Le note di Ettore Bonalberti
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13 Febbraio 2018

Come e chi votare il 4 Marzo ?

 

A 18 giorni dal voto del 4 Marzo in giro c’é tanta confusione.

Colpa di una situazione economico sociale dominata dall’anomia, ossia da una situazione di assenza di regole, di discrepanza tra mezzi e fini nella disponibilità delle persone, dal venir meno del ruolo dei corpi intermedi. Una situazione che può sfociare inevitabilmente nella frustrazione con conseguente rabbia, aggressività o, come sembra oggi nel Paese,in una regressione nel mutismo e nella repressione della residua  volontà di reagire

Colpa di partiti in gara che sono simulacri di autentica partecipazione democratica  e, in larga parte, vittime del trasformismo politico che ha caratterizzato negativamente la trascorsa legislatura del “ nominati”, dove la transumanza mercenaria è stata tra le più ampie, se non la più ampia di tutta la storia nazionale.

Il PD, espressione del massimo trasformismo politico e culturale operato dal renzismo, diventato col “giovin signore fiorentino” uno strumento al servizio dei poteri finanziari internazionali dominanti; né carne né pesce per la sinistra, e, non a caso sottoposto a un processo di scissione dai risvolti politico sociali ben più consistenti di quanto emerga nella superficie, con l’avvenuta costituzione del partito dei “Liberi e Uguali”.

Il centro-destra, che ogni giorno appare sempre di più una sommatoria improvvisata e con programmi difficilmente compatibili, tenuti insieme dall’istrionica capacità di un Cavaliere dimezzato, dispensatore di promesse miracolistiche del tutto inconciliaboli con la realtà contabile dell’Italia.

Il M5S, che da partito dei “diversi”, con i casi scoppiati in questi giorni, sta dimostrando che anche i grillini non sono differenti da molti altri e che anche per loro se “ lo spirito è forte, la carne è debole” e l’italica scappatoia dalle regole è una strada percorribile quando “ si tiene famiglia”.
 
Colpa, infine,  di una legge elettorale indegna, frutto di menti malate che, stampate le schede elettorali, diventerà un vero rompicapo per gli elettori  la cui sovranità è ridotta al nulla.

Una situazione particolarmente difficile è quella che viviamo noi “ DC non pentiti” che, vittime di due fallimentari strategie elettorali, ci troviamo nella condizione di orfani nella rappresentanza politica.

Gianni Fontana da un lato, con i suoi catecumeni  pasdaran se-dicenti democratico cristiani, ha scelto la linea dell’isolamento, con il bel risultato di trovarsi con lista e simbolo ricusati, incapace, come lo avevamo avvertito, di raccogliere le oltre 26.000 firme indicate dal rosatellum, e finendo col dare fiato al solo redivivo Azzaro per le regionali laziali; compresa l’occupazione abusiva della sede di Piazza del Gesù, ridotta a sede del suo comitato elettorale regionale .

Fallimentare  anche la strada da noi tentata di un accordo con gli amici ex DC Cesa e Fitto nella quarta gamba del centro-destra di” Noi con l’Italia”. Un po’ per la nostra oggettiva debolezza, privati della  solidarietà prima confermata e poi smentita da Fontana, e, assai di più, per la chiusura egoistica dei due sunnominati, preoccupati di salvaguardare le loro esclusive posizioni nei collegi uninominali strappati al centro-destra, e quelle dei loro fedelissimi.
Tutto ciò nella presunzione di poter raccogliere da soli quel 3% dei voti, indispensabile per la rappresentanza della quota parlamentare. Se, come temiamo, quella soglia del 3% non sarà raggiunta, ci sarà una modestissima rappresentanza  degli eletti nei collegi uninominali e la consegna gratuita di tutti i voti alla coalizione di centro destra.

In questo quadro è forte la tentazione di seguire la strada indicata da qualche autorevole amico DC, di fare appello al voto con scheda in bianco. Un modo per misurare indirettamente la nostra forza. Da parte mia credo sia più opportuno fare appello al voto di coscienza, inteso a sostenere liste e candidati espressione di interessi e  valori più vicini alla nostra tradizione politico culturale.

In attesa del voto del 4 marzo, abbiamo l’esigenza, da un lato, di risolvere i problemi giuridici aperti all’interno della DC, dopo le scelte illegittime compiute senza alcun mandato dai soci da Gianni Fontana, e dall’altro, di non disperdere ogni opportunità presente e futura per ricomporre l’unità dell’area  democratico cristiana e popolare dell’Italia.

Serve riprendere la battaglia vinta col referendum del 4 Novembre 2016 in difesa della Costituzione; serve riprendersi la sovranità popolare, che presuppone il riprendersi della sovranità monetaria, con un programma riformatore che deve basarsi su due scelte fondamentali, in linea con quanto seppe fare la DC negli oltre quarant’anni della sua storia politica:

  1. riprendersi il controllo pubblico di Banca Italia, oggi dominata dagli edg funds anglo caucasici (kazari), che ne determinano le scelte, insieme al controllo della stessa BCE;
  2. separare nettamente l’attività delle banche di prestito da quelle speculative finanziarie, ossia ripristinare la legge bancaria del 1936 .

Le vacue promesse di riforma che sono annunciate nei programmi di tutti gli attuali partiti in lotta per il voto del 4 marzo, mancando di questi due presupposti, sono solo “promesse di marinaio” destinate a scontrarsi con gli interessi di quei poteri che, dal 1992-93, hanno ridotto la nostra sovranità popolare a una mera finzione.

Ettore Bonalberti

Venezia, 13 Febbraio 2017

 

 

 
     

 

 

11 Febbraio 2018

In attesa del 14 Febbraio: cosa accade nella DC ?

 

Non era mai accaduto, se non nei casi di soggetti vittime della “sindrome di Stoccolma”, che una persona si acconciasse ad accordarsi con i suoi più dichiarati nemici; quelli che lo hanno portato dinanzi al tribunale di Roma, che, finalmente, il 14 febbraio prossimo, dovrebbe pronunciarsi sulla validità dell’assemblea dei soci DC del 26 Febbraio 2017,  nella quale Gianni Fontana è stato eletto Presidente della DC.

Ricordiamo che: “il soggetto affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti subiti, prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all'amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice”.

La “sindrome di Stoccolma” sembra aver colpito in maniera irreversibile proprio Fontana, al punto di tentare, in combutta con i suoi nemici, di costruire una lista pseudo democristiana, bocciata nelle sedi giurisdizionali competenti, sino alla pubblicazione di un “ukase” sulla G.U. del 30 dicembre scorso con la quale, di fatto, Fontana puntava a  escludere illegittimamente i soci 2012 della DC dal partito, per sostituirli con quelli del gruppo Azzaro-De Simoni-Cerenza e del redivivo Sandri assurto, dopo anni di scarsa considerazione, al ruolo di nuovo leader politico.

In rapida sintesi, come si è giunti al fallimento di due diverse strategie elettorali: quella di Fontana e nuovi compagni e quella di noi DC legittimi, rimasti orfani di un presidente fedifrago ?

  1. Fontana dal febbraio 2017 ha perseguito una sua linea politica e organizzativa: apertura agli esterni fino alla sostituzione degli esterni rispetto ai soci legittimi.
  2. Si è passati dal tentativo positivo dell’allargamento della base associativa al progetto di occupazione “manu militari” del partito da parte dei vari Azzaro, Coroni, Sandri..
  3. Capriole inverosimili con il gruppo Cerenza-De Simoni e con Sandri: prima accordo capestro senza mandato e non rispettato e, poi, apertura sino al loro subentro, de facto, nel gruppo dirigente. In definitiva gli stessi che ci hanno chiamati in giudizio, che si terrà il 14 febbraio p.v.  sono assurti al ruolo di dirigenti senza titoli  della DC. Dalla prossima sentenza del 14 Febbraio molto dipenderà del nostro futuro: l’assemblea del 23 dicembre è valida oppure no? La lista dei 1749 riconosciuta dal giudice Romano è valida oppure no?
  4. Pesanti sono le responsabilità di Fontana per una serie di atti illegittimi compiuti: decisioni assunte o non fatte senza mandato dei soci legittimi
  5. Di fatto, ha sostenuto una linea politica non votata, dato che le tre mozioni Alessi-Luciani-Azzaro non furono votate dall’assemblea del 18 Novembre, disattendendo in tal modo a  quanto aveva sollecitato ad Alessi nel rapporto con Cesa; ossia di dar vita a una lista unitaria di tutti di DC nell’ambito dell’alleanza di centro-destra. Progetto da lui confermato nella sua relazione del 18 novembre, di cui conserviamo il testo ufficiale, da lui consegnatoci personalmente  al termine della sua relazione e agli atti di quella riunione.
  6. In quell’assemblea Fontana propose due Vice presidenti: Alessi e Carmagnola, la cui designazione fu approvata all’unanimità dall’assemblea, come si evince dal verbale stilato dal segretario verbalizzante agli atti del partito. Continuando a esercitare una gestione di tipo monocratico del tutto incompatibile, tanto sul piano delle norme civilistiche che su quello dello statuto della DC, Fontana è giunto ad inviare la surreale lettera ad Alessi e Carmagnola, con cui intende inibire  loro  di utilizzare il titolo di vice presidenti DC, ossia  di un ruolo da lui proposto e approvato all’unanimità dall’assemblea dei soci il 18 Novembre.

Se la strategia elettorale di Fontana, come gli avevamo preventivato, è risultata fallimentare, dopo la ricusazione del simbolo e della stessa lista,  frutto anche  dell’incapacità dei pasdaran, di cui si è attorniato il nostro,  di raccogliere le firme indicate dalla legge elettorale, anche noi, orfani del presidente che ci aveva abbandonati, abbiamo fallito.

Abbiamo fallito per l’oggettiva debolezza della nostra delegazione, privata di un’investitura formale, anzi contestata con la lettera suicida di Fontana, letta dalla signora Lia Monopoli proprio nell’incontro della delegazione con Cesa e Tassone il 15 Novembre presso la sede dell’UDC. Con quella lettera Fontana, partito per la Cina, disconoscendo sia quanto aveva perorato il giorno prima ad Alessi che la stessa funzione dei due vice presidenti, indicava in Giampiero Samorì il legittimo rappresentante della DC, con ampi elogi alla persona che, non essendo nemmeno socio del partito, risulta oggetto di diverse inchieste giudiziarie.

Un fallimento quello nostro dovuto anche, se non soprattutto, alla chiusura egoistica e priva di respiro strategico di Cesa e Fitto, preoccupati più di salvare le proprie poltrone e quelle dei fedelissimi, che di perseguire il progetto di una ricomposizione dell’area democratico cristiana italiana.

La divaricazione di linea politica e il maldestro  tentativo di Gianni Fontana si è concluso alla fine,  con la presentazione di una lista per l’elezione di Azzaro alla presidenza della Regione Lazio, con un falso simbolo della DC e, di fatto, con una lista esterna ed estranea alla nostra migliore tradizione politica. La stessa sede di Piazza del Gesù, l’affitto della quale era stato sostenuto dalla generosità di alcuni nostri amici DC, da sede ufficiale del partito si è trasformata nella segreteria personale di Azzaro per la sua campagna elettorale regionale.

Continua, infine, la confusione politica, organizzativa e anche amministrativa tra il partito della DC e la vecchia Associazione Democrazia Cristiana creata nel 2013 da Fontana, insieme a molti di noi, giocando pericolosamente sul suo doppio ruolo di presidente di entrambe. E’ evidente che questa situazione di gravissima confusione politica e organizzativa deve cessare.

Confidiamo nella residua sensibilità politica di Fontana, al quale compete il dovere di convocare l’assemblea dei soci legittimi della DC storica, solo ai quali spetta, a norma del codice civile e dello stesso statuto del partito, il compito di assumere tutte le decisioni, comprese quelle di valutare ed eventualmente approvare quelle prese senza alcun mandato dallo stesso Fontana.

In attesa della sentenza del giudice del tribunale di Roma del prossimo 14 febbraio ( salvo rinvii) questo è il miserrimo stato dell’arte di ciò che rimane della DC a guida dell’ex leader veronese, mentre si apre una discussione seria e rigorosa su come votare il prossimo 4 Marzo, in assenza del partito e di una linea politica definita.  Una scelta che avrà inevitabili conseguenze sia sull’esito delle elezioni, con particolare riferimento alla lista degli amici ex DC che giocano sul filo di lana del 3%, che sullo stesso progetto di ricomposizione della DC in Italia.

Ettore Bonalberti
Venezia, 11 Febbraio 2018

 

 

 
     

 

 

2 Febbraio 2018

La maledizione di Moro

 

Tra le lettere di Aldo Moro dal carcere delle BR rimarranno sempre impresse nella nostra mente queste sue parole: “Il mio sangue— aveva scritto Moro ai capi della Dc — ricadrà su di voi». E’ la cosiddetta “maledizione di Moro” che da quasi quarant’anni dal suo rapimento (16 marzo 1978)  e assassinio (9 maggio 1978) continua a perseguitarci.

Anche ciò che è accaduto nella DC, che abbiamo tentato di ricostruire, con la riadesione dei soci del 92-93 nel 2012 e la celebrazione del contestato XIX Congresso nazionale nel quale eleggemmo Gianni Fontana alla segreteria del partito, riconfermandolo alla presidenza nell’assemblea dei soci del 26 Febbraio 2017, sembra dar credito a questo triste presagio.

Da un lato, Gianni Fontana, abbandonati i suoi veri amici, si è rifugiato tra le braccia di alcuni astuti pasdaran, alcuni dei quali mai stati soci della DC e dai tratti caratteristici degli affiliati alle consorterie dei grembiuli e dei compassi, si è intestardito in operazioni fallimentari, conclusesi con la ricusazione del simbolo improvvisato simile a quello di Alberto da Giussano e delle liste dei candidati depositate senza raccolta delle firme prescritte dal “rosatellum”.

Fontana era partito da una riconferma ad amplissima maggioranza e si è ritrovato contestato dai vecchi e nuovi amici, dopo aver compiuto una serie di atti illegittimi, alcuni dei quali di una gravità inaudita, come quello di una comunicazione sulla Gazzetta ufficiale con la quale, di fatto, tentava di far fuori i legittimi soci DC per far posto a improvvisati laudatores dell’ultima ora.

Dall’altro, noi stessi, vittime di un presidente fedifrago, dopo un’assemblea dei soci che si era conclusa senza alcun voto su tre mozioni contrapposte, abbiamo dato seguito agli impegni che, proprio insieme a Fontana, avevamo assunto con Lorenzo Cesa, ossia che: “ la DC si presenti compatta con il proprio simbolo e propria denominazione, formando un’alleanza forte dell’autonomia e dell’attualità dei propri ideali fondati sulla sussidiarietà, desiderosa di un’autentica classe dirigente, formando un’alleanza con il centro destra e con equa distribuzione dei diritti e dei doveri di ciascuna delle componenti”.

Con il presidente Fontana sintonizzato sulla lunghezza d’onda di Coroni e dell’anonimo Azzaro ( “andare da soli”), la possibilità di utilizzare senza contestazioni il simbolo storico della DC era impossibile e la delegazione improvvisata a trattare con Cesa e Fitto ( Alessi, Grassi, Bonalberti e, in avanscoperta, Pomicino e Gargani) oggettivamente debole.

Conclusione? Quella che ho avuto modo di esporre al “duo Fasano” della politica, nella mia lettera spedita loro dopo le conclusioni della vicenda delle liste elettorali.

Ricordo quanto da me a loro rappresentato:

 “Cari Raffaele e Lorenzo,
ho preso atto, non senza rammarico, delle decisioni che avete preso a conclusione della tournée che vi ha visto impegnati per diversi giorni nella formazione delle liste.
Con gli amici superstiti della DC storica, nonostante la diversa e scellerata decisione di Gianni Fontana, avevamo indicato alcuni amici quali possibili candidati nelle liste di Noi con l’Italia, interessati, peraltro, soprattutto al progetto  politico di ricomposizione dell’area di ispirazione democratico cristiana. Un progetto che, qualunque sia l’esito del voto, intendiamo perseguire con lo stesso impegno e determinazione che abbiamo messo in campo da oltre vent’anni.
Ringrazio gli amici Alessi, Carmagnola, Grassi, Giannone, Fago con Pomicino e Gargani che avevano indicato anche la mia persona come una possibile risorsa per il progetto comune che mi era parso fosse anche il vostro..
Ringrazio, in particolare, l’amico Schittulli per la disponibilità espressa  e considero la sua esclusione un grave errore per la coalizione. Come pure grave è stata quella dell’amica Valentina Valenti.
Considero colpevole e di estrema maleducazione il silenzio vile dell’On De Poli, al quale avevo inviato SMS e mail senza mai aver ricevuto risposta, nonostante aver evidenziato a Cesa l’opportunità di un nostro colloquio per decidere insieme il caso del Veneto.
Avete preferito i “fedelissimi” e mi auguro che le scelte compiute risultino vantaggiose per la lista e per l’intera coalizione
Da parte mia, fortunatamente non voto nel collegio di Verona, nel quale non potrei mai votare per Tosi che nel recente referendum costituzionale si é schierato apertamente con Renzi per il SI e oggi, con opportunismo trasformistico degno dei più efficienti saltimbanchi, trova rifugio per sé e per la sua compagna nella lista di Noi con l’Italia.
Si sono preferiti “ i ragazzi del coro” per garantirsi l’immediato, mentre avevo fiducia nella vostra capacità di visione e di leadership per un traguardo più ambizioso  di più vasto respiro.
Spero che dopo il 4 marzo si possa avere in Parlamento un nucleo di amici " DC non pentiti “, anche attorno ai quali poter ripartire per ricostruire in Italia una forza politica ispirata ai valori democratico cristiani e che in quel nucleo si possa contare anche in una vostra diversa e più attenta disponibilità.
Noi, come sempre: “tiremm innanz” e che il Signore ci assista.”

Il prossimo 9 Febbraio, con gli amici Alessi e Carmagnola, V.Presidenti della DC indicati da Fontana e votati all’unanimità dall’assemblea dei  soci DC il 16 Novembre scorso, ci riuniremo presso la saletta dell’Hotel Nazionale a Roma e insieme decideremo il da farsi. Mi auguro, per riprendere il cammino, alla ricerca dell ‘unità di tutti i “ DC non pentiti” e, soprattutto, di quelli delle nuove generazioni disponibili a raccoglierne il testimone politico.

Ettore Bonalberti
Venezia, 2 Febbraio 2018

 

 

 
     

 

 

30 Gennaio 2018

Riflessioni prima del voto

 

 

Una legge demenziale non a caso connotata come “fascistellum”, costruita per salvaguardare le caste dirigenti delle forze politiche presenti in parlamento; partiti lontani da quanto previsto dalla Costituzione (Articolo 49:” tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”)  e ridotti a luoghi di nulla partecipazione, sotto la guida di leader in alcuni casi ineleggibili ( Berlusconi e Grillo), in altri, come nel PD di Renzi, connotato come un “serial killer” dal veterano Sposetti, o in preda alle convulsioni padane della Lega divisa tra Salvini, Bossi e Maroni.

E’ in queste condizioni che si è consumata la saga delle candidature, nella quale ha trionfato ovunque la logica della difesa ad oltranza dei fedelissimi dei capi, con esclusione di ogni voce fuori dal coro a destra, come al centro e alla sinistra dei diversi schieramenti.

La legge elettorale non garantisce, salvo qualche eccezione, nessuno, nemmeno tra i capi che di essa sono stati gli irresponsabili autori, mentre la gara a chi le spara più grosse non è più credibile agli italiani, che vivono sulla propria pelle la condizione di gravissima crisi economica, finanziaria e sociale che il mite Gentiloni si impegna quotidianamente a  confutare.

Nonostante i sondaggi favorevoli al  centro destra e al M5S, ciò che appare all’orizzonte è una sostanziale ingovernabilità che si presta a rendere istituzionalizzato quel trasformismo che ha caratterizzato l’intera passata legislatura, con le affollate transumanze indecenti dei mercenari in parlamento, allora come stavolta, “nominati” dai capataz di ciò che resta degli attuali partiti.

Tutti parlano di riforme, di mirabolanti riduzioni dei carichi fiscali e di ogni sorta di offerte speciali per i cittadini elettori, mentre non si dice una parola sulle gravissime differenze territoriali (nessun partito cita più la questione meridionale)  e di generazione, che sono le emergenze più rilevanti del Paese. Un Paese che fonda la sua precaria stabilità su tre pilastri: la famiglia, la sanità e le pensioni. Tre pilastri diversamente intaccati e resi sempre più fragili e precari.

Con la mia teoria dei “quattro stati” ( la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non stato) ho più volte evidenziato come in Italia si stia vivendo una condizione di anomia ( assenza di regole, discrepanza tra mezzi e fini, venir meno del ruolo dei corpi intermedi) che prefigura una condizione sociale pronta per la rivolta, con la povertà di oltre 4 milioni di persone e la disoccupazione giovanile oltre il 35-40% con punte superiori al Sud.

Per adesso ci si è fermati sulla soglia dell’astensionismo elettorale, ma, sino a quando potrà continuare?

Se non si ritorna alla legge bancaria del 1936, da sempre difesa dalla DC, ossia al controllo pubblico di Banca d’Italia e alla separazione tra banche di prestito ( loan bank) e banche speculative (investment bank), ogni proposito di riforma nel nostro Paese è una presa in giro, buona per le sceneggiate televisive pre-elettorali.

La prima riforma comporterebbe l’abolizione del decreto legislativo n. 385/1993 con cui si superò la legge bancaria del 1936 e la seconda, l’abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo.
In nessun programma di partito è previsto tale impegno e, dunque, ogni promessa  riformatrice come quelle indicate dal centro-destra o dal centro-sinistra sono solo “promesse di marinaio”.

Discorso a parte merita ciò che è accaduto nell’area di ispirazione cattolica e democratico cristiana. Da un lato, una conduzione della DC uscita dal tesseramento del 2012, guidata da Gianni Fontana, al limite dell’illegittimità e totale irresponsabilità politica; dall’altro, un disegno di ricomposizione dell’area democratico cristiana su cui avevamo puntato partecipando al progetto di “Noi con l’Italia”, promosso da Lorenzo Cesa e Raffaele Fitto, consumatosi sin qui sulle chiusure egoistiche nella difesa dei fedelissimi senza se e senza ma.

Quanto alla DC che faceva riferimento a Fontana, che ha perduto ogni affidabilità nei confronti dei soci legittimi del partito ai quali il veronese ha sottratto illegittimamente ogni potere, si aprirà un contenzioso durissimo e in tutte le sedi istituzionali.

Per il progetto di ricomposizione dell’area democratico cristiana, cui abbiamo dedicato gli ultimi vent’anni del nostro impegno politico, attendiamo con curiosità l’esito del voto. Siamo convinti che, in ogni caso, il progetto di ricostruzione dell’unità partitica di una cultura politica di ispirazione democratico cristiana, resti valido per un Paese che intenda riprendere la strada maestra della democrazia secondo i dettami costituzionali.

Questi ultimi, da un lato, sono calpestati da una legge elettorale che annulla totalmente ogni potere di scelta ai cittadini elettori, e, dall’altra, da una condizione di perdita totale della sovranità monetaria, senza la quale non può esistere la sovranità popolare posta alla base del patto costituzionale.

Ettore Bonalberti
Venezia, 30 Gennaio 2018

 

 

 

 

 
     

 

 

12 Gennaio 2018

Ricordo di Gino Ravagnan

 

 

Gino Ravagnan, il nostro “Ereticus” di Insieme ci ha lasciati.

Con lui perdo uno degli amici più sinceri e leali della mia vita. E’ stato un grande industriale che ha saputo sviluppare la tradizione migliore della vallicoltura veneta e uno dei padri fondatori dell’acquacoltura e maricoltura moderne.

Da presidente dell’ICRAM ( Istituto Centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare) lo chiamai a far parte della commissione tecnico scientifica dell’Istituto, presieduta dal compianto prof Ugo Croatto, e, se l’acquacoltura italiana ha potuto assumere un ruolo rilevante nella politica della pesca e del mare, molto si deve alle intuizioni e sollecitazioni che da Croatto a Ravagnan, ebbi modo di trasferire ai ministri dell’epoca, prima Gianni Prandini e poi Costante Degan.

Innamorato della sua terra veneta e delle sue valli polesane, Gino Ravagnan ha saputo introdurre tecnologie d’avanguardia che sono state diffuse in molte altre parti del Mediterraneo.

A lui si deve, tra le ultime sue imprese, lo sviluppo dell’allevamento degli storioni in cattività per la produzione di una delle specialità, il caviale, che ha assunto un ruolo di assoluta primazia a livello internazionale.

Nessuno come Gino ha combattuto contro le inerzie, insufficienze e, talora, le negligenze di molta parte della dirigenza politica e burocratica nazionale e regionale e ai lui si devono alcuni dei trattati tecnico scientifici più importanti in materia di acquacoltura intensiva e semintensiva a livello internazionale.

Gino era, infine, una persona di profonda fede cristiana e radicata cultura popolare ispirata ai valori migliori della tradizione sturziana  e degasperiana.
Ho avuto da lui sempre forti sollecitazioni per le battaglie condotte ai diversi livelli politici e amministrativi, con un rapporto di amicizia contrassegnato da telefonate frequenti sulle vicende più importanti della politica internazionale, nazionale e regionale.

Da alcuni anni ci ha deliziato con le sue noterelle fulminanti di “Ereticus”, nelle quali con estrema libertà esponeva le sue idee, sempre caratterizzate dalla fedeltà ai valori cristiani della sua integerrima ispirazione ideale.

Alla sua amata moglie Francesca, ai suoi figli, ai fratelli e ai nipoti vada il sentimento della nostra più affettuosa partecipazione al dolore per la scomparsa di un uomo che ha fatto onore al nostro Paese, alla sua amata città di Padova e alla nostra comune terra polesana.
Il Signore, nel quale ha creduto da cristiano integerrimo, l’accolga nelle sue braccia amorose nel regno dei Cieli.

Ettore Bonalberti 
Venezia, 12 Gennaio 2018

 

 

 
     
 
 
 
 
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