resto del Paese. 

Ora la speranza del Sud è tutta riposta nelle promesse elettorali e nell’affidabilità dei giovani del M5S. Tutto ciò si è dimostrato una condizione sufficiente per garantire al partito dei grillini il trionfo elettorale, ma sarà quanto mai precaria al fine di  avere certezza di risposte di governo per il presente e per il futuro.

Il Nord, intanto, ha creduto, più che nella defiscalizzazione della “flat tax” del Cavaliere, nelle proposte di Salvini e il terzo stato produttivo si attende riforme in grado di garantire il superamento della sua condizione di progressiva proletarizzazione. Sono due attese e due speranze, quelle del Nord e del Sud d’Italia, difficilmente compatibili per qualsiasi governo che possa nascere da qui a qualche settimana o mese, tenendo conto dell’enorme debito pubblico sin qui accumulato (2300 miliardi) e dei paletti europei tuttora ben conficcati sul terreno politico istituzionale, a cominciare dal fiscal compact e dal dominio esercitato dai poteri finanziari nella BCE e in tutte le banche centrali europee.

La nuova sintesi in grado di tenere unita l’Italia dovrà probabilmente realizzarsi con una riorganizzazione complessiva del Paese su basi autenticamente federaliste, come quelle a suo tempo teorizzate dal prof Miglio: la formazione di quattro o cinque macroregioni in un assetto istituzionale centrale di tipo presidenziale.

Da queste elezioni, in ogni caso,  emergono nettamente :

  1. la realtà di un blocco sociale eterogeneo al Sud, che va dai diversamente tutelati al  terzo stato produttivo, che ha cercato il conforto  e la speranza nel M5S, primo partito italiano;
  2.  la fine del ruolo politico  trainante di Berlusconi nel centro destra, sempre più a trazione leghista, dove Matteo Salvini ha compiuto il miracolo di triplicare il consenso al partito inventato da Bossi come partito della Padania, oggi partito a dimensione nazionale;
  3. il tracollo della sinistra trasformista renziana e dello stesso  tentativo dell’alternativa dei “Liberi e Uguali”, ridotti a una misera rappresentanza con il solo diritto di tribuna in sede parlamentare.  E’ la fine di un ruolo politico importante della sinistra nel nostro Paese, documentato anche dai risultati negativi registrati nelle storiche regioni rosse dell’Emilia, Toscana e Umbria;
  4. la drammatica  realtà di un’area cattolico e popolare del tutto inesistente, grazie alla scelta egoistica e di chiusura compiuta dai responsabili del movimento “Noi con l’Italia”, ridotti al lumicino e incapaci di superare la soglia del 3% imposta dal “rosatellum”, mentre infinitesima, sotto l’1%, è risultata la rappresentanza del “Movimento per la famiglia” di Adinolfi. Non sono mancate alcune elezioni di deputati e senatori in liste diverse del centro-destra che sono, tuttavia, espressione della nostra stessa cultura politica;
  5. Dopo il voto di domenica non ci sono maggioranze parlamentari in grado di esprimere un governo, con il M5S primo partito nel Paese e il centro-destra che é la più consistente coalizione in termini di voti in Italia e di seggi  alla Camera e al Senato

 

In attesa delle prime mosse dei e tra i partiti, con l’elezione dei presidenti delle due camere, e dell’incarico che Mattarella affiderà alla personalità in grado di formare il nuovo governo, spetterà a noi “ DC non pentiti” ripensare totalmente una nuova strategia che sappia superare gli errori  compiuti e le insufficienze sin qui espresse.

Prima e in tempi brevissimi dovremo risolvere le residue questioni interne alla cosiddetta “DC storica”, attraverso un’assemblea dei soci aventi diritto, che Fontana si è impegnato a convocare il prossimo 24 Marzo a Roma. In seguito, un congresso straordinario da svolgersi secondo norme statutarie da tenersi entro maggio per definire, con un programma credibile per il Paese, la dirigenza del partito. Una dirigenza  che dovrà puntare a riorganizzare su basi totalmente nuove la presenza di quanti, popolari e democratico cristiani, sono interessati a dar vita a un nuovo soggetto politico centrista: laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori. Un soggetto politico che, ci auguriamo, possa contare  sul contributo di alcuni deputati e senatori eletti della nostra stessa cultura politica, capace di collegarsi ai fermenti nuovi che si sono manifestati in Francia e in Spagna e all’interno della stessa CDU e CSU della Germania.

Come associazione dei “Liberi e Forti”, ancora una volta, dobbiamo riprendere pazientemente la trama di una tessitura che richiederà tempi lunghi e una ripresa di iniziativa culturale e sociale, prima ancora che politico organizzativa, di aree vaste del mondo cattolico italiano che da queste elezioni risulta irrimediabilmente ridotto all’irrilevanza politico istituzionale.

Ettore Bonalberti
Presidente ALEF ( Associazione  Liberi e Forti)
Venezia, 5 Marzo 2018

 

 

 

 

 

 

 
     

 

 

13 Febbraio 2018

Come e chi votare il 4 Marzo ?

 

A 18 giorni dal voto del 4 Marzo in giro c’é tanta confusione.

Colpa di una situazione economico sociale dominata dall’anomia, ossia da una situazione di assenza di regole, di discrepanza tra mezzi e fini nella disponibilità delle persone, dal venir meno del ruolo dei corpi intermedi. Una situazione che può sfociare inevitabilmente nella frustrazione con conseguente rabbia, aggressività o, come sembra oggi nel Paese,in una regressione nel mutismo e nella repressione della residua  volontà di reagire

Colpa di partiti in gara che sono simulacri di autentica partecipazione democratica  e, in larga parte, vittime del trasformismo politico che ha caratterizzato negativamente la trascorsa legislatura del “ nominati”, dove la transumanza mercenaria è stata tra le più ampie, se non la più ampia di tutta la storia nazionale.

Il PD, espressione del massimo trasformismo politico e culturale operato dal renzismo, diventato col “giovin signore fiorentino” uno strumento al servizio dei poteri finanziari internazionali dominanti; né carne né pesce per la sinistra, e, non a caso sottoposto a un processo di scissione dai risvolti politico sociali ben più consistenti di quanto emerga nella superficie, con l’avvenuta costituzione del partito dei “Liberi e Uguali”.

Il centro-destra, che ogni giorno appare sempre di più una sommatoria improvvisata e con programmi difficilmente compatibili, tenuti insieme dall’istrionica capacità di un Cavaliere dimezzato, dispensatore di promesse miracolistiche del tutto inconciliaboli con la realtà contabile dell’Italia.

Il M5S, che da partito dei “diversi”, con i casi scoppiati in questi giorni, sta dimostrando che anche i grillini non sono differenti da molti altri e che anche per loro se “ lo spirito è forte, la carne è debole” e l’italica scappatoia dalle regole è una strada percorribile quando “ si tiene famiglia”.
 
Colpa, infine,  di una legge elettorale indegna, frutto di menti malate che, stampate le schede elettorali, diventerà un vero rompicapo per gli elettori  la cui sovranità è ridotta al nulla.

Una situazione particolarmente difficile è quella che viviamo noi “ DC non pentiti” che, vittime di due fallimentari strategie elettorali, ci troviamo nella condizione di orfani nella rappresentanza politica.

Gianni Fontana da un lato, con i suoi catecumeni  pasdaran se-dicenti democratico cristiani, ha scelto la linea dell’isolamento, con il bel risultato di trovarsi con lista e simbolo ricusati, incapace, come lo avevamo avvertito, di raccogliere le oltre 26.000 firme indicate dal rosatellum, e finendo col dare fiato al solo redivivo Azzaro per le regionali laziali; compresa l’occupazione abusiva della sede di Piazza del Gesù, ridotta a sede del suo comitato elettorale regionale .

Fallimentare  anche la strada da noi tentata di un accordo con gli amici ex DC Cesa e Fitto nella quarta gamba del centro-destra di” Noi con l’Italia”. Un po’ per la nostra oggettiva debolezza, privati della  solidarietà prima confermata e poi smentita da Fontana, e, assai di più, per la chiusura egoistica dei due sunnominati, preoccupati di salvaguardare le loro esclusive posizioni nei collegi uninominali strappati al centro-destra, e quelle dei loro fedelissimi.
Tutto ciò nella presunzione di poter raccogliere da soli quel 3% dei voti, indispensabile per la rappresentanza della quota parlamentare. Se, come temiamo, quella soglia del 3% non sarà raggiunta, ci sarà una modestissima rappresentanza  degli eletti nei collegi uninominali e la consegna gratuita di tutti i voti alla coalizione di centro destra.

In questo quadro è forte la tentazione di seguire la strada indicata da qualche autorevole amico DC, di fare appello al voto con scheda in bianco. Un modo per misurare indirettamente la nostra forza. Da parte mia credo sia più opportuno fare appello al voto di coscienza, inteso a sostenere liste e candidati espressione di interessi e  valori più vicini alla nostra tradizione politico culturale.

In attesa del voto del 4 marzo, abbiamo l’esigenza, da un lato, di risolvere i problemi giuridici aperti all’interno della DC, dopo le scelte illegittime compiute senza alcun mandato dai soci da Gianni Fontana, e dall’altro, di non disperdere ogni opportunità presente e futura per ricomporre l’unità dell’area  democratico cristiana e popolare dell’Italia.

Serve riprendere la battaglia vinta col referendum del 4 Novembre 2016 in difesa della Costituzione; serve riprendersi la sovranità popolare, che presuppone il riprendersi della sovranità monetaria, con un programma riformatore che deve basarsi su due scelte fondamentali, in linea con quanto seppe fare la DC negli oltre quarant’anni della sua storia politica:

  1. riprendersi il controllo pubblico di Banca Italia, oggi dominata dagli edg funds anglo caucasici (kazari), che ne determinano le scelte, insieme al controllo della stessa BCE;
  2. separare nettamente l’attività delle banche di prestito da quelle speculative finanziarie, ossia ripristinare la legge bancaria del 1936 .

Le vacue promesse di riforma che sono annunciate nei programmi di tutti gli attuali partiti in lotta per il voto del 4 marzo, mancando di questi due presupposti, sono solo “promesse di marinaio” destinate a scontrarsi con gli interessi di quei poteri che, dal 1992-93, hanno ridotto la nostra sovranità popolare a una mera finzione.

Ettore Bonalberti

Venezia, 13 Febbraio 2017

 

 

 
     

 

 

11 Febbraio 2018

In attesa del 14 Febbraio: cosa accade nella DC ?

 

Non era mai accaduto, se non nei casi di soggetti vittime della “sindrome di Stoccolma”, che una persona si acconciasse ad accordarsi con i suoi più dichiarati nemici; quelli che lo hanno portato dinanzi al tribunale di Roma, che, finalmente, il 14 febbraio prossimo, dovrebbe pronunciarsi sulla validità dell’assemblea dei soci DC del 26 Febbraio 2017,  nella quale Gianni Fontana è stato eletto Presidente della DC.

Ricordiamo che: “il soggetto affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti subiti, prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all'amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice”.

La “sindrome di Stoccolma” sembra aver colpito in maniera irreversibile proprio Fontana, al punto di tentare, in combutta con i suoi nemici, di costruire una lista pseudo democristiana, bocciata nelle sedi giurisdizionali competenti, sino alla pubblicazione di un “ukase” sulla G.U. del 30 dicembre scorso con la quale, di fatto, Fontana puntava a  escludere illegittimamente i soci 2012 della DC dal partito, per sostituirli con quelli del gruppo Azzaro-De Simoni-Cerenza e del redivivo Sandri assurto, dopo anni di scarsa considerazione, al ruolo di nuovo leader politico.

In rapida sintesi, come si è giunti al fallimento di due diverse strategie elettorali: quella di Fontana e nuovi compagni e quella di noi DC legittimi, rimasti orfani di un presidente fedifrago ?

  1. Fontana dal febbraio 2017 ha perseguito una sua linea politica e organizzativa: apertura agli esterni fino alla sostituzione degli esterni rispetto ai soci legittimi.
  2. Si è passati dal tentativo positivo dell’allargamento della base associativa al progetto di occupazione “manu militari” del partito da parte dei vari Azzaro, Coroni, Sandri..
  3. Capriole inverosimili con il gruppo Cerenza-De Simoni e con Sandri: prima accordo capestro senza mandato e non rispettato e, poi, apertura sino al loro subentro, de facto, nel gruppo dirigente. In definitiva gli stessi che ci hanno chiamati in giudizio, che si terrà il 14 febbraio p.v.  sono assurti al ruolo di dirigenti senza titoli  della DC. Dalla prossima sentenza del 14 Febbraio molto dipenderà del nostro futuro: l’assemblea del 23 dicembre è valida oppure no? La lista dei 1749 riconosciuta dal giudice Romano è valida oppure no?
  4. Pesanti sono le responsabilità di Fontana per una serie di atti illegittimi compiuti: decisioni assunte o non fatte senza mandato dei soci legittimi
  5. Di fatto, ha sostenuto una linea politica non votata, dato che le tre mozioni Alessi-Luciani-Azzaro non furono votate dall’assemblea del 18 Novembre, disattendendo in tal modo a  quanto aveva sollecitato ad Alessi nel rapporto con Cesa; ossia di dar vita a una lista unitaria di tutti di DC nell’ambito dell’alleanza di centro-destra. Progetto da lui confermato nella sua relazione del 18 novembre, di cui conserviamo il testo ufficiale, da lui consegnatoci personalmente  al termine della sua relazione e agli atti di quella riunione.
  6. In quell’assemblea Fontana propose due Vice presidenti: Alessi e Carmagnola, la cui designazione fu approvata all’unanimità dall’assemblea, come si evince dal verbale stilato dal segretario verbalizzante agli atti del partito. Continuando a esercitare una gestione di tipo monocratico del tutto incompatibile, tanto sul piano delle norme civilistiche che su quello dello statuto della DC, Fontana è giunto ad inviare la surreale lettera ad Alessi e Carmagnola, con cui intende inibire  loro  di utilizzare il titolo di vice presidenti DC, ossia  di un ruolo da lui proposto e approvato all’unanimità dall’assemblea dei soci il 18 Novembre.

Se la strategia elettorale di Fontana, come gli avevamo preventivato, è risultata fallimentare, dopo la ricusazione del simbolo e della stessa lista,  frutto anche  dell’incapacità dei pasdaran, di cui si è attorniato il nostro,  di raccogliere le firme indicate dalla legge elettorale, anche noi, orfani del presidente che ci aveva abbandonati, abbiamo fallito.

Abbiamo fallito per l’oggettiva debolezza della nostra delegazione, privata di un’investitura formale, anzi contestata con la lettera suicida di Fontana, letta dalla signora Lia Monopoli proprio nell’incontro della delegazione con Cesa e Tassone il 15 Novembre presso la sede dell’UDC. Con quella lettera Fontana, partito per la Cina, disconoscendo sia quanto aveva perorato il giorno prima ad Alessi che la stessa funzione dei due vice presidenti, indicava in Giampiero Samorì il legittimo rappresentante della DC, con ampi elogi alla persona che, non essendo nemmeno socio del partito, risulta oggetto di diverse inchieste giudiziarie.

Un fallimento quello nostro dovuto anche, se non soprattutto, alla chiusura egoistica e priva di respiro strategico di Cesa e Fitto, preoccupati più di salvare le proprie poltrone e quelle dei fedelissimi, che di perseguire il progetto di una ricomposizione dell’area democratico cristiana italiana.

La divaricazione di linea politica e il maldestro  tentativo di Gianni Fontana si è concluso alla fine,  con la presentazione di una lista per l’elezione di Azzaro alla presidenza della Regione Lazio, con un falso simbolo della DC e, di fatto, con una lista esterna ed estranea alla nostra migliore tradizione politica. La stessa sede di Piazza del Gesù, l’affitto della quale era stato sostenuto dalla generosità di alcuni nostri amici DC, da sede ufficiale del partito si è trasformata nella segreteria personale di Azzaro per la sua campagna elettorale regionale.

Continua, infine, la confusione politica, organizzativa e anche amministrativa tra il partito della DC e la vecchia Associazione Democrazia Cristiana creata nel 2013 da Fontana, insieme a molti di noi, giocando pericolosamente sul suo doppio ruolo di presidente di entrambe. E’ evidente che questa situazione di gravissima confusione politica e organizzativa deve cessare.

Confidiamo nella residua sensibilità politica di Fontana, al quale compete il dovere di convocare l’assemblea dei soci legittimi della DC storica, solo ai quali spetta, a norma del codice civile e dello stesso statuto del partito, il compito di assumere tutte le decisioni, comprese quelle di valutare ed eventualmente approvare quelle prese senza alcun mandato dallo stesso Fontana.

In attesa della sentenza del giudice del tribunale di Roma del prossimo 14 febbraio ( salvo rinvii) questo è il miserrimo stato dell’arte di ciò che rimane della DC a guida dell’ex leader veronese, mentre si apre una discussione seria e rigorosa su come votare il prossimo 4 Marzo, in assenza del partito e di una linea politica definita.  Una scelta che avrà inevitabili conseguenze sia sull’esito delle elezioni, con particolare riferimento alla lista degli amici ex DC che giocano sul filo di lana del 3%, che sullo stesso progetto di ricomposizione della DC in Italia.

Ettore Bonalberti
Venezia, 11 Febbraio 2018

 

 

 
     

 

 

2 Febbraio 2018

La maledizione di Moro

 

Tra le lettere di Aldo Moro dal carcere delle BR rimarranno sempre impresse nella nostra mente queste sue parole: “Il mio sangue— aveva scritto Moro ai capi della Dc — ricadrà su di voi». E’ la cosiddetta “maledizione di Moro” che da quasi quarant’anni dal suo rapimento (16 marzo 1978)  e assassinio (9 maggio 1978) continua a perseguitarci.

Anche ciò che è accaduto nella DC, che abbiamo tentato di ricostruire, con la riadesione dei soci del 92-93 nel 2012 e la celebrazione del contestato XIX Congresso nazionale nel quale eleggemmo Gianni Fontana alla segreteria del partito, riconfermandolo alla presidenza nell’assemblea dei soci del 26 Febbraio 2017, sembra dar credito a questo triste presagio.

Da un lato, Gianni Fontana, abbandonati i suoi veri amici, si è rifugiato tra le braccia di alcuni astuti pasdaran, alcuni dei quali mai stati soci della DC e dai tratti caratteristici degli affiliati alle consorterie dei grembiuli e dei compassi, si è intestardito in operazioni fallimentari, conclusesi con la ricusazione del simbolo improvvisato simile a quello di Alberto da Giussano e delle liste dei candidati depositate senza raccolta delle firme prescritte dal “rosatellum”.

Fontana era partito da una riconferma ad amplissima maggioranza e si è ritrovato contestato dai vecchi e nuovi amici, dopo aver compiuto una serie di atti illegittimi, alcuni dei quali di una gravità inaudita, come quello di una comunicazione sulla Gazzetta ufficiale con la quale, di fatto, tentava di far fuori i legittimi soci DC per far posto a improvvisati laudatores dell’ultima ora.

Dall’altro, noi stessi, vittime di un presidente fedifrago, dopo un’assemblea dei soci che si era conclusa senza alcun voto su tre mozioni contrapposte, abbiamo dato seguito agli impegni che, proprio insieme a Fontana, avevamo assunto con Lorenzo Cesa, ossia che: “ la DC si presenti compatta con il proprio simbolo e propria denominazione, formando un’alleanza forte dell’autonomia e dell’attualità dei propri ideali fondati sulla sussidiarietà, desiderosa di un’autentica classe dirigente, formando un’alleanza con il centro destra e con equa distribuzione dei diritti e dei doveri di ciascuna delle componenti”.

Con il presidente Fontana sintonizzato sulla lunghezza d’onda di Coroni e dell’anonimo Azzaro ( “andare da soli”), la possibilità di utilizzare senza contestazioni il simbolo storico della DC era impossibile e la delegazione improvvisata a trattare con Cesa e Fitto ( Alessi, Grassi, Bonalberti e, in avanscoperta, Pomicino e Gargani) oggettivamente debole.

Conclusione? Quella che ho avuto modo di esporre al “duo Fasano” della politica, nella mia lettera spedita loro dopo le conclusioni della vicenda delle liste elettorali.

Ricordo quanto da me a loro rappresentato:

 “Cari Raffaele e Lorenzo,
ho preso atto, non senza rammarico, delle decisioni che avete preso a conclusione della tournée che vi ha visto impegnati per diversi giorni nella formazione delle liste.
Con gli amici superstiti della DC storica, nonostante la diversa e scellerata decisione di Gianni Fontana, avevamo indicato alcuni amici quali possibili candidati nelle liste di Noi con l’Italia, interessati, peraltro, soprattutto al progetto  politico di ricomposizione dell’area di ispirazione democratico cristiana. Un progetto che, qualunque sia l’esito del voto, intendiamo perseguire con lo stesso impegno e determinazione che abbiamo messo in campo da oltre vent’anni.
Ringrazio gli amici Alessi, Carmagnola, Grassi, Giannone, Fago con Pomicino e Gargani che avevano indicato anche la mia persona come una possibile risorsa per il progetto comune che mi era parso fosse anche il vostro..
Ringrazio, in particolare, l’amico Schittulli per la disponibilità espressa  e considero la sua esclusione un grave errore per la coalizione. Come pure grave è stata quella dell’amica Valentina Valenti.
Considero colpevole e di estrema maleducazione il silenzio vile dell’On De Poli, al quale avevo inviato SMS e mail senza mai aver ricevuto risposta, nonostante aver evidenziato a Cesa l’opportunità di un nostro colloquio per decidere insieme il caso del Veneto.
Avete preferito i “fedelissimi” e mi auguro che le scelte compiute risultino vantaggiose per la lista e per l’intera coalizione
Da parte mia, fortunatamente non voto nel collegio di Verona, nel quale non potrei mai votare per Tosi che nel recente referendum costituzionale si é schierato apertamente con Renzi per il SI e oggi, con opportunismo trasformistico degno dei più efficienti saltimbanchi, trova rifugio per sé e per la sua compagna nella lista di Noi con l’Italia.
Si sono preferiti “ i ragazzi del coro” per garantirsi l’immediato, mentre avevo fiducia nella vostra capacità di visione e di leadership per un traguardo più ambizioso  di più vasto respiro.
Spero che dopo il 4 marzo si possa avere in Parlamento un nucleo di amici " DC non pentiti “, anche attorno ai quali poter ripartire per ricostruire in Italia una forza politica ispirata ai valori democratico cristiani e che in quel nucleo si possa contare anche in una vostra diversa e più attenta disponibilità.
Noi, come sempre: “tiremm innanz” e che il Signore ci assista.”

Il prossimo 9 Febbraio, con gli amici Alessi e Carmagnola, V.Presidenti della DC indicati da Fontana e votati all’unanimità dall’assemblea dei  soci DC il 16 Novembre scorso, ci riuniremo presso la saletta dell’Hotel Nazionale a Roma e insieme decideremo il da farsi. Mi auguro, per riprendere il cammino, alla ricerca dell ‘unità di tutti i “ DC non pentiti” e, soprattutto, di quelli delle nuove generazioni disponibili a raccoglierne il testimone politico.

Ettore Bonalberti
Venezia, 2 Febbraio 2018

 

 

 
     

 

 

30 Gennaio 2018

Riflessioni prima del voto

 

 

Una legge demenziale non a caso connotata come “fascistellum”, costruita per salvaguardare le caste dirigenti delle forze politiche presenti in parlamento; partiti lontani da quanto previsto dalla Costituzione (Articolo 49:” tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”)  e ridotti a luoghi di nulla partecipazione, sotto la guida di leader in alcuni casi ineleggibili ( Berlusconi e Grillo), in altri, come nel PD di Renzi, connotato come un “serial killer” dal veterano Sposetti, o in preda alle convulsioni padane della Lega divisa tra Salvini, Bossi e Maroni.

E’ in queste condizioni che si è consumata la saga delle candidature, nella quale ha trionfato ovunque la logica della difesa ad oltranza dei fedelissimi dei capi, con esclusione di ogni voce fuori dal coro a destra, come al centro e alla sinistra dei diversi schieramenti.

La legge elettorale non garantisce, salvo qualche eccezione, nessuno, nemmeno tra i capi che di essa sono stati gli irresponsabili autori, mentre la gara a chi le spara più grosse non è più credibile agli italiani, che vivono sulla propria pelle la condizione di gravissima crisi economica, finanziaria e sociale che il mite Gentiloni si impegna quotidianamente a  confutare.

Nonostante i sondaggi favorevoli al  centro destra e al M5S, ciò che appare all’orizzonte è una sostanziale ingovernabilità che si presta a rendere istituzionalizzato quel trasformismo che ha caratterizzato l’intera passata legislatura, con le affollate transumanze indecenti dei mercenari in parlamento, allora come stavolta, “nominati” dai capataz di ciò che resta degli attuali partiti.

Tutti parlano di riforme, di mirabolanti riduzioni dei carichi fiscali e di ogni sorta di offerte speciali per i cittadini elettori, mentre non si dice una parola sulle gravissime differenze territoriali (nessun partito cita più la questione meridionale)  e di generazione, che sono le emergenze più rilevanti del Paese. Un Paese che fonda la sua precaria stabilità su tre pilastri: la famiglia, la sanità e le pensioni. Tre pilastri diversamente intaccati e resi sempre più fragili e precari.

Con la mia teoria dei “quattro stati” ( la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non stato) ho più volte evidenziato come in Italia si stia vivendo una condizione di anomia ( assenza di regole, discrepanza tra mezzi e fini, venir meno del ruolo dei corpi intermedi) che prefigura una condizione sociale pronta per la rivolta, con la povertà di oltre 4 milioni di persone e la disoccupazione giovanile oltre il 35-40% con punte superiori al Sud.

Per adesso ci si è fermati sulla soglia dell’astensionismo elettorale, ma, sino a quando potrà continuare?

Se non si ritorna alla legge bancaria del 1936, da sempre difesa dalla DC, ossia al controllo pubblico di Banca d’Italia e alla separazione tra banche di prestito ( loan bank) e banche speculative (investment bank), ogni proposito di riforma nel nostro Paese è una presa in giro, buona per le sceneggiate televisive pre-elettorali.

La prima riforma comporterebbe l’abolizione del decreto legislativo n. 385/1993 con cui si superò la legge bancaria del 1936 e la seconda, l’abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo.
In nessun programma di partito è previsto tale impegno e, dunque, ogni promessa  riformatrice come quelle indicate dal centro-destra o dal centro-sinistra sono solo “promesse di marinaio”.

Discorso a parte merita ciò che è accaduto nell’area di ispirazione cattolica e democratico cristiana. Da un lato, una conduzione della DC uscita dal tesseramento del 2012, guidata da Gianni Fontana, al limite dell’illegittimità e totale irresponsabilità politica; dall’altro, un disegno di ricomposizione dell’area democratico cristiana su cui avevamo puntato partecipando al progetto di “Noi con l’Italia”, promosso da Lorenzo Cesa e Raffaele Fitto, consumatosi sin qui sulle chiusure egoistiche nella difesa dei fedelissimi senza se e senza ma.

Quanto alla DC che faceva riferimento a Fontana, che ha perduto ogni affidabilità nei confronti dei soci legittimi del partito ai quali il veronese ha sottratto illegittimamente ogni potere, si aprirà un contenzioso durissimo e in tutte le sedi istituzionali.

Per il progetto di ricomposizione dell’area democratico cristiana, cui abbiamo dedicato gli ultimi vent’anni del nostro impegno politico, attendiamo con curiosità l’esito del voto. Siamo convinti che, in ogni caso, il progetto di ricostruzione dell’unità partitica di una cultura politica di ispirazione democratico cristiana, resti valido per un Paese che intenda riprendere la strada maestra della democrazia secondo i dettami costituzionali.

Questi ultimi, da un lato, sono calpestati da una legge elettorale che annulla totalmente ogni potere di scelta ai cittadini elettori, e, dall’altra, da una condizione di perdita totale della sovranità monetaria, senza la quale non può esistere la sovranità popolare posta alla base del patto costituzionale.

Ettore Bonalberti
Venezia, 30 Gennaio 2018

 

 

 

 

 
     

 

 

12 Gennaio 2018

Ricordo di Gino Ravagnan

 

 

Gino Ravagnan, il nostro “Ereticus” di Insieme ci ha lasciati.

Con lui perdo uno degli amici più sinceri e leali della mia vita. E’ stato un grande industriale che ha saputo sviluppare la tradizione migliore della vallicoltura veneta e uno dei padri fondatori dell’acquacoltura e maricoltura moderne.

Da presidente dell’ICRAM ( Istituto Centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare) lo chiamai a far parte della commissione tecnico scientifica dell’Istituto, presieduta dal compianto prof Ugo Croatto, e, se l’acquacoltura italiana ha potuto assumere un ruolo rilevante nella politica della pesca e del mare, molto si deve alle intuizioni e sollecitazioni che da Croatto a Ravagnan, ebbi modo di trasferire ai ministri dell’epoca, prima Gianni Prandini e poi Costante Degan.

Innamorato della sua terra veneta e delle sue valli polesane, Gino Ravagnan ha saputo introdurre tecnologie d’avanguardia che sono state diffuse in molte altre parti del Mediterraneo.

A lui si deve, tra le ultime sue imprese, lo sviluppo dell’allevamento degli storioni in cattività per la produzione di una delle specialità, il caviale, che ha assunto un ruolo di assoluta primazia a livello internazionale.

Nessuno come Gino ha combattuto contro le inerzie, insufficienze e, talora, le negligenze di molta parte della dirigenza politica e burocratica nazionale e regionale e ai lui si devono alcuni dei trattati tecnico scientifici più importanti in materia di acquacoltura intensiva e semintensiva a livello internazionale.

Gino era, infine, una persona di profonda fede cristiana e radicata cultura popolare ispirata ai valori migliori della tradizione sturziana  e degasperiana.
Ho avuto da lui sempre forti sollecitazioni per le battaglie condotte ai diversi livelli politici e amministrativi, con un rapporto di amicizia contrassegnato da telefonate frequenti sulle vicende più importanti della politica internazionale, nazionale e regionale.

Da alcuni anni ci ha deliziato con le sue noterelle fulminanti di “Ereticus”, nelle quali con estrema libertà esponeva le sue idee, sempre caratterizzate dalla fedeltà ai valori cristiani della sua integerrima ispirazione ideale.

Alla sua amata moglie Francesca, ai suoi figli, ai fratelli e ai nipoti vada il sentimento della nostra più affettuosa partecipazione al dolore per la scomparsa di un uomo che ha fatto onore al nostro Paese, alla sua amata città di Padova e alla nostra comune terra polesana.
Il Signore, nel quale ha creduto da cristiano integerrimo, l’accolga nelle sue braccia amorose nel regno dei Cieli.

Ettore Bonalberti 
Venezia, 12 Gennaio 2018

 

 

 
     
 
 
 
 
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