Note 2007
Le note di Ettore Bonalberti
Archivio


    17 Dicembre 2007
 

Inchieste ad orologeria

Curiosi questi inquirenti napoletani. L’Italia è in preda a sommovimenti di tipo cileno, con la serrata dei padroncini che ha bloccato il Paese costringendo il governo ad una trattativa in mutande; con gli operai a Torino che contestano platealmente il capo della Fiom CGIL e lo stesso Bertinotti, dopo la drammatica vicenda dei cinque morti all’acciaieria Thyssen e con il ceto medio sull’orlo di una crisi di nervi per una qualità di vita che si è ridotta quasi della metà rispetto ai tempi che hanno preceduto l’avvento dell’euro, e loro che ti fanno? Ascoltano alcune registrazioni telefoniche, fanno pedinare un senatore in visita al Cavaliere, lo sottopongono ad interrogatorio e ne ricavano elementi di accusa verso il solito Berlusconi.

Sulla legittimità di tale atto è aperta o si dovrebbe aprire un’inchiesta, ricordando che per analogo comportamento il PM De Magistris è stato messo sotto inchiesta presso il CSM e ne è stato chiesto il trasferimento.

Insomma, mentre a Napoli impazzano le faide di camorra e i disservizi pubblici rasentano la situazione libanese, non c’è di meglio che inseguire, prima Moggi con calciopoli ed ora il Cavaliere, per raccomandazioni di alcune aspiranti veline e compravendita di senatori indecisi.

Ovvio che la notizia prima ancora che all’interessato viene passata alla solita “Repubblica” (formidabile quel D’Avanzo sempre così informato. La carriera di detective sarebbe stata perfetta per uno come lui) che non gli par vero di titolare:
“ Berlusconi accusato di corruzione”.

Insomma “corruttore” per aver caldeggiato a Saccà, direttore di RAI Fiction, l’assunzione di alcune attricette, care, sembra, ad un arzillo senatore in bilico del centro-sinistra e per aver utilizzato metodi discutibili con alcuni altri, Randazzo in testa, proposto nientemeno per un futuro incarico governativo di responsabile per i rapporti con l’Oceania.

Risultato: nessuna di quelle veline è stata mai assunta in RAI e Randazzo e compagni hanno tranquillamente votato per Prodi.

Insomma se proprio facesse il corruttore, Silvio non ne azzeccherebbe una. Non come Prodi che, a colpi di risorse in finanziaria, è riuscito a convincere, lui sì con argomenti concreti, i suoi riottosi senatori.

Ci sarebbe da morir dal ridere se la cosa non accadesse in un momento particolarmente delicato della vita politica italiana.

Saranno coincidenze, certo è che ogni volta che ci si avvicina ad una scadenza particolarmente importante ( svolta nei rapporti tra i partiti, e che svolta quella impressa dal duo Veltroni-Berlusconi; referendum o elezioni anticipate) scatta il meccanismo ad orologeria di una giustizia che cerca di delegittimare il capo dell’opposizione che, ora ne siamo certi, direttamente o indirettamente è continuamente sotto controllo. Insomma, come in Cile ai tempi di Pinochet, o nella Russia di sempre, prima e dopo Putin.

Il bello è che delle diverse inchieste che toccano da vicino il prof Prodi, da Bolzano alla Calabria, nulla si sa e niente si muove. Anzi, si rimuovono i magistrati che hanno osato metter il naso in alcuni affari sospetti. E vai poi tu a dire che la magistratura è davvero indipendente!

Il Paese sarà pure ridotto ad una “poltiglia” o ad una “mucillaggine”, per dirla con il Censis, ma certo anche le sue istituzioni più importanti e rappresentative non offrono un bello spettacolo.

Ci salutiamo qui, con la speranza che il nuovo anno ci porti cose nuove e più serie.
Buon Natale amici di don Chisciotte e arrivederci nel 2008.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 10 Dicembre 2007
 

Nave senza nocchiere in gran tempesta

“Ahi serva Italia di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”

Mai come in questa fase della vita politica italiana è di attualità l’invettiva di padre Dante scritta nel VI Canto del Purgatorio al momento dell’incontro del Poeta e di Virgilio con Sordello da Goito.

Romano Prodi come San Sebastiano: trafitto ogni giorno da lance e frecce più o meno avvelenate da amici ed avversari, legato stretto stretto al palo della tortura di un governo che ogni giorno che passa perde sempre più credibilita e fiducia tra la gente.

Dopo Dini e Wiler Bordon e i continui “penultimati” dell’incredibile Mastella e dopo i recenti giudizi espressi da Fausto Bertinotti sul governo e sul Presidente del consiglio al limite del dileggio, si aggiunge ora il triste episodio di un voto di fiducia sul decreto per la sicurezza in cui, per favorire sinistre e radicali, vengono introdotte norme antiomofobia che solo Andreotti e la senatrice Binetti, tra i teodem e gli ex DC ancora intruppati nelle spire della ex Unione, hanno respinto coerentemente votando contro. Gli altri: tutti allineati, anche il vecchio Scalfaro uso a portare bene in vista il suo vecchio e glorioso distintivo dell’Azione Cattolica geddiana.

Giunge salvifica la stampella di Cossiga, l’eterno bastian contrario che non gli è parso vero di risultare determinante nel salvataggio in extremis di Prodi e di un governo oramai ridotto alla condizione di un morto che cammina. Telefonata galeotta del “meio fico del bigoncio”, D’Alema? In ballo questioni di Politica estera con l’aggravarsi della situazione in Kosovo? Semplice manovra di sbarramento contro il duo Veltroni-Berlusconi? Forse un po’ di tutto questo. In ogni caso: attenti a quei due! Possono provocare imprevedibili sorprese.

In ogni caso, è uno spettacolo desolante,degno di un trattato di psichiatria politica, quello che si svolge davanti ad un Paese ridotto a “poltiglia” o “ mucillagine” secondo le immaginifiche espressioni deritiane dell’appena sfornato rapporto del Censis sulla condizione dell’Italia.

Nel caos politico che si è determinato con la svolta seguita all’incontro Berlusconi –Veltroni , le alternative ipotizzate (nuova legge elettorale, referendum e /o voto anticipato) sembrano drasticamente ridursi a due: referendum o elezioni anticipate.

Il 19 gennaio la corte costituzionale si pronuncerà sul referendum e dopo temo che assisteremo al “ liberi tutti” e, alla fine, “tutti contro tutti”.

Insomma tra poche settimane sapremo se la Befana ci porterà il dono di un nuovo governo per la nuova legge elettorale o il carbone nero di una situazione politica ancor più confusa, in linea con un’oscura stagione che non promette alcunché di buono.

Don Chisciotte



    Radioformihoni, 3 Dicembre 2007
 

A tutto GAZebo

“La truppa bisogna tenerla allenata” ed, allora, gazebo in attività permanente.
Prima per una firma contro il governo Prodi e ieri per indicare la preferenza sul nome del nuovo partito.

E’ una diversa forma di partecipazione politica che si sta affermando. Dopo l’esperienza delle primarie per Prodi e Veltroni sembra finire la stagione della forma partito degli iscritti e della rappresentanza e prendere sempre più consistenza quella dei cittadini tutti elettori. E così si passa dalla partecipazione mediata degli organi di partito a quella diretta tra cittadini ed eletti.

Nel tempo dell’affermazione dei leader popolari e carismatici diventa attuale il dibattito tra partito degli iscritti e partito liquido senza mediazioni tra cittadini ed eletti con seri rischi per un’autentica partecipazione democratica se tutto ciò, come sin qui è avvenuto, si realizza senza certezza di regole e di collaudati meccanismi di controllo.

Un fatto nuovo è in ogni caso accaduto dopo l’incontro di Venerdì scorso tra Berlusconi e Veltroni: la constatazione oggettiva della fine della Casa della libertà da una parte e della stessa Unione dall’altra, con la contemporanea affermazione di due nuovi attori che intendono occupare, d’ora in avanti, la scena da protagonisti senza o con minori condizionamenti da parte di terzi.

La partita è complessa e si chiarirà solo dopo il pronunciamento della suprema corte sull’ammissibilità del referendum Guzzetta sulla legge elettorale. Sarà in quel preciso momento che ogni simulazione dei diversi giocatori verrà meno e si capirà veramente dove si andrà a parare.
Se il referendum sarà dichiarato ammissibile scatta un meccanismo a orolegeria dalla tempistica inesorabile che non permette altre alternative alle tre seguenti:
o si approva una nuova legge elettorale, o si va al referendum, o si va alle elezioni anticipate con l’attuale legge.
Intanto l’inflazione ufficialmente ha raggiunto la cifra del 2,4 % anche se assai più pesante è la sua incidenza nella reale condizione di vita degli italiani che attendono rassegnati gli aumenti annunciati di Gennaio di mutui, luce e gas . A Veltroni non sembra preoccupare granchè se propone di risolvere la vertenza con i taxisti romani con un aumento delle tariffe del 18%.

Siamo alla schizofrenia acuta con prezzi che salgono senza controllo e salari e pensioni che perdono progressivamente potere d’acquisto. Se la politica non si dà una mossa e celermente la situazione finirà con l’andare totalmente fuori controllo.

C'è da sperare che i ragionamenti avviati tra i due più importanti partiti italiani possano tradursi in tempi brevi in fatti operativi concreti.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 26 Novembre 2007
 

Il trilemma dei moderati

Nel Giugno dell’anno scorso, dopo le elezioni politiche, ho publicato un libro: “ L’Italia divisa e il centro che verrà” dedicandolo: “ agli amici di tante battaglie per costruire insieme il Partito della Libertà”. Credo di avere qualche motivo di soddisfazione nel vedere l’attuale evolversi della situazione politica italiana.

La decisione di Berlusconi di dar vita al partito del popolo della libertà, se da un lato decreta la fine dell’esperienza della casa della libertà, dall’altro pone agli elettori il trilemma della scelta: seguire le indicazioni del Cavaliere ? restare fermi sulle posizioni del duo bolognese Fini e Casini che si sentono accerchiati e temono sulla stessa tenuta dei loro partiti? O tentare la via della “cosa bianca”?

Gli oltre 8 milioni di cittadini che sono andati a firmare la settimana scorsa ai gazebo di Forza Italia hanno manifestato la loro netta volontàdi mandare a casa il governo Prodi e, viste le prime reazioni, sembrano attratti dall’idea del nuovo partito che dovrebbe riunire tutti i moderati del centro-destra.

Si attendeva l’implosione dell’Unione, la quale sicuramente non sta bene, ed, invece, è esploso ciò che rimaneva della Casa della libertà.

Ora, però, la situazione di pericoloso stallo che si era creato dentro e fuori delle aule parlamentari si è sbloccata e fatti nuovi si intravvedono all’orizzonte.


Ci sono almeno cinque partiti(Forza Italia, UDC, Udeur, Nuova DC di Rotondi e DC di Pizza) che appartengono alla grande famiglia del PPE i quali non potranno continuare a vivere da divisi e separati in casa;
il Cavaliere, seppur in forma inconsueta, dopo molti tentennamenti, annuncia di volere la proporzionale con sbarramento alla tedesca, di inserire il nuovo partito nell’alveo della tradizione popolare europea e di mettere in discussione la sua stessa leadership con un partecipazione costante dei cittadini elettori nelle decisioni che attengono alla scelta della classe dirigente. Invece succede che chi dovrebbe raccogliere questa opportunità si mette in agitazione e a litigare come punto dalla tarantola.

Tutti ci attendiamo che succeda qualcosa a livello parlamentare prima che la corte costituzionale si pronunci ( cosa che dovrà fare entro e non oltre il prossimo 12 febbraio) sul referendum Segni e Guzzetta, e che si approvi una legge elettorale che annulli la celebrazione dello stesso. La situazione, tuttavia, non ci sembra per niente favorevole e il rischio referendum è ad alta probabilità di riuscita, a meno che Mastella, dopo tanto inutile gridare, non decida di staccare finalmente la spina ed allora le elezioni anticipate non sarebbero pi_ un sogno di Berlusconi.

Chiediamoci: cosa offre oggi la politica al cittadino elettore moderato e alternativo alla sinistra?

la prospettiva indicata dal Cavaliere di un partito che possa concorrere a rappresentare almeno un terzo dell’elettorato, decisivo sia nel caso che si trovi un accordo sul sistema elettorale alla tedesca, sia che si giunga al referendum di cui sembrerebbe scontato l’esito, E, aggiungiamo, decisivo anche nell’ipotesi che, saltando il governo Prodi, si giunga ad un’anticipazione delle elezioni. Ipotesi oggi meno probabile, ma da non escludere del tutto;

quella di un possibile, anche se assai improbabile, accordo tattico Fini-Casini del tutto incomprensibile sul piano politico-elettorale e sin qui determinato soltanto dal rischio di smottamento di quei due partiti le cui sorti elettorali sembrerebbero assai in ribasso e strenuamente impegnati a contenere le spinte centrifughe alla loro destra (Storace e Giovanardi) e, nel caso dell’UDC, anche alla sua sinistra (Tabacci e Baccini);


l’idea di una “cosa bianca” avanzata da Tabacci e Pezzotta, che potrebbe risultare assai meno balzana di quanto non venga fatta apparire.

Non volendo indulgere in previsioni destinate a distruggersi in pochi giorni, attendiamo i prossimi ravvicinati sviluppi parlamentari per poter formulare qualche
ipotesi più realistica, mentre Veltroni e il Cavaliere affilano le armi per un confronto che si annuncia di estremo interesse.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 19 Novembre 2007
 

Diavolo di un Silvio!

Diavolo di un Silvio! Aveva annunciato ripetutamente l’esistenza di una nutrita pattuglia di senatori malpancisti, tanto da fomentare le più fantasiose ipotesi di certe compravendite ed invece il mercato delle vacche, più educatamente definito “voto di scambio”, sembra essere pienamente riuscito a Romano Prodi che, dunque, mangerà anche il secondo panettone a Natale.

Resta, tuttavia, il dato incontrovertibile della dichiarazione di fine di questa maggioranza politica resa da Wiler Bordon e dallo stesso Dini.

Il governo, dunque, non è morto, ma resta un zombie che cammina a fatica..

Sembrava che anche il Cavaliere non fosse in una bella situazione. A furia di gridare “al lupo al lupo” ha corso il rischio che nessuno, almeno tra gli alleati, gli credesse più. Ed invece, grazie al popolo dei gazebo, oltre sette milioni di cittadini elettori, si è avuto il nuovo scatto di reni di Berlusconi che lancia l’idea del nuovo partito del popolo italiano della libertà.

Scottato dai condizionamenti degli alleati durante l’esperienza della passata legislatura, dalla sotteranea e neanche malcelata freddezza degli stessi oramai rassegnati alla sconfitta, durante l’ultima campagna elettorale conclusa in solitaria volata, ed ancor più dalla loro ultima forzata partecipazione alla battaglia decisiva per la spallata, il Cavaliere ha deciso di liberarsi dai lacci e dai lacciuoli degli amici della casa della libertà e, forte del consenso dimostratogli dal popolo dei gazebo, ha superato ogni residua titubanza : scioglimento di Forza Italia e suo ingresso nel nuovo partito del popolo italiano.

“ Non intendo convincere nessuno”. Queste le sue parole lapidarie, e chi ci sta ci sta. Saranno delle assemblee popolari a decidere modalità e forme organizzative del nuovo partito.

A questo punto le residue resistenze, sino alle nette prese di distanza di questi giorni di Casini e, soprattutto, di Gianfranco Fini dall’ingombrante leadership del Cavaliere, dovranno fare i conti con il fatto nuovo della politica italiana: l’annuncio della nascita del nuovo partito dei moderati che da molti, noi compresi, da tempo, ne auspicavano la formazione.


La stessa Lega che per bocca di Maroni ha dichiarato che, sopravvivendo il governo, si passa al confronto sulle riforme, dovrà meditare sulla nuova situazione politica che la dichiarazione netta fatta ieri da Berlusconi a Piazza San Babila comporta. E le prime reazioni di Bossi e Calderoli sono gi‡ improntate a qualche comprensibile apprensione per le conseguenze della scelta.

Insomma, si apre una nuova fase nella vita politica del Paese, anche per coloro che stavano già pensando a soluzioni alternative al duo Prodi-Berlusconi .

Ora si tratta di capire se e come si intende costruire il nuovo Partito. Per noi che da sempre preferiamo soluzioni in linea con il sistema parlamentare di tipo europeo a quelle presidenzialistiche e che crediamo nella democrazia dei partiti nei quali deve valere la regola aurea di “una testa un voto”, non possiamo che valutare con grande interesse, non disgiunto da fondate riserve, il fatto nuovo della politica italiana.

La spinta ci sembra nettamente orientata verso un bipolarismo che, guai se dovesse mantenere quei caratteri di inefficienza sin qui dimostrati. Appare evidente che si punta, anche con l’eventuale riforma della legge elettorale, verso soluzioni inevitabilmente tranchant per le estreme. E,dunque: chi ci sta ci sta.

Insomma, dopo il popolo delle primarie e quello dei gazebo berlusconiani, sembra farsi strada la possibilità di una convergenza oggettiva di interessi tra Veltroni e il Cavaliere, decisi a far assumere ai due nuovi partiti il ruolo di autentici, se non esclusivi, protagonisti, con Gianni Letta pronto a svolgere il suo tradizionale ruolo di Gran Visir. Si dovrà, tuttavia, fare i conti con un Paese in cui la tradizione politica culturale non è certo quella del maggioritario. Intanto registro positivamente l’indicazione data al quotidiano “La Stampa” dal Cavaliere per il sistema elettorale tedesco e per costruire di fatto la sezione italiana del PPE.



    Radio formigoni, 12 Novembre 2007
 

Scenari inquietanti

Prezzo del petrolio in continua ascesa (quasi raggiunta la soglia considerata sino a poco tenpo fa impossibile dei 100 dollari a barile) e corrispondente rivalutazione dell’euro sul dollaro in picchiata.

Banche americane e Federal Reserve colpite dalla crisi dei mutui facili e senza copertura trasferiscono all’estero i loro guai svalutando le enormi riserve di dollari della Cina (i cinesi lavorano e pagano e gli americani consumano) e inguaiando noi europei con un euro sempre più forte. Situazione questa che se ci protegge sul fronte del petrolio rischia di penalizzarci fortemente su quello della competitività nell’economia reale.

Può darsi che a livello politico, almeno in Italia e vista la proposta di finanziaria 2008, non ci si stia rendendo conto di dove si stia andando a parare; mentre, nella condizione di vita quotidiana di noi tutti, sentiamo gli effetti drammatici di una crisi destinata a sconvolgere gli stessi rapporti a livello geopolitico.

La crescita nel costo dei mutui aggrava la condizione di povertà progressiva dei ceti medi che, negli anni dei tassi convenienti, hanno inseguito il sogno della casa in proprietà e rende molto difficile la prospettiva di vita familiare alle nuove generazioni.

Le delocalizzazioni industriali collegate alla globalizzazione rendono sempre più diffusa la precarietà del lavoro, cui si aggiungono i pesanti balzelli di bollette di luce e gas in continua crescita e un’inflazione reale che galoppa ben al di sopra di quanto le normali statistiche ci lasciano intendere.

Si tratta di scenari inquietanti quelli che stiamo vivendo all’interno dei quali, se si eccettua il caso di Nicolas Sarkozy e di Angela Merkel, il parterre della politica europea non sembra offrire statisti all’altezza della situazione.

Non parliamo dell’Italia dove un ministro dell’ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, ci racconta quotidiane sciocchezze in materia di politiche energetiche, puntando sui mulini a vento e sull’illusione del solare quale panacea per i nostri problemi di approvvigionamento energetico.

E mentre tutt’intorno accade questo, il nostro Parlamento da settimane e mesi discute di una finanziaria fasulla che, per far restare in sella il coccolino bolognese sempre in piedi, rilascia cambiali a destra e a manca senza ritegno per le sorti finanziarie del Paese.

Quella che si apre è la settimana decisiva in cui la profezia berlusconiana sulle sorti dell’esecutivo si adempie o si autodistrugge. Sarà l’esito della giornata dell’agguato (Mercoledì 14 novembre con il voto finale al senato sulla finanziaria) a dirci come finirà la partita.

Tra chi punta alle elezioni nel 2008 e chi intende svolgerle un po’ più in là, sembrano prevalare questi ultimi. Chi vivrà vedrà e don Chisciotte, come sempre, non mancherà di registrare con puntualità fatti ed opinioni

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 10 Novembre 2007
 

Una mina vagante per Prodi

Da tempo pensiamo che non sul welfare ma sulla legge elettorale il governo Prodi potrebbe incappare nella sua Waterloo.

Adesso, invece, sembra che potrebbe essere il decreto stralcio sulla sicurezza il casus belli della fine di questa maggioranza.

La situazione dell’immigrazione in Italia, come è noto, da tempo si è aggravata per l’ampliarsi di quel fenomeno tipico della globalizzazione, con al centro lo scontro tra Nord e Sud del pianeta e le forti implicazioni derivanti dal mutamento epocale della divisione del lavoro a livello internazionale.

Il tutto aggravato da una legislazione farragginosa e da una burocrazia inefficiente, con un permissivismo che copre un falso senso della solidarietà, a grande vantaggio di delinquenti che, come diversi appartenenti alla comunità ROM, avvalendosi della cittadinanza rumena, e dunque europei a pieno titolo, in vrtù del trattato di Shengen, possono tranquillamente spostarsi da un Paese all’altro dell’Unione europea.

Sono attratti da un Paese come l’Italia, che a differenza della Romania, severissima nelle pene che là vengono espiate davvero e senza sconti, offre ricchezze da rapinare al Nord come al Centro e una permissività legislativa e giudiziaria ampiamente riconosciuta e propagandata, sì da fare dei rumeni (certo non solo per queste disdicevoli ragioni) la più numerosa compagine di immigrati nel nostro Paese e, soprattutto, tra le più responsabili di fatti delittuosi.

Appena Veltroni ha dovuto prendere drammaticamente atto del fallimento di una amministrazione che, negli ultimi quindici anni, ha visto crescere a dismisura e senza controlli, un sempre più diffuso degrado sociale, economico e culturale, ha trovato nella “caccia al rumeno” la via per tentare di allontanare dalle proprie responsabilità l’attenzione dei mass media e della gente.

Immediata la risposta di Prodi, con Amato costretto da un giorno all’altro a rimangiarsi quanto aveva solo dichiarato ventiquattr’ore prima; ossia l’inesistenza di una situazione di emergenza, tale da giustificare la scelta della decretazione d’urgenza, alla fine giocoforza adottata.

Si agita, e non senza ragioni etiche, culturali e giuridico-costituzionali, la sinistra-sinistra e, dunque, il percorso parlamentare, comunque necessario anche per il decreto, non sarà per niente tranquillo.

Dove, forse, non potrà il boccone amaro del welfare, c’è il concreto rischio per Prodi che proprio sul tema della sicurezza, prima ancora che sulla legge elettorale, possa compiersi il suo destino.

Don chisciotte



    Radioformigoni, 29 Ottobre 2007
 

E’ il cane che muove la coda

“E’ il cane che muove la coda e non la coda il cane”. Quante volte ho ricordato questa espressione cara al compianto Carlo Donat Cattin.

Osservando l’assemblea dei costituenti riunita Sabato scorso alla Fiera di Rho-Pero
mi è venuta in mente alla vista di quei quasi tremila delegati dei quali oltre l’80% a favore di Veltroni. La fusione tra i cattolici dossettiani e gli ex diessini si è compiuta e l’esito non poteva essere che quello da sempre noi previsto: l’egemonia prevalente degli uomini ex e post comunisti con la guida ben stretta nelle mani di un loro stagionato esponente.

E’ la fine del prodismo, ossia di quella fase nella quale era indispensabile agli eredi del PCI affidare la leadership ad un esponente cattolico non organico alla storia più autentica della Democrazia Cristiana, da cui pure, Romano Prodi, ebbe incarichi e ruoli non secondari. E, nello stesso, tempo, il compimento di un processo, caro a Dossetti, Nino Andreatta e Pietro Scoppola, di ricomposizione di un’area progressista ( si fa per dire) catto - comunista.

Se ne é accorta subito Rosy Bindi, esaurita la sua funzione nel controcanto precongressuale dallo scarso esito nei consensi; come pure i 2853 costituenti che, a parte il viaggio turistico a Rho-Pero, hanno toccato con mano la loro sostanziale inutilità, ridotti a spettatori passivi di una kermesse più adatta al clima della festa del cinema romano che ad un’autentica costituente di un nuovo partito.

Ed anche Arturo Parisi, commentando il Veltroni double face, tra il fascinoso della mattina (“quello delle belle parole”) e il decisionista del pomeriggio (“ quello delle prime decisioni” sulle nomine dei coordinatori locali e sulla composizioni delle commissioni che dovranno definire regole e codice etico del PD), ha subito fatto esperienza della vecchia tradizione autoritaria e centralistica mai sopita nei leader diessini vecchi e nuovi.


Beato Veltroni che si affida a fantomatici sondaggi che darebbe il nuovo partito tra il 30 e il 40% e beato Prodi che, nonostante le frequenti e sempre più insidiose cadute al Senato, continua imperterrito a sostenere la parte del coccolino sempre in piedi e a fidarsi dell’imperitura fedeltà assicuratagli dal suo predestinato sicario politico.

Vedere le sparute schiere degli ex DC e popolari, mute e sparpagliate qua e là tra i delegati, costretti tra qualche giorno a leggere il loro nuovo organo di stampa ufficiale “l’Unità”, il giornale fondato da Antonio Gramsci, in via di trasferimento proprietario ai padroni del “Riformista” e di “ Libero”, o, peggio, a cantare “Bandiera Rossa”, come ha fatto il povero Franceschini in una delle ultime assemblee precongressuali, fa veramente pena.

Patetici nella loro ingenuità questi dossettiani post litteram: credevano di andare a suonare, come pifferai magici, in casa dei diesse ed invece sono stati suonati, dimenticando, per l’appunto, che : “ è il cane che muove la coda e non la coda il cane”

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 22 Ottobre 2008
 

Come le tre scimmiette

C’era una volta una stampa cosidetta “indipendente” che si sforzava di registrare i fatti più significativi che accadevano in Italia.
Adesso i giornali di “lor signori” sembrano preoccupati solo di compiacere ai loro padroni.
Prendiamo i quotidiani che vanno per la maggiore, già espressione della nostra vecchia e crassa borghesia: il Corrierone e la Stampa, espressione dei salotti buoni dell’industria italiana; quelli per intenderci che per oltre un secolo hanno sempre saputo legare affari e politica.
Da Venerdì si è avviata in occasione del centenario, la 45^ settimana sociale dei cattolici, ossia uno degli avvenimenti più importanti di riflessione a tutto campo che la cultura cattolica italiana è oggi in grado di compiere, ma di essa, su quei due paludati quotidiani, non c’è traccia.
Il silenzio di questi fogli laicisti e dai toni sempre più accentuatamente anticattolici è un silenzio colpevole, tanto più grave provenendo da redazioni di fior di giornalisti che amano descriversi come assolutamente “indipendenti”.
Passi per la solita “Repubblica” di Scalfari e Mauro, meglio diremmo di Caracciolo e dell’ingegnere tessera n.1 del neonato Partito Democratico. Anche qui, non un rigo di commento, come se oltre 1000 delegati provenienti da varie parti d’Italia riuniti a discutere su documenti preparati da convegni preliminari di assoluto valore, fossero dei fantasmi dai quali rifuggire, espressione di un mondo e di una cultura con cui, assai poco laicamente, ci si rifiuta di confrontare.
Meglio sparare le solite bordate contro le persecuzioni ecclesiastiche ai preti innamorati e le presunte indulgenze verso quelli omosex, che riconoscere un dato incontrovertibile; ossia che, purtroppo, solo dal mondo cattolico vengono quelle approfondite riflessioni sulla condizioni della persona e della famiglia nel mondo di oggi. Persona e famiglia da sempre lontane mille miglia dalle menti obnubilate degli eredi delle sconfitte vulgate veteromarxiste sempre più orientate verso un relativismo culturale e morale senza speranza.
D’altronde in un’Italia in cui la marcia di un milione di manifestanti della cosa rossa contro le decisioni sin qui assunte dal governo e sindacati viene descritta come a sostegno del governo stesso, e in cui le quotidiane liti tra due ministri al limite dell’ingiuria con l’insulto da osteria praticato senza ritegno non sembrano creare il minimo imbarazzo a chichessia, cosa ci si può aspettare se non questi paradossi impossibili in altri contesti sociali e culturali di appena sufficiente caratura liberal-democratica?
Siamo al punto morto inferiore della stessa tenuta di sistema. Meno male che, pur nell’indifferenza di alcuni (purtroppo molti dei quali facitori della cosidetta “opinione pubblica”), a Pistoia e a Pisa donne e uomini di buona volontà si stanno confrontando su un tema carico di speranza: “ Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano”.

Peccato che occhi ed orecchi dei soliti noti continuino a restare desolatamente chiusi.

Don chisciotte



    Radioformigoni, 15 ottobre 2007
 

Guarda come dondolo

La finanziaria 2008 doveva essere quella della svolta. Europa, Corte dei conti e Banca d’Italia dicono che così non é.

Contestato dal commissario europeo per l’economia, Joaquin Almunia, per una finanziaria che non corrisponde agli impegni assunti dall’Italia con l’Unione europea in merito alla riduzione del debito pubblico e del rapporto deficit/PIL; per niente allarmato dalle preoccupazioni della banca centrale europea per “l’allentamento degli sforzi di risanamento strutturale delle finanze pubbliche”; incassati gli stessi rilievi critici dalla Corte dei conti per la mancanza di un preciso impegno per la riduzione della spesa; messo in minoranza in commissione difesa al Senato per gli scarsi stanziamenti a favore delle forze armate, il governo Prodi vive alla giornata con un capo dell’esecutivo che ogni giorno di più è costretto a dondolare tra il SI ed il NO alla sua sofferta sopravvivenza.

Si è appena conclusa la conta dei risultati del referendum tra i lavoratori con l’approvazione a stragrande maggioranza dell’accordo sul welfare siglato dai sindacati con la confindustria, che, sulla base del voto negativo della maggioranza degli operai delle più grandi aziende metalmeccanicche, le sinistre di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani, impongono al consiglio dei ministri alcune varianti in corso d’opera a quell’accordo: il prezzo di una sofferta astensione che faccia loro salvare la faccia di fronte alla base operaia.

Si agitano immediatamente Confindustria e Cisl, che mal sopportano una violazione del metodo della concertazione, con un intervento a gamba tesa dell’esecutivo con cui si cambiano i patti sottoscritti tra le parti sociali e approvati dalle loro basi. E, intanto, si attende l’esito del confronto parlamentaare sempre a rischio

Ma non sarà il welfare e la finanziaria a far cadere il Prodi che dondola.

Dopo il risultato scontato delle votazioni plebiscitarie di ieri per Veltroni, con la fine dei partiti contraenti dei DS e della Margherita e la nascita del Partito Democratico, una domanda si pone con grande curiosità: che farà Veltroni? Quale sarà la sua proposta politica? Con quali alleanze di “nuovo conio”, per usare la formuletta rutelliana, si propone di governare?

E,soprattutto,per quanto tempo ancora acconsentirà a Prodi di dondolare?

Non abbiamo la sfera di vetro e non siamo cartomanti. Se, tuttavia, comprendiamo ancora qualcosa di questa schizofrenica politica della seconda repubblica, crediamo che, salvo qualche incidente di percorso parlamentare sempre in agguato, ( salute dei senatori a vita permettendo) Prodi ce la farà sino a fine anno.

Saranno gli sviluppi del dibattito interno al nuovo partito democratico, la libertà ritrovata dagli ex margheritini rimasti orfani e senza casa, e, soprattutto, l’incombere pericoloso del refererendum sulla modifica della legge elettorale, a fornire i tempi di una crisi annunciata che, fossi nei panni di Prodi, provocherei immediatamente per por fine ad un’agonia impietosa per se stesso e, purtroppo, per tutto il Paese.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 8 Ottobre 2007
 

Come uscire dal cul de sac

Abbiamo parlato la settimana scorsa di autunno del ceto medio con famiglie abituate a stipendi mensili di tre, quattro milioni, sostanzialmente bastanti prima dell’euro per una condizione di vita dignitosa, che hanno visto ridursi il loro potere d’acquisto di oltre il 40%, dopo che quei tre, quattro milioni sono diventati 1500, 2000 € al mese, con gravi ripercussioni sulla stessa qualità di vita.

Non ci fossero alcuni ammortizzatori sociali rappresentati dalla consistente presenza di case in proprietà (oltre il 75-80%) senza oneri per l’affitto, qualche pensione di padre o madre convivente e altri “palliativi all’italiana” (secondo lavoro in nero) la situazione già insopportabile di questa parte significativa del ceto medio italiano da lavoro dipendente potrebbe giungere alla deflagrazione sociale.

Come garantire allora nelle buste paga dei lavoratori dipendenti che giustamente fischiano i sindacati e protestano contro il governo non solo a mirafiori, un incremento di salari pari almeno al 30% per compensare in parte il ridotto potere d’acquisto delle famiglie?

Altra strada non c’è che quella della riduzione del carico fiscale nella busta dei lavoratori, ossia di coloro che rappresentano i contribuenti certi del fisco nazionale, con il prelievo automatico alla fonte.

Questo, però, comporta un profondo sfoltimento della giungla abnorme e parassitaria della spesa pubblica. Probabilmente la via d’uscita va ricercata assumendo decisioni non più rinviabili e annunciate da tempo: la chiusura dell’infelice, antistorica e costosa esperienza delle province e degli enti inutili partoriti da un famelico apparato centralistico; la riduzione drastica sino all’annullamento delle prebende distribuite a piene mani a tutti i livelli alti istituzionali e politico- amministrativi e, soprattutto, rovesciando il rapporto attualmente ancora troppo sbilanciato a favore del pubblico per il privato ( il nostro vecchio e sempre valido slogan di “più società emeno stato”) .

Ciò, tuttavia, presuppone un forte consenso popolare ad un governo capace di assumersi l’onere di tali scelte. Presupposto indispensabile: smetterla con il raccontar fiabe alla Padoa Schioppa e parlar chiaro agli italiani. Se si vuol evitare l’esperienza del tanto temuto “uomo forte”, solo attraverso un più diretto coinvolgimento dei cittadini elettori (che, bisogna finirla di considerarli sudditi di una casta di privilegiati inamovibili) e l’assunzione di una generalizzata responsabilità delle forze politiche è possibile far uscire il Paese dal cul di sacco terribile in cui si è cacciato.

Don chisciotte



    Radioformigoni, 1 ottobre 2007
 

L’autunno del ceto medio

Fino a qualche anno fa andava di moda l’analisi socio economica che connotava le nostre società occidentali come le società dei “due terzi”. Si indicava così la formazione di un blocco sociale caratterizzato da un’omogeneità sostanziale nei modelli di vita e nel potere d’acquisto. Ai margini il restante terzo meno abbiente.

Oggi, se quel tipo di analisi abbia mai rappresentato realisticamente la realtà, non è più così.

Per coloro che, prima dell’introduzione dell’euro, guadagnavano tre quattro milioni al mese e si permettevano una qualità di vita soddisfacente e genericamente riconducibile a quella del ceto medio, dopo l’euro, con 1500, 2000 euro al mese, la musica è totalmente cambiata.

Il potere d’acquisto e la relativa qualità di vita negli ultimi anni si è ridotto dal 35 al 50% con effetti devastanti non solo per i ceti popolari ( quelli che realmente non arrivano con il loro salarioalla terza settimnana), ma per quella stessa classe media che in tutte le società industriali e post rappresenta il nucleo essenziale della tenuta sociale.

Se prima, con tre, quattro milioni al mese una famiglia di quattro persone poteva affrontare con qualche sacrificio, il mutuo per l’acquisto di una prima casa e, con il miglioramento del reddito, la possibilità di un piccolo appartamento al mare o in montagna; garantire lo studio ai figli e permettersi,oltre a qualche periodo di ferie, qualche serata a teatro, al cinema, al ristortante o in pizzeria; adesso,tutto ciò diventa terribilmente difficile, anzi, in molti casi, impossibile.

E’ da questa frattura intervenuta nel ceto medio che bisogna partire per comprendere quanto sta succedendo a livello sociale e politico culturale in Italia.

Quando si tocca il potere d’acquisto del ceto medio che lavora e produce e che, nella maggioranza dei casi (almeno per il lavoro dipendente) paga sino all’ultimo centesimo le tasse, costringendo il lavoratore a consegnare allo Stato l’equivalente di oltre sei mesi della propria attività, in cambio di servizi inefficienti, se non del tutto inesistenti, qualcosa accade nel tessuto sociale e nelle conseguenti scelte politiche.

A questa drammatica, ma reale trasformazione in negativo intervenuta nel ceto medio italiano che sta vivendo una lunga e fredda stagione d’autunno che sembra senza fine, si accompagna la crisi della rappresentanza politica di questo stesso ceto. Prima, con la scomparsa dei partiti storici di riferimento, sostanzialmente riconducibili in larga parte a quelli del centro sinistra della prima repubblica (DC in primis) ed oggi, difficilmente rappresentato da partiti e movimentti i cui leaders ed esponenti istituzionali sono scelti senza regole e con criteri del tutto estranei al potere decisionale degli elettori.

Ecco perché vizi e consuetudini della classe dirigente prima tollerate, (si badi bene una classe dirigente che veniva in ogni caso selezionata e decisa dal voto popolare) oggi non lo sono più e quella stessa classe dirigente, esterna ed estranea agli elettori, viene vista come “casta” contro la quale si levano gli strali dei grilli parlanti di turno.

Con l’autunno e la crisi del ceto medio e la crisi della sua rappresentanza si frantuma il tessuto connettivo della società e la stessa democrazia può esporsi alle più funeste avventure.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 24 Settembre 2007
 

Se la politica si rimbocca le maniche......addio Grillo

La frustrazione è il sentimento di coloro che essendosi prefissati degli scopi o avendo prefigurato per sè degli obiettivi constatano l’impossibilità di raggiungerli.

Alla frustrazione si accompagna spesso l’aggressività. E’ un meccanismo psicologico diffuso che non è estraneo a quanto sta accadendo in Italia con il fenomeno Beppe Grillo.

L’immediata adesione di giovani e non più giovani appartenenti a ceti e categorie sociali e culturali che tagliano trasversalmente le tradizionali divisioni di classe, fanno assumere al grillismo connotati del tutto particolari non riducibili al classico schema: politica - qualunquismo. Così come in maniera ancor più riduttiva esso viene inserito nella più ampia categoria dell’antipolitica.

Anche questa lettura, infatti, risulta insufficiente e fuorviante se, dopo la serie storica degli happenings teatrali e delle più recenti manifestazioni di piazza alla presenza sempre più grande di fans, il comico genovese punta adesso alla formazione di liste civiche trasversali ovunque si presentino scadenze elettorali amministrative all’insegna della vaffanDay…Dunque, un impegno politico a tutto tondo!

A questo si è ridotta la cosiddetta seconda Repubblica: distrutti i partiti storici dell’Italia post bellica e dato fiato al cosiddetto “ nuovo che avanza” ci si trova al punto più basso della credibilità dei partiti di nuovo conio e delle stesse istituzioni rappresentative. L’aria che tira è assai pesante: manca ogni barlume di speranza prevalendo in molti la sfiducia, il disamore, appunto la frustrazione. E tocca ad un comico offrire un simulacro, per quanto effimero, di speranza.

Ai pifferrai che all’epoca dell’infausto referendum Segni-Occhetto suonavano contro la proporzionale e per l’abolizione del voto di preferenza e dopo la distruzione per via giudiziaria della classe dirigente della prima repubblica, è subentrato questo giullare al quale non resta che predicare con la forza delle sue performances tra la folla e la rete del suo blog informatico il degrado cui è giunta la nostra Repubblica.

Con dirigenti politici inseriti nelle istituzioni di assai basso profilo e con una legge elettorale che ha privato il paese reale di una effettiva rappresentanza,quest’ultima ridotta ad espressione diretta delle caste (spesso ridotte a poche persone quando non riconducibili essenzialmente ad una) e preoccupate della sola sopravvivenza, in un momento difficile per gli italiani che si sono visti ridurre di oltre il 30% la loro capacità di acquisto, con conseguenze tragiche sulla loro qualità di vita, nel vuoto dei partiti ridotti a semplici macchine elettorali e con la politica ridotta a garantire privilegi di ogni tipo ad una sempre più odiosa Casta, risulta facile l’azione del Nostro. Un’azione non estranea ma assai ben strumentalizzata da lorsignori e dai loro corifei giornalistici che da tempo puntano al controllo diretto e senza ostacoli del sistema.

E’ chiaro che in questa condizione di anomia e di vuoto della politica, la risposta non può essere la sola frustrazione con annessa progressiva aggressività, ma c’è la necessità di un di più di autentica politica fondata sul giusto equilibrio di interessi e di valori.

Oggi ancor più di ieri è ancora a noi cattolici che si richede un supplemento di impegno per offrire ancora una volta, come nei momenti più difficili della nostra storia, una speranza al Paese che rischia, con la progressiva decomposizione sociale, culturale e politica, di perdere la stessa libertà.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 17 Settembre 2007
 

Così parlò Formigoni

Ci eravamo lasciati la volta scorsa con l’impegno di esaminare le proposte presentate a Rimini da Formigoni all’annuale incontro di Rete Italia. Eccomi, dunque, puntuale ad indicare, almeno, l’elenco di quelle indicazioni programmatiche

Superando le contingenti polemiche tra chi spinge per la formazione del partito unitario dei moderati e chi scalcia nel tentativo di marcare la propria identità e prepararsi a possibile alleanze di “ nuovo conio”, a Rimini Formigoni ha esposto alcuni punti fermi in tema di riforma della scuola e dell’educazione; di riforma fiscale e riduzione della spesa pubblica, con un più forte trasferimento di fondi dallo Stato alle regioni e agli enti locali al fine di garantire maggiore trasparenza.

Una nuova politica del welfare (dal welfare state al welfare society) che veda la famiglia al centro dell’interesse con il riconoscimento del quoziente familiare quale base di un fisco socialmente più equo.

Nuova legge elettorale che garantisca il sistema bipolare, l’elezione diretta del premier, la reintroduzione del voto di preferenza o elezioni primarie con regole certe stabilite per legge.

Necessità di riportare il lavoro al centro del dibattito politico e culturale avendo sempre presente che “la legge Biagi l’abbiamo fatta noi e, dunque, difendiamola”, annunciando la sua partecipazione alla manifestazione in piazza del 20 Ottobre.

E, ancora, liberalizzazioni per ridurre il costo di servizi e tariffe; Ambiente e Sicurezza in uno Stato che rischia di non essere più in grado di garantirla, così come non sembra più in grado di garantire lo stesso diritto di cittadinanza. Insomma incapacità di garantire quelli che sono i fondamentali su cui è nato lo Stato moderno.

Non dimenticando la Giustizia. Una giustizia che fa acqua da tutte le parti, come drammaticamente è emerso dal recente Libro Verde del Tesoro sulla spesa pubblica e considerando che siamo in presenza di un carico arretrato di oltre 9 milioni di processi penali e civili; il che significa che quasi un terzo di italiani sono ancora in attesa di giustizia.

E, infine, il federalismo per cui da sempre si batte il governatore della Lombardia per garantire “la sussidiarietà che è un altro nome della libertà”(il sotto titolo del libro “Che cos’è la sussidiarietà” di Giorgio Vittadini, al centro del dibattito del meeting di Rimini e che costituirà il tema di riflessione e di approfondimento di tutta la rete Italia nel prossimo anno).

Se molti si attardano a discettare di formule e di reversibilità delle alleanze, Formigoni ripropone, invece, il tema dei contenuti e della necessità di ricostruire sul piano programmatico le ragioni di un’alleanza in grado di offrire speranze alle delusioni di una società che rischia, con la frantumazione, di perdere il bene supremo di una democrazia realmente funzionante. Insomma, un discorso da autentico leader al cui ruolo il governatore lombardo non si è fatto scrupolo di dichiarare di essere pronto ad ambire…… non appena le condizioni politiche matureranno.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 10 Settembre 2007
 

Tre errori da evitare

A Rimini, nell’ormai annuale appuntamento degli amici di reteitalia, Roberto Formigoni ha iniziato il suo applaudito intervento ricordando la difficile condizione in cui versa la credibilità del ceto politico nella considerazione degli italiani.

Ha sottolineato la necessità di partire da questo ineludibile dato che non significa alimentare il sostegno ai fautori dell’antipolitica, ma l’assunzione da parte dei politici di atti e comportamenti innovativi e quel più di politica vera che la situazione richiede.

Secondo elemento della sua riflessione: l’esigenza da parte dei partiti della Casa della Libertà di approfondire l’esame delle ragioni di una sconfitta, quella subita nelle ultime elezioni politiche. Un esame che non è mai stato fatto e che, in altri tempi, costituiva un passaggio obbligato per i partiti della Prima Repubblica.

Si è subito fatto ricorso alla denuncia dei pur fondati sospetti di brogli elettorali e a quella strategia della spallata che, dopo più di un anno, è realistico prendere atto che non ha sortito effetti positivi.

Non vì è dubbio che il maggior danno causato al centro-destra sia stata la mancata realizzazione di quella liberalizzazione dell’economia, con la collegata riduzione del carico fiscale e quella vera riforma della giustizia che erano state le stelle polari della proposta berlusconiana agli elettori.

Primo grande errore non aver votato subito, come saggiamente aveva suggerito il presidente emerito Cossiga, una riforma vera della giustizia, preferendo l’inseguimento di numerose inutili e inefficaci leggi ad personam che anzichè ampliare gli spazi di libertà, hanno tolto credibilità all’azione complessiva della maggioranza.

Secondo errore: le resistenze al cambiamento promesso nel campo delle liberalizzazioni, della riduzione del carico fiscale e del contenimento della spesa pubblica con tutto ciò che queste scelte avrebbero comportato in termini di riduzione del ruolo delle inefficienze pubbliche a vantaggio di più ampi spazi di libertà alla società. Resistenze venute soprattutto dall’UDC e da AN, da sempre legati a settori consistenti di Stato e parastato.

E, devastante, fu, infine l’azione di permanente distinguo e contestazione da parte di quel Marco Follini, segretario UDC e V.Presidente del Consiglio, il cui esito si è certificato, ad elezione garantita dai voti del centro destra, con il suo trasformistico indegno cambio di campo nella presente legislatura.

Tre grandi errori di cui sarà bene fare tesoro per garantire ai nostri elettori il rispetto degli impegni che andremo ad assumere verso di loro. A partire proprio dalle proposte indicate dal dodecalogo formigoniano che contengono quanto di più attuale serve oggi all’Italia e di cui parleremo la prossima volta.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 3 Settembre 2007
 

Segnali di fumo

Con gli interventi di Roberto Formigoni all’incontro di Reteitalia a Rimini il 22 agosto e del Presidente Berslusconi, Giovedì scorso, a Telese, durante l’annuale riunione degli amici dell’UDEUR, si stanno chiarendo le posizioni nel campo dei moderati. E dai due Poli si alzano segnali di fumo……

Se Pierferdinando Casini ed alcuni dei suoi amici dell’UDC continuano a porre in discussione la leadership del cavaliere, tentando di rinviare il più lontano possibile le elezioni, con la richiesta di approvare prima la riforma della legge elettorale e, poi, quella di qualche altra norma costituzionale (insomma, roba di alcuni anni più che di mesi), nessuno, di quel che resta della Casa delle libertà, tra Forza Italia, AN e Lega, pensa che si possa affrontare una prossima competizione elettorale senza la guida e la leadership carismatica di Berlusconi.

Anche Formigoni l’ha messo in chiaro una volta per tutte a Rimini: Berlusconi è e rimane, almeno in questa fase, il leader indiscusso della Casa delle libertà e la personalità intorno a cui costruire la nuova compagine di governo se, come i sondaggi sembrano indicare, i moderati torneranno ad essere maggioranza nel Parlamento, così come lo sono da sempre nel Paese.

Altra questione è e sarà il tema della leadership nel partito che inevitabilmente si dovrà costruire in tempi non rinviabili sine die e, quella collegata, di un futuro post berlusconiano ( per ora prospettiva fuori della realtà).

A Telese il Cavaliere ha definitivamente chiarito la sua volontà di arrivare al più presto ad elezioni politiche, superando questa incredibile farsa di un governo che sopravvive indecorosamente alle quotidiane risse tra i ministri e i numerosi partiti di un ‘ Unione che più disunita di così non si può.

Ma, fatto ancor più significativo, dopo le manovre di avvicinamento ai diversi sopravvisuti spezzoni democristiani, Berlusconi ha provocatoriamente annunciato, per stimolare le aspirazioni di Mastella e dei suoi, di essere pronto a cedere ai più giovani la guida del nuovo partito dei moderati, sezione italiana del Partito Popolare Europeo,
Le sue parole sono state: “mettetevi tutti insieme, datemi una carica onoraria e vi lascio il partito dei moderati.

Al di là della boutade, Berlusconi comprende bene che il passaggio delle elezioni anticipate con la sua leadership di governo comporta il costo della nascita di una federazione prima e di un partito dei moderati o della libertà poi, che possa fissare obiettivi e traguardi oltre i naturali tempi politici dei singoli protagonisti, Cavaliere compreso.

Ciò corrisponde a quanto auspicato dall’On Fini e da chi come noi da molti mesi ed anni lo vanno auspicando.

Certo in questa prospettiva, ben venga l’azione di quanti, Maria Vittoria Brambilla compresa, si stanno dando da fare per recuperare il massimo dei consensi tra gli elettori moderati, ma attenti: quello che vogliamo è la nascita di un vero nuovo partito in cui le decisioni vengano assunte in base alla regola aurea : “una testa un voto” e dove si possano liberamente confrontare le diverse sensibilità e culture politiche. A partire di quella di noi cattolici che, certo, non staremo alla finestra passivamente a guardare.

E ,in questa prospettiva , bene ha fatto Roberto Formigoni a porre il tema della sua disponibilità a concorrere con metodo democratico alla scelta del futuro leader, accompagnando questa sua volontà dall’indicazione di un dodecalogo programmatico di cui parleremo la prossima volta.

Ora abbiamo diversi aspiranti campioni in campo e il risultato del recente sondaggio dei quotidiani “ Il Giorno”, “ Il resto del Carlino” e “ La Nazione” sull’eventuale leadership della Casa delle libertà del nostro Formigoni ( ben si intende dopo Berlusconi) ci lascia ben sperare. E, dunque, che il confronto si apra tra quanti aspirano, con Berlusconi, a ridare ai moderati il ruolo dirigente nel e del Paese.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 23 Luglio 2007
 

Voglia di Sarkozy

Immaginate un presidente del consiglio indagato a Bolzano e a Catanzaro; i capi del partito più forte della coalizione di maggioranza indagati dalla procura di Milano; il v.ministro delle finanze indagato da quelle di Roma e di Milano e il suo ministro oggetto di querela per diffamazione dall’ex comandante generale della Guardia di Finanza; il capo di gabinetto del ministero degli Interni e già capo della polizia indagato dalla procura di Genova; l’ex governatore della Banca d’Italia anch’egli indagato da diverse procure italiane; idem il capo dei servizi segreti .

In uno scenario assai meno inquietante di questo cadevano ad una ad una le teste dei ministri della prima Repubblica appena sfiorati dall’iscrizione nel registro degli indagati e, per ancora assai meno implose per l’impotenza e la coda di paglia di alcuni la stessa Prima Repubblica

Ora gli inquirenti di allora o sono diventati ministri del governo guidato da una loro antica conoscenza e in compagnia di alcuni degli attuali indagati o vestono senza timore l’agognato lati clavio senatoriale. E lo fanno sbandierando un’assai poco credibile bandiera dell’Italia dei valori o allineati e coperti dietro a quella rossa con la falce e martello, amica di sempre.

Ed allora se la credibilità di questo governo è ridotto ai minimi storici nella valutazione dell’opinione pubblica non c’è da meravigliarsi.

Eppure continuano con facce di bronzo al limite dell’improntitudine, nella convinzione che mollare adesso potrebbe voler dire consegnare senza combattere il potere all’odiato Cavaliere e rinviare sine die la possibilità di riconquistare le poltrone così faticosamente occupate, ancorchè in maniera contorta al limite dei brogli elettorali tuttora oggetto anch’essi di indagine senza possibilità di reale verifica.

E’ una situazione paradossale al limite della tenuta del sistema democratico.

E molti italiani logorati dalle scelte assurde e irresponsabili di un governo che, pur di accontentare una parte del proprio elettorato cui si era promesso ciò che non era oggettivamente proponibile (l’annullamento dello scalone previsto dalla riforma Maroni delle pensioni varata dal governo di centro destra), guardano con invidia a ciò che al di là delle Alpi i cugini francesi hanno saputo operare con la scelta presidenziale di Nicolas Sarkozy. In poche settimane sta letteralmente rivoluzionando la Francia con quella determinazione e sicurezza che sono state alla base del successo su Segoléne Royal.

Nel discorso di Epinal, tenuto nei giorni corsi in cui ha presentato per la prima volta le sue personali “ piste di riflessione”, Sarkozy ha ribadito che: se “ i francesi mi hanno eletto alla testa dello Stato è per condurre il cambiamento”.

C’è una voglia diffusa di un Sarkozy italiano capace di superare le contraddizioni di un sistema impazzito e bloccato e le ricorrenti dimostrazioni di ampio consenso popolare attorno alla figura del Cavaliere sono il segnale della ricerca di uno sbocco politico in grado di superare le contraddizioni ed i limiti di un sistema di potere dei partiti ridotti sempre più a comitati d’affari guidati da leader non più credibili, tenuti a galla solo da un perverso meccanismo che fa della cooptazione,alternativa alla preferenza liberamente espressa dagli elettori, la condizione attraverso cui essi determinano i percorsi e le carriere politiche dei propri seguaci, sempre più fedeli cooptati e sempre più lontani dagli interessi e dai valori della gente.

Ahimè, se si esclude il Cavaliere che sembra ritrovare ogni giorno di più credibilità e charme tra gli elettori, assai poco di veramente nuovo si intravede nello scenario nazionale.

In attesa che il referendum giunga ai suoi esiti si sta discutendo sul se e come superare l’attuale fase di profonda decadenza politica senza rimpianti. Se non proprio Sarkozy almeno qualche leader caratterizzato da una indiscussa credibilità politica e di provata esperienza di governo è tempo che si affacci sul proscenio nazionale. Può darsi che le elezioni siano più vicine di quanto non appaia ed anche se il duello a breve non potrà che vedere confrontarsi a singolar tenzone l’indomito cavaliere di Arcore e l’ondivago e inconcludente sindaco di Roma, ci auguriamo che altri protagonisti possano presentare le loro credenziali per porsi alla ribalta come risorse preziose della nostra Repubblica.

Da questo punto di vista le recenti sortite del nostro Roberto Formigoni ci fanno ben sperare convinti come siamo che sarà ancora dalla Lombardia che potrà venire all’Italia quella spinta di innovazione senza la quale saremo destinati alla sicura ruina.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 16 Luglio 2007
 

Non se ne può più

Non bastava il filmato dei brogli elettorali perpetrati in Australia nelle votazioni degli italiani all’estero, ennesima prova di una conclusione anomala dell’ultima tornata elettorale.

E nemmeno lo scandalo di un’Associazione Nazionale magistrati che ricatta il Parlamento, unico depositario della sovranità popolare, minacciando scioperi subito rientrati ad incasso ricevuto.

E non bastava la crisi apertasi tra i diversi livelli istituzionali della nostra democrazia.

Avevamo sperato in un atto di ravvedimento dei nostri senatori a vita. Invece, ancora una volta, hanno dato l’ennesima dimostrazione di contribuire ad alterare quel confronto tra le forze reali del Paese che le anomale conclusioni elettorali di cui sopra hanno reso difficilissimo al Senato.

Prima Andreotti salva il governo e venerdì scorso i soliti esponenti di un partito mai votato hanno salvato, sempre per un voto, Prodi e i suoi compagni su una controriforma della Giustizia che anziché risolvere finisce con lo scontentare tutti: magistrati ed avvocati.

Il tutto in un Paese in cui la fiducia nelle istituzioni è giunto al limite morto inferiore.

Ha un bel dire il Presidente Napolitano che finchè c’è un voto di più al Senato non si può fare nulla. Certo la situazione è al limite della sopportazione e della tenuta democratica del sistema. Basta poco per far trasformare l’onda crescente antipartitica e antiparlamentare in un vero e proprio strappo della stessa democrazia.

Non ci sono scorciatoie come quelle malcelate da Rutelli e da Casini di un nuovo centro-sinistra puntellato dall’UDC. Pensare di supplire ai 150 e passa voti delle diverse sinistre con le deboli truppe udicine resta un miraggio solo nei cervelli di qualche illuso.

Alla crisi politica, istituzionale che accompagna quelle ancor più gravi culturale, economica e sociale, c’è solo una via d’uscita così come previsto dalla nostra Costituzione. Si ridia la parola agli elettori e si determinano le condizioni per una vera svolta politica del nostro Paese.

Continuare a tenere in vita un ectoplasma di governo con la respirazione bocca a bocca di senatori senza più alcuna rappresentanza reale è far male a se stessi e, ancor di più, alla stessa democrazia repubblicana.

Intanto giunge notizia che Rosy Bindi ha deciso che si candiderà in alternativa a Veltroni. Coraggiosa la nostra stagionata pasionaria di Sinalunga. Ma chi rappresenterà nel nuovo Partito democratico a sicura egemonia diessina? I cattolici adulti di Prodi? Le mosche cocchiere dossettiane cattocomuniste? Certo non i teodem di Binetti, Bobba e Carra ( a proposito ma che ci staranno mai a fare questi onesti difensori dei valori cattolici in questo nuovo raggruppamento senza più tradizioni e senza approdi?). Ad ogni modo in un pollaio pieno di capponi almeno la Bindi dimostra di possedere gli attributi. Ed, allora, tanti auguri alla Rosy e che i giochi aperti dai due galli cedroni, D’Alema e Marini, possano trovare qualche ostacolo alla loro riuscita.



    Radioformigoni, 8 Luglio 2007
 

La repubblica dei capibastone

Venerdì scorso da Brescia a Venezia l’Eurostar 9713 viaggiava con un’ora e mezza di ritardo.
I vagoni con il sistema di condizionamento fuori uso sembravano cabine da bagno turco: i viaggiatori furenti.

Sabato mattina all’ufficio postale è stato impossibile ritirare il passaporto per lo sciopero dei dipendenti e i cittadini, molti dei quali solo al Sabato possono espletare alcune pratiche burocratiche, letteralmente fuori dai gangheri.

Insomma in due sole giornate ho provato quello che si sente ogni giorno dai telegiornali e si legge sui quotidiani: non c’è categoria che non protesti e il Paese sembra sempre più ridotto alla condizione dantesca di: “nave sanza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincia ma bordello”.

Apro i giornali sabato e leggo che D’Alema, snobbando le prossime scadenze che riguardano leadership e avvio del nuovo Partito democratico, si chiama fuori essendo impegnato a “far altro”, prefigurando per sé, nell’immediato futuro, l’incarico di facente funzione del ministro degli esteri dell’Unione Europea al posto di Xavier Solana.

Da cosa gli derivi questa sicurezza di un ‘Europa, oramai in prevalenza guidata dai partiti che si ispirano al Partito Popolare Europeo e con quelli dell’est europeo fortemente orientati in senso euroatlantico, pronta a favorirne l’approdo è mistero da interpretare.

Diffusa è, in realtà, la sensazione di un crisi irrimediabile della seconda repubblica dopo i conflitti istituzionali tra Governo e massime autorità della guardia di Finanza e della polizia, con lo scontro avviato tra Consiglio superiore della magistratura e organi preposti alla sicurezza dello Stato e un Parlamento ridotta alla totale impotenza legislativa generandi.

Assoluta confusione non solo dal lato delle politiche economiche e sociali (formulazione del DPEF, federalismo fiscale, rapporti tra Stato, Regioni ed enti locali; riforma pensionistica e utilizzo del tesoretto variabile nelle mani del ministro Padoa Schioppa con il suo permanente sorriso chaplianiano a piena dentiera ), ma anche e soprattutto totale è la confusione sul piano della riforma della giustizia; su quello della legge elettorale sospesa tra l’impotenza politica di un parlamento bloccato tra forze che si annullano nelle contrapposte soluzioni e un referendum sempre più minaccioso che, in assenza d’altro, segnerà la fine di questa legislatura.

Pressoché unanime tra tutti i capibastone dei diversi partiti, senza eccezione alcuno, la difesa di un sistema senza le preferenze, che ha ridotto la rappresentanza politica ad una classe assai poco dirigente quanto piuttosto eterodiretta perché scelta per cooptazione dall’alto.

Sino a quando non si tornerà ad un sistema in cui la scelta degli eletti tornerà con la preferenza in mano agli elettori, obbligando gli eletti a mantenere uno stretto rapporto con le realtà di base, scivoleremo sempre più su una china pericolosa antidemocratica e sempre più netto sarà il distacco tra paese legale e paese reale.

E’ tempo che coloro che anche in politica affondano le loro radici nei principi e nei valori della dottrina sociale della Chiesa facciano sentire alta e forte la loro voce.

E’ tempo che coloro che si rifanno alla tradizione e alla realtà del partito popolare europeo superino le attuali divisioni interne per costruire insieme quella sezione italiana del PPE che, per il centro moderato italiano, può e deve rappresentare il punto di riferimento essenziale nel contesto dell’Europa.

Proprio per approfondire questi temi, il prossimo 12 ottobre ci riuniremo a Firenze con cattolici e laici di diversi schieramenti partitici per ragionare insieme sul ruolo dei cattolici in questa fase difficile di tormentata transizione dalla seconda Repubblica alla Quarta Fase della nostra storia repubblicana.



    Radioformigoni, 2 Luglio 2007
 

Una situazione ….Speciale

In gamba il generale Speciale! Militare tutto d’un pezzo non poteva far finta di nulla dopo le infamanti accuse rivoltegli al Senato dal ministro Padoa Schioppa per giustificarne la rimozione.

Ed ora, oltre al Visco indagato dalla procura di Roma, si aggiunge una denuncia per diffamazione e calunnia da parte dell’ex generale comandante della Guardia di finanza nei confronti del ministro Padoa Schioppa e dello stesso Capo del Governo, Romano Prodi, ritenuto responsabile del documento presentato in Parlamento: “Accuse del Governo al generale Speciale”.

Se fossimo in un Paese normale quel ministro arrogante si sarebbe dimesso da tempo, ma, riconosciamolo, non siamo più un Paese normale.

Napoli è sommersa dall’immondezza, la gente non ne può più,Bertolaso sconsolato sembra gettare la spugna e Bassolino e la Iervolino che fanno? Restano silenti e impotenti incollati alle loro poltrone come se la faccenda non li riguardasse.

A Roma un gruppo di pendolari napoletani occupano i binari pretendendo di viaggiare gratis per una vecchia promessa di rimborso non mantenuta sempre dell’ineffabile governatore campano. Quello che, con l’aiuto di suo figlio banchiere, è impegnato a trasferire, con complicate operazioni finanziarie, ai futuri amministratori campani gli oneri di una gestione amministrativa fallimentare da incubo e che fa rimpiangere ai napoletani il tempo di Lauro, dei Gava e Cirino Pomicino.

Sempre a Roma, infermieri in rivolta per la scarsità degli organici, per protestare decidono di mettersi in malattia tutti insieme, come colpiti da improvvisa epidemia, senza che qualcuno abbia qualcosa da dire.

E, mentre in varie parti del Paese, con preferenza a Milano e Roma, la violenza sulle donne, disordini e reati di ogni tipo sono consumati sempre più frequentemente da singoli o da gruppi di immigrati irregolari, il governo vara una legge che garantirà un accesso ancor più libero ad un’immigrazione senza regole, con il solo scopo di annullare quanto di positivo aveva assicurato la Legge Bossi-Fini.

Insomma siamo in piena confusione istituzionale, politica e ad un grande disorientamento morale, politico, culturale e sociale in una situazione economica per molte famiglie al limite della sostenibilità.

Il conflitto istituzionale scatenato dal caso Governo-generale Speciale (perchè non riguarda adesso solo il vice ministro senza deleghe) potrebbe concludersi con le dimissioni di Visco “spontanee” o sollecitate da un voto annunciato al Senato su una mozione della Casa della Libertà.

Con la raccolta delle firme per il referendum sulla legge elettorale che continua e l’impasse parlamentare su una soluzione condivisa del tema, il meccanismo ad orologeria della crisi si è già avviato e se non è per lo “scalone”, sarà, forse, proprio quello della legge elettorale il casus belli che provocherà la fine anticipata della legislatura.



    Radioformigoni, 25 Giugno 2007
 

Quello della tessera n.1.

Incappati nelle compromettenti intercettazioni del caso Conforte-Unipol, preso atto della fallimentare gestione del governo Prodi, finiti in mezzo al guado di un’operazione politica che ha già segnato nella carne i DS con la rottura di Mussi, Angius e Salvi della Sinistra Democratica, per non perdere l’intera partita, D’Alema e Fassino con i DS non potevano che rifugiarsi tra le braccia del giovane Walter.

Operazione necessitata con la benedizione di Marini e Rutelli che fa, tuttavia, indisporre Prodi e li seguaci sui, i quali,si rendono conto che, al di là delle assicurazioni di rito, la nomina di un segretario a tutti gli effetti del Partito Democratico, con tanto di benedizione popolare di primarie scontate, non potrà che far scattare il meccanismo ad orologeria della crisi di governo.

Sembrano agitarsi alcuni altri candidati in pectore, come Bersani appoggiato dal riformista Enrico Letta, ma, forse più per garantire un’apparente scenografia democratica a delle primarie ottombrine che si annunciano senza storia.

Insomma è finita come doveva finire: i DS si riprendono l’egemonia del nuovo partito e i neodossettiani, ex popolari ed ex DC ridotti a ruote di scorta come sempre si è detto ricordando l’adagio donatcattiniano del “cane che muove la coda”. Proprio come aveva pronosticato quel grande amico dei proletari Carlo De Benedetti, non a caso tessera n.1 del PD.

Adesso, però, è tempo di prepararsi alla nuova situazione politica che si prospetta. L’ipotesi del governo di larghe intese è definitivamente tramontata , se anche D’Alema sostiene che dopo Prodi ci aspettano le elezioni. E come potrebbe essere diversamente dopo che, con l’attuale sistema elettorale, si è votato per scegliere tra due coalizioni alternative e tra due leaders confrontatisi a singolar tenzone? Può solo nascere un governo del presidente per votare il bilancio e una riforma elettorale largamente condivisa e poi tutti al voto.

Le velleità di Casini e company si infrangono definitivamente contro il muro della realtà e alla Casa della Libertà non resta che ritrovare la perduta compattezza attorno all’unico leader oggi nelle corde dei moderati, cioè Silvio Berlusconi.

Certo è intrigante la proposta di Pezzotta e potrebbe diventare appetibile anche agli scontenti della Margherita, oltre all’UDEUR, se solo finalmente si cominciasse per davvero a costruire la sezione italiana del PPE. Operazione nella quale tutte le energie andrebbero utilizzate, compresa quella intelligente dell’amareggiato Tabacci.

Bisogna stare attenti a questi ultimi colpi di coda velenosi del governo Prodi senza più ritegno: via il capo dei servizi segreti, Nicolò Pollari; via il generale Roberto Speciale, comandante della Guardia di Finanza e adesso via il Capo della Polizia, Gianni De Gennaro. In poco più di un anno si è occupato tutto quanto l’occupabile senza risolvere alcun problema. Decisionisti al massimo nello spartirsi gli incarichi quanto impotenti nel governare realmente il Paese.

Speriamo che finalmente se ne accorgano anche quegli “eminenti personaggi” dei senatori a vita che hanno dato lustro all’Italia : ossigeno allo stato puro per un paziente in coma permanente. E’ triste riconoscerlo, ma, forse, spetterà proprio a loro staccare la spina dopo l’estate, con tutti quei pavidi e dal sedere incollato alle poltrone che si ritrovano nell’Ulivo e nei cespugli d’intorno. Sono anche pronti i quattro della sinistra- sinistra (Mussi,Bianchi,Ferrero e Pecoraro Scanio) con la lettera ultimatum a Prodi e pure Clemente Mastella, stavolta, sembrerebbe fare sul serio. Chi vivrà vedrà.



    Radioformigoni, 18 giugno 2007
 

Verso la “Quarta Fase”

Romano Prodi sembra colpito dalla “sindrome dell’anguilla”: scivola via dall’assemblea della confartigianato dove manda il povero Bersani, vittima sacrificale come Davide nella fossa dei leoni; si sottrae da quella sui servizi sociali di Padova per evitare di incrociare i contestatori dell’allargamento della base Nato al Dal Molin di Vicenza.

Insomma ogni volta che si affaccia a qualche convegno o manifestazione pubblica sono gragnuole di fischi e di insulti. Viene contestato da associazioni di categoria, da studenti ed operai; con i pensionati alla fame si risponde con la polizia, come mai era avvenuto prima in Italia; mentre con i no global e i black bloc si attua la strategia flessibile del prefetto Serra.

Il governo sembra aver perso ogni giorno di più il controllo della situazione ed anche all’interno di una maggioranza sempre più sbrindellata si attende solo il tempo in cui il killer assesterà il colpo mortale con cui decretare la fine della corsa.

Situazione confusa in casa diessina con Fassino e D’Alema che reagiscono con toni ed atteggiamenti diversi agli attacchi alle loro telefonate imprudenti con Consorte al tempo della scalata Unipol alla BNL; algida difesa d’ufficio del premier, anche lui chiamato in causa dalle telefonate nell’affaire e silenzio assai poco incantatore degli uomini della Margherita. E’ in questo clima non proprio idilliaco che dovrebbe nascere il partito democratico.

Anche nella sinistra di rifondazione e dei comunisti italiani ci si lecca le ferite dopo il flop della mancata adunata antiamericana di piazza del popolo e il sempre più forte distacco da quei movimenti dei no global e dei centri sociali che pure ne avevano costituito la base di rappresentanza.

Insomma è lo sfascio del blocco sociale, politico e culturale su cui si era tentata l’operazione di uscita dalla terza fase, iniziata con l’assassinio di AldoMoro e proseguita con la fine della prima repubblica; uno sfascio che sfocia nell’agonia rantolosa della seconda repubblica.

Il tentativo dei neo dossettiani di ricomporre il sogno dell’antico maestro di unificare le sinistre marxiste con quelle di ispirazione cattolica è miseramente fallito nelle finte leadership dei Franceschini, Letta e Castagnetti (per non parlare del voltagabbana, l’impresentabile e indifendibile Marco Follini) proprio nel momento in cui un grande leader sindacale, come Savino Pezzotta, dopo la straordinaria giornata del family day, si convince che non c’è posto per i cattolici nell’annunciato Partito Democratico e si appresta a ricomporre le fila di una presenza impegnata di cattolici, oggi nel prepolitico, sociale e culturale, ma con inevitabile proiezione istituzionale futura.

E’ tempo di riflessione per tutti e mentre serve un governo di decantazione per un cambiamento veloce della legge elettorale e il rapido ritorno alle urne, se, da un lato, la Regione Lombardia con Roberto Formigoni si interroga con un seminario appena concluso sull’esperienza assolutamente originale ed innovativa a livello europeo del modello di welfare e di governance sussidiaria lombardo; dall’altro un gruppo di ex combattenti e reduci della sinistra sociale DC, si danno appuntamento ad Ottobre a Firenze, per attivare, con la celebrazione del 25° anniversario della rivista “il governo delle cose”, ancella della più famosa “Terza Fase” di Carlo Donat Cattin, una riflessione a tutto campo sulle prospettive politiche dei cattolici nel tempo di questa ormai avviata “Quarta Fase”.

Anche se spiacerà a qualcuno: c’è ancora bisogna di “intellighenzia” cattolica per uscire dalla crisi.



    Radioformigoni, 11 maggio 2007
 

Crisi superata, ma per quanto ancora?

Minaccia di crisi , almeno per adesso, superata, con il voto a maggioranza con cui si è concluso il dibattito al Senato sulla vergognosa storia tra il V.Ministro Visco e il generale comandante della Guardia di Finanza Speciale.
Prodi, come Coccolino, ancora una volta resta in piedi, ma il suo governo è sempre più un’anatra zoppa.

Mastella e Casini, dopo il pranzo consumato in comune nei giorni scorsi, agiscono come talpe all’interno di entrambi gli schieramenti: il primo esternando ogni giorno il suo malumore per la tenuta di un governo sempre più impotente e l’altro invocando un nuovo governo Marini, senza leaders politici, destinato a durare sino al 2009, anno in cui si propone di unificare elezioni europee e politiche generali.

Prove, insomma, di ricostituzione di un grande centro, che rincuora i nostalgici democristiani d’antan come me, ma fa a pugni con la realtà di un bipolarismo da cui non si torna più indietro. Movimenti anche tra i teodem e dintorni con Savino Pezzotta in veste di capopolo ed ora non solo per la Piazza come per il Family day…..

I DS, dopo il caso Visco, tremano all’annuncio della desegretazione dei verbali sull’affare Unipol-Consorte, mentre il quotidiano “ LA STAMPA” pubblica una serie di notizie relative a conti esteri che vedrebbero coinvolto Massimo D’Alema collegati a strani movimenti di denaro al tempo dell’affare Telecom.

Se i diessini vivono una condizione terribile, con l’intervenuta rottura con il gruppo costituitosi della nuova sinistra democratica (Mussi, Salvi e Angius), orfani del proprio partito e in mezzo al guado di una difficile attraversata verso il nuovo Partito democratico, Forza Italia e il Cavaliere sembrano vivere una nuova giovinezza e un ritrovato feeling popolare .

Alle manovre centriste del duo Casini-Mastella, dopo il voto dei ballottaggi, assisteremo alle contromosse di Berlusconi, Bossi e Fini e qualcosa di più si capirà sull’evoluzione del quadro politico.

Intanto, però, Trichet aumenta il tasso di sconto a livello europeo con conseguenze pesanti per i numerosi titolari di mutui a tasso variabile, accesi per comprar casa negli anni scorsi, tempi in cui il danaro, dopo l’introduzione dell’euro, era giunto a livelli di costo tra i più bassi mai visti in Italia e l’Ocse boccia il sistema pensionistico italiano che, già così come è attualmente configurato, prospetta ai nostri giovani, se non si porrà presto mano alla riforma, pensioni da fame con quote mensili inferiori al 40% del loro ultimo stipendio. Una situazione drammatica per chi, con i già bassi salari mensili attuali, non può certo pensare di accumulare risparmi per il tempo della vecchiaia.

Questione sociale ed economica e situazione politica si intrecciano indissolubilmente : non si capirebbero altrimenti l’entusiasmo verso il Cavaliere sognato come il deus ex machina di una politica rinnovata e i fischi permanenti a Romano Prodi, espressione patetica di un ‘impotenza pari solo all’arroganza con cui difende un governo sempre più allo sbando.



    Radioformigoni, 4 giugno 2007
 

Un governo allo sbando

Adesso non si tratta più di sondaggi ma di voti liberamente espressi. E il verdetto è inequivocabile: la distanza tra la maggioranza di governo e la casa delle libertà è di quasi venti punti percentuali se solo consideriamo i risultati delle elezioni provinciali; mentre ovunque, anche nelle tradizionali zone rosse, si verifica un aumento di voti assoluti e percentuali della coalizione di centro-destra e perdite a doppia cifra per quella di governo.

Hanno voglia di affermare che si tratta di risultati di elezioni amministrative, il senso politico di quel voto è netto, così come nette sono le conseguenze che si riflettono sul quadro politico nazionale e all’interno e nelle relazioni tra i partiti.

Confusione totale nel centro-sinistra con i costituenti del nascente partito democratico costretti a diuturne riunioni plenarie per tentare di risolvere il rebus: leadership di partito e/o leadership di governo; come preparare l’alternativa a Prodi senza rischiare il peggio, con un capo del governo sempre più arrogante e ovviamente indisponibile a qualsivoglia soluzione che lo costringa all’angolo.

Ed allora tra chi vuole accelerare il processo (Margherita e Diesse) con la nomina di un segretario politico a tutti gli effetti e chi intende posticipare la nascita di una pericolosa diarchia ( i prodiani) finisce con compromessi precari messi in discussione un minuto dopo che si è fatto finta di aver raggiunto un’intesa.

Resta la realtà di uno scarsissimo appeal tra la gente del nuovo partito, mentre le componenti di sinistra-sinistra vanno ricercando una possibile intesa e nella casa delle libertà, nonostante gli equilibrismi sempre più equivoci di Casini, si riconferma prepotentemente la leadership popolare e carismatica del Cavaliere.

Bloccati sul piano dell’iniziativa parlamentare con il caso Visco-generale Roberto Speciale si rasenta il “golpe blanco” con un fedele servitore dello Stato dalla schiena dritta, che, rifiutandosi di dare immotivate dimissioni, viene “sollevato dall’incarico” con l’ipocrita contentino della Corte dei conti, per colpa di un ambiguo vice ministro costretto a rinunciare “temporaneamente” alla delega più importante per il responsabile delle finanze: la delega sulla Guardia di Finanza, ossia lo strumento fondamentale per il controllo e la repressione dei reati fiscali. Insomma un vero e proprio oltraggio ad un corpo benemerito dello Stato per evitare i rischi di un bruciante voto di sfiducia al Senato che avrebbe fatto cadere il governo.
Cosa sarebbe successo se un tale attacco alle istituzioni dello Stato fosse stato fatto dal governo Berlusconi? Ma si sa, oramai questo governo non ha più ritegno. Infischiandosene dell’appello del Capo dello Stato ad un più sereno dialogo con l’opposizione, adotta una decisione grave e senza precedenti nella storia dell’Italia democratica, e tutto questo per consentire a Prodi qualche settimana o, forse, qualche mese di più alla guida di un esecutivo in agonia, risultato di una politica oramai giunta al capolinea.



    Radio Formigoni, 28 Maggio 2007
 

Crisi della politica o crisi di governo?

In attesa dei risultati delle amministrative che hanno interessato oltre dieci milioni di elettori la situazione politica denuncia segnali di forte instabilità.

All’intervista di D’Alema al Corriere con cui preconizzava una crisi della politica simile a quella del 1992 -93 che portò alla fine della prima Repubblica, ha fatto seguito l’ultimo intervento di Luca Cordero di Montezemolo all’assemblea generale di Confindustria, in cui il presidente uscente degli industriali italiani, appena incassato il pagamento del cuneo fiscale dal governo Prodi, ha sparato ad alzo zero contro lo stesso governo e contro i politici, anticipando un manifesto elettorale che ha tutto il sapore di un programma politico per una possibile discesa in campo del leader della Fiat e della Ferrari.

Preoccupazioni immediate dell’estrema sinistra e malcelato disappunto del premier Prodi che, a meno di un anno dal suo insediamento, ha visto svanire, con il consenso nel Paese, lo stesso blocco sociale, economico e culturale che l’aveva sin qui sostenuto. Quello dei sindacati, sempre più sul piede di guerra per il mancato rispetto degli impegni assunti e, fatto ancor più emblematico, quello di “lor signori” che pure si erano apertamente schierati a suo favore, con lo stesso leader di confindustria che, solo adesso, sembra convertito a toni e a progetti del tutto simili a quelli berlusconiani, dopo aver subito la sofferta contestazione dell’anno scorso a Vicenza.

Siamo in presenza di un governo senza più orientamento e capacità di decisione mentre, in attesa degli esiti della raccolta delle firme a favore del referendum sul sistema elettorale, non si intravede un compromesso possibile tra i partiti, in numero sempre più crescente, in Parlamento.

Tragicomica vicenda della guerra dei rifiuti a Napoli e nella Campania, con un governatore dimostratosi incapace che, anziché subire l’inevitabile sanzione della sua accertata inettitudine, ossia le doverose dimissioni, si vede premiato con la nomina della nomenclatura tra i 45 grandi elettori del nuovo partito democratico;

insostenibile posizione del ministro Visco dopo le clamorose rivelazioni della deposizione fornita ai giudici dal generale comandante della guardia di finanza frettolosamente liquidati a suo tempo, come “normali procedure di avvicendamento”;
scollamento totale tra i partiti di governo venuto a galla nella fallimentare conferenza della Bindi sulla famiglia, mentre Mastella ogni giorno di più minaccia la sempre più probabile uscita dalla maggioranza.

In questa difficilissima congiuntura politica, ragionevolezza imporrebbe la crisi di governo e il conseguente ricorso alle urne, chè stavolta il verdetto sarebbe quanto mai netto anche con questa stessa legge elettorale, o, in alternativa, la formazione immediata di quel governo di larghe intese che, sdegnosamente rifiutato all’indomani delle elezioni politiche del 2006, appare adesso come l’unica soluzione possibile per por mano a quelle riforme indispensabili di cui il Paese ha assoluta necessità.



    Radioformigoni, 21 Maggio 2007
 

Anniversario in agonia

Siamo alla lite delle comari: D’Alema che minaccia il ritorno di Mastella a Ceppaloni, reo di destabilizzare il governo con la sua richiesta di verifica e Clemente che gli replica profetizzandogli il ritorno di Prodi a Bologna.

Rotta di collisione con gli statali cui prima si promettono aumenti di oltre 100 € mensili per poi rimangiarsi la parola; conseguente arrabbiatura di Bonanni e company e programmazione di uno sciopero sin qui solo annunciato.

Sulla riforma delle pensioni siamo allo stallo, mentre nel primo anniversario del governo si prende dolorosamente atto che dei cento e quattro disegni di legge approvati a Palazzo Chigi, solo dieci sono passati in Parlamento, tutti attraverso il voto di fiducia.

Di qui l’inedito scontro istituzionale tra Prodi e Bertinotti sul ruolo delle camere che provoca l’intervento dello stesso Presidente della Repubblica il quale invita a garantire “ la funzionalità del Parlamento” sempre più imballato dai voti di fiducia.

Insomma un brutto anniversario davvero, con i sondaggi che danno la credibilità del governo in caduta libera.

Tuttavia, più cala la popolarità di Prodi e del suo governo e più aumenta l’arroganza al limite dell’arbitrio di un esecutivo che sul conflitto di interessi mira alla distruzione del capo dell’opposizione e sul progetto di riforma della Rai, dopo l’inusuale richiesta di sfiducia del ministro del tesoro nei confronti del povero Angelo Maria Petroni, suo rappresentante nel cda RAI, punta al controllo totale dell’emittenza televisiva pubblica, già pressoché tutta orientata a sostegno dell’esecutivo.

Fatta l’operazione Banca Intesa-S.Paolo di Torino è nata ieri la prima banca italiana e la seconda banca europea (sesta nel mondo per capitalizzazione) con l’unificazione di Unicredit e Capitalia. Insomma Passera e Profumo hanno già portato all’incasso il credito acquisito con la loro partecipazione al voto dei gazebo al tempo delle primarie per Prodi.

Dalla Sicilia un primo verdetto inequivocabile è già arrivato. Ora si attende il responso del prossimo 27 maggio. E allora sì che se ne vedranno delle belle……



    Nel numero di marzo-aprile 2007 della rivista " Il governo delle cose"
edita a Firenze dalla casa editrice "Meridiana", Ettore Bonalberti ha
pubblicato il seguente articolo sulle nuove BR.
 

BR vecchie e nuove: si riapre l’album di famiglia

Torno a scrivere di BR dopo che negli anni scorsi su questa rivista avevo rivisitato la lunga e drammatica stagione degli anni di piombo. Con gli arresti delle ultime settimane a Milano sono riapparsi i fantasmi di un periodo che sembrava definitivamente concluso della nostra storia.

La situazione oggi, per molti aspetti, assai lontana e diversa da quella degli anni ’70, ritengo possa essere descritta così:relativismo etico e culturale; diffusa anomia , ossia una condizione di permanente discrepanza tra mezzi disponibili rispetto ai bisogni ed ai fini che la società indica come obiettivi, il venir meno del gruppi sociali intermedi con la distruzione della famiglia e delle tradizionali espressioni di organizzazione sociale; crisi a tutti i livelli della rappresentanza dai sindacati ai partiti: non sicrede più niente e a nessuno.

Di qui una situazione di frustrazione conseguente al mancato soddisfacimento delle proprie aspirazioni che rappresenta il pressuposto per far scattare negli individui e nelle relazioni di gruppo la conseguente dinamica frustrazione –aggressività o quell’antitetica di frustrazione-regressione.

E se, da un lato, la società dell’opulenza e dei consumi porta molti giovani saturi di ogni bene materiale e svuotati di ogni aspirazione ideale alla facile caduta nella droga o nella chiusura schizoide e solipsistica così diffusa (pensiamo alle quintalate di cocaina e droghe sintetiche di cui ha parlato recentemente il ministro Amato e lel cornache di questi giorni con il primato della coca consumata a Firenze rispetto alla stessa Londra peccaminosa) sino all’anoressia e al suicidio, dall’altro la dinamica descritta può condurre a quelle forme di ribellismo, bullismo e/o della violenza scatenata ed irrazionale dei gruppi fanatici ultras di cui siamo attoniti ed impotenti testimoni.

E’ in questo quadro psicologico individuale e sociale e da questa condizione strutturale vissuta da frange non effimere della società ( specie nelle grandi aree urbane del Nord, in cui più forti sono le difficoltà economiche e più deboli le solidarietà sociali e familiari) che il permanere in alcuni strati di un’anacronistica , perversa e metastorica lettura della vulgata marxista, porta al riemergere del fenomeno brigatista italiano.

Le BR rappresentano la realtà di un fenomeno carsico della politica italiana iscritto nella storia del diario della famiglia marxista-leninista e del comunismo stalinista nostrano.

Anche oggi come negli anni ’70, i cosidetti “anni di piombo”, assistiamo a questa non casuale e oggettiva corrispondenza: tanto più la sinistra tradizionale si avvicina al potere, con il compromesso storico berlingueriano prima e con la pressochè totale occupazione attuale delle istituzioni (magistratura, sindacati, massime autorità dello Stato dal Parlamento sino alla presidenza della Repubblica, e degli enti locali a prevalente conduzione egemonica della sinistra) tanto più facilmente riemerge il mostro dei combattenti comunisti che non si sentono rappresentati e riprendono la vulgata della “rivoluzione tradita”, dello “strapotere delle SIM”, dell’”attacco al cuore dello Stato”.
E non a caso la tematica del lavoro con gli esponenti più autorevoli delle politiche riformistiche (Tarantelli prima, all’epoca del dibattito sulla scala mobile, D’Antona e Biagi poi, ed oggi il prof.Pietro Ichino, tutti giuslavoristi) e i simboli del potere capitalistico nostrano e internazionale costituiscono i bersagli provilegiati delle milizie combattenti.

Ciò accade in una situazione politica caratterizzata da partiti che non sono più espressione di consistenti interessi e valori largamente diffusi e condivisi, quasi tutti pressochè impotenti e in fortissima crisi di partecipazione e di rappresentanza. Si aggiunga la realtà di un dibattito tra poli alternativi equipollenti che si svolge sul binario tracciato da una continua delegittimazione dell’avversario, specie dell’odiato Cavaliere, considerato un irrimediabile “nemico” da abbattere. In tali condizioni non diventa difficile comprendere come si possano manifestare fenomeni di disaffezione e distacco dei più dalla politica, da un lato, e, dall’altro, il riesplodere della violenza di una mai morta sinistra eversiva.

Piaccia oppure no a Rifondazione comunista e al Partito dei Comunisti italiani ora insediati nei più alti scranni del potere repubblicano, e siano più o meno sorpresi ed increduli Epifani e Cremaschi, leader della CGIL e della FIOM, resta il fatto che otto sui quindici arrestati sono risultati a diverso titolo, iscritti e delegati di quel sindacato che non può non porsi la domanda dolorosa e preoccupante del: “perché ?”.

Certo un deficit di rappresentanza serio esiste a sinistra, se, nonostante partiti che continuano a richiamarsi al comunismo, non sembrano costituire i referenti di tutta l’area antagonista.

E non basterà a fermare questo riemerso partito combattente della stella a cinque punte, la mezz’ora televisiva della badessa Annunziata concessa al Casarin di turno, forse nel tentativo comprensibile di sterilizzare l’annunciata manifestazione dei no global, girotondini, pacifisti e black-bloc di Vicenza.

Le condizioni anomiche strutturali e la crisi delle rappresentanze complessive in una società sempre più alla mercè dei disvalori e del relativismo etico sono la questione sociale, economica e culturale cui le forze responsabili del Paese debbono seriamente analizzare e, insieme, concorrere a rimuovere attraverso politiche condivise e che sappiano superare l’attuale irrimediabile scontro di tutti contro tutti.

E mentre si riapre l’album della famiglia marxista-leninista riprende forza la lucida analisi che il compianto amico Cesare Golfari sintetizzò in un lontano convegno della DC a Salsomaggiore (1982) quella di una realtà, tutta italiana: “di un terrorismo che si diffonde in ragione inversa alla caapcità di governabilità delle forze politiche del sistema”. E’ questa, probabilmente, la condizione che viviamo, ora come allora, e dalla quale sarebbe necessario uscire con estrema urgenza .

Ettore Bonalberti



    Radioformigoni, 14 Maggio 2007
 

Dalla festa di popolo alle congiure di palazzo

E’ stata una grande festa di popolo. Cattolici e laici insieme per riaffermare il valore della famiglia e per gridare alto e forte, con la possente e autorevole voce di Savino Pezzotta, il no ai DICO, ossia al tentativo di introdurre forme surrettizie di matrimonio, destinate a scardinare la cellula fondamentale della società.

E Rosy Bindi tenta di raccogliere quanto di positivo è stato indicato dalle centinaia e centinaia di migliaia di persone riunite a Paizza San Giovanni, anche se non potrà non tenere conto che il NO ai DICO resta la cartina di tornasole per la fedeltà ai nostri valori ideali, culturali e costituzionali. E la smetta di erigersi a Papessa in grado di interpretare le già nette e inequivocabili indicazioni di Benedetto XVI e della Conferenza episcopale italiana, al cui Presidente, card Bagnasco, una folla entusiasta ha voluto esprimere tutto il suo amore e la sua solidarietà.

Diversa l’atmosfera a Piazza Navona nella giornata dell’orgoglio laico, caratterizzata più dai dissensi, il più grave dei quali, la polemica per la meditata assenza di Fassino e degli altri leader diessini, oramai lanciati verso la nuova avventura del partito Democratico.

Prodi non ha mancato di sottolineare ancora una volta la sua vocazione di “cattolico adulto” , sempre più indirizzata verso la chiusura nel privato solipsistico, l’indifferenza se non proprio l’antagonismo alle posizioni ufficiali della Chiesa. E da Stoccarda, non gli riesce di meglio che giudicare i discorsi del Cavaliere come “ totalmente estranei allo spirito cattolico” di cui, evidentemente, si considera interprete ufficiale.

Intanto proprio contro il Cavaliere si scatena l’ira dell’Unione. In settimana si discuterà in Parlamento una legge sul conflitto di interessi fatta a misura per escludere Berlusconi dalla politica italiana: o la borsa o la vita politica. In barba al 50% degli italiani che lo hanno votato.

Sulla Rai, Padoa Schioppa ha aperto la guerra della maggioranza per il controllo totale dell’emittenza pubblica. Se passasse anche questa ennesima prova di regime non ci resterebbe altro che la rivolta fiscale con lo sciopero del pagamento del canone RAI.

E’ partito il triumvirato Migliavacca, Soro e Barbi per portare DS e Margherita al nuovo Partito democratico. E si sa come i triumvirati siano destinati a finire: solo una prevarrà con la morte politica degli altri due. Vedremo tra Veltroni, D’Alema, Fassino, Finocchiaro, Franceschini,Parisi chi vincerà, mentre siamo in attesa dei primi risultati delle elezioni amministrative siciliane……



    Radioformigoni, 7 Maggio 2007
 

Aria Nuova in Europa

Con la vittoria di Nicolas Sarkozy la Francia ha deciso di svoltare e in Europa si respira un’aria nuova. La netta affermazione del candidato dell’UMP, infatti, non è la semplice riproposizione del primato gollista alla guida del Paese, tanto diversa è stata ed è la posizione del neo presidente da quella del suo predecessore Jacques Chirac, ma l’avvio di una fase nuova della politica dei cugini d’Oltralpe.
Con il suo straordinario discorso di Lyone, all’indomani della prima tornata elettorale in cui si determinarono i termini della sfida di ieri tra i due contendenti, Sarkozy ha voluto rappresentare l’altra faccia della Francia . E se Ségolène Royal col suo accattivante sorriso era l’immagine dei sessantottini al potere, Sarkozy ha chiaramente messo i paletti alla sua impostazione ideale e programmatica, riaffermando il valore del lavoro, dell’autorità e della responsabilità e con ciò la fine delle utopie del ’68.
Insomma il primato di quei principi dalla cui negazione o sottovalutazione sono derivati molti dei problemi che la Francia e non solo essa si ritrova a dover affrontare.
Nuovi rapporti con gli odiati americani, cui dovrà rassegnarsi anche l’ex ministro degli esteri, attuale primo ministro, Domenique De Villepin, feroce oppositore alle Nazioni Unite della politica americana di George Bush jr, e, soprattutto, una nuova musica nella politica interna francese e in quella europea.
Con il prossimo abbandono di Tony Blair della guida del governo inglese e il passaggio di consegne all’eterno candidato alla successione, il cancelliere dello scacchiere, Gordon Brown, si costituirà una troika Sarkozy, Brown con Angela Merkel, che determinerà qualche positiva svolta all’impasse costituzionale in cui si è bloccata la costruzione europea dopo i voti referendari negativi di Francia e Olanda sulla proposta di nuova costituzione europea.
Dovrebbe così allargarsi quel club dei “modernizzatori atlantisti dell’Unione Europea” i quali vedono in un rinnovato fecondo rapporto tra Europa e Stati Uniti la strada per garantire al vecchio continente un ruolo più liberale di quello che gli attuali governi mediterranei di Zapatero e Prodi stanno mostrando al loro interno e a livello internazionale.
Si va verso l’approvazione di un Trattato semplificato che permetta a Sarkozy di rispettare l’impegno per una soluzione ratificabile a livello parlamentare senza ritornare al rischio delle forche caudine di un'altra verifica referendaria così come accadde il 29 maggio 2005.
Insomma sarà il liberalismo l’avanguardia della politica europea che unisce Berlino a Londra e a Parigi, cui vanno aggiunti i Paesi scandinavi e della Nuova Europa, superato il rischio di una deriva zapateriano-prodiana che con l’eventuale vittoria della Royal avrebbe ridato fiato a posizioni che di strategico hanno solo l’europeismo verbale e gli scambi di favore per difendere i campioni nazionali nei settori strategici dell’energia e delle comunicazioni, in barba ad ogni corretta logica di mercato e di difesa dei consumatori.
Avranno molto da meditare le varie sinistre italiane che avevano tanto sperato nel trionfo di madame Royal, così come mediteranno quegli ex Margheriti, oggi componente insofferente del costruendo Partito Democratico, alleati del terzo polo centrista di Bayrou, mentre il rafforzamento del Partito Popolare Europeo, con il trionfo di Sarkozy, rende ancor più necessaria ed attuale l’idea di dar vita da subito alla sezione italiana del Partito Popolare Europeo, a cominciare da chi ci sta. Ogni ulteriore ritardo sarebbe colpevole e autolesionista.



    Radioformigoni, 2 Maggio 2007
 

Situazione fluida e nuovi attori scendono in campo

Situazione fluida con un moltiplicarsi degli incontri tra le forze politiche impegnate a ricercare un accordo sulla legge elettorale, mentre corre la raccolta delle firme per il referendum.
In gioco é la stessa tenuta del presente bipolarismo precario mentre avanza da molte parti l’auspicio di un rafforzamento del centro e l’emarginazione delle estreme ben assestate nei posti di comando del governo Prodi.
La nascita del Partito Democratico, seppur induca ad una sicura semplificazione degli assetti politici, è sin qui caratterizzata da una graduale continua erosione (oltre 30 senatori e 12 deputati) del vecchio troncone del PCI,PDS,DS ; ossia di una delle componenti storiche della politica italiana, mentre a sinistra monta la richiesta di una ricomposizione delle residue e sparse forze che, con la regia di Bertinotti, puntano a costruire una nuova consistente componente di ispirazione comunista, contando sul possibile smottamento dell’elettorato diessino, con Bosellie e gli ex socialisti impegnati a riunirsi.
Manca una leadership riconosciuta e soprattutto non c’é una politica e dei valori condivisi ma solo una squilibrata maggioranza parlamentare sin qui tenuta insieme dall’odio contro Berlusconi.
Anche nel centro-destra, pur permanendo intatta la leadership del Cavaliere specie a livello popolare come e ancor più di prima, apertamente nel caso di Casini e dell’UDC e in maniera più sottotraccia, ma non meno evidente, in quello di Gianfranco Fini, si é aperta da tempo il tema della successione. Si confida nella scarsa tenuta di un movimento e di un partito costruito attorno alla figura carismatica del Cavaliere, ma priva di quelle elementari regole di democrazia partecipata senza le quali ogni movimento rischia di durare la stagione di sopravvivenza della leadership riconosciuta del capo.
Ovunque, a destra, nel centro e a sinistra, i congressi si riducono a convention di addetti ai lavori, tutti interessati al mantenimento dei privilegi di nomenclature immutate e immutabili, la cui selezione avviene solo e sempre per cooptazione senza che il popolo sovrano possa mai scegliere con potere diretto i propri rappresentanti.
Bene hanno fatto i promotori di « un Parlamento dei cittadini » a lanciare la sottoscrizione di un appello per la reintroduzione delle preferenze in caso di mantenimento del sistema elettorale proporzionale o della presentazione delle candidature da almeno 500 elettori di un collegio, nel caso in cui si introducesse il sistema maggioritario.
E’ evidente che sarà proprio la scelta del sistema elettorale a favorire l’evoluzione del sistema politico italiano verso il consolidamento o il superamento dell’attuale precario bipolarismo, dimostratosi, sin qui, efficace per vincere ma del tutto impotente per governare.
Il Cavaliere, finalmente riconosciuto innocente dalle pesanti accuse della procura milanese che lo avevano perseguitato da oltre dodici anni, con la partecipazione ai congressi dei DS e della Margherita ha inaugurato la nuova stagione del buonismo. Lancia segnali di disponibilità alle più ampie convergenze, mentre Prodi, pur di prolungare la vita di un governo in permanente stato comatoso, solletica la Lega sul piano della legge elettorale e con le promesse di improbabili aperture federaliste, nel momento stesso in cui i suoi più diretti collaboratori, Santagata e Parisi, puntano dritti al referendum, pistola puntata alle tempie dei partiti minori dentro e fuori dell’Unione.
Giancarlo Galan si autoproclama possibile Strauss di un’improbabile Forza Veneto riscoprendo antiche velleità dorotee. E’ una situazione assai fluida che, con le elezioni amministrative di Maggio e lo sbocco che verrà dato al tema del sistema elettorale, si chiarirà.
E’ tempo che nuovi attori scendano in campo, anche in quello dei moderati e sull’esempio del discorso di Sarkozy di Lione, dopo la prima tornata del voto presidenziale francese, si elabori una convincente piattaforma politica e programmatica coerente con i valori che accomunano le diverse componenti dell’ex casa della libertà (valore della persona, della famiglia, del lavoro, dell’autorità e della responsabilità ).
Noi il nostro campione l’abbiamo scelto in tempi non sospetti e attendiamo solo che Roberto Formigoni rompa gli indugi. Ancora una volta, dopo la grande e non ancora esaurita stagione berlusconiana, sarà dal buon governo della Lombardia che potrà partire il movimento destinato a segnare il cambiamento della politica italiana.



   

Radioformigoni, 23 Aprile 2007

 

I congressi di Primavera

Aprile 2007: mese dei congressi.
Hanno iniziato, quasi in contemporanea quelli dell’UDC e i socialisti dello SDI di Boselli. Entrambi caratterizzati dalla volontrà di ricomporre: i primi l’unità dei moderati, i secondi quella dei socialisti.
E, così, se Casini, rinunciando ad ogni velleità folliniana prende atto della situazione oggettiva con il consenso dei moderati italiani stabilmente orientato attorno alla leadership del Cavaliere, Boselli, con lo sguardo rivolto all’indietro, si è riproposto la ricomposizione del vecchio PSI, trovando disponibili i vecchi colonnelli craxiani oramai senza esercito, ma, anche l’interesse dei diessini in libera uscita (Calderola, Mussi, Salvi, Angius).
E proprio in questi giorni, in contemporanea, DS e Margherita hanno concluso la loro breve storia per decidere, non senza traumi, di unificarsi nel nuovo partito Democratico.
I primi, i DS, pagando il prezzo drammatico di una scissione annunciata e celebrata in pieno congresso (caso unico nella storia della nostra democrazia repubblicana) da un commovente Fabio Mussi orientato a creare un più organico raggruppamento di sinistra di ispirazione laica e socialista, alleato ad un partito Democratico oggettivamente spostato al centro, seppur dichiara di restare ben saldo tra i socialisti europei; i secondi,quelli della Margherita, seppur senza fughe (almeno immediate) divisi tra parisiani, prodiani, rutelliani ed ex popolari, che se le sono date di santa ragione nei congressi preparatori per l’elezione dei delegati e che giurano di non voler morire “socialisti” accanto ai compagni europei del PSE.
Da questi quattro congressi emerge una comune volontà, quella di semplificare la rappresentanza oggi troppo frammentata della politica, anche se assai diversa è la soluzione del sistema elettorale che i quattro partiti prospettano.
UDC e SDI, campioni del proporzionale più o meno alla tedesca e con la volontà di svolgere un ruolo decisivo per le future maggioranze; DS e Margherita, da sempre per il maggioritario a doppio turno alla francese, disponibili a soluzioni de minimis pur di non sacrificare un governo sempre meno credibile al Paese, ma pronti a più larghe convergenze, come dimistra il clima nuovo con cui è stato accolto Berlusconi alle loro assise.
Dopo questi congressi, è indubbio che la vicenda politica italiana subisce una forte accelerazione, anche se non mancano velleitarismi e forti contraddizioni.
Velleitaria la posizione di chi, partendo dal 6 % si crede il depositario dell’intelligenza (“il maggior fosforo delle sardine”) e il baricentro attorno cui dovrebbe coagularsi il voto centrista. Contradditoria quella dei DS e Margherita, accomunati solo dalla salda alleanza tra D’Alema e Marini, con “l’americano” Veltroni in pole position per la futura leadership, ma divisi su questioni cruciali di ordine etico e di collocazione internazionale. I primi che giurano di non voler morire democristiani e i secondi socialisti.
Tutto sommato, più chiara e lineare, la posizione di Mussi e di Boselli, destinati a confluire in un’area di sinistra e socialista dove potrebbero trovare casa i diversi spezzoni della sinistra italiana.
Ora è tempo di una vera e non più rinviabile ricomposizione dell’area moderata che non potrà partire se non da coloro, FI e UDC, che già appartengono al Partito Popolare europeo, UDEUR compresa. Accertata la disponibilità di Fini e della stragrande maggioranza di AN, confederazione prima e partito unitario della libertà, sezione italiana del PPE, poi, sono le tappe obbligate di questo processo, senza più furbizie e tattiche dilatorie. Anche se, indigesto per qualche irriducibile, prende corpo un bipolarismo più mite che il nuovo sistema elettorale non potrà che favorire.



    Radioformigoni, 16 Aprile 2007
 

Ricordando Ariberto

I fatti di Via Sarpi a Milano evidenziano le difficoltà di integrazione che il fenomeno dell’immigrazione tumultuosa dell’ultimo decennio può determinare specie nelle grandi città metropolitane.
Una comunità come quella cinese, di straordinaria capacità di impegno nel lavoro e nel commercio, quasi sempre condotto al di fuori di ogni regola, ma che, almemeno sin qui, non aveva dimostrato una particolare inclinazione alla violenza, ha esploso tutta la sua aggressività e frustrazione aggredendo con rabbia due vigili urbani della nostra città.
Non si è trattato di una reazione casuale e spontanea quanto, piuttosto, una prima risposta preparata da tempo per dimostrare tutta l’insofferenza a condividere quelle regole civiche che sistematicamente vengono violate da una comunità che si sente altra, estranea alla città di residenza.
Motivo reale dello scontro l’impossibile esercizio di un’attività commerciale all’ingrosso sostenuta da lavorazioni artigianali e commerciali che proseguono senza soluzione di continuità per tutte le ventiquattr’ore del giorno, creando difficoltà per il traffico e per la stessa quiete degli altri, oramai minoritari, italiani residenti in quel quartiere.
Certo tutto ciò si mescola a fattori culturali e sociali che andranno bene valutati se si vuole dar seguito alla giusta presa di posizione del sindaco Moratti contro la possibilità di sopravvivenza di zone franche in città svincolate da ogni regola e norma civica.
Si apre il grande tema del diritto di cittadinanza per chi, residente regolare in città, può e deve esercitarlo all’interno delle norme che presiedono all’esercizio di quello stesso diritto.
Ci vorrà tempo e capacità di dialogo partendo tuttavia da una premessa ineludibile: si sta a Milano, come a Roma o a Napoli, rispettando le regole previste dalle istituzioni del nostro Paese. Guai se alle già diffuse delinquenze organizzate di stampo mafioso autoctono si dovessero tollerare quelle non meno pericolose delle Triadi e Yakuze orientali.
Dovremo sempre ricordare a noi stessi e ai nostri residenti stranieri l’editto del grande vescovo-conte Ariberto da Intimiano, che agli inizi dell’anno Mille promulgò il suo editto che così recitava: “ Chi emigra a Milano e sa lavorare diventa uomo libero”. Certo libero sì, ma responsabile e rispettoso delle regole della comunità. Cerchiamo di far si che le straordinarie capacità di lavoro e di sacrificio della comunità cinese diventino un’opportunità per Milano, come lo diventarono quelle dei maestri comacini e degli artigiani pavesi e bergamaschi che riempirono la città con le loro arti e mestieri,ma, rispettando sino in fondo le leggi di Ariberto.



    Radioformigoni, 2 aprile 2007
 

E’ solo questione di tempo

Consumata oramai la scissione nei DS con l’annunciata formazione della “Sinistra democratica” da parte di Mussi e Salvi, nel centro-destra la separazione tra Forza Italia,AN e Lega dall’UDC è stata sancita dal voto differenziato sul rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero.
Una situazione politica, dunque, in grande movimento, come si era facilmente previsto.
Molto dipenderà da come si evolverà la questione della modifica della legge elettorale. Certo la scommessa di Mussi e Salvi sembra essere la più efficace in termini di probabilità di successo. Essa mira a costruire un grande polo di ispirazione socialista europea tentando di unificare quanti si riconoscono in questa tradizione, così orientando la politica della sinistra italiana in linea con il quadro di riferimento comunitario.
Assai difficile risulterà stavolta per Fassino e D’Alema contenere l’emorragia di voti sulla loro sinistra, dopo che con oltre il 70% sono riusciti a coagulare il consenso precongressuale nel partito. E, soprattutto, allontanatisi per sempre dalla tradizione comunista italiana (“nessun avversario a sinistra”) per la prima volta dovranno fare i conti con un raggruppamento destinato a raccogliere voti non solo tra le file diessine, ma anche tra quelle socialiste non omologate all’esperienza berlusconiana.
Assai più precaria e pericolosa la posizione di Pierferdinando Casini con la sua scelta di rottura della Casa delle libertà
Programmato il salvataggio del governo Prodi, con la ventina di senatori fedelissimi che hanno votato compatti il decreto del governo sulle missioni militari italiane, e consumato il balletto tragicomico della salita al Quirinale per denunciare l’inconsistente maggioranza del governo, ancora una volta tenuto in piedi dal voto determinante dei senatori a vita, dopo che allo stesso governo aveva garantito la sopravvivenza con il proprio voto, ora Casini dovrà fare i conti con il congresso dell’UDC, con le prossime elezioni amministrative, con la permanenza dei suoi assessori regionali nelle giunte di Lombardia,Veneto,Sicilia e Molise,e, con il malessere diffuso tra parlamentari, iscritti e, soprattutto, elettori che, avendolo sostenuto in alternativa a Prodi, mal digeriscono un voto che permettono al professore di mangiare la colomba, dopo il primo panettone del Natale scorso.
Bene ha fatto Formigoni ha tentare di riaggiustare i cocci, anche se lo strappo stavolta sembra difficilmente rammendabile. I prossimi giorni ci diranno come evolveranno le cose. E, soprattutto, bisognerà attendere cosa accadrà al congresso e nella Sicilia di Totò Cuffaro. E’ solo questione di tempo….



    Radioformigoni, 26 Marzo 2007
 

VOTO ESTERO CONSEGUENZE ALL’INTERNO

Siamo alla vigilia di un voto al Senato per il rifinanzimento delle missioni militari italiane destinato a segnare sviluppi forse decisivi per la politica interna.
Chiuso il caso Mastrogiacomo con la salvezza del giornalista attraverso il pagamento di un prezzo altissimo sul piano politico e dei rapporti fra alleati, con strategie e tattiche assolutamente al di fuori di ogni regola e con piena soddisfazione dei talebani, in un quadro operativo afghano destinato a diventare sempre più pericoloso per l’annunciata offensiva di primavera, esplodono tutte le ambiguità presenti nella maggioramza dove ha sin qui prevalso la linea della discontinuità cara a Prodi e alle sinistre antiamericane. Anche nella casa della libertà la situazione sconta un’improvvisa accelerazione che minaccia termpesta.
Una maggioranza divisa in se stessa sulla politica estera e che, di fatto, segue un percorso di oggettiva rottura con gli alleati tradizionali atlantici, strizzando di continuo l’occhio a hezbollah, hamas, Ahmadinejad e via via, sino alla richiesta di un’improbabile conferenza di pace ( ultimo coniglio estratto dal cilindro di D’Alema per rabbonire le sinistre estreme) con la partecipazione dei tagliagole talebani, non può non creare seri problemi al suo interno e nello stesso quadro politico del Paese. Sarebbe l’occasione ideale per far emergere le contraddizioni e voltare pagina.
Casini, però, insiste nella sua linea del distinguo annunciando il voto favorevole dei senatori UDC al rifinanziamento, con la variante tattica di un odg (una sorta di “ grida manzoniana” fatta più per coprire la sostanza di un appoggio insperato a Prodi che per l’annunciata volontà di disarticolare la maggioranza) con cui si reclamerebbe un più forte aiuto di mezzi ai nostri soldati e correttivi modesti alle regole di ingaggio sin qui date.In realtà unico vero e inconfessabile obiettivo di Casini resta quello di evitare ad ogni costo il rischio di elezioni anticipate, per non vedere ancora il Cavaliere sugli scudi. E così facendo si otterrà la sopravvivenza di un esecutivo che non governa impedito dalle sue profonde contraddizioni.
Berlusconi e Fini insistono per un chiarimento con l’UDC. Tra poco si celebrerà il congresso di quel partito, così, come a congresso andranno i DS per accertare la loro ormai certa rottura. Acque agitate anche in casa della Margherita dove gli ex residui popolari tentano di ridurre il peso di Rutelli e soci. Insomma, comunque vada il voto Martedì al Senato, se ne vedranno delle belle. Certo la situazione politica è in grande movimento e, per don chisciotte, è tempo di accelerare senza indugi la nascita della sezione italiana del Partito Popolare Europeo. E chi ci sta ci sta e gli altri? Saranno costretti a scegliere e alla fine,come sempre, giudicheranno gli elettori….



    Radioformigoni, 19 Marzo 2007
 

Papa e Antipapa

Non bastava la polemica tra politici cattolici in materia di DI.CO. con i dossettiani schierati nell’Unione contro i Teodem della Margherita e una ministra, la Rosy Bindi, che alla trasmissione di Giuliano Ferrara, Otto e Mezzo, con grande sicumera ha sostenuto la tesi di un presunto impoverimento delle nostre parrocchie a seguito degli ultimi anni della presidenza della CEI del card Ruini.
La pubblicazione nei giorni scorsi della seconda enciclica di Papa Benedetto XVI “Sacramentum Caritatis” ha immediatamente riaperto il dibattito.
Così, Piero Sansonetti su Liberazione, quotidiano di Rifondazione comunista, ha scritto di una “restaurazione che cancella un secolo di storia della Chiesa e spinge l’Italia ai margini dell’Occidente” per concludere lapidario che “forse neanche Pio XII si era spinto su posizioni così retrive e aggressive”.
E, naturalmente, il giornale di Scalfari, Repubblica, non poteva che bollare con l’espressione una “Chiesa che proibisce” l’esortazione post sinodale pontificia.
Se, tuttavia, queste reazioni erano scontate per giornali da sempre espressione del più vecchio e stantio anticlericalismo laico-massonico e marxista, meno digeribili sono risultate quelle dei “sessanta “ cattolici democratici guidati dai soliti Castagnetti e Franceschini, mosche cocchiere del caravanserraglio margheritino per i quali con la nuova enciclica pontificia “non cambia nulla” e, men che meno, fa sorgere in loro il minimo dubbio sulla difesa di un ddl, quello del governo sui DI.CO., al quale i due parlamentari dichiarano fedeltà assoluta.
Ad aumentare la confusione le subdole allusioni de “Il Corriere” e di altre testate laiciste che tendono a rappresentare il card. Martini come “l’Antipapa”. Così viene strumentalmente letta l’omelia di Betlemme pronunciata dal card.Martini ai fedeli milanesi giunti in Terra Santa con il loro arcivescovo in occasione degli 80 anni del presule emerito e dei cinquant’anni dall’ordinazione sacerdotale del card Tettamanzi.
“Antipapa” per aver sostenuto la tesi della necessità pastorale del dialogo e della comprensione verso tutti, comprese le coppie dei non sposati; un linguaggio ed un tono che nulla tolgono al dovere di noi cattolici di seguire l’indicazione del sommo Pontefice che ci richiama alla coerenza eucaristica e a “rendere pubblica testimonianza della nostra fede”. Ai politici il richiamo a “presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana”, “valori non negoziabili”. Spetta a coloro che sono eletti decidere in coscienza se sia più lecito seguire le indicazioni del Papa o le convenienze elettorali per stare a galla nel proprio collegio e, soprattutto, a continuare a chiamarsi indebitamente “cattolici” e per giunta …..“democratici”, titoli con i quali, continueranno a chiedere voti ai quei cattolici non adulti che questi ispirati postdossettiani intendono rappresentare con interpretazioni teologiche più ortodosse di quelle del Papa….

Radio Formigoni, 19 Marzo 2007



    Radioformigoni, 12 Marzo 2007
 

In che Paese viviamo?

A Firenze è nato un feto di cinque mesi che la “tecnoscienza”, assecondando il bisogno di sicurezza dei genitori, diagnosticava anormale; è vissuto per ventiquattr’ore per poi cessare di vivere grazie all’ennesimo “innocente” aborto terapeutico che tutto aggiusta e tutti assolve.
In Afghanistan il giornalista di “Repubblica” Daniele Mastrogiacomo è stato rapito dai talebani e il nostro governo, oltre a chiedere un giustificato “silenzio stampa”, sembra intenzionato a restare silenzioso anche con la Nato e i suoi servizi di intelligence, forse vergognandosi per la cattiva figura che lui stesso, sempre meno credibile ai nostri alleati, sta facendo proprio rispetto ai nuovi impegni che la situazione afghana richiede.
Alla Camera una maggioranza impacciata, con una sinistra radicale sempre più distante dalle posizioni dei movimenti che l’hanno sin qui sostenuta, ambiguamente sostiene il rifinanziamento della missione militare, nascondendosi dietro lo schermo di un’improbabile conferenza internazionale, ultima scoperta della fantasiosa mente del ministro degli esteri D’Alema. Vedremo se l’opposizione sarà in grado di svolgere al meglio la propria funzione.
A Roma sfilano al gay pride benedetto dal sindaco Veltroni, ministri e sottosegretari per difendere le ragioni dei DI.CO. mentre da parte dei movimenti cattolici si partorisce un timido manifesto per il family day al quale non tutti dichiarano di voler partecipare.
Alla Rai le nomine dei dirigenti proposte dal direttore Cappon vengono respinte a maggioranza dei consiglieri sui quali sta per scattare la ghigliottina del governo, mentre il solito Santoro si produce nell’ennesimo squallido show. E’ tempo di organizzare una massiccia astensione dal pagamento del canone di un servizio pubblico sempre più al servizio a senso unico di una pseudo maggioranza di sinistra.
Siamo al limite della situazione di regime, con una finta maggioranza che ha occupato tutte le sedi e le istituzioni e si appresta a restare al governo contro tutto e contro tutti.
Mai la Repubblica è scesa così in basso nella credibilità e nel consenso generale del popolo italiano.
Meno male che, chiusa, ma solo in parte, la grande stagione di Ruini, la CEI si accinge a proseguire sulla strada coraggiosamente indicata dal vicario del Papa a Roma, con la guida del cardinale Bagnasco. Speriamo che le indicazioni della Conferenza episcopale italiana vengano ben comprese e rispettate nelle autonome scelte dei cattolici impegnati in politica e che la deriva alberighiana degli interpreti “adulti” del post concilio, tra Bologna e dintorni, cessi di far del male, per il bene di tutti noi.

Radio Formigoni, Lunedì 12 marzo 2007



    Radioformigoni, 5 Marzo 2007
 

Passata è la tempesta

Passata è la tempesta, seppur per il rotto della cuffia e grazie al voto di Follini e di Pallaro il “tanghèro” ed ora Prodi: al lavoro! Deficit pubblico e PIL in miglioramento e con onestà il professore ha riconosciuto i meriti del governo Berlusconi. Ora, però, comincia il più bello. Sui DICO non si dice più niente ufficialmente, ma il fuoco cova sotto le ceneri.La proposta del governo a firma delle ministre Bindi e Pollastrini è pronta per la discussione che, promette il sen Salvi dei DS, già da domani 6 marzo potrebbe iniziare, così come sempre aperta è la questione della base Nato di Vicenza , mentre la mozione sull’Afghanistan è nell’agenda dei prossimi giorni. Temi volontariamente elusi da Prodi nei suoi interventi parlamentari nei quali, si ripropone invece il tema della legge elettorale, ottimo diversivo per sparigliare coalizioni, partiti e movimenti e sul quale riprendono a suonare le sirene delle soluzioni alla francese e alla tedesca….
La realtà è assai complessa dovendosi stabilire se si punta ad un sistema che, come si suol dire, tagli le ali, a vantaggio dei partiti più grandi ( è in fondo l’obiettivo dei neo referendari) oppure tornare a ridare spazio alle soluzioni basate sulle intese parlamentari con potere di interdizione di tutti contro tutti.
Con la busta paga di Marzo molti italiani si accorgeranno definitivamente degli effetti della cura Visco e collegati, mentre a livello sociale e culturale il Paese vive una condizione di anomia foriera di frustrazioni e di esplosioni aggressive (v. la ripresa del terrorismo delle BR di “seconda posizione”), o di regressioni impotenti al limite dello scoramento e della sfiducia collettiva.
Le coalizioni sembrano sfarinarsi con purghe staliniane dalla parte di Rifondazione Comunista con l’espulsione del povero Turigliatto e, sul fronte opposto, con il richiamo della leadership di Casini e Fini.
Certo, ristabilito l’ordine a Palazzo Chigi, è assai probabile che il governo non ricada al Senato né sui Dico, i quali si cercherà di insabbiare in tortuose e inconcludenti discussioni parlamentari, né sulla politica estera (crisi afghana e libanese permettendo), sulla quale la sinistra più sinistra è pronta ad assorbire ogni cosa pur di evitare, a quel punto, l’inevitabile fine dell’esperienza governativa.La vera spada di Damocle è rappresentata dal referendum sul sistema elettorale che, rispettando i tempi, si dovrebbe tenere l’anno prossimo e, se convalidato dal voto, segnerebbe, in caso di vittoria dei promotori, con l’introduzione surrettizia della nuova legge elettorale, la fine della legislatura.
E’ iniziata la corsa contro il tempo, sperando in un’assai improbabile intesa parlamentare. Vedremo se per inseguire il voto e la volontà di durare non si finisca col dimenticare i problemi reali del Paese.

Radioformigoni, 5 Marzo 2007



    5 Marzo 2007
 

Il transfuga e il “tanghèro”

Non poteva che essere il “mutevole” Scotti, il solitario ispiratore delle mosse di quella testa lucida di Marco Follini. Solo il vecchio “Tarzan” uso a saltare da una fronda all’altra ( lui che, nato cislino e forzanovista passò tra i fedeli andreottiani all’epoca di Giulio imperatore nella DC e nel governo, finendo tra le spire dorotee gaviane della corrente del golfo) poteva ravvisare nell’intervento al Senato del transfuga accenti degni dell’”ultimo dei morotei”, così come il mentore napoletano ha definito la performance di Marco al Senato.

Come è noto, il voto decisivo di Follini è stato quello che ha permesso a Romano Prodi di sopravvivere alla gravissima crisi politica della sua coalizione scoppiata dopo i due tonfi al Senato sulla politica estera e di difesa. Una sopravvivenza garantita pure dal puntello del “tanghèro” Pallaro, espressione della nostra vasta e nobile comunità italo argentina.

E. così, grazie ai voti di un transfuga e di un senatore rappresentante di una parte significativa di elettori emigrati e che non pagano le tasse in Italia, ancora una volta Prodi l’ha sfangata, rinverdendo il mito di quel “ Coccolino sempre in piedi” dei Caroselli d’antan.

Marco Follini aveva già dato prove della sua irrimediabile idiosincrasia per i moderati, sia quando, orfano di Aldo Moro, si consegnò per sopravvivere politicamente all’abbraccio rassicurante di Toni Bisaglia, trovando in Casini l’amico di una lunga stagione; sia quando, con quella fissa della “discontinuità”, si premurò di lavorare ai fianchi Berlusconi e la coalizione di cui faceva malvolentieri parte e di cui ha costituito una causa non effimera della sconfitta elettorale. Si sperava nella sconfitta del centro-destra per riprendere il dialogo con gli amici del centro schierati a sinistra. Le elezioni politiche e i successivi recenti sondaggi hanno affondato quelle chimere.

E così, sempre sintonizzato sulla giusta denuncia di un bipolarismo zoppo, Marco ha finito col rendersi protagonista di uno degli episodi più squallidi di trasformismo e trasmigrazione parlamentare della storia repubblicana, in barba a quegli elettori pugliesi moderati che gli avevano garantito, in alternativa a Prodi, il laticlavio senatoriale.

La domanda a questo punto è lecita: e tutto questo per fare cosa? Per spostare più al centro le politiche di Prodi? Per superare il bipolarismo zoppo che prolunga a dismisura l’agonia di questa lunga transizione? Per costruire un nuovo centro-sinistra ?

Esaminiamo una per una queste ipotesi:

Il dodecalogo rappresentato da Prodi alle Camere, dopo il giuramento di Palazzo Chigi di ministri, segretari di partito e presidenti dei gruppi parlamentari della maggioranza, alla vigilia della salita sul Colle per indicare unitariamente la riconferma dell’Esecutivo, è una sequela di banalità messe in fila che non esprimono altro che generiche affermazioni le quali, come prima il programma, già si prestano alle molteplici ed opposte interpretazioni. Solo il voto sui diversi provvedimenti chiarirà le posizioni di ciascuno e ad ogni voto si terrà il fiato sospeso, mentre già sono state annunciate defezioni dagli irriducibili della sinistra.

Di quale centro-sinistra vagheggia Follini e quali forze intende muovere se, all’annuncio della sua scelta, è riuscito nella straordinaria impresa di dimezzare immediatamente la sua attuale rappresentanza parlamentare; a rompere con molti dei suoi supporter (Giuliari e veneti dell’ormai ex Italia di mezzo) e a provocare la ribellione degli stessi amici della rivista “Formiche”, con Paolo Messa a chiedergli inutilmente di desistere dall’insensato proposito ? E come interpretare quella sua incomprensibile sicurezza nell’annunciare l’imminente trasloco di Casini e company dall’opposizione alla costruzione di un rinnovato centro-sinistra?

In realtà Casini, sempre alle prese con la sua malcelata aspirazione alla leadership dei moderati, si è ben guardato dal raccogliere l’invito dell’ex amico e segretario di partito, ben consapevole che, alla vigilia del prossimo congresso, la più piccola delle tentazioni trasformistiche determinerebbe immediatamente, con la fine già segnata della Casa delle libertà, quella assai per lui più dolorosa dello stessa unità dell’UDC. Di qui il rinserrare le fila del suo partito nella permanente richiesta della nuova legge elettorale alla tedesca, su cui qualche spiraglio sembra venire dalla Lega e da Fassino e Rutelli, con grande disappunto di Prodi e di D’Alema. Il primo preoccupato delle prospettive future del Partito Democratico e il secondo sempre innamorato del sistema a doppio turno alla francese e pronto ad un rinnovato dialogo con l’odiato Cavaliere.

Di quale superamento bipolare vagheggia il Nostro in queste condizioni? E, d’altronde, se proprio si voleva dare una spinta al rinnovamento della politica, non era forse più opportuno, come lucidamente aveva calcolato Casini con i suoi, far saltare Prodi e puntare ad una soluzione istituzionale impegnata a risolvere la questione della legge elettorale?

Ora se l’aggiunta del voto di Follini alla coalizione prodiana modifica, seppur di un soffio, almeno sul piano strettamente aritmetico, la tenuta del governo al senato , appare assai meno sicura una concreta modificazione dell’assetto politico di una maggioranza che, con o senza Follini, può solo saltare per le irrimediabili contraddizioni interne politico-programmatiche.

O salta sulla mina afghana o su quella dei DI.CO., o deflagra sulla vicenda TAV oppure sulla non più rinviabile riforma pensionistica, dato che, tra qualche mese, entrerà inevitabilmente a regime la riforma Maroni con l’odiato scalone alla cui eliminazione tanto avevano investito rifondaroli e comunisti delle varie chiese:questo è il pericoloso percorso che il governo Prodi dovrà compiere.

Tutti temi su cui il professore ha volutamente glissato nel suo discorso alle Camere tanto da ridurre il ruolo del governo a mero ufficio notarile, rinviando al parlamento le decisioni più importanti che la politica dovrà affrontare a breve e medio termine. Siamo così ad un rinvio dei problemi politici della maggioranza con il trasferimento delle principali scelte politiche alla dialettica parlamentare. Qui i vincoli di maggioranza e di opposizione tenderanno inevitabilmente ad allentarsi costringendo tutti a ragionare oltre gli schemi consueti.

E, intanto, con gli esiti incerti delle prossime elezioni amministrative, incombe minaccioso il referendum sul sistema elettorale. In assenza, assai probabile, di un forte accordo maggioritario in sede parlamentare per la modifica di quest’ultimo, saranno gli elettori a determinare il cambiamento e a quel punto, tra un anno, massimo diciotto mesi, pensioni garantite ai nostri eletti, al voto ci si andrà di sicuro e non sarà stata certamente l’improvvida attuale scelta del transfuga e del “tanghèro” quella che passerà alla storia del rinnovamento politico dell’Italia.

Don Chisciotte dalla Mancha, 5 Marzo 2007



    26 Febbraio 2007
 

Quei gemellati dal fattore “C”

Chi lo chiama fondo schiena, chi lo chiama sedere, per Prodi si è coniato un nuovo termine: il fattore “C” che sta per fortuna, o, più volgarmente “culo”.
E così la sinistra dall’infausto fattore “K” coniato negli anni ’70 da Alberto Ronchey si è ritrovata al governo grazie al fattore “C”.Un fattore che ha funzionato a più riprese nella vasta e multiforme carriera del professore bolognese anche se non sono mancate cadute rovinose e rapide resurrezioni.
Ora, dopo il doppio voto negativo del senato, sulla base di Vicenza prima e sulla mozione in politica estera di qualche giorno fa, Prodi, ancora una volta risorge, con il rinvio alle camere del suo governo decisa dal Presidente Napolitano.
Un rinvio necessitato, dato che l’eventuale apertura del mercato dei ministri avrebbe sicuramente fatte esplodere le contraddizioni insanabili nella coalizione, forti quando si tratta di questioni politiche, insuperabili quando si toccano i sederi incollati alle poltrone governative.
Al mercato dei ministri si è preferito quello dei senatori e, rinnovando gli infausti riti di depretisiana memoria, ancora una volta il trasformismo l’ha sta facendo da padrone.
Alla barba di chi predicava la fine degli scandalosi tempi della prima repubblica e l’avvento dell’età felice bipolare, ancora una volta si è trovato il senatore di turno disposto a cambiare casacca.
Spiace che a questo triste gioco sia sia prestato quel vecchio- giovane ex DC di Marco Follini.
Poveri elettori dell’UDC e del centro destra della Puglia che si erano visto catapultare nel loro collegio l’ex segretario del partito di Casini, convinti di portare acqua alla casa delle libertà e che ora si ritrovano il loro eletto a sostenere il governo Prodi con Giordano, Diliberto e Pecoraro Scanio. Ma tant’è tutta la vicenda politica personale di Follini è stata caratterizzata dal continuo cambio di casacca: moroteo della prima ora, all’epoca della sua elezione a delegato nazionale dei giovani DC, rimasto orfano del grande leader pugliese, si accasò nelle sicure file dorotee di Toni Bisaglia, così rafforzando il lungo sodalizio con Pierferdinando Casini, sino alla fine della DC, e poi nel CCD, nell’UDC e alla definitiva rottura con l’amico bolognese consumata a seggio senatoriale acquisito.
Beato lui se nei 12 punti dell’editto prodiano ritrova le condizioni di un nuovo centro-sinistra. A noi, molto più prosasticamente, sembra che Marco si sia prestato a puntellare una baracca che traballa passando alla cronaca politica di questo Paese come uno dei fattori più squallidi di trasformismo e di slealtà politica verso i propri elettori.
E d’altronde cosa ci si poteva aspettare dal presidente Prodi, il baciato da quell’incommensurabile fattore “C”, paragonabile solo a quello del cugino Gastone, se non di trovare un appoggio decisivo proprio dalla testa lucida di Follini, sempre pronto a pronunciare sentenze con quella sua deliziosa boccuccia ……..a culo di gallina ?!

Radioformigoni, Lunedì 26 Febbraio 2007



    19 Febbraio 2007
 

Pace a Vicenza...guerra nel governo

Stavolta l’abbiamo sfangata. E, a parte, le minacciose rodomontate del solito Casarin (“ dovranno venire con l’esercito per aprire i cantieri come per la TAV”) ed alcuni minacciosi cartelli, la manifestazione di Vicenza si è svolta in tranquillità.
Merito dei manifestanti e delle forze dell’ordine in una città da sempre simbolo di tolleranza e di civiltà. Resta il dato politico di una maggioranza che ha visto il Presidente Prodi ribadire che “ il governo non cambia idea” e, dunque, l’allargamento della base si farà. Il tutto condito con l’ordine ai suoi focosi sottosegretari rifondaroli, verdi e comunisti dilibertiani, di disertare la sfilata, alla quale, invece, hanno partecipato i segretari dei partiti ed alcuni autorevoli esponenti parlamentari. “Riforandoroli e comunisti siempre”, ma , innanzi tutto la tenuta del governo, seppure in permanente bagnomaria.
Ambigua, per non dire tragicomica la posizione dissociata del presidente della Camera Fausto Bertinotti che, sarebbe stato ben lieto di sfilare ma, data la sua posizione istituzionale, riteneva opportuno non farlo. Pura schizofrenia.E adesso che succede? Da sinistra si reclama un ripensamento del governo che non dovrebbe però accadere.
Certo le posizioni in politica estera restano distinte e distanti e, se non ci si mette il fregolismo prodiano ben noto e la indistruttibile volontà di contrastare l’odiato Berlusconi da parte delle sinistre estreme che, con quel gentleman di Diliberto, pubblicamente dichiarano quanto il cavaliere faccia loro schifo, qualcosa potrebbe succedere col prossimo voto al senato per il rifinanziamento della missione afgana. E la stessa partita della base di Vicenza, se non si arriverà alla guerra dei Casarin, certo qualche complicazione comporterà.
Lo stesso annuncio del presidente George Bush di un’offensiva di primavera dei e contro i talebani della Nato, mette a dura prova le stesse consumate capacità dialettiche del ministro D’Alema, che, dopo le azioni di “difesa attiva” da lui predicate al tempo dei bombardamenti operati dagli aerei italiani nella guerra del Kosovo, non si sa a quali contorcimenti verbali si affiderà per tenere unita una coalizione che fa acqua da tutte le parti.
E mentre accade questa ennesimo atto di una triste commedia, scoppia la vicenda delle nuove Brigate Rosse con le quali si riapre l’album della famiglia marxista-leninista e riprende forza la lucida analisi che il compianto amico Cesare Golfari sintetizzò in un convegno della DC a Salsomaggiore (1982): la realtà, tutta italiana, “di un terrorismo che si diffonde in ragione inversa alla capcità di governabilità delle forze politiche del sistema”. E’ questa, probabilmente, la condizione che viviamo, ora come allora, e dalla quale sarebbe necessario uscire con estrema urgenza .

Radioformigoni, Lunedì 19 Febbrai0



    12 Febbraio 2007
 

Usque tandem Margherita? 

Non è bastato il “non possumus” della CEI annunciato a chiare lettere con il fondo de “L’Avvenire” di Martedì 6 Febbraio: i “cattolici adulti” della Margherita, più fedeli alla papessa Rosy Bindi che a Benedetto XVI, hanno deciso di appoggiare senza riserve la ministra e il suo disegno di legge sui PACS diventati DI.CO.

L’odio verso Berlusconi funziona come un riflesso pavloviano e grazie ad esso si trangugia ogni pasto: dall’antiamericanismo di Rifondazione, comunisti italiani e Verdi all’introduzione della famiglia del terzo tipo, rispetto alla quale lo stesso matrimonio musulmano risulta più vincolante…

Le recenti foto dei gay padovani felici sposi si replicherà in molti municipi del Bel Paese e non passerà più di una generazione prima che l’Italia sia preda di quei giovani affamati, prolifici e smaniosi di vita provenienti dalle sponde sud del Meiterraneo, dall’Africa, Asia e America Latina che erediteranno le nostre case senza un’effettiva integrazione sociale e culturale.

Resta la sparuta pattuglia dei teodem della Binetti,Bobba ed Enzo Carra, i quali, almeno stavolta, sembrano decisi a non capitolare, anche se l’imbroglio dei DI.CO. pare fatto apposta per inciuciare.

Chi vivrà vedrà. Resta il fatto che 60 parlamentari margheritini, rutelliani ed ex popolari, hanno già deciso che, in nome della laicità, voteranno i DI.CO.E’ un richiamarsi improprio e anacronistico alla laicità degasperiana che, in realtà, fu sempre usata per valutazioni di ordine squisitamente politiche ed amministrative e mai intaccò i fondamentali dei nostri valori cristiani.

Noi che, forse, siamo rimasti cattolici infantili, rispetto a questi dossettiani e cattocomunisti senza dogmi, siamo orgogliosi di ricordare che nel 1973, eravamo sul palco della Democrazia Cristiana a Rovigo, con Toni Bisaglia e Amintore Fanfani, a difendere le ragioni del SI per l’abrogazione di quella legge sul divorzio che aprì la strada senza ritorno all’aborto e alla spinta attuale verso la distruzione degli embrioni e all’eutanasia.Ancora una volta quegli ex sinistri DC, basisti e post dossettiani, si muovono come “utili idioti” al servizio delle posizioni laiciste e anticattoliche contribuendo a minare dalle fondamenta i caratteri essenziali della nostra civiltà cristiana.

Ma fino a quando durerà questo scempio e quanto tempo ci rimane per contrastare questa deriva laicista senza più limiti?



    12 Febbraio 2007
 

Giorni di inganni e di sorprese

Le sorprendenti performance dell'esecutivo tra politica estera, pacs e crisi delle strutture partitiche.
Una pungente noterella di Don Chisciotte

Governo Prodi alla prova dei fischi ogni qualvolta il presidente e i suoi ministri si azzardano a mostrare le loro facce sulle piazze d’Italia.

DS in affanno: Fassino ottiene di celebrare un congresso scontato a ridosso delle elezioni amministrative e mantiene una fittizia unanimità cedendo sul voto segreto per la nomina del segretario e per la votazione sulle tre mozioni congressuali, mentre spezzoni significativi dell’ala riformista abbandonano il partito. Nicola Rossi straccia la tessera, Peppino Caldarola attende il congresso e poi ognuno per la sua strada, l’ex sen Franco De Benedetti non rinnova l’iscrizione e la Bresso, governatrice del Piemonte, non va al congresso. E, intanto, Massimo D’Alema vede sempre più incombente avvicinarsi l’ombra di Veltroni, pupillo di quei lor signori, con Carlo De Benedetti principale sponsor, che sperano di vedere chiusa l’esperienza degli ex PCI con la loro definitiva confluenza nell’improbabile ectoplasma del Partito Democratico.

E, intanto, dalla questione dell’allargamento della base USA a Vicenza, al rinnovo del voto per il finanziamento della missione italiana in Afghanistan, vengono alla luce i nervi scoperti di una maggioranza che, su quasi tutti i temi, è divisa. In primis quelli della politica estera, in cui l’antiamericanismo trasuda tra i rifondaroli comunisti, i verdi, quelli di Diliberto e della sinistra diessina. E non sono da meno quei ferrivecchi degli ex basisti DC, con l’ineffabile Franceschini, capogruppo ulivista per grazia ricevuta.

Mortadella traballa ma sembra non cadere mai, anche perché trova sempre qualche buon samaritano pronto a prestargli soccorso.

Succederà anche per il voto sull’Afghanistan tra qualche settimana in Parlamento per il senso di responsabilità di tutti, tranne i falsi pacifisti a senso unico della sinistra radicale e verde. È una situazione schizofrenica al limite della tollerabilità democratica. Perso il consenso nel Paese e sostenuto in Parlamento da un consenso fittizio, si naviga a vista, mentre gli effetti della terribile finanziaria si fanno già sentire nelle tasche degli italiani. E non bastasse un voto di fiducia ricevuto in Senato dall’opposizione contro il parere della sua maggioranza (caso unico nella storia parlamentare italiana di un governo fiduciato dall’opposizione e con la sua maggioranza che gli nega il voto sulla politica estera) Prodi continua imperterrito a veleggiare nonostante i flebili richiami del presidente Napolitano.

Se il centro sinistra piange, con le due navi ammiraglie dei DS e della Margherita pronte a lasciare gli ormeggi dai loro porti per rifondarsi in un’unica corazzata in vista delle europee del 2009, nel centro-destra non sembra decollare quella spinta verso il partito unitario dei moderati che sarebbe nella logica delle cose. Speriamo almeno che decolli la Federazione dei partiti della Libertà

Come Godot si aspetta il nuovo sistema elettorale con il ministro Chiti, il quale, collegando la bozza del difficile nuovo testo al tema del federalismo fiscale tanto caro alla Lega e ai nostri governatori regionali, Formigoni in testa, spera di ottenere una certa benevolenza nel voto decisivo al Senato.

Chi vivrà vedrà, anche se all’orizzonte sembrano prevalere più ombre che luci, e, intanto, ci si avvicina al voto delle amministrative di oltre 11 milioni di elettori, cui, inevitabilmente si attribuirà un forte significato politico.

dalla Mancha, Don Chisciotte