Note 2008
Le note di Ettore Bonalberti
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    22 Dicembre 2008
 

Un amalgama mal riuscito

Se non fosse stata fatta da D’Alema questa descrizione pessimistica del Partito Democratico sembrerebbe frutto della solita polemica degli avversari.
Ed, invece, è proprio la diagnosi impietosa del leader diessino svolta nella direzione del PD di venerdì scorso. Una direzione apertasi con una relazione “ma - anchista” del segretario Veltroni e conclusasi con il rito tradizionale del vecchio PCI e della peggiore DC dorotea della finta unanimità su una mozione predisposta dal mediatore Fassino.
Dimissioni annunciate e poi ritirate dell’indeciso Sergio Chiamparino, mentre l’unica proposta politica degna di questo nome avanzata dal “fedifrago” Follini, con cui si chiedeva di abbandonare l’infausta alleanza con l’IdV di Di Pietro, veniva sonoramente bocciata; così come respinta era pure quella dei giovani Mario Adinolfi, Giovanni Bachelet e Luca Sofri, che reclamava il mantenimento delle primarie e l‘avvio del ricambio generazionale sin dalle prossime elezioni europee.
Colpito duramente dalle inchieste della magistratura che da Trento a Catanzaro, passando, per Genova, Firenze, Perugia, Napoli, Pescara, Potenza, Bari e Foggia, sta rapidamente arrivando nella stessa capitale che fu già regno indiscusso di Rutelli e dello stesso Veltroni; dopo il drammatico risultato elettorale abruzzese con un PD ridotto sotto la soglia del 20%, ci si attendeva molto di più da un partito che conferma l’ambizione di porsi in alternativa al governo di centro-destra.
Ed, invece, scarse indicazioni sono venute sulla crisi economica e finanziaria e sui problemi reali del Paese, per i quali ci si limita all’auspicio che, con l’aggravarsi della stessa crisi, possa finalmente cambiare il vento oggi favorevole alla politica dell’odiato Cavaliere.
“Siamo un partito di gente per bene” continua a salmodiare come uno stonato muezzin Walter Veltroni, e “non accettiamo lezioni da Berlusconi”, come se rinfacciando sempre agli altri i casi della “questione morale” su cui sta affondando larga parte della classe dirigente diessina e dell’Ulivo che ha guidato la maggior parte delle amministrazioni locali in questi ultimi quindici anni, si potesse superare il gap di credibilità politica, culturale e morale che spinge il PD ai minimi storici della propria rappresentanza.
Meno male che al Quirinale siede Giorgio Napolitano che in questi giorni, con Fini e Bossi si pone al vertice di un triangolo che punta alla ripresa di un dialogo che faciliti quelle riforme della giustizia e del federalismo che sono al centro, con la politica economica, delle scelte non più rinviabili del Governo e del Parlamento.
Ad esse si aggiunga la necessità di decidere se e quale legge elettorale adottare sia per le prossime europee, che, ancor più decisiva, per quelle politiche generali, onde evitare il referendum sulla proposta Segni-Guzzetta e salvare con la scelta bipolare la stessa ragion d’essere delle due formazioni maggiori.
A soffiare sul fuoco, quasi a solleticare l’attenzione dell’ordine divenuto potere dei magistrati inquirenti, come nel 1992-93, la solita “Repubblica” di Carlo De Benedetti e Eugenio Scalfari; prima scesa in campo a favore di Veltroni, ed oggi intenzionata a mettere da parte lo stesso leader romano, finendo con il portare acqua a quel Tonino Di Pietro, non credibile araldo di una falsa moralità ammantata da un giustizialismo intollerabile da stato di polizia piuttosto che di diritto. Riusciranno i nostri interlocutori democratici ad uscire dal tunnel in cui si sono cacciati, avendo scelto l’alleanza con questo ex magistrato che li sta cannibalizzando, forte dell’appoggio che all’interno dello stesso PD ritrova nei suoi ex colleghi: Lanfranco Tenaglia, ministro ombra della Giustizia, Felice Casson, Donatella Ferranti e Gerardo D’Ambrosio ? Intanto Luciano Violante, aspirante giudice costituzionale, e Anna Finocchiaro, aspirante al soglio della cattedra oggi occupata da Veltroni, sembrano prendere le distanze dalle posizioni passate e rendersi disponibili al dialogo sollecitato dal Presidente Napolitano. Ci sarà spazio per un accordo bipartisan?
Con questo interrogativo si chiude il 2008, con la speranza che il nuovo Anno possa riportare il confronto su posizioni di corretto dialogo democratico senza il quale il nostro Paese rischia un futuro gravido di incognite pericolose.

Don chisciotte-radioformigoni-22 dicembre 2008


    15 Dicembre 2008
 

Lo sciopero della discordia

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In equilibrio instabile tra le spinte della sinistra interna e la necessità di non rompere con la Confindustria, almeno con le consistenti frange residue montezemoliane di casa Fiat, alla vigilia del voto abruzzese, il leader della CGIL Guglielmo Epifani, ha adempiuto all’impegno annunciato.
Sciopero generale doveva essere, anche se, forse per la prima volta nella storia degli ultimi vent’anni, organizzato in totale isolamento e duro scontro con le consorelle confederazioni sindacali di CISL e UIL. E sciopero generale, seppur in tono minore, è stato, e, forse, è stato pure inutile se, dopo la protesta, il sindacato non sarà in grado di formulare qualche concreta proposta.
Solite cifre annunciate di oltre un milione di aderenti, per lo più pensionati e professionisti organici delle marce sindacali rosse, con l’aggiunta, ahimè in taluni casi rivelatasi un boomerang, come nella mia Mestre e a Padova, di Cobas, studenti e di frange no global e dei Disobbedienti che hanno duramente attaccato la sede regionale del CISL, con frasi e scritte inqualificabili, compresa la tragica stella a cinque punte delle BR, destinate a non improbabili conseguenze sul piano dei già tesi rapporti sindacali.
Si è trattato di una dimostrazione di forza che, in realtà, si è tradotta nell’evidente manifestazione di un isolamento politico e sindacale che nemmeno le contraddittorie parole pronunciate da Veltroni da Parigi sono riuscite a nascondere. Parole, quelle di Veltroni, di comprensione per le ragioni degli scioperanti,” ma anche “ di preoccupazione per l’esigenza di una ripresa del dialogo tra le diverse organizzazioni sindacali, una delle quali, la CISL, presente con i vecchi leaders, Marini e D’Antoni, in posizioni autorevoli nel Partito Democratico.
Insomma alla vigilia del voto abruzzese si potrebbe dire: missione compiuta, anche se Cremaschi e Rinaldini stanno già affilando le armi contro un ondivago Epifani, incapace quasi sempre di arrivare a siglare contratti ( ragione fondamentale della vita di un sindacato), preoccupato di non perdere il contatto con il padronato soprattutto torinese e con il governo; interessato, da tempo, a sostenere l’amico Veltroni in uno dei momenti più difficili della sua leadership politica e in attesa di una meritata ricompensa con la candidatura al parlamento europeo.
E’, seppur con grande approssimazione, la fotografia dello stato dell’arte di una sinistra in grave difficoltà, tanto sul piano della rappresentanza sociale e culturale che su quello politico parlamentare.
Ad urne abruzzesi ancora aperte ed in attesa del risultato su cui molto si discuterà per le conseguenze che ne potranno derivare soprattutto a partire dalla tenuta dell’alleanza del PD con l’IDV di Di Pietro, premessa indispensabile per possibili evoluzioni negli stessi rapporti, oggi a corrente alternata, tra maggioranza ed opposizione, si attende il riscontro elettorale.
Anche per don Chisciotte, seppur non insensibile all’azzardo delle previsioni, non c’è spazio per avventurarsi in valutazioni che sarà meglio approfondire dopo lo spoglio delle schede.
Sistema elettorale per le europee; quello più generale per le politiche, non escludendo l’eventuale certo ricorso all’imminente scadenza del referendum sulla proposta Segni-Guzzetta; nascita del Pdl e, soprattutto, avvio delle non più rinviabili riforme della giustizia e del federalismo: saranno questi i temi che, anche a seconda del risultato di quel voto regionale, potranno svolgersi con toni e relazioni politiche tra i partiti assai diversi.
La speranza resta quella che, ancora una volta, da quel voto, cui sarà assai difficile non attribuire il valore di un test politico significativo, possano scaturire orientamenti tali da favorire la ripresa di un dialogo di cui le condizioni economiche, finanziarie e sociali dell’Italia hanno assoluta necessità.

Don Chisciotte-radioformigoni-15 dicembre 2008



    9 Dicembre 2008
 

La rivoluzione mangia i suoi figli

E’ proprio vero l’assioma secondo cui: “ la rivoluzione mangia i suoi figli”. Era accaduto all’epoca della rivoluzione francese, si è ripetuto con la rivoluzione russa, e sta precipitosamente avvenendo anche per la tragica falsa rivoluzione con cui fu annientata la Prima Repubblica.
Alcuni degli architravi di quel complesso fenomeno politico-giudiziario e mediatico che determinò, da Tangentopoli in poi, la fine dei “partiti dell’area democratica” che avevano governato l’Italia dal 1948 al 1993, stanno, infatti, sgretolandosi, rischiando di trascinare con sé medesimi la stessa struttura istituzionale della Repubblica.
Da un lato abbiamo il PD che, tentando di mettere insieme le componenti residue ex PCI e della sinistra basista e dossettiana della DC, sta vivendo una crisi profondissima non solo di leadership, ma della sua stessa capacità di tenuta in quelle che sono state e sono tuttora le roccaforti del potere amministrativo in sede locale.
Nell’Alta Italia si è aperta la questione del Partito del Nord, rilanciata dopo dodici anni da Cacciari, Chiamparino e Penati, sulla base della realistica constatazione che continuando così, con un partito romanocentrico, la sinistra è destinata a restare minoranza in eterno e con la Lega che, ogni giorno di più, erode consenso nella stessa base popolare su cui la sinistra da sempre faceva riferimento. E’, soprattutto, nell’Italia centro-meridionale che stiamo assistendo alla naturale conclusione del ciclo della falsa rivoluzione italiana.
Dall’Emilia alla Toscana, dall’Umbria al Lazio, dalla Toscana all’Abruzzo, con la Campania e la Calabria è tutto uno scoppiare di scandali, di indagini giudiziarie nelle quali sono pesantemente chiamati in causa molti amministratori del centro-sinistra con l’accompagnamento dei soliti accoliti che non mancano mai nemmeno tra quelli di destra. Stiamo assistendo al lento decomporsi di una delle strutture portanti del potere del centro-sinistra: il governo locale su cui il PCI prima e il PD adesso hanno inteso e intendono rappresentare l’esempio della loro superiore presunta “diversità”.
E, d’altra parte, anche il secondo architrave della rivoluzione di “mani pulite”, la magistratura inquirente, ha manifestato il livello più basso e pericoloso della sua capacità di tenuta. La tragicomica vicenda delle due procure di Salerno e di Catanzaro l’un contro l’altra armata, con centinaia di carabinieri che circondano la procura di Catanzaro, la quale reagisce a suon di avvisi di reato per i magistrati inquirenti campani, è la sceneggiata finale di un organo fondamentale dello Stato che, da oltre quindici anni, si è trasformato in un potere incontrollato e incontrollabile, non solo dal legittimo ed unico rappresentante della volontà popolare, ossia il Parlamento, ma nemmeno dal suo organo di autogoverno, il CSM, squassato dalle vicende giudiziarie calabro-campane che ne hanno sfiorato il vertice più elevato.
La richiesta degli atti alle due procure da parte del Presidente Napolitano, fatto unico nella storia della Repubblica, è la dimostrazione di una crisi irreversibile che porta davvero la rivoluzione delle manette a mangiare gli stessi ammanetta tori.
Resta in campo il solito vociante Tonino di Pietro da Montenero di Bisaccia che non ha più sponde, se non la sua “Italia dei valori”.Peccato che sia anche lui chiamato in causa e, questa volta, proprio da quel “feroce Saladino”, attorno alle vicende del quale girano molte delle storie che stanno facendo tremare numerose persone del Palazzo.
Ancora una volta sembra avverarsi quanto si era già visto: una rivoluzione che mangia i suoi figli. E meno male che Silvio c’è…….ma di questo parleremo un’altra volta.

Don Chisciotte-radioformigoni-9 dicembre 2008


    3 Dicembre 2008
 

L’11 settembre di Mumbai: e la guerra continua

Dopo 60 ore di combattimenti è terminata la strage di Mumbai lasciando sul terreno 195 morti e 295 feriti.
Finisce così l’11 settembre indiano che si colloca tra le tragedie più efferate di Al Qaida, dopo quelle delle torri gemelle di New York nel 2001(2074 vittime), della stazione Atocha di Madrid dell’11 marzo 2004 (191 morti e 1841 feriti) e degli attentati di Londra alla metropolitana del 7 luglio 2005 (44 morti e 750 feriti)
La strategia del terrore del fondamentalismo islamico, innervato dalla filosofia rivoluzionaria di matrice occidentale. sembra incrementare il suo potenziale d’attacco all’Occidente, con questa azione del tutto innovativa e tatticamente complessa, portata avanti negli alberghi Taj Mahal e Oberoi di Mumbai.
E’ una striscia di sangue ininterrotta che, dopo New York, Al Qaida alimenta in varie parti del mondo. Senza considerare quanto accade in Irak e Afghanistan, sono otto gli attentati compiuti dall’organizzazione terroristica nel 2007 con oltre 300 morti e 12 attentati nel 2008 con oltre 500 morti in diversi Paesi tra Africa ed Asia. E stavolta succede in India, il Paese che con gli USA rappresenta la più grande democrazia della Terra.
La strage compiuta in questi giorni, ha puntato contro gli stranieri da un lato e, soprattutto, è stata mirata contro gli ebrei del centro ebraico Chabad alla Nariman House di Mumbai, all’interno della quale gli assalitori hanno fatto strage del rabbino Gavriel Holtzberg con sua moglie ed altri tre ebrei, assunti quale obiettivo privilegiato e altamente simbolico dell’azione assassina.
E’ questo il segnale che Al Qaida ha voluto lanciare ad Israele e al nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, cui spetterà raccogliere il testimone di G.W.Bush in una situazione internazionale aggravata dalla crisi finanziaria e dell’economia a livello globale.
Mancano oramai poche settimane all’assunzione dei pieni poteri del nuovo presidente americano, ma sin da questo momento possiamo affermare che nuovi e più forti responsabilità anche di natura militare saranno richieste ai Paesi europei, con buona pace per le anime candide dei pacifisti nostrani, non dimenticando quanto accade, anche in questi giorni in Nigeria: oltre 300 morti nella città di Jos tra musulmani e cristiani, con questi ultimi vittime di una ferocia senza pari.

In questo quadro si dovranno rivedere molte delle superficiali valutazioni che molti osservatori “progressisti”, anche di casa nostra, hanno compiuto in questi anni contro la politica del presidente Bush, al quale va riconosciuto il merito di aver saputo spostare il fronte d’attacco all’America sugli oltre mille kilometri del nuovo fronte che dall’Iran al Pakistan, ha portato lo scompiglio tra le diverse culture sciite e sunnite, in un quadro di operazioni militari in cui Israele è oggi assai meno isolato di quanto non fosse prima dell’11 settembre 2001.

Anche sulla base di questa nuova situazione strategico militare e geo politica acquista valore e significato l’impegno assunto dal nostro Presidente del consiglio per una ripresa di rapporti politici più distesi tra Stati Uniti e Russia, con l’Unione europea che si ponga da cerniera tra questi antichi contendenti, della cui collaborazione ha assoluta necessità il mondo occidentale.

Sarà questo l’antidoto efficace e necessario per i Paesi europei destinati a ruoli subalterni dalla nuova probabile politica americana del neo presidente Obama, il quale, ispirato dalla dottrina Monroe, cui sembra idealmente collegarsi, almeno per quanto si è potuto capir sin qui, punterà ad un rapporto privilegiato soprattutto con Mexico, Brasile e Canada sul fronte americano, e con il Giappone su quello orientale.

Anche in politica estera i primi passi del terzo governo Berlusconi sembrano si compiano all’interno di un’intelligente strategia che assegna all’Italia, nelle condizioni oggettive della propria realtà geo territoriale e politica, un ruolo attivo per garantire pace e sicurezza interna e sostegno efficace alle azioni di contrasto al terrorismo fondamentalista nelle zone in cui più apertamente si sta svolgendo il confronto con l’Occidente.

Don Chisciotte-radioformigoni-3 dicembre 2008



    24 Novembre 2008
 

Pdl: è tempo di inclusioni malgrado La Russa

Pdl: è tempo di inclusioni malgrado La Russa Forza Italia si scioglie, primo partito tra quelli della coalizione che hanno deciso di costituire il Partito del Popolo della Libertà. Lo ha deliberato per acclamazione il consiglio nazionale riunitosi Venerdì 21 novembre all’auditorium di Via della Conciliazione a Roma, con Silvio Berlusconi che non ha saputo trattenere le lacrime di commozione all’annuncio della fine del ciclo di Forza Italia e l’apertura di una nuova fase, da lui lucidamente prefigurata con il discorso del predellino nel novembre dell’anno scorso. Chi, come Don Chisciotte, dal 1994, dopo la fine della Democrazia Cristiana ha continuato ad inseguire l’obiettivo del partito unitario dei moderati italiani, sezione italiana del Partito Popolare Europeo, non può che dirsi soddisfatto per questo evento. Resta, tuttavia, lucida la consapevolezza che, pur nella comprensione delle oggettive difficoltà esistenti nel condurre a sintesi le diverse culture politiche che intervengono nel processo, molte sono le questioni aperte, tanto sul piano del metodo che su quello del merito con cui tale processo si sta realizzando. Sul piano del metodo, non conoscendo a tutt’oggi uno straccio di statuto e di regolamento su cui si sono sin qui impegnati i vari Onn. Verdini, Abelli e La Russa, apprezziamo l’idea che i delegati al prossimo congresso del costituendo Pdl, per la parte che attiene a Forze Italia (il 70%) ( se abbiano inteso bene, anche se non è chiaro se tutti i delegati o solo il 10%) saranno scelti dai cittadini chiamati ad esprimere le loro preferenze nei gazebo che verranno allestiti nelle varie piazze d’Italia. Tuttavia, da consumati vecchi “Dc non pentiti”, vorremmo conoscere con quali regole e con quali sistemi di controllo detta lodevole partecipazione democratica si potrà concretamente effettuare. Sul piano del merito, da tempo sottolineiamo il ruolo ancillare, se non proprio subalterno che, almeno sin qui, ha potuto svolgere in FI la componente cattolica di provenienza democratico cristiana. Sono prevalse, sino ad ora, le esclusioni piuttosto che le inclusioni. Quelle inclusioni che, almeno nei propositi annunciati, dovrebbero costituire la cifra del processo avviato nella costruzione del nuovo partito. Stride, al limite dell’insopportabilità, quell’arrogante dichiarazione del ministro La Russa che Sabato scorso a Rovigo, parlando agli iscritti di AN del Veneto, ha dichiarato con la solita sicumera di non apprezzare: “ chi cerca di saltare dentro dalla finestra. Si mettano in coda'' ha tuonato il barbuto esponente ex missino. Detta da un esponente di un partito il cui leader, dopo l’annuncio del predellino fatto dal Cavaliere, giunse a definire quella proposta una “comica finale”, c’è da sperare non sia il preludio a ben più consistenti scontri che, perdurando, finirebbero per dare ragione a quanto affermato da Umberto Bossi circa il rischio, non improbabile in politica, che : “uno più uno faccia necessariamente due”. Noi denunciamo un’evidente e imprudente sotto rappresentanza della componente democratico-cristiana nel nascente Pdl, specie in alcune realtà territoriali dove gli ex DC sono, nei casi migliori, dei “sopportati” . Certo tutto questo è anche responsabilità di chi, come l’On Casini, non ha voluto concorrere sin dall’inizio a tale positivo processo. Tuttavia, assai più consistenti sarebbero le responsabilità di coloro che, cooptati e nominati senza investitura democratica a svolgere, in diversi livelli territoriali, ruoli di guida politica dei partiti che concorreranno alla formazione del Pdl, pensassero di rinchiudersi nel loro recinto degli unti del Signore. Attenzione che dopo il congresso costituente di Marzo ci saranno molte elezioni amministrative in diversi comuni e province d’Italia. Se non ci si muoverà con molta prudente disponibilità e spirito inclusivo, scatterà inevitabilmente la proliferazione delle liste civiche, unica valvola di sfogo partecipativo per un popolo di elettori che non si rassegnano al ruolo di spettatori passivi e plaudenti. E, alla fine, chi ne potrebbe ricavare vantaggi, oltre agli avversari dell’altro Polo, sarebbe proprio quello straordinario alleato competitor che nel Nord si chiama Lega e nel Sud Mpa ( Movmento politico per l ‘autonomia).

Don Chisciotte- radioformigoni- 24 novembre 2008


    17 Novembre 2008
 

Stop al muro contro muro

La “Soluzione finale” del caso Englaro è stata decisa dalla Cassazione nel vuoto legislativo che affida alla magistratura l’interpretazione creativa della legge, sino alla formulazione de facto di una nuova norma che, in questo caso, decreta la morte della giovane in coma irreversibile.
Ciò che fino a ieri sembrava impossibile alla coscienza di noi cattolici è diventata drammatica realtà e impone al più presto una soluzione legislativa prodotta dalla sua fonte legittima, quella parlamentare, espressione della sovranità popolare.
Bene ha fatto il Presidente Formigoni ha negare a tutte le strutture ospedaliere lombarde la possibilitàdi togliere l’alimentazione e l’idratazione nei casi come quelli dell’Englaro ed ora spetterà all’amico Tondo, presidente della regione Friuli V.Giulia, la drammatica scelta di autorizzare quanto richiesto dal padre di Eluana e sancito dalla Cassazione.
A parte alcune voci, come quelle dei vetero laicisti, proff. Umberto Veronesi e Stefano Rodot‡, in questo caso la reazione delle forze politiche è risultata abbastanza unanime e ragionevole, nella dichiarata volont‡ di procedere al più presto ad una condivisa soluzione legislativa che tolga ogni possibile interpretazione arbitraria sul diritto di dare o togliere la vita ad una persona.
Almeno su questo, Ë il caso di dire, non abbiamo, almeno sin qui, assistito al solito scontro tra laici e cattolici, anche se non mancheranno le occasioni in cui alla fine le scelte si imporranno mettendo a nudo la libera coscienza di ciascun parlamentare, rappresentante della volont‡ popolare.
Diversa la situazione sugli altri temi che sono all’ordine del giorno della politica italiana: dalla crisi economica e finanziaria interna e internazionale, dopo che anche l’Italia, come la Germania, la Gran Bretagna e (notizia questa mattina) il Giappone, Ë entrata in una fase di “recessione tecnica” a quella dei rapporti sindacali. Aspro Ë lo scontro sulla politica scolastica e dell’universit‡ e su quella pi_ generale della modifica contrattuale salariale, dove, siamo ormai alla rottura netta del tessuto unitario, alimentata da un segretario della CGIL, Epifani,chiuso nel ridotto impotente del continuo NO, puntualmente schierato contro il governo Berlusconi con la pistola puntata dell’annunciato sciopero generale del 12 dicembre in aperto dissenso con gli altri sindacati.
In attesa delle prossime elezioni regionali abruzzesi, ringalluzziti dal risultato del voto trentino dalle motivazioni e interpretazioni assai ambigue, l’atteggiamento di chiusura aprioristica del sindacato, sostiene di fatto quella del Partito Democratico, dove ogni giorno di pi_ sembra vacillare la leadership veltroniana, che, abbandonata ogni residua velleit‡ di “ vocazione maggioritaria”, Ë anch’essa votata all’inseguimento delle posizioni pi_ estreme di Tonino di Pietro.
Tuttavia la situazione Ë in movimento. Dopo 43 votazioni andate a vuoto, la soluzione intervenuta per la presidenza della commissione di vigilanza sulla RAI, con la nomina del sen Villari, segna una frattura netta all’interno della minoranza. Una soluzione che mentre garantisce finalmente una guida ad un organo di estrema importanza istituzionale, costringe la solita “pasionaria di Sinalunga”, l’on Rosy Bindi, a scomposte reazioni al limite di improbabili e irragionevoli scelte di sapore aventiniano.
E’ tempo che anche in quel che resta del centro-sinistra si prenda atto della situazione, riconoscendo finalmente il diritto-dovere di governare da parte della maggioranza decisa dagli italiani; la quale, tuttavia, deve aprirsi ad un confronto con l’opposizione, tanto pi_ necessitato dalla complessa situazione economica e finanziaria del Paese.
L’alternativa Ë lo stallo nel funzionamento corretto delle istituzioni e l’apertura di spazi troppo vasti per i Travaglio e i commedianti del teatrino quotidiano, usi a istillare dosi giornaliere di odio e di sfiducia insopportabili e che concorrono a creare un clima destinato a portare il Paese verso una deriva senza fine.

Don Chisciotte- radioformigoni, 17 novembre 2008



    10 Novembre 2008
 

Missione compiuta

Barack Obama ha vinto, anzi ha stravinto. Siamo tutti contenti e soprattutto lo sono, in Italia, i convertiti veltroniani ex PCI.
Quelli che un tempo predicavano “ ha da venÏ baffone” e guardavano all’URSS come al paradiso dei lavoratori, adesso organizzano serate di gala a Roma con il segretario newyorchese del PD che impazzisce al trionfo del leader afroamericano.
E’ stato un grande successo della democrazia degli Stati Uniti, di quel sistema al quale noi vecchi “democristiani non pentiti” abbiamo sempre guardato con rispetto e ammirazione, anche quando, scegliendo la sponda del Patto Atlantico i comunisti di casa nostra sbraitavano contro l’imperialismo a stelle strisce o quando marciavano compatti anche nelle settimane scorse al Dal Molin, nelle strade di Vicenza, al grido di : “yankee go home”.
Ricordo che negli anni cinquanta ero compagno di classe alle elementari di un caro amico, figlio di operai comunisti, comunista lui stesso, iscritto all’organizzazione dei pionieri del PCI, cosÏ come me, fiamma verde dell’Azione Cattolica.
Tra di noi un’amicizia sincera, ma appena si parlava di politica, e a quell’et‡, in quegli anni, sulle rive del Po, si parlava gi‡ di politica, eravamo nettamente divisi tra PCI e DC; tra lui che inneggiava alla grande Russia di Stalin ed io all’America di Eishenower.
Se nella mia casa era conservato sulle pareti il crocefisso e il ritratto del Papa, nella sua, su un mobile in salotto era in bella mostra una foto dei coniugi Rosenberg, martiri del proletariato. In realt‡ spie americane dei sovietici ai quali avevano passato segreti nucleari e per questo giustiziati sulla sedia elettrica negli USA.

Nei giorni scorsi, meditavo su come sono cambiate le cose da noi, non solo sugli orientamenti di politica estera, ma anche al nostro interno. Vedere il Presidente Napolitano accompagnato dal ministro della difesa, La Russa, alle celebrazioni della vittoria, all’Altare della Patria, a Redipuglia e a Vittorio Veneto, era il segno di un cambiamento straordinario.

Ammirare il vecchio leader tra i leaders del PCI, che sta gestendo la massima magistratura repubblicana in maniera esemplare, che ricordava il sacrificio dei nostri fantaccini sulle rive del Carso, dopo la tragedia di Caporetto, la battaglia del solstizio sul Piave, sino alla resa austriaca di Vittorio Veneto e all’armistizio di Villa Giusti, in compagnia di uno degli eredi del partito che inneggiava al ventennio mussoliniano, era la dimostrazione di quanta strada si Ë fatta anche in Italia, Paese delle lotte fratricide e dei guelfi e ghibellini.

Se coloro che per molti anni avevano guardato all’URSS come la patria dei lavoratori ora si commuovono ascoltando l’inno americano e in Italia celebrano insieme la raggiunta unit‡ nazionale, ogni discussione ulteriore sul ruolo svolto dalla DC prima e dal Cavaliere negli ultimi quindici anni Ë superflua.

Se, in aggiunta, ad Asolo, nei giorni scorsi, si sono incontrati, sotto l’occhio vigile di Luciano Violante, Massimo D’Alema, legittimo erede del partito di Togliatti, Longo e Berlinguer con Gianfranco Fini, erede seppur contestato del partito di Almirante, PisanÚ e Rauti, per discutere di bicamerale e per organizzare una prossima summer school tra le fondazioni di riferimento dei due leaders, allora possiamo proprio dire: missione compiuta.

SÏ, possiamo andarne fieri, poichÈ il nostro scopo sociale, quello dei “liberi e forti” Ë stato raggiunto se quelli che fino a ieri erano nemici si sforzano di camminare insieme dietro al tricolore. Speriamo che non si debbano commuovere al canto dell’inno di Mameli solo quando gioca la Nazionale.

Don Chisciotte-radioformigoni, 10 novembre 2008



    3 Novembre 2009
 

Anomia sociale e giravolte politiche

Né classismo né interclassismo. Oggi l’Italia vive una condizione di frantumazione sociale, economica e culturale; una vera e propria anomia certificata dalle ultime indagini del Censis che parlano di “mucillagine” quale descrizione della situazione del Paese.
E tutto questo si riverbera negli atteggiamenti contraddittori del sindacato di classe più rappresentativo e forte, la CGIL: unitaria nella contestazione ai progetti di riforma della scuola e nel caso Alitalia-Cai, ma immediatamente a sostegno della politica del NO, quando si tratta di contratti degli statali o del progetto di riforma generale della contrattazione salariale.
Con Epifani, nello storico sindacato di classe, siamo giunti ad un innaturale collegamento tra le istanze corporative e conservatrici di alcune categorie impermeabili al cambiamento del settore pubblico con quelle più estreme del sindacato dei metalmeccanici dei Rinaldini e Cremaschi. Di fatto, alla rottura di ciò che rimaneva dell’unità sindacale.
Conclusione: un sindacato votato alla rinuncia del proprio ruolo istituzionale che resta quello di lottare per raggiungere possibili mediazioni contrattuali. Un sindacato sempre più condizionato da logiche politiche altalenanti: conservatrici e/o massimaliste .
Tale frantumazione è ancor più nettamente rappresentata dal proliferare di sigle corporative, autonome e di base, che, nel caso dell’Alitalia, hanno raggiunto l’acme dell’irrazionalità con il voto contrario all’accordo CAI dei piloti e degli assistenti di volo. Due categorie disponibili piuttosto al fallimento della società che alla perdita delle condizioni contrattuali sin qui godute.
La stessa volontà conservatrice e corporativa che ha dominato la posizione di molti insegnanti del sistema scolastico e universitario, refrattari ad ogni possibilità di razionalizzazione e di cambiamento di un comparto che non è più onestamente difendibile nella sua attuale arretratezza ed inefficienza funzionale. E con molti studenti utilizzati quale arma di pressione acritica, sfruttando le situazioni di oggettiva frustrazione di una condizione giovanile destinata alla precarietà.
Questo stato di anomia sociale e culturale sembra guidare le stesse ultime scelte di un contraddittorio e confuso Walter Veltroni che, abbandonata la strategia dell’”autosufficienza della maggioranza” e della difesa del bipolarismo/bipartitico, tenta di sopravvivere alle contestazioni sempre più diffuse in seno al PD, con tattiche diversive e giravolte politiche incomprensibili e senza sbocco finendo con il convertirsi alla logica antiparlamentare dei cortei della piazza a braccetto dell’infido Di Pietro.
Puntava al sistema maggioritario francese e per le europee si trova a difendere uno sbarramento ridicolo simulando una difesa d’ufficio delle preferenze che lo renderebbero prigioniero di tutte le diverse anime che compongono la variegata realtà del PD. Aveva iniziato a dialogare con Berlusconi per finire alla raccolta di firme contro il grembiule e il maestro unico alle elementari.
In queste condizioni, ha facile gioco il Cavaliere che, nel prendere atto di talune difficoltà insorte nello stesso costituendo Pdl in materia di difesa delle preferenze, minaccia la conservazione dell’attuale sistema elettorale per le europee. Un sistema che darebbe rappresentanza al massimo della frammentazione, rimettendo in gioco le estreme: dalle diverse anime della sinistra radicale annullate dal voto di Aprile alla destra estrema di Storace. E con un PD probabilmente ridotto sotto la soglia critica del 30%.
Un disaccordo sulla legge elettorale europea sarebbe la premessa per nessun’altra modifica della stessa legge elettorale del porcellum e se così fosse, ci infileremmo dritti dritti nel referendum di primavera a decidere sulla proposta Segni-Guzzetta, un mostro giuridico degno della famigerata Legge Acerbo.
Insomma dall’anomia sociale ad una forzata semplificazione partitica al limite della tenuta democratica del sistema. C’è da augurarsi che in entrambi gli schieramenti alla fine prevalga il buonsenso e si trovi una soluzione condivisa…prima che sia troppo tardi.

Don Chisciotte-radioformigoni 3 novembre 2008



    27 Ottobre 2008
 

Contro lo tsunami finanziario aprite al dialogo

Qualche mese fa, con il prof Guarino ed altri esperti avevamo, dedicato molta attenzione al problema del debito pubblico italiano, alla vigilia della ratifica del trattato di Lisbona, schierandoci dalla parte di coloro che sostenevano l’opportunità di non procedere a quella ratifica che avrebbe determinato una situazione iugulatoria per l’Italia.

Un nostro caro amico, esponente di una delle imprenditorie più serie e mature del Veneto produttivo, condividendo la posizione anti Lisbona espressa dal prof Guarino, nel giugno scorso, ci scrisse da buon “eretico” ( lo pseudonimo con cui cela la sua identità il Nostro) la sua opinione, con una frase lapidaria del saggio Bertoldo: “Banca ricca, Paese povero.”

E, aggiungeva: “Se il debito pubblico è veramente insostenibile, allora bisogna ridurlo. Se la situazione è grave, allora servono misure drastiche e immediate. Quali?
L’enormità della rapina conseguente al cambio suicida “Lira-Euro” ha svalutato il reddito e rivalutato il debito.

Risultato: le categorie produttive sono in ginocchio; quelle finanziarie, invece, rigurgitano di ricchezza monetaria (ossia, virtuale), mentre l’economia reale manca di liquidità, quindi di investimenti, dunque di sviluppo.

Il “denaro”, in realtà, non è scomparso; bensì si è accumulato concentrandosi “fuori circuito”. Non resta che andare a riprenderselo là ove si trova – tassando i sopraprofitti finanziari – per rimetterlo nel giro restituendolo alle “buste paga”, prima che sia troppo tardi.

I realizzi patrimoniali, il taglio della spesa e il conseguente aumento del P.I.L. faranno il resto, ma col tempo però; subito, invece, la “speculazione” deve restituire il maltolto.”
Insomma sembrava vero l’assunto: Banca ricca, Paese povero.

La situazione in cui è precipitato l’intero sistema finanziario internazionale è la dimostrazione di quanto assai più gravi sono stati gli effetti di una liberalizzazione senza freni che ha garantito immense praterie alla speculazione finanziaria sempre più avulsa dall’economia reale. Ora sono andate in default molte istituzioni bancarie e assicurative, anche quelle sino a qualche tempo fa considerate tra le più solide, mentre con il blocco del credito si sta verificando un rallentamento dell’economia reale che porterà il nostro Paese ad una situazione di stagnazione-recessione dagli effetti economici e sociali del tutto imprevedibili.

Se il malessere, in gran parte artificiosamente fomentato dall’estremismo politico, in campo studentesco ed universitario è solo il sintomo di un disagio sociale e culturale che copre le miserie di un corporativismo senza più giustificazioni, sarà dal lato dell’economia reale e produttiva che potranno venire i più forti dolori.

Nonostante le punture di ottimismo che il Presidente del Consiglio giustamente non si stanca di risparmiare e le sin qui positive decisioni assunte dal governo per far fronte ad una crisi finanziaria che, almeno sino ad ora, sembra preservare il sistema bancario italiano dallo tsunami che ha sconvolto con ben più forte consistenza realtà che sembravano assai più consolidate, è dalle imprese e dalle famiglie che ora giungono con sempre più forte insistenza gli alti lai.

Le prime alle prese con un blocco del credito in una fase in cui, soprattutto, le piccole e medie imprese, ma non sono diversamente posizionate anche quelle più grandi, risultano fortemente sottocapitalizzate e nella necessità di liquidità sempre meno disponibile; le famiglie, con redditi fissi erosi quotidianamente da un’inflazione che ne riduce progressivamente il potere d’acquisto sino a determinare un aumento progressivo dell’area della povertà.

Inflazione e stagnazione, ossia quella pericolosissima stag-flation, foriera di possibili scontri politico-economici e sociali dalle imprevedibili dimensioni ed effetti.

Non solo alla FIAT e alla Indesit, ossia alle auto e agli elettrodomestici, ma ad intere filiere produttive dovranno essere concessi sgravi fiscali e facilitazioni creditizie, ripristinando la Legge Tremonti di esonero fiscale per gli utili reinvestiti; mentre alle famiglie va assicurato l’immediato sgravio fiscale delle tredicesime, avendo consapevolezza che se non si pone mano ad una revisione delle politiche salariali in funzione dell’aumento del potere d’acquisto e conseguente incremento della domanda interna, la situazione potrebbe precipitare.

Tutto ciò comporta una profonda revisione degli stessi atteggiamenti e comportamenti sin qui assunti dalle più importanti formazioni politiche. I nascenti poli dell’inevitabile bipolarismo italiano o riprendono un dialogo interrotto per reciproche seppur diverse responsabilità o saranno seri guai per tutti.

Guai, infatti, se il Paese dovesse diventare terreno di conquista degli sfascisti dipietrini e dei votati al “tanto peggio tanto meglio”. Sono in ballo i fondamentali della stessa nostra convivenza sociale, economica e politica, mentre a livello internazionale, saltati tutti gli schemi tradizionali, si tratta per noi europei di ripensare dalle fondamenta lo stesso processo di costruzione europea che con questo tsunami ha ricevuto un colpo apoplettico al limite della sua stessa sopravvivenza.

Speriamo che, dopo lo sfogo con la manifestazione del PD al Circo Massimo di Sabato scorso a Roma, si ritorni a dialogare, al di là degli slogans bolsi, vecchi e stantii ripetuti da Walter Veltroni nel suo comizio di chiusura.

Don Chisciotte-radioformigoni-27 ottobre 2008



    20 Ottobre 2008
 

Conservatori e riformisti

La settimana scorsa a Milano ho avuto l’occasione di incrociare la manifestazione degli ospedalieri che sfilavano per la città reclamando il rinnovo del contratto.
Sacrosanto diritto dei lavoratori. Il tutto accompagnato dal solito rito dei fischietti e dei tamburi in un corteo multiforme caratterizzato da centinaia di bandiere rosse.
Stonavano solo alcuni cori ritmati da delle erinni scatenate, più che infermiere a passeggio, tuonanti contro il governo accusato di essere formato da “delinquenti”.

In questi giorni, ancora, tra sigle dei Cobas dei trasporti e sindacati della scuola che allenano alla protesta anche gli scolari delle elementari, è tutto un agitarsi contro il ministro dei trasporti e la Gelmini, accusati delle più assurde infamie.

Il tutto in attesa di quella grande manifestazione annunciata dal PD per “salvare l’Italia”.

Insomma la cosiddetta “Italia progressista” ancora una volta s’è desta, salvo che lo scenario politico-culturale ed economico sociale del Paese è oggi diverso da quello probabilmente ipotizzato dai tristi superstiti del ’68 di cui si celebra quest’anno il quarantennio.

Sorge spontanea una domanda: in questo contesto chi sono i conservatori e chi i progressisti riformatori?

In una situazione finanziaria internazionale drammatica e con un Paese, l’Italia, a tasso di crescita zero se non negativo, pensare di abbandonarsi alla protesta di piazza per recuperare consensi e spingere alla soluzione dei problemi è demagogia infantile degna del solito Tonino di Montenero di Bisaccia e delle frange più estreme di una sinistra massimalista senza più testa.

Nelle contestazioni sindacali di questi giorni è sempre assente quella che è o dovrebbe essere la finalità di ogni politica rivolta al bene comune: l’interesse del cittadino e la qualità dei servizi che lo Stato offre allo stesso.

Prevalgono interessi e logiche meramente corporative ed autoreferenziali che rischiano di essere sempre meno comprese dalla stragrande maggioranza degli italiani che, infatti, continuano ad esprimere un forte consenso ed un alto gradimento alle politiche del governo.

Tra i cobas e i sindacati che espongono nelle bacheche delle elementari raffigurazioni di casse funebri con l’effige della ministra Gelmini e per somma capacità educativa portano a sfilare i bambini di età scolare, e le necessarie cure indicate dal governo per migliorare, per intanto, l’efficienza ed efficacia della scuola elementare, l’Italia non può che schierarsi dalla parte del governo.

E così è e sarà per i provvedimenti già assunti e che sta per assumere nel settore della riforma della Pubblica amministrazione dove, con un solo decreto, il ministro Brunetta ha miracolosamente fatto guarire il 45 % dei dipendenti pubblici dalla cagionevole salute quotidiana.

Ne abbiamo parlato ieri con il ministro veneziano in un convegno sul riformismo cattolico e socialista, impegnati nella costruzione del Partito del Popolo della Libertà.

Abbiamo concluso che i riformisti quelli veri, eredi del migliore centro-sinistra degli anni ’60 e 70 e sino a quelli travagliati dopo la morte di Aldo Moro, sono quelli rappresentati nel terzo governo Berlusconi che nelle sue politiche ha dimostrato di porre al centro della propria attenzione soprattutto il bene del cittadino e la qualità dei servizi che vanno ad esso garantiti. In poche parole l’esigenza di quella “riforma minima” di turatiana memoria di cui il Paese ha un’estrema necessità.

Noi che ci consideriamo seppur indegnamente eredi del riformismo democratico cristiano dei Miglioli, Grandi, Pastore, La Pira, Vanoni, Saraceno, Fanfani e Donat Cattin ci sentiamo orgogliosi di condurre con gli eredi dei Turati, Nenni, Craxi, Brodolini e Labor, una battaglia comune per far nascere il nuovo Partito del popolo della libertà, sezione italiana del Partito Popolare Europeo.

Don Chisciotte-radioformigoni-20 ottobre 2008



    13 Ottobre 2008
 

Riformismo cattolico riformismo socialista: due culture verso il PdL

Nel pieno tsunami finanziario che sta sconvolgendo il sistema economico mondiale con il crollo delle Borse a due cifre che bruciano centinaia di milioni di euro al giorno, il Papa all’apertura della XII Assemblea ordinaria del Sinodi dei vescovi di Lunedì della settimana scorsa, nella sua meditazione svolta a braccio ci ha ricordato che :“ se davvero vogliamo essere realisti, la vera realtà su cui dobbiamo proprio contare è la Parola di Dio”.

E proseguiva sottolineando che: “ è necessario cambiare la nostra idea che la materia, le cose solide, da toccare sarebbero la realtà più solida, più sicura”; cosa che “ vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono e sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà, sono realtà di secondo ordine”.

Sono riflessioni che ci inducono a meditare seriamente sulle nostre azioni quotidiane e sulle stesse che mettiamo in opera a livello politico, economico e sociale.

Mai come adesso ritornano centrali le indicazioni magistrali della dottrina sociale della Chiesa di cui attendiamo gli sviluppi con l’ annunciata enciclica sociale di Papa Benedetto XVI, dopo la “Centesimus Annus “di Papa Giovanni Paolo II.

Formati alla scuola del riformismo cattolico ed avendo militato sin da giovani nelle formazioni cattoliche del movimento operaio cristiano (ACLI e CISL), siamo attualmente impegnati nella costruzione del Partito del Popolo della Libertà, sezione italiana del Partito Popolare Europeo.

Siamo convinti che, al di là delle contingenze e delle difficoltà in cui ci si ritrova per fondere esperienze e culture di diversa provenienza e in una situazione di leadership popolare e carismatica oggettivamente senza alternative, sia impossibile tentare di costruire il nuovo partito al di fuori di regole democratiche condivise nella formazione del consenso e trasparenti e partecipate nella selezione delle classi dirigenti. Ecco perchè ci stiamo battendo a livello periferico per superare le incrostazioni e le resistenze degli “unti dal signore” che impediscono il necessario ricambio delle classi dirigenti pro domo loro. E lo vogliamo fare ricercando il massimo di convergenza tra le culture di riferimento essenziali che si ritrovano oggi nel costituendo Partito del Popolo della libertà.

Partendo dal riformismo cattolico e da quello socialista che con la cultura liberal democratica e quella nazional-unitaria costituiscono il nucleo fondante del nuovo partito, intendiamo costruire alleanze a livello periferico capaci di produrre momenti di approfondimento politico e culturale tali da garantire la più ampia partecipazione a quel popolo della libertà che non può essere ridotto a spettatore passivo o meramente indicatore di orientamenti rilevati dalle indagine demoscopico statistiche.

A Venezia il processo si avvierà questa sera con la formazione del circolo “ Insieme per il partito del popolo della libertà” che avrà il suo momento di manifestazione pubblica con il convegno di Sabato a Mestre sul tema: “Riformismo cattolico e riformismo socialista: due culture verso il PDL” con la relazione conclusiva del ministro Renato Brunetta.

Se dalle sfere più alte nulla sembra muoversi restando tutti allineati, come i 44 gatti…. “ in fila per sei col resto di due”, è dalla periferia che bisogna attivare intelligenze, passione civile e partecipazione. Spero che da Venezia il modello possa espandersi e rilanciare con forza il movimento verso la formazione della sezione italiana del Partito Popolare Europeo di cui l’Italia ha grande necessità, specie in un momento così difficile come quello che stiamo attraversando.

Don Chisciotte-radioformigoni-13 ottobre 2008



    6 Ottobre 2008
 

Dialogo e non risse continue

Entrati in una crisi finanziaria internazionale di proporzioni gigantesche, la cui entità è solo in parte evidenziata dalla decisione assunta dal congresso americano di approvazione del Piano Paulson per 700 miliardi dollari per il salvataggio delle banche e società di assicurazione in crisi, cui si aggiungono altri 150 miliardi di dollari di sgravi fiscali, così come proposto dal Presidente Bush e, condiviso, dopo non poche difficoltà da senatori e deputati e dai due sfidanti per la guida del Paese, assistiamo, non privi di fondate preoccupazioni, a ciò che si sta verificando a livello europeo e italiano.

Speculazioni e dati probabilmente oggettivi di sofferenza del nostro più importante gruppo bancari a livello nazionale e tra i primi in Europa, Unicredit, non lasciano spazio a ingiustificati e facili ottimismi, dai quali ha saputo intelligentemente rifuggire il Ministro dell’economia, Giulio Tremonti, e lo stesso Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che ha usato parole semplici ed efficaci in un momento di grave tensione e di possibile panico tra i risparmiatori italiani.

La garanzia pubblica dei depositi bancari e il congelamento temporaneo delle vendite al ribasso dei titolo quotati sono le misure annunciate dal capo del Governo che ha così lanciato un messaggio rassicurante ai risparmiatori e al mercato.

Sconcerta che in una situazione di così pesante difficoltà, certamente non ascrivibile a responsabilità dirette o indirette di questo governo, il leader dell’opposizione, Walter Veltroni, non sappia far altro che denunciare ogni giorno il rischio di presunti attacchi alla democrazia nel nostro Paese, con continue provocazioni verso il Cavaliere che sarebbe “unfit” ( come lo descriveva un tempo per la guida del governo, il Financial Times, , giudizio poi rovesciato da quel quotidiano dopo le ultime elezioni politiche), ossia “inadatto” per assumere la massima carica istituzionale del nostro Paese.

Un Veltroni che sembra preso dalla frenetica ed ansiosa attesa del risultato della manifestazione del 25 ottobre, con cui intende portare in piazza alcuni milioni di cittadini per ribadire il NO a questo governo e tentare di arginare l’onda montante di contestazione interna ed esterna al Partito Democratico. Una contestazione che sembra travolgere, con la leadership dell’ex sindaco di Roma, la stessa fragile costruzione del Partito Democratico. L’annunciata manifestazione di Roma, più che “salvare l’Italia”, come è indicato nello slogan della stessa, sembra piuttosto assumere, ogni giorno, di più lo scopo di salvare il povero Veltroni alla guida del PD.

Intanto il governo, dopo la soluzione del problema immondezza di Napoli e del pasticciaccio brutto dell’Alitalia, incassa l’approvazione unanime del progetto di federalismo fiscale, autentica rivoluzione storica degli assetti istituzionali dell’Italia in un quadro di sostanziale condivisione, mai prima prevista e prevedibile, tra le ragioni non più rinviabili delle regioni del Nord e le attese e le difficoltà oggettive di quelle meridionali.

Noi ci auguriamo che, tanto dalla manifestazione dell’opposizione quanto da un serio ripensamento strategico del sindacato storico della sinistra italiana, la CGIL che con Cofferati sembra essere sempre più ridotta a sindacato del NO, possano giungere segnali di una ripresa di dialogo e di confronto con la maggioranza scelta dagli italiani per governare il Paese, in una fase storico politica dell’Italia in cui di tutto c’è bisogno fuorché delle risse e delle contestazioni continue.

Ruoli e manifestazioni queste ultime da lasciare a quell’indescrivibile Masaniello di Tonino da Montenero di Bisaccia, brutta copia politica di un ex Pubblico ministero che tante, troppe illusioni aveva saputo suscitare tra alcuni ingenui italiani cui vengono ora riproposti assai poco credibili valori.

Don Chisciotte-radioformigoni-6 ottobre 2008



    29 Settembre 2008
 

Le capriole di Veltroni e le tentazioni di Casini

Crisi della finanza americana che, oltre a far perdere la trebisonda agli economisti delle diverse scuole di pensiero sulle sorti magnifiche e progressive del capitalismo, costringono il governo americano ad un impegno di assoluto valore (700 miliardi di dollari, il più grande intervento nella storia americana di salvataggio bancario), pagato dai contribuenti, per coprire tutte le situazioni di crisi collegate alle dissennate politiche dei mutui subprime, ossia del finanziamento di mutui ad alto rischio che hanno portato le banche americane a rapporti sbilanciati tra attivo e debiti fino a 1-25, assolutamente al di fuori di ogni ragionevole stima .

Crisi dell’Alitalia non ancora giunta al suo epilogo finale, anche se sembra quasi fatta. Un’occasione in cui si è rivelata in tutta la sua contraddizione l’ambigua politica di Veltroni: prima tiepido con Prodi e la soluzione Air France, poi nettamente contrario alla cordata italiana messa insieme da Banca Intesa, su input del presidente del Consiglio, da lui definita, durante la campagna elettorale: “un espediente di Berlusconi, destinato a scomparire dopo il voto”; quindi svillaneggiata come una “compagnia di bandierina”, per atteggiarsi, infine, dopo lo stop and go pilotato di Epifani e della CGIL, a salvatore della Patria e a deus ex machina del raggiunto accordo con il sindacato ribelle.

Insomma, tornato dalla sua vacanza newyorchese dove si è goduto la sua nuova abitazione a Manhattan e presentato l’ultimo suo libro ai democratici di oltre oceano, alla vigilia dell’annunciata manifestazione contro il governo di fine Ottobre, il nostro Walter affila le armi contro il Cavaliere, tentando di rimettere insieme le varie componenti interne al suo partito e della stessa composita opposizione.

Pronta l’Italia dei Valori di Di Pietro ad approfittare di ogni occasione in cui possa mettere in luce divisioni e contraddizioni del Partito Democratico per ricavarne qualche vantaggio elettorale, così come ad annunciare la propria partecipazione alla manifestazione di protesta contro il governo di centro-destra.

Più ambigua la posizione di Casini e dell’UDC, propria di chi vorrebbe, ma non può e alla continua ricerca di una strategia che sinora non si riesce a identificare, considerato l’irrisolto dilemma esistente tra una base che non potrebbe seguire il suo leader verso un’apertura al PD e Casini che, alla luce di quanto sin qui emerso, sembrerebbe che, proprio lì, finirà con il parare.

La vexata quaestio delle preferenze e del sistema elettorale, in sé piena di ragionevolezza, è l’occasione buona per D’Alema e compagni per aprire un fronte di lotta parlamentare insieme all’UDC contro il governo, per puntare, in realtà, a sottrarre l’UDC ad ogni possibilità di ripresa di dialogo con il Cavaliere e il PdL.

Insomma un partito, quello del PD, tuttora diviso tra una posizione ufficiale espressa a favore del sistema elettorale francese, dunque maggioritario, che con D’Alema si apre alle ragioni del sistema tedesco con preferenze voluto dall’UDC; mentre non mancano anche le posizioni di coloro che, avendo sottoscritto il referendum Segni –Guzzetta, non disperano, sotto sotto, che non si vari alcuna nuova legge elettorale e si corra dritti al voto referendario. Un voto che, se favorevole alle tesi dei promotori, altro che legge truffa di degasperiana memoria, ci farebbe ritornare di colpo alla Legge Acerbo o a qualcosa di molto simile a quella nefasta legge fascista.

A me pare che a Casini non dispiacerebbe, perduta ogni speranza di scalare ai vertici della leadership dei moderati, per responsabilità da lui scioccamente compiute, diventare il nuovo politico bolognese al servizio del PD, in una prossima tornata elettorale a suggello di un’alleanza tra il PD e l’UDC. Fantapolitica? Se così non fosse, non si capirebbero le scelte tattiche che, di volta in volta, vengono compiute dall’ex Presidente della Camera. Certo, sarebbe una ben strana contraddizione quella di un Presidente dell’Internazionale Democristiana che, anziché con i partiti aderenti al PPE, si alleasse al partito dell’Internazionale socialista che sta per decidere di aggiungersi l’attributo di Democratica per tentare di favorire il consenso dei residui popolari del PD italiano all’ingresso di questo partito nella naturale sua collocazione nel PSE.

Unico antidoto a questa velleitaria tentazione casiniana : l’idiosincrasia del popolo UDC che, per quanto lo conosciamo, e crediamo di conoscerlo bene, assai difficilmente lo seguirebbe su questa strada ambigua e senza ritorno.

Don Chisciotte-radioformigoni-29 settembre 2008



    22 Settembre 2008
 

Voglia di partecipazione

Sto girando l’Italia per la presentazione del libro: “ dalla fine della DC alla svolta bipolare”. Un libro che il giornalista de “Il resto del Carlino”, Giuliano Ramazzina, ha voluto scrivere con un’intervista a tutto campo a chi vi parla. Il libro ha avuto l’onore della prefazione di Roberto Formigoni e la postfazione di Franco Marini, due politici a me assai cari.

In queste serate riscopro un sano e forte gusto per il dibattito politico, con molti giovani che, non conoscendo quasi nulla della storia della Democrazia Cristiana, sono curiosi di apprendere i passaggi più significativi della storia del partito che fu, non a caso, “l’architrave” del sistema democratico italiano.

Riscopro, soprattutto, la voglia di partecipazione di uomini e donne, di tutte le età e professioni, stanchi di una politica che da troppi anni è vissuta passivamente come da parte di tanti guardoni inebetiti davanti al televisore per assistere a trasmissioni come “Porta Porta”, “Ballarò”, “Anno zero” che, di fatto, hanno sostituito quelli che sono stati per diverse generazioni i canali tradizionali della partecipazione politica: le sezioni di partito, le riunioni di corrente e i convegni e le scuole di formazione politica.

Non se ne può più di una politica eteroguidata e leaderistica e qualcosa sembra stia cambiando. Non a caso, specie tra i giovani, trionfa internet e il chattare come nuovo sistema di comunicazione che, quanto meno, permette di interagire tra gli interlocutori e di scambiarsi in tempo reale le proprie idee, aspirazioni e sogni.

Ciò che mi colpisce di più, in queste ormai numerose serate di dibattito politico, è il desiderio di molti amici caratterizzati da una forte ispirazione ideale e fedeli ai valori del cattolicesimo, di superare quella condizione di irrilevanza che, tanto a destra quanto a sinistra sembra caratterizzare questa difficile ed opaca stagione politica per i politici di ispirazione cristiana.

Distrutti i partiti tradizionali e tuttora in fieri, come statu nascenti, quelli del PD e del Pdl, tutto è tornato nelle mani dei poteri forti, dei decisori economico-finanziari che, senza più alcuna mediazione, fanno e disfano a piacimento, controllando industrie e banche, assicurazioni e mass media, partecipando in prima persona alle convention farsa del PD (v. Profumo, Passera, e il titolare oggi pentito della tessera n.1 del PD, Carlo De Benedetti).

Anche ciò che sta avvenendo nel Pdl dopo la riunione lampo dei 100 costituenti di mercoledì scorso ci lascia alquanto perplessi.

Mentre comprendiamo le difficoltà di costituire un partito nuovo che nasce dalla confluenza di molteplici culture politiche e consumate esperienze di partito, siamo curiosi di esaminare le norme statutarie e regolamentari che i costituenti stanno per redigere. Ci poniamo alcune domande:
ci sarà una base elettorale aperta per la nomina dei delegati all’annunciato congresso previsto per i primi mesi del 2009, o tutto si ridurrà alla spartizione nelle percentuali pattuite da un’assise di nominati non eletti, sostanzialmente scelti nella ristretta cerchia dei soliti noti?

E poi, ed è questa la cosa che mi sta più a cuore: che ruolo avranno gli esponenti della cultura cattolica e di ispirazione democratico cristiana nel partito che intende rappresentare la sezione italiana del Partito Popolare europeo?

L’on Palmieri con la sua nota informativa puntuale ci informa che ci si vuole affidare anche ad Internet in questa fase che ci porterà al congresso. Ed allora, cari amici, smanettiamo e facciamo sentire la nostra voce. Se qualcuno pensasse di poter controllare un partito che si spera possa arrivare ad oltre il 50 % dei consensi elettorali, con qualche cena tra intimi e qualche comparsata a Porta a Porta, credo che sarebbe del tutto fuori dalla realtà. E prima o poi si risveglierà dal sogno entusiasmante che sta vivendo. Girando tra città e paesi e rincontrando la nostra gente, sento tanta voglia di partecipazione democratica e di una nuova presenza dei cattolici in politica, a partire dal Pdl. Guai a frustrare questa speranza. Potrebbe risultare fatale.

Don Chisciotte-radioformigoni-22 settembre 2008



    15 Settembre2008
 

Il dado è tratto

Con l’avvenuta approvazione da parte del consiglio dei ministri del disegno di legge Calderoli-Fitto sul federalismo fiscale si è avviato un processo di trasformazione profonda del nostro sistema fiscale, destinato a provocare successive inevitabili modificazioni dello stesso assetto istituzionale dello Stato.

Le modifiche al titolo V approvate dalla vecchia maggioranza di centro-sinistra che avevano determinato una situazione di permanente conflittualità tra Stato e Regioni e la stessa riforma costituzionale approvata dal successivo governo di centro-destra bocciata dal voto referendario, trovano oggi una prima risposta che, se confortata dal consenso della prossima conferenza Stato-Regioni, dovrebbe essere definitivamente approvata dal voto parlamentare delle camere, affidando al governo il compito di procedere all’approvazione dei successivi decreti attuativi.

Non sarà la riforma fiscale federale così come era stata indicata dal voto pressoché unanime dal consiglio regionale della Lombardia, tuttavia siamo davanti ad una modifica profonda del sistema fiscale e ordinamentale italiano. Va da sé che, riconoscendo il valore dell’autonomia dei diversi enti affidando a loro una capacità impositiva propria e responsabilità effettive di bilancio, si imporrà, onde evitare conflittualità permanenti , la conseguente riforma in senso autonomistico dello Stato con l’istituzione del senato delle regioni

Onore alla Lega, che del federalismo aveva fatto sin dal sorgere del movimento la propria bandiera e grande merito alle regioni del Nord, Lombardia e Veneto in testa, che sul federalismo avevano costruito l’ egemonia delle forze politiche del centro-destra e i cui governatori, Formigoni e Galan, si erano posti all’avanguardia di quella politica in campo nazionale. Così come grande merito va ai ministri Calderoli e Fitto che, con grande passione e tenace determinazione, hanno saputo saldare le esigenze di autonomia, perequazione e garanzia di servizi alle diverse realtà territoriali, dal Nord al Sud d’Italia, coniugandole con il valore della responsabilità. Insomma un grande salto di qualità potrà finalmente avvenire dalle Alpi a Capo Passero.

Certo, con 8.100 Comuni, 107 province, 20 Regioni, 330 comunità montane, 63 consorzi di bonifica che servono 2 mila comuni, cui vanno aggiunte le annunciate 9 città metropolitane, senza introdurre sostanziali modifiche di ordine costituzionale, tra le quali la promessa e auspicata chiusura delle province e comunità montane, e il superamento delle attuali insopportabili sperequazioni tra regioni a statuto ordinario e regioni a statuto speciale, il processo avviato dovrà fare i conti con una situazione economica e finanziaria del Paese che non può, in ogni caso, sopportare ulteriori incrementi della pressione fiscale.

Se tutto procederà come indicato dal governo, tra pochi mesi dovremo assistere ad una delle trasformazioni più profonde del nostro sistema politico-amministrativo con l’approvazione di due tra le riforme che hanno ricevuto un ampio consenso dagli elettori: quella del federalismo e quella che marcerà in parallelo della giustizia.

Intanto l’avviato iter per l’approvazione della nuova legge elettorale per le prossime elezioni europee, non potrà che sancire la definitiva affermazione del bipolarismo, autentica rivoluzione politica uscita dalle elezioni dell’aprile scorso, e non saranno i tentativi di Casini e D’Alema a fermare un processo politico-istituzionale che è ormai penetrato nella coscienza dell’elettorato italiano.

A Casini vorremmo sommessamente suggerire che, al posto di rilanciare tatticamente il valore della soglia di sbarramento (dal 5 al 7%) pur di reintrodurre le preferenze (battaglia quest’ultima sacrosanta e da noi condivisiva) rivendicando una solitaria autonomia foriera di un terzaforzismo senza speranza, meglio sarebbe battersi per una lista unitaria di tutte le componenti politiche che si richiamano e/o intendono richiamarsi al Partito Popolare Europeo. In tal modo riunificheremmo a livello elettorale quel popolo dei moderati che è l’obiettivo cui persegue il costituendo partito del popolo della libertà, al cui processo fondativo non dovrebbe, né potrebbe mancare l’apporto del partito guidato dal Presidente di quell’internazionale DC che del PPE ne costituisce il nucleo essenziale e originario. Ogni altra tattica diversiva costituisce un’inutile scorciatoia per piccole ambizioni personali senza prospettiva.

Don Chisciotte-radioformigoni-15 settembre 2008



    27 Agosto 2008
 

Rete Italia dopo Rimini

Con la terza edizione dell’incontro nazionale di ReteItalia al meeting di Rimini del 25 agosto scorso, si è aperta una fase nuova per tutti noi.
Siamo alla vigilia di alcuni fatti importanti della vita politica italiana:
a) la definizione delle modalità di organizzazione del nuovo partito del popolo delle libertà;
b) i prossimi rinnovi di numerose amministrazioni locali;
c) le elezioni europee del 2009.

A Rimini, dopo l’interessante dibattito tra Roberto Formigoni e Gianni Alemanno sulle proposte concrete di governo in tema di sussidiarietà, abbiamo seguito l’incontro di Rete Italia al quale, oltre a Formigoni, Mauro e Luppi, hanno partecipato con Giancarlo Abelli, i ministri: Alfano, Gelmini e Sacconi, con Alemanno, pur febbricitante, che ha voluto portare il suo saluto, sottolineando i forti motivi di coesione con le posizioni espresse da Formigoni e dal movimento della rete.

Giancarlo Abelli, vice coordinatore di Verdini e componente del comitato ristretto che, con La Russa, lo stesso Verdini e Rotondi, ha il compito di definire le pratiche modalità di organizzazione del nuovo partito in vista del prossimo congresso annunciato per l’inizio del 2009, ha ribadito la volontà di garantire la massima partecipazione del popolo, che con i gazebo ha raccolto l’invito di Berlusconi alla nascita del partito del popolo della libertà. Un partito – sezione italiana del Partito Popolare europeo, riaffermando la volontà di andare ben al di là del burocratico schema 70% a FI e minori e 30% ad AN, per assicurare una selezione della classe dirigente che parta veramente dal basso, con l’introduzione di primarie a tutti i livelli e per garantire nelle elezioni il voto di preferenza. Tema da sempre sostenuto da Roberto Formigoni e ribadito dallo stesso Alemanno che condivide la proposta di un partito nazionale, ma fortemente radicato sul territorio. Molto importante anche l’apertura sia di Formigoni che di Alemanno nei confronti dell’UDC di Casini, invitata a partecipare, se non al processo di formazione del nuovo soggetto politico, almeno all’ allargamento dell’area di riferimento della maggioranza espressione del voto moderato e centrista.

Essenziale sarà, in ogni caso, stabilire da chi sarà formata la base elettorale che procederà all’elezione dei delegati al congresso nazionale, mentre sul piano politico più generale, la comune richiesta di approfondimento dei contenuti e dei valori, per noi, come per altre componenti di diversa ispirazione ideale, restano fondamentali quelli a suo tempo espresse da Formigoni nel dodecalogo di Rimini 2007 e condivise con Alemanno nell’intervento al meeting di quest’anno. Sussidiarietà,Sussidiarietà, Sussidiarietà, è il verbo unificante nuovo, cercando di passare dalle enunciazioni ai fatti concreti. E così temi come il quoziente familiare, quale base per l’imposizione fiscale, il buono scuola, la libertà delle persone nella scelta di servizi da gestire attraverso una più ampia partecipazione dei corpi intermedi, sono quelli che hanno trovato piena condivisione con i ministri intervenuti. Importante quanto affermato dal ministro Sacconi sia nel seguitissimo confronto con Raffaele Bonanni sui temi contenuti nel libro Verde sul nuovo welfare, sia nel suo intervento all’incontro della rete.
Certo, stavolta, non ci accontenteremo più delle sole promesse, ma vogliamo verificare seriamente il procedere degli impegni e delle scadenze.

Di qui l’importanza, anche per preparare le prossime elezioni amministrative ed europee, di organizzare incontri provinciali e regionali della rete, in vista dell’annunciata assemblea di Riva del Garda che si dovrebbe tenere all’inizio del prossimo anno, per meglio mettere a punto la nostra strategia in vista del congresso.

Don Chisciotte-27 agosto 2008



    21 Luglio 2008
 

Movimento nei partiti

Situazione fluida nelle due formazioni politiche maggiori. Nel Partito Democratico, con il recente convegno della fondazione “Italianieuropei” si è ufficialmente aperto il confronto, per la verità mai venuto meno, tra Massimo D’Alema e Walter Veltroni.

Il primo, constato il fallimento della strategia dell’”autosufficienza” veltroniana zavorrata pesantemente dai giustizialisti dipietrini, propone la “marcia indietro tutta”, con totale apertura al sistema elettorale tedesco (proporzionale senza premio di maggioranza e sbarramento al 5%) con coalizioni che si formano in parlamento dopo il voto e ritorno al ruolo determinante dei partiti. E’ la constatazione tardiva, ma realistica, dell’impossibilità di far convivere sotto lo stesso tetto gli eredi dei comunisti e della sinistra democristiana, con l’obiettivo di puntare su possibili coalizioni tra un partito democratico, ridotto nella consistenza, ma aperto alla possibile collaborazione con la sinistra di rifondazione vendoliana e con un nuovo centro organizzato da Casini e Rutelli.

Condizione necessaria: l’approvazione di una legge elettorale proporzionale che, tranne la possibile tentazione per la Lega, non sembra far breccia nell’attuale maggioranza di governo. Condizione, tuttavia, non sufficiente poiché deve fare i conti con la capacità di tenuta dei consensi, in una simile prospettiva, ad una UDC definitivamente spostata sulle posizioni folliniane.

Veltroni, zavorrato da colui che è la causa del suo mal, il bizzarro Tonino Di Pietro da Montenero di Bisaccia, sembra stordito dalla piega che sta prendendo la situazione politica, e, mentre dichiara la fine di ogni possibilità di dialogo con il Cavaliere, si riduce all’impotenza e a contrapporre con scarso respiro strategico, vuoti appelli a favore dei poveri e dei pensionati, ai quali non si propongono, per la verità, concrete politiche alternative.

Fluida è anche la situazione interna al Partito del Popolo della Libertà, dove, finalmente, viene indicata la data di Gennaio, quella in cui si dovrebbe celebrare la nascita del nuovo Partito in conseguenza degli impegni assunti con gli elettori e dell’avvenuta formazione degli unitari gruppi parlamentari della Camera e del Senato.

Ma come si arriverà a questa celebrazione congressuale?
Nelle note delle ultime due settimane abbiamo evidenziato i limiti e le insufficienze di un metodo fondato, anche per il partito, come già nella scelta dei candidati per le ultime elezioni, sulla cooptazione e su liste rigide prefabbricate a misura delle percentuali stabilite a Roma tra i maggiorenti della coalizione.

Non mancano movimenti dal basso, come quello degli auto convocati del Veneto che, a parte le velleità antileghiste di qualche stratega di corto respiro, esprimono tutta l’insoddisfazione di una base, per la verità assai composita, in cui si mescolano accanto a giovani dall’ingenua e sicura buona fede, vecchi marpioni sopravvissuti a tutte le intemperie di tumultuose stagioni politiche.

Da come si svilupperà la fase precongressuale che dovrebbe portare alla formazione del nuovo partito e, parallelamente quella relativa al sistema elettorale, a partire dalle prossime elezioni europee (sbarramento del 3 o del 5 % e introduzione o meno della preferenza) si comprenderà se la situazione politica, oggi fluida, evolverà nella direzione del bipolarismo o in quella del ritorno all’antico nelle mani sicure dei partiti.

Se il Cavaliere sembra ben in sella nel centro-destra e, sin qui, senza concrete opposizioni al suo interno, sarà proprio dallo sviluppo del serrato confronto non più sotterraneo nel PD che capiremo come evolveranno le cose.

Don Chisciotte-radioformigoni-21 Luglio 2008



    7 Luglio 2008
 

Il Popolo dei gazebo

Sono trascorsi appena sei mesi dall’appello del predellino in San Babila con cui Berlusconi annunciò la nascita del Partito del popolo della libertà, e ancor meno dalle giornate nelle quali il popolo dei gazebo rispose all’appello, con una mobilitazione straordinaria di adesione a quella proposta, segnale anticipatore della successiva vittoria elettorale del 13 e 14 aprile.

Da alcune settimane si comincia finalmente a riparlare della nascita del nuovo partito, già delineato a livello dei gruppi parlamentari costituitisi subito dopo il voto tra tutte le diverse componenti e storie politiche che hanno concorso a quel successo, ed è proprio adesso che bisogna capire bene se, dove e come si intende procedere.

Almeno quattro culture politiche si sono messe insieme per costituire la realtà del movimento per la costruzione del partito del popolo della libertà: quella cattolica e democristiana, quella liberale e della destra nazionale, quella riformista di ispirazione socialista.

Tutte e quattro sono accomunate dalla precisa volontà di costituire, attraverso il nuovo partito, la sezione italiana del Partito Popolare Europeo, al quale appartiene per storia e tradizione politica la stessa UDC, il cui leader è, non a caso, Presidente dell’internazionale Democratico Cristiana.

Una diversa opzione pre-elettorale caratterizzata dalla volontà di conservare nome e simbolo e dal rifiuto di concorrere con gli altri partiti con cui, pur tra alterne vicende, si era condotto un tratto non breve (quasi quattordici anni) di vita politica insieme, esclude, noi ci auguriamo solo per ora, la partecipazione anche di questa nobile tradizione alla formazione del partito dei moderati italiani destinato a diventare il polo di riferimento essenziale del PPE.

Si sente parlare di strani accordi e di stravaganti regole tra FI al 75% e AN al 25 %, quali postulati attorno ai quali sviluppare le prossime fasi del percorso che porterà alla nascita del nuovo partito prima delle prossime elezioni europee del 2009.

Non mancano estemporanee assemblee di autoconvocati senza uno straccio di firma (anche se tutti ne conoscono origine e paternità), come nel Veneto, per la costruzione di un partito regionale “autonomo e federato” che, in questa particolare e delicata fase politica, tutto può provocare, fuorchè il bene per l’alleanza con la Lega che regge, unitamente al MPA di Raffaele Lombardo, e garantisce la solidità e la stessa sopravvivenza della maggioranza politico-parlamentare nazionale.

Non ci si aspetterebbe un tale disinvolto e imprudente atteggiamento proprio da chi, da sempre, si dichiara intimo del Cavaliere. Certo, con questi intendimenti non gli si facilita la vita.

A noi interessa assai di più capire se il nuovo partito nasce secondo condivise regole democratiche che ridiano al popolo dei gazebo lo stesso ruolo che ebbe all’avvio di questa innovativa esperienza politica.

Garantire rappresentanza secondo formule precostituite, magari con quote prefissate per gli eletti e i partiti di provenienza, sarebbe peggio della fusione fredda e della convention farsa con cui il PD scelse Veltroni.

Intanto gli eletti, se si escludono sindaci e governatori, sono espressione di cooptati senza alcun rapporto con l’elettore privato del sacrosanto diritto della preferenza.
Inoltre, piaccia oppure no, ci interessa sapere se e quale destino si prepari per la componente cattolico-democristiana che riteniamo essere a livello elettorale, assai più consistente della nomenclatura di cooptati attualmente eletta ai vari livelli istituzionali.

Ci batteremo in tutte le sedi affinchè il potere di scegliere i dirigenti del nuovo partito e i candidati alle diverse scadenze elettorali spetti unicamente ed esclusivamente al popolo dei gazebo, cosÏ come chiederemo a gran voce il ritorno della preferenza, per evitare derive pericolose di tipo sovietico.

Ai nostri campioni, Formigoni in testa, con Scajola, Rotondi, Giovanardi,Fitto e Pisanu, il compito di dimostrare che il popolo già democristiano continua ad esistere e che, senza velleità egemoniche, non intende fare la fine della ruota di scorta di un partito che intende richiamarsi alla cultura e alla tradizione che ci appartiene da sempre.

Don chisciotte-radioformigoni-7 Luglio 2008



    1 Luglio 2008
 

Stato e magistratura.

Varato il DdL diventato il “ lodo Schifani 2”, ossia l’immunità per le più alte cariche dello Stato, dopo l’emendamento al decreto sulla sicurezza, già approvato al Senato, con cui si è deciso la sospensione per un anno per i processi che comportano pene inferiori a dieci anni, per dare priorità a quelli connessi ai reati più gravi “che provocano maggior allarme sociale”, ritorna prepotentemente alla ribalta il tema dei rapporti tra politica, nelle sue espressioni istituzionali più rilevanti del Parlamento e del Governo e la magistratura.

Con l’aiuto del mio amico Eretico che mi fa dono delle sue riflessioni, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

I tre poteri fondamentali – legislativo, esecutivo, giudiziario – fanno capo allo Stato, ossia – in uno Stato democratico – ai cittadini.
Alla Magistratura è assegnata la “funzione giurisdizionale”, ossia di “applicazione”, al servizio del “potere giudiziario”, che, tutto intero, rimane allo Stato. Deve, in sostanza, amministrare la giustizia secondo le leggi emanate dal “legislatore; dunque sempre dallo Stato. Lo Stato fa le leggi, le applica, le fa rispettare. Per farle rispettare dispone dell’ordinamento (non potere) giurisdizionale, della Magistratura per l’appunto. E questa, dunque, non è alla pari nè, tanto meno, al di sopra dello Stato; ma ne fa parte quale “strumento tecnico-operativo”, non politico. Essa può, anzi deve, esprimere le sue istanze e i suoi pareri anche politici, ma soltanto attraverso il Ministro che la rappresenta all’interno del governo.

L’autonomia di cui la Magistratura è dotata, riguarda l’amministrazione della giustizia, ossia l’applicazione delle leggi dello Stato, e vale a garantire al cittadino l’imparzialità di giudizio, non a separarla dal corpo dello Stato. Autonomia giurisdizionale non significa indipendenza istituzionale. La Magistratura ha dei doveri, non dei poteri. Il suo motto dovrebbe essere: “La legge Ë uguale per tutti e la giustizia anche”.

Se tutto ciò ha un qualche fondamento, assistendo a quanto sta accadendo in Italia (ormai da troppo tempo) nascono le seguenti riflessioni.
“Sovversione” significa comportamento contrario all’ordine costituzionale. In tale fattispecie rientra anche il prevaricare le norme sulle quali tale ordine si fonda.
Le esternazioni pubbliche – quali le diffusioni mediatiche di opinioni, messaggi e proclami – sono prevaricazioni lesive per uno Stato di diritto e squalificanti per l’autorevolezza sia morale che istituzionale della Magistratura.

La cosiddetta “macchina della Giustizia” può essere, metaforicamente, vista come una “macina”, che trasforma “biada di varia natura” (contenzioso) in “farina confezionata” (sentenze).
La “farina” alimenta il civile convivere, che, dunque, deperisce quando la “macina” (per insufficienza propria, o per altri motivi) produce troppo poco o male. In tal caso, uno Stato democratico deve intervenire, pena la sua stessa sopravvivenza. E la regolazione del flusso di “biada” alla “macina”, in funzione del prodotto che il corpo sociale e politico reclama con urgenza, Ë una delle operazioni che lo Stato può e deve fare.
Rimarrà poi – sempre allo Stato – il problema di “adeguare la macina” al fabbisogno o – se necessario – di munirsi di una “macina migliore”.
La Magistratura è “macina” non “mugnaio”.
Un pensiero cattivo: Se le Forze armate assumessero atteggiamenti simili a quelli di una “certa Magistratura”, si urlerebbe al “golpe”. E con ragione.

Spiace che Veltroni, strattonato dall’inquisitore di Montenero di Bisaccia ridotto a esternazioni da osteria, colpevolmente da lui fatto sopravvivere politicamente, debba inseguire girotondini e micromegafoli, i vari Grillo e Travaglio dell’ antipolitica, i quali, perdenti sul piano elettorale, tentano di rovesciare ancora una volta per via giudiziaria quanto gli elettori, ossia il popolo sovrano, con voto democratico liberamente espresso hanno sancito il 13 e 14 Aprile scorso: il diritto del premier di governare per cinque anni. E dire che il leader del PD si era presentato come l’uomo nuovo che avrebbe dovuto superare l’antiberlusconismo di cui si era nutrita, nelle alterne fortune, la fallimentare esperienza dell’Ulivo e dintorni. Propositi durati “l’Ëspace d’un matin”…..
Attenzione ai richiami prima alla piazza e poi al referendum di cui vanno predicando alcuni esponenti dell’Idv : potrebbero risultare un boomerang pericolosissimo, con un elettorato stanco di inefficienze e rinvii e che chiede solo una cosa: un governo che sappia e possa governare.La piazza, se chiamata ad esprimersi, potrebbe rivelare amare soprese…….specie per i Tonini di turno.

Don chisciotte-1 Luglio 2008



    23 Giugno 2008
 

Ancora sull’indigesto Trattato di Lisbona

Stavolta, cari amici, il compito mi è assai facilitato. Mi basta trascrivere quanto mi ha inviato un caro amico che ama trincerarsi sotto lo pseudonimo di “Eretico”:

“Ho letto con molto interesse il saggio del prof. Giuseppe Guarino. Lo trovo molto istruttivo, illuminante e anche……sconfortante.

E’ una radiografia di un’Europa squinternata e di un’Italia gravemente a rischio.

In quanto Eretico posso permettermi alcune considerazioni; principalmente di carattere economico.

La omogeneità delle economie, seguita dalla unificazione politica, avrebbe necessariamente condotto alla moneta unica.

Si è, invece, partiti dalla moneta unica con il risultato che “le discipline congiunte del mercato unico e dell’euro, anzichÈ omogeneizzare le economie e promuovere coesione provocano disparità e, ove preesistano, la accentuano” (G.Guarino – Ratificare Lisbona? pag. 143).

Se questo si verificasse afferma il Guarino, “la fiducia potrebbe attenuarsi o venir meno”, fiducia verso la moneta unica, per l’appunto. Questo sta, in effetti, avvenendo e proprio perchè è mancata la prioritaria omogeneizzazione delle economie.

“Lisbona” è soltanto un tentativo (con piglio imperativo) di far nascere il “soggetto politico Europa” senza aver omogeneizzato le economie, anzi nonostante che l’Euro abbia accentuato le disparità esistenti e altre ne abbia prodotte.

Di danni l’Italia ne ha già avuti, e non pochi, anche perchè il “percorso Euro” ha coinciso con una nefasta fase inerziale del suo vecchio e cadente sistema politico, fase che non si Ë ancora del tutto esaurita.

Dunque, il problema rimane sempre lo stesso: l’Europa dev’essere prima “Comunità Economica omogenea” (one Market) e, per esserlo deve – necessariamente – equiparare al suo interno i “parametri base” dei costi di produzione (energia, lavoro, danaro, fisco). Sinora si è disatteso (per comodo di alcuni) proprio il principio basilare del trattato di Maastricht: 1_ one Market – 2_ one Money.

Ora, dunque, non resta che lavorare con ritardo (ma, meglio tardi che mai) alle fondamenta di una costruzione la cui precariet‡ si evidenzia sempre più.

Una rinata politica italiana proprio questo dovrebbe, secondo me, chiedere prima di sottoscrivere ulteriori vincoli. Non lo ottenesse, allora persegua con decisione i propri interessi ponendoli – se necessario – al di sopra delle disposizioni comunitarie.

Non dobbiamo uscire dall’U.E.; ma non preoccuparci se ci buttano fuori. Tanto più con un “fuori” ben più ampio del “dentro”.

Il “Direttorio Europeo” non gradisce – nè ha mai gradito - un’Italia svincolata e intraprendente.

La prova? Il trattato di Maastricht non concede il diritto di recesso; nè dall’Unione nè dall’Euro. Quello di Lisbona consentirà all’ Italia di recedere dall’Unione, ma non dall’Euro. Traspare la malizia originaria: interessa soltanto che l’Italia rimanga legata all’impianto monetario che l’ha rovinata, per il resto……può andarsene.

A pag. 135 il prof. Guarino fa riferimento al “deterioramento dell’economia italiana nel confronto con i Paesi sia dell’U.E. che dell’eurozona”. Tale deterioramento si accompagna – a mio giudizio – al sopraggiungere dei vincoli comunitari.

Avevamo certamente i “nostri problemi e i nostri nemici interni” – ma, da sempre, anche ai tempi “di glorioso sviluppo” (Guarino pag. 138) – tuttavia non Ë un caso che la fase di deterioramento segnalata da Guarino prenda avvio da Maastricht e si aggravi poi con l’Euro. Un 30% almeno del nostro debito è “prodotto comunitario”; l’effetto cambio Euro-Lira è più che sufficiente per darne la prova.

Considerazione finale.

L’Unione Europea vorrebbe esistere, ma non esiste. Ha tare nazionalistiche che permangono a dispetto di tutti i trattati.

E’ ancora l’Europa del ‘7-‘800, benchè – per fortuna – all’uso delle armi sia subentrato quello del danaro.

L’Europa per rinascere dovrebbe rinnegare buona parte della propria storia (schiavismo, colonialismo, guerre di conquista, razzie, conflitti mondiali, ecc. ecc.) e questa Ë una difficolt‡ che incontrano soprattutto i cosiddetti “Stati membri principali”, perchÈ di quella parte di storia sono i grandi protagonisti.

In sostanza: l’”Unione” da farsi non è quella che c’è. Ma l’altra, quella giusta, chi la vuole?”


Ai voi lettori e ascoltatori intervenire sul tema che nei prossimi giorni diverrà, sempre di più, di grande interesse, almeno si spera……..

Don Chisciotte-radioformigoni-23 Giugno 2008



    16 Giugno 2008
 

Continua la luna di miele, però…..

A sessanta giorni dal voto di Aprile la luna di miele del governo Berlusconi sembra continuare al meglio, forte dei risultati dei sondaggi favorevoli all’esecutivo e in crescita di consenso per il Presidente del consiglio.

Attenti però: le attese dell’elettorato erano e rimangono forti e la situazione reale del Paese è quella che è fotografata nei giorni scorsi in maniera inequivocabile dalla Banca d’Italia: l’ammontare complessivo dell’enorme debito pubblico al Gennaio 2008 si attesta sulla cifra record di 1621 miliardi di euro !

Trattasi di una situazione assolutamente anomala nel quadro di un’economia in cui il sommerso la fa ancora troppo da padrone, a dimostrazione di una situazione effettiva non rappresentata nelle cifre ufficiali del PIL e che permette ad una quota consistente e intollerabile di evasori fiscali di vivere sui sacrifici richiesti soprattutto ai lavoratori e agli imprenditori onesti e che pagano le tasse oltre il limite del ragionevole.

Miracoli non li potrà fare nemmeno il pur bravo Tremonti che continua ad assicurarci di riportare il rapporto deficit/PIL al di sotto del 100% sino ad annullare il disavanzo entro il 2011; situazione questa che, in ogni caso, non ci libererà dal pesantissimo fardello del debito pubblico complessivo e che le “stravaganti” norme del Trattato di Lisbona che ci accingiamo, ahimè, a ratificare senza senso e senza discussione, renderanno ancor più iugulatorio per l’Italia. Meno male che ci hanno pensato gli irlandesi i quali con il loro voto negativo ci costringeranno almeno a rivedere alcune norme di quel trattato.

Sin qui abbiamo assistito accanto ad alcuni provvedimenti concreti ( decreto per l’immondizia di Napoli, sgravio fiscale per gli straordinari e annullamento dell’ICI sulla prima casa, sicurezza e intercettazioni) a molti annunci, spesso accompagnati da repentini aggiustamenti e correzioni in corso d’opera, vuoi per le impuntature previste della Lega, vuoi per sotterranee frizioni con il Quirinale che pure, almeno sin qui, ha mostrato doti di equilibrio e di saggezza commendevoli.

Diversa la situazione sul fronte dei partiti. Acque agitate in casa del PD, dove D’Alema con la sua fondazione-corrente si batte per la permanenza del PD nel gruppo del Partito socialista Europeo, mentre Rutelli e gli ex Popolari vagheggiano improbabili soluzioni terzaforziste del tutto ininfluenti a livello europeo, con Veltroni costretto ad una difficilissima mediazione con minacce continue di ricorrere a quel congresso, prima temuto ed ora annunciato come clava.

L’avvicinarsi delle europee rende tutti più attenti e preoccupati rispetto ai tentativi del duo Berlusconi-Veltroni di introdurre sbarramenti esiziali per la sopravvivenza di pochi.

Se Casini, ogni giorno di più, dimostra l’inconsistenza di una linea politica in mezzo al guado, con ammiccamenti neanche troppo velati verso Rutelli e il PD, in attesa dell’annunciata costituente di centro, anche in casa del PdL le cose non stanno muovendosi secondo quel rispetto di regole democratiche che da tempo andiamo richiedendo.

A Casini vorremmo sommessamente ricordare, quanto ci ha scritto alcuni giorni fa un saggio amico degasperiano d’antan, ossia che: “ l’U.D.C., L’Unione di centro ecc., non sono “posizioni” di riferimento, ma “siti di indirizzo” utili a formare idee e persone da far, poi, confluire - e pesare – nel corpo politico bipolare. I “poli”, oggi, vanno condizionati al loro interno, inserendovi idee e persone. Gli “aghi della bilancia” non funzionano pi_ perchè la comunitù nazionale vuol essere rispettata e governata, non usata per giochi di potere aperti al ricatto.

La componente cristiano-sociale deve – prima di tutto – dimostrare di esistere, praticando e diffondendo (con l’esempio) i propri valori; non può pretendere che le sia riconosciuto un ruolo guida, quando essa stessa è frantumata, dispersa, incoerente, inadeguata – nei fatti - alle idealità e ai comportamenti che agli altri propone. Non un partito serve – al momento – ma una pratica di vita che generi “politica” caratterizzando la società.

Il centro non è “luogo politico”, ma “cerniera” del sistema; linea di demarcazione che l’elettore sposta verso l’uno o l’altro dei due poli, rispondendo a profferte e giudicando i fatti. In un sistema ordinato il “terzopolio” non esiste, cosÏ come le non dimenticate “convergenze parallele”.

Ovvio che di questo dovremo discutere anche noi all’interno del PdL. Non siamo assolutamente soddisfatti di come stanno andando avanti le cose e, sinceramente vorremmo che i nostri campioni dessero con maggiore frequenza qualche segno di vita.

Don Chisciotte-radioformigoni-16 giugno 2008



    9 Giugno 2008
 

Ratificare Lisbona?

Avevamo lanciato un grido di allarme dopo il recente convegno di Treviso sul debito pubblico. Dopo pochi giorni, però, il Consiglio dei ministri, con il solo mugugno della Lega e di Calderoli, ha deciso di sottoporre al Parlamento la ratifica del Trattato di Lisbona che, nella sua attuale formulazione, come abbiamo spiegato in altra occasione, risulterà iugulatorio per il nostro Paese.

Possibile che dell’europeismo in Italia se ne debba fare un tabù sino a smarrire il più elementare senso critico e guai a chi parlasse male di ciÚ che viene deciso dai burocrati di Bruxelles? Peggio che “parlar male di Garibaldi”!

E’ uscito in questi giorni, per i tipi dell’editore Passigli di Firenze, il saggio del prof Giuseppe Guarino: “Ratificare Lisbona?”
Si tratta dell’analisi puntuale e sistematica degli oltre 400 articoli di cui si compongono i due trattati che costituiscono il Trattato di Lisbona: il primo, con i suoi 53 articoli, che modifica e sostituisce il Trattato dell’Unione europea (TUE) e il secondo, con 358 articoli pi_ 7 articoli di disposizioni finali, che ha per oggetto il funzionamento delle istituzioni (TF). I due trattati hanno pari valore giuridico e si integrano.
Oltre alle considerazioni, svolte in una precedente nota di commento al convegno di Treviso sul debito pubblico, relative alle conseguenze economico-finanziarie sin qui sopportate nell’inutile rincorsa compiuta dal 1992 ad oggi per sanare il disavanzo deficit/PIL, con un esborso di oltre 900 miliardi di euro sottratti alla nostra economia e con il bel risultato di ritrovarci nel 2008 con un rapporto deficit/PIL peggiore di quello esistente nel 1992, val la pena di ricordare quanto sottolinea il prof Guarino con somma sapienza giuridica e non poco sens of humor circa il paradosso che le nuove norme determineranno nel funzionamento delle istituzioni comunitarie.

Tralasciando il differenziale fiscale e il diverso trattamento già oggi esistente tra i 13 Paesi euro
(ossia che sono entrati, come l’Italia, nell’euro con tutti i conseguenti vincoli del Trattato di Maastricht) e gli altri 14 Paesi ( Danimarca e Inghilterra che dispongono dell’”opting out”, ossia della possibilità di decidere se e quando vorranno entrare nell’euro con i condizionamenti conseguenti- e gli ultimi 13 Paesi entrati a far parte dell’UE che, godendo di tutti i vantaggi del mercato comune, non sono sottoposti ai pesanti condizionamenti di Maastricht), sono le nuove regole di funzionamento previste dal nuovo Trattato a risultare quanto meno “stravaganti”, per dirla con Guarino.
“Se al posto di Unione leggessimo Italia e dove Stati membri, Regioni o Province autonome, Berlusconi, il PdL e la Lega, che sono in maggioranza in Parlamento, non potrebbero formare il Governo!
I Ministri nel numero di 21, estranei al Parlamento e destinati a restare in carica per l’intera Legislatura, sarebbero designati uno a testa dai Presidenti delle Regioni che appartengono, nella maggior parte, alle minoranze sconfitte. I 21 Ministri di designazione regionale, determinerebbero il “quantum” delle risorse annualmente spendibili in ciascuna Regione, compresa la Lombardia”.

Basterebbe questa citazione, tratta pari pari dal saggio del Prof Guarino, per far drizzare le orecchio e aprire gli occhi e la bocca a partiti, movimenti e politici che sembrano invece diventati improvvisamente ciechi, sordi e muti. O, forse, solamente ignoranti di ciÚ che sta per accadere se, come, quatto quatto, il Governo ha deciso nei giorni scorsi, si proceder‡ alla ratifica del Trattato di Lisbona senza richiederne alcuna modifica.

E tutto ciò nel deserto silenzioso e colpevole dei mass media e di un’opinione pubblica lasciata nella totale ignoranza degli atti e dei fatti.
Don Chisciotte non ci sta a questa rovinosa congiura del silenzio e invita lettori ed ascoltatori a chiedere conto a deputati e senatori del loro operato, invitandoli ad assumersi piena responsabilità nelle loro decisioni, consapevoli che avranno conseguenze terribili per l’Italia. Un ripensamento e la richiesta di modifiche ad un trattato che trasformerà l’Unione europea in un‘”organocrazia” senza alcun mandato democratico e senza controllo, ossia, in un mostro giuridico che non era certo quanto avrebbero voluto i padri fondatori dell’Europa.

Don chisciotte-radioformigoni-9 giugno 2008



    3 Giugno 2008
 

Un’occasione da non perdere

Con la decisione dei nostri tre assessori regionali ( Abelli, Beccalossi e Corsaro) di optare per il Parlamento si entra in una fase nuova dell’esecutivo lombardo, mentre le nomine, rispettivamente, di Formigoni alla Vice Presidenza del PdL e di Giancarlo Abelli a quella di Vice coordinatore nazionale del Pdl, rappresentano l’occasione irripetibile per tentare di costruire su solide basi il nuovo partito del popolo della libertà.

Non ci nascondiamo in ipocrite bugie e riconosciamo che ci aspettavamo per il nostro governatore un ruolo di responsabilità diretta nell’esecutivo nazionale, così come ritenevamo e riteniamo che la solida esperienza accumulata dai nostri assessori meritassero un diverso e più consono riconoscimento a livello governativo.

Abbiamo tuttavia compreso e comprendiamo le non banali o strumentali ragioni politiche attuali e di prospettiva che hanno suggerito al Cavaliere di chiedere a Formigoni un ulteriore impegno nel governo della regione più importante del Paese.

Siamo, tuttavia, altrettanto persuasi che sarebbe cosa assai sbagliata trastullarsi sull’ottimo risultato elettorale e lasciare affievolire l’entusiasmo che aveva accompagnato l’annuncio della nascita del nuovo partito in cui sono confluite, almeno a livello della lista elettorale unitaria e nella formazione del gruppo parlamentare unico, le componenti di Forza Italia e di AN e di altre formazioni riconducibili al vecchio ceppo democratico cristiano.

Siamo, infatti, in presenza di gruppi e movimenti di diversa ispirazione ideale e non sempre omogenea storia politica e culturale ai quali va dato atto che hanno compiuto uno sforzo straordinario accomunati dalla volontà di costruire, attorno alla leadership di Silvio Berlusconi, il nuovo partito unitario dei moderati italiani, quale sezione italiana del Partito Popolare Europeo.

A differenza dei diversi partiti e movimenti (essenziali i DS e la Margherita) confluiti nel Partito Democratico che, come ha ben sottolineato l’on Enzo Carra in uno dei suoi recenti interventi sul blog personale, sono tuttora in preda al dilemma se aderire o meno al gruppo della socialdemocrazia europea, unanime nel nascente PdL è la volontà di rappresentare la sezione italiana del Partito Popolare Europeo, di cui, pertanto, se ne assume il titolo e la rappresentanza ideale e politico-culturale .

Ovvio che amalgamare storie, uomini ed esperienze politiche così diverse, seppur cementate oramai da quasi quindici anni di battaglie politiche comuni assieme a Berlusconi, non sarà un compito né semplice, né facile, considerando che, volenti o nolenti, in gioco si porrà inevitabilmente la questione della futura leadership post berlusconiana.

Nessuna volontà di improbabili rivincite, né tantomeno di sacrificali estemporanei ed assurdi parricidi quali quelli paventati dai più fanatici berluscones, solo la richiesta che il nuovo partito nasca e si organizzi secondo metodi e regole di assoluta trasparenza e democraticità.

Non ci appassionano le intemerate dell’amico Galan su improbabili partiti regionali che sanno molto di inutili rincorse antileghiste, mentre siamo interessati alle prime indicazioni date da Abelli circa la necessità che, nella scelta dei futuri candidati ai vari livelli, a partire dalle prossime elezioni europee, si proceda con il sistema delle elezioni primarie, anche per evitare, in assenza del voto di preferenza, che vengano imposti sul territorio personaggi improbabili che, alla prima prova del voto, si squagliano come quei cento smemorati nella votazione per il decreto sul digitale.

Da sempre siamo dell’idea che piuttosto di una Testa che pensa e decide per tutti, preferiamo il rispetto della regola aurea: Una Testa un Voto.
Ai nostri due amici il compito di garantire che il processo avviato continui su questi binari di elementare prassi democratica.

Don chisciotte-radioformigoni-3 giugno 2008



    26 Maggio 2008
 

Governi itineranti

Berlusconi riunisce il suo governo a Napoli, cosi come aveva annunciato in campagna elettorale e Veltroni convoca il suo governo ombra a Milano.

Il Cavaliere sceglie la Prefettura e Palazzo Reale per assumere ed annunciare decisioni importanti per l’emergenza rifiuti, la sicurezza e il welfare. Veltroni Ë ospite della Regione Lombardia nella sala Pirelli restaurata e riportata, dopo l’incidente dell’aereo, all’efficiente sobrietà di Giò Ponti ed assicura che il dialogo continuerà sulle riforme, mentre ribadisce un’opposizione ferma sulle frequenze del digitale e sul fisco.

La terza opposizione invece, quella della “banda dei quattro”, cosÏ come viene ormai identificata la compagnia di giro Santoro-Travaglio-Grillo-Di Pietro, è sempre più impegnata nell’azione di permanente disturbo dei due manovratori.

Se i primi due lavorano per cambiare un Paese fermo in economia, arretrato sul piano istituzionale e delle infrastrutture, in preda ad una gravissima crisi di valori, la “banda dei quattro” continua a cavalcare l’antipolitica, trovando in Tonino Di Pietro il nuovo Pubblico ministero politico, altoparlante in Parlamento di un’area elettorale che, senza l’apparentamento garantito all’IDV da Veltroni (tragico errore di cui al loft si sono già pentiti) avrebbe rischiato la fine della sinistra Arcobaleno.

Dovremo abituarci a questo schema tripolare e a questa novità dei governi itineranti, tanto che Bossi, incontratosi Venerdi scorso a Milano con il collega ministro – ombra Chiamparino per le scelte sul federalismo, annuncia già una prossima riunione del governo a Malpensa in vista della soluzione del caso Alitalia, e chissà che Veltroni non risponda con una riunione d’urgenza del suo gabinetto ombra nella saletta VIP di Fiumicino.

La “banda dei quattro” ha invece la sua sede permanente ad Anno zero dove, con i soldi del contribuente-abbonato, può permettersi il suo “J’accuse” settimanale contro tutto e contro tutti.

Berlusconi, però, è partito con il piede giusto. Non solo perchè ha saputo assumere immediate decisioni su alcuni temi decisivi ed urgenti sui quali si era impegnato in campagna elettorale: annullamento dell’ICI sulla prima casa, detassazione degli straordinari per i lavoratori del settore privato, in attesa di una riforma complessiva per quelli dell’impiego pubblico; decreto legge e disegno di legge sulla sicurezza che era stato impossibile portare in porto dal governo Prodi sul testo di Amato e, infine, una sterzata decisiva sulla questione dei rifiuti campani con i provvedimenti che accompagnano la nomina con pieni poteri del nuovo sottosegretario ad hoc e capo della protezione civile, Guido Bertolaso.

Emerge, soprattutto, una chiara volontà di ripristinare il senso e la presenza effettiva dello Stato, specie in territori da troppo tempo in balia delle mafie, camorre e n’dranghete organizzate, con un ministro degli Interni, l’on Maroni che, omen nomen, sembra ben intenzionato a mostrare gli attributi.

Le prime reazioni a Chiaiano, il quartiere di Napoli dove dovrebbe essere ubicata la prima delle dieci discariche previste nelle quattro province campane, non si sono fatte attendere. Oltre duemila manifestanti hanno bruciato un autobus e fomentato lo scontro con le forze dell’ordine. Dagli studi di Matrix Maroni ha invitato giustamente alla calma sottolinenando la necessità dell’impegno di tutti per risolvere un’autentica tragedia nazionale.

Va bene l’effetto nimby ( not in my backyard- non nel mio giardino) ma che una parte irresponsabile dei napoletani pretenda che i propri rifiuti vengano stoccati da altre parti, magari in Germania a 250 euro a tonnellata, a carico del solito Pantalone italico, Ë fuori da ogni ragionevolezza. Pensassero prima a liberarsi di quegli amministratori inetti che hanno permesso si giungesse a tale catastrofica situazione. Ora” non c’è più trippa pe’ i gatti” e tutta l’Italia che lavora e paga le tasse è unita attorno a Bertolaso, impegnato in un compito che sono certo porterà a buon fine con la serietà e la professionalità dimostrata in altre gravi vicende e catastrofi italiane e internazionali.

Don Chisciotte-radioformigoni-26 maggio 2008



    19 Maggio 2008
 

Il convegno di Treviso sul debito pubblico

Sabato 17 maggio si è svolto a Treviso il convegno organizzato dalle riviste “ Il governo delle cose “ e “ Formiche”, in collaborazione con l’associazione di studi e ricerche Koinè di Venezia sul tema: “ Come uscire dalla spirale perversa del debito pubblico”. Hanno partecipato al dibattito il prof Giuseppe Guarino, massimo esperto italiano sul tema, con i professori economisti Nino Galloni e Roberto Fini e i politici On. BrunoTabacci della Rosa Bianca e Sen. Marco Stradiotto del Partito Democratico, quest’ultimo in sostituzione del sen Treu, impedito da un problema familiare. Chairman: Ettore Bonalberti

Assente giustificato dell’ultima ora, il neo ministro Brunetta, che aveva accettato di partecipare al confronto solo due giorni prima della sua chiamata al governo e che, con la nuova nomina, ha inviato il tradizionale telegramma con la classica giustificazione: dell’impossibilità partecipare per impegni istituzionali connessi al nuovo incarico”.

Confronto quindi senza il governo, ma non per questo meno proficuo ed interessante per le analisi e le proposte emerse.

Per colpa dell’immenso debito pubblico, quasi 1.600 miliardi di euro, l’Italia ha pagato nel 2006 oltre 68 miliardi di interessi: cioè 3 miliardi di euro più della Germania, quasi 22 miliardi più della Francia, 28 miliardi più della Gran Bretagna e 52 miliardi più della Spagna. Il pagamento degli interessi sul debito pubblico sottrae ogni anno risorse preziose che potrebbero essere altrimenti destinate a maggiori investimenti infrastrutturali, oppure a permettere una consistente riduzione delle tasse.

Non v’è dubbio che in Italia non potremmo concludere con la celebre frase di Ronald Reagan pronunciata in risposta a chi gli faceva notare la grandezza del debito pubblico americano, ossia che: “ il debito è abbastanza grande da poter pensare a se stesso”. Se non cominciamo a pensarci e seriamente, ogni discussione politica rischia di diventare sterile accademia o, peggio, fumosa propaganda

Il prof Guarino, nel suo intervento, ha sottolineato le enormi conseguenze che un’approvazione acritica del prossimo trattato di Lisbona provocherebbe all’Italia,dato che, dopo 16 anni, seguendo il criterio dell’Unione Europea di riduzione del disavanzo, avendo sprecato 919 miliardi di euro, essa si ritrova nelle condizioni peggiori di quelle d’inizio (rapporto deficit/Pil al 2007 del 104%, contro il 98% del 1992). Ha quindi aggiunto, con ampi riferimenti ai diversi articoli del Trattato, che, anche volendolo considerare solo dal punto di vista costituzionale, nella sua attuale formulazione l’Italia non può e non deve accettarlo, pena ulteriori gravi conseguenze, sia da un punto di vista costituzionale che finanziario.
Gli Onn. Tabacci e Stradiotto, evidenziato che, sarebbe, tuttavia, un grave errore attribuire le responsabilità del debito a sole cause esogene, hanno ricordato la necessità che tutto il Paese nelle sue diverse componenti sappia reagire e ritrovare la volontà di una nuova stagione dei doveri.
Hanno ribadito che prima esigenza resta quella della crescita del Paese, cui deve accompagnarsi una strenua lotta contro un’evasione fiscale drammaticamente elevata, collegata ad un sommerso (30% e oltre del PIL) del tutto incompatibile con gli standard dei più importanti Paesi Europei.
E’ diffusa la consapevolezza che le diverse situazione oggettive esistenti oggi tra i 13 Pesi euro rispetto agli altri Paesi (caso della Gran Bretagna e della Danimarca per i quali Ë stata inventata la formula dell'opting out”, ossia la possibilità di sottoscrivere il Trattato senza aderire all’Unione monetaria; ad esse vanno aggiunti i restanti 12 Stati entrati successivamente nell’Unione con deroga) i quali, pur garantiti dalla opportunità dell’euro, non sono sottoposti ai vincoli che Maastricht impone ai primi, rischiano di costituire fattori di disuguaglianza e di forti diseconomie di scala, specie sul piano fiscale,che, se non venissero riequilibrate determinerebbero una condizione iugulatoria per l’Italia, il cui patrimonio pubblico, ai valori attuali di mercato, a differenza di quanto valeva nel 1992 e/o anche solo alcuni anni fa, non è più in grado da solo di compensare l’enorme montagna del debito accumulato.
Il governo seppur assente non potrà far finta di niente. Da parte nostra non mancheremo di sollecitare le istituzioni e di sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema decisivo per le prospettive dell’Italia.

Don Chisciotte-radioformigoni-19 Maggio 2008



    19 Maggio 2008
 

Coincidenze emblematiche

La Nuova Venezia se ne esce domenica 18 maggio con un titolo a caratteri cubitali:
“ Cacciari cerca un successore”, mentre “ Il gazzettino” nella pagina del Nordest ci informa che “ intanto il Governatore pensa ad un “tris” per la sua successione alla guida del Veneto: Riello, Tomat e Costato.

E’ l’estrema semplificazione politica che accompagna il momento del travaglio dalla seconda alla terza repubblica. Non solo i deputati e i senatori vengono nominati dai capibastone a Roma e imposti alla scelta iugulatoria degli elettori, risultando così, in molti casi, del tutto esterni se non estranei alle diverse realtà territoriali, ma, adesso, anche i sindaci e i governatori in scadenza sentono il dovere di indicare i propri successori.

Passi per Galan che, senza falsa modestia, se ne esce con un libro dal titolo pi_ ridicolo che inquietante: “ Il Nordest sono io”. Insomma come il Re Sole (“l’ètat c’est moi”) è, dunque, a lui, il sovrano assoluto, che compete la scelta del proprio delfino, il suo successore.
Ci sarebbe da mettersi a piangere anche se Ë meglio prenderla dal punto di vista dell’ironia.

Che tutto ciò accada nel momento in cui Galan cambia strategia e dalla riconferma del quarto mandato ( sarebbe un ventennio !) passa alla richiesta di un buen retiro e del diritto di indicazione, se non proprio di nomina, del suo successore, Ë il segno del degrado della vicenda politica nel nostro Paese.

Tanto più grave se accade mentre si Ë aperto uno stucchevole dibattito sul partito veneto. Vecchia discussione che animò noi democristiani alla fine degli anni ’80 e che si ripropone ora in condizioni, termini e modi che, come ricordava bene l’amico Cremonese alcuni giorni fa su “ Il Gazzettino”, sono del tutto simili a quelli presenti a noi nel tempo passato.

“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. CosÏ recita l’art.49 della nostra Costituzione. Gli Ë che, però, ora quel “concorrere con metodo democratico” non Ë pi_ la condizione vigente in alcuna delle formazioni politiche esistenti.

Nè nel PD, nè nel Pdl, nÈ nella Lega del senatur Bossi, per non parlare dell’IdV di Di Pietro e della stessa UDC di Casini, viene rispettato l’elementare principio democratico fissato per sempre alla Pallacorda, al tempo della rivoluzione francese, in base al quale le decisioni si prendono secondo la regola aurea: “una testa un voto”.

Ovunque, non sono gli iscritti o gli elettori, ma Ë la testa del capo bastone, al massimo confortato da qualche amico al caminetto, che decide se e come selezionare e, di fatto, nominare la classe dirigente prossima futura.

Ora nel Veneto sembra che i due dogi, al di qua e al di là del Canal Grande, vogliano fare ancora meglio: dedicarsi attivamente, prima della loro scadenza, all’indicazione dei loro rispettivi successori.

Credo che non ce la faranno. Troppo forte è la spinta alla partecipazione consapevole e democratica dei cittadini e consistente, come si Ë visto nelle recenti elezioni politiche ed amministrative, la volontàdel ricambio.

Un tempo alcuni amici ed amiche, ancora oggi sulla breccia, si sono costruite importanti carriere politiche contestando i vecchi notabili che sopravvivevano, sempre confortati dal voto degli elettori, per tre o quattro legislature.

Ora si vuole compiere un passo un poco pi_ in lù oltre alla propria vicenda si pensa di condizionare anche quella che verrà dopo il tempo in cui, per amore o per forza, si sarà costretti a cedere il passo.
Ci sarà mai un limite all’arroganza dei potenti e quando finirà la pazienza degli elettori?

Don Chisciotte-19 maggio 2008



    12 Maggio 2008
 

Quel rompicapo del debito pubblico

Con la nomina dei viceministri e dei sottosegretari oggi si completa la formazione del IV Governo dell’On Berlusconi, che si avvia ad essere il più longevo presidente del consiglio della storia repubblicana.

Al primo consiglio dei ministri che si terrà, come promesso a Napoli, il ministro Giulio Tremonti ha garantito che, come da programma elettorale, si delibererà l’abolizione dell’ICI sulla prima casa e la detassazione degli straordinari insieme ad un pacchetto di misure sulla sicurezza.

Al potente ministro dell’economia spetterà il compito di affrontare e tentare di risolvere il rompicapo, che dal 1992 ci perseguita, del debito pubblico.

Il trattato di Maastricht, come è noto, impone ai Paesi che fanno parte del sistema dell’euro ( sono 13 sui 27 che fanno parte del mercato comune) un tetto invalicabile: il debito delle pubbliche amministrazioni non deve superare il 60% nel rapporto con il PIL. In Italia il debito pubblico al 31 dicembre 2006 era pari al 106,8 %, ossia circa 47 punti in più del limite consentito. Questi 47 punti hanno comportato nel 2006 un onere per interessi di 30 miliardi di euro, pari a circa il 2 % del PIL.

Se è chiara la patologia (insufficienza delle risorse) e cosÏ pure la diagnosi (la causa va riposta nel volume del debito pubblico) manca la terapia. Spetta al ministro dell’economia indicarla con il presidente del Consiglio. Sino ad ora, però, si Ë rimasti silenti, da molti governi a questa parte, preferendo trattare il problema in maniera tale da non creare allarmismi. Ci si è basati sull’avanzo primario ( ossia il saldo attivo del bilancio esclusi gli interessi sul debito) fiduciosi di un avanzo annuale tale da garantire negli anni la riduzione del debito sino al suo annullamento.

L’avanzo primario avrebbe dovuto derivare per effetto combinato della crescita del PIL, attesa quale naturale conseguenza della stabilità dei prezzi, e a seguito della ristrutturazione della spesa (leggi riduzione) che avrebbe riguardato i settori più incidenti: contrattazione salariale, pensioni, sprechi nella sanit‡, riduzione degli organici della PA.

Ebbene le vendite di patrimonio societario pubblico effettuato e gli avanzi primari che ne conseguivano, specie negli anni 1995-2000, hanno attenuato l’impatto del debito, ma non hanno risolto il problema. Anzi nei quindici anni dal 1 gennaio 1992 al 31 dicembre 2006 (moneta 2005) gli interessi corrisposti per la parte del debito eccedente il 60% del PIL (limite massimo consentito dal Trattato di Maastricht) hanno raggiunto l’astronomica cifra di 728 miliardi di euro ai quali vanno aggiunti i 191 miliardi di euro ricavati dalle privatizzazioni, Insomma un totale di 919 miliardi di euro. Un salasso che sta per portarci alla bancarotta e che non ha risolto, ma anzi aggravato il problema. In 15 anni di costante applicazione del criterio dell’avanzo temporaneo, quello sin qui suggerito dall’UE, se al 1 gennaio 1992 l’Italia presentava un rapporto debito/PIL pari al 98%, a fine del 2006 lo stesso rapporto era aumentato al 106,8%.
Vale la pena di ricordare che per ridurre il volume del debito del 2 per cento all’anno occorrono nell’immediato 30 miliardi. Con i chiari di luna sull’andamento probabile del PIL non ci resta che una soluzione nuova e immediata: vendere in maniera intelligente il patrimonio pubblico ricorrendo alle armi del diritto privato.
E’ quanto da tempo va suggerendo il prof Giuseppe Guarino, già ministro nel governo Amato ed uno dei più illustri studiosi del debito pubblico.

Con lui e con Nino Galloni, unitamente ai politici Onn.Brunetta, neo ministro dell’Innovazione e per la riforma della PA, Tabacci e Treu, discuteremo a Treviso, Sabato 19 Maggio, presso la Sala dei Carraresi, messa a disposizione della Fondazione Cassamarca presieduta dell’On Dino De Poli sponsor dell’evento, in un convegno (“ Come uscire dalla spirale perversa del debito pubblico”) promosso dalle riviste “Formiche” e “Il governo delle cose”, con il think tank veneto KoinÈ, associazione di studi e ricerche. Purtroppo il ministro Tremonti, che abbiamo invano inseguito da molti mesi per averlo nel parterre dei relatori, non si Ë nemmeno degnato di una risposta. Speriamo, tuttavia, che sappia affrontare e risolvere un problema reale, grave e indilazionabile di cui dovremmo essere tutti consapevoli della sua drammaticità ed urgenza.

Don Chisciotte-radioformigoni-12 Maggio 2008



    5 Maggio 2008
 

Torna a casa Pierferdi

Avevamo prevista una possibile conclusione tafazziana nella vicenda dell’UDC. Scampato il pericolo della scomparsa politica con un non irrilevante risultato di oltre il 5%, Pierferdinando Casini ha salvato l’UDC dal rischio estremo, ma si trova adesso in una situazione assai precaria al limite dell’impotenza e dell’inutilità.
Restare equidistante tra i due poli dopo che è sfumata l’ipotesi di risultare determinante al Senato è una fatica di Sisifo che ogni giorno di più si rileva al limite dell’impossibile.
Già per il voto alle amministrative di Roma si è immediatamente sfasciato ciò che era stato artificiosamente tenuto insieme con lo spago nell’”avanti- indrè” tra UDC e Rosa Bianca, con il disinvolto Baccini capace di interpretare più ruoli in commedia.
Se prima contestava da sinistra il leader dell’UDC, il realismo romano alla fine ha prevalso facendolo schierare a fianco di Alemanno, prima, e votando,poi, Fini alla presidenza della Camera, dove si è collocato immediatamente nel gruppo misto.
E fuori uno. D’altronde il giorno prima nella votazione al Senato i tre senatori che si sono aggiunti al voto per l’elezione del Presidente Schifani non potevano che essere i conterranei siculi del trio Cuffaro e C. e non per mera solidarietà territoriale. Il sicuro serbatoio di voti dell’UDC in Sicilia non potranno alla lunga che orientarsi verso il Cavaliere, dato che organico rimane il rapporto con il neo governatore Raffaele Lombardo, alleato fedele della coalizione maggioritaria Pdl-Lega-Mpa.
Si aggiungano gli smottamenti già annunciati dalla Puglia al Veneto, a seguito delle opzione intervenute da parte dei capilista inevitabilmente a vantaggio di alcuni secondi in lista e con conseguenti sanguinose esclusione di aspiranti parlamentari, per cui il travaglio di Casini non potrà che continuare.
Ora a Casini, fallita la sua strategia, sembra imboccare la strada sempre assai rischiosa in politica dell’attesa, sperando che nel PD prevalga la linea D’Alema per una modifica della legge elettorale secondo il modello tedesco. In realtà e proprio per difendere il raggiunto bipolarismo c’è già chi sta lavorando per introdurre un possibile sbarramento al 4-5 % per le prossime elezioni europee.
Se è vero che in questa tornata elettorale diversi voti sono transitati dalla Margherita all’UDC e da questa al Pdl, resta, tuttavia, la realtà di una base elettorale UDC in larghissima parte legata al Pdl con cui si continua a restare alleati nella stragrande maggioranza degli enti locali. La recente rapida conclusione della giunta regionale del Friuli sta lì a dimostrarlo.
Insomma se proprio Casini, come con ironia ha riconosciuto nei giorni scorsi, non vuol fare la fine della Siora Cecilia ( “ che tutti la vogliono e nessuna se la piglia”), non gli resta che fare l’unica scelta per chi è stato recentemente riconfermato alla Presidenza dell’Internazionale DC: concorrere alla formazione del Partito della libertà, sezione italiana del Partito Popolare europeo, insieme a quanti di ispirazione democratico cristiana intendono mantenere viva la tradizione cristiano sociale all’interno di un partito in cui (vedi la stessa probabile formazione del nuovo Governo ) è quanto mai necessario che essa non risulti emarginata in posizioni subalterne. Se non vuole finire tra le braccia del fedifrago Follini, deve riconoscere la giusta scelta di Giovanardi e Barbieri così come quella di Gianfranco Rotondi con i quali costruire insieme un nuovo tratto di strada dentro il Pdl.
L’annunciata nomina di Roberto Formigoni a Vice Presidente nazionale del Pdl costituisce la premessa per avviare un processo di costruzione del nuovo partito in cui, non solo gli esponenti di Forza Italia e di AN avranno un ruolo essenziale, ma anche quanti si riconoscono nella tradizione politica dei cattolici italiani.
Un tempo, ricordando i personaggi della commedia dell’arte popolare emiliana, avevo paragonato simpaticamente Casini e Fini, rispettivamente, al furbo “ Fagiolino” il primo e al più grezzo “ Sandrone”, il leader di AN: visti i risultati e la tempistica nelle scelte, temo che i ruoli si siano invertiti.
Questo accade quando si rischia di essere accecati dall’ambizione presuntuosa e impaziente e da una errata lettura della realtà effettuale.

Don Chisciotte-radioformigoni-5 Maggio 2008



    29 Aprile 2008
 

Storico risultato

Risultato storico nelle elezioni al comune di Roma. Vince Alemanno e viene superata con la sconfitta di Rutelli una lunga stagione di egemonia-dominio della sinistra nella capitale.

E’ un duro colpo alla linea Veltroni dopo quello subito alle politiche di quindici giorni fa. Roma come la linea del Piave che si trasforma in un’autentica Caporetto tanto più emblematica nel momento stesso in cui, per la provincia, il centro-sinistra riesce a prevalere con Zingaretti.

La staffetta prevista tra Veltroni e Rutelli che aveva funzionato nel 2001 stavolta ha perduto il testimone. Non sono bastati gli anatemi e l’ukase contro il rischio della “marea nera” al potere a coprire il vuoto di una amministrazione che aveva fatto dell’effimero sovrastrutturale la cifra della sua azione, senza risolvere i gravi problemi con cui i romani quotidianamente debbono fare i conti.

Ora si aprirà un’inevitabile fase nuova di riflessione e di sicura autocritica all’interno del Partito Democratico. La linea della sufficienza maggioritaria non ha funzionato né a livello politico generale né su quello della tenuta nella città capitale, dove crolla un intero sistema di potere costruito con sagacia dall’astuto Goffredo Bettini, gran visir della strategia veltroniana.

Perdere voti a destra e non recuperare quelli sulla sinistra di cui, peraltro, si determina la scomparsa parlamentare, non è il miglior viatico per continuare sulla linea sin qui intrapresa.

E’ un motivo di grande soddisfazione per il partito del Popolo della libertà che conquista anche altre significative realtà amministrative, tra cui la provincia di Foggia, anche se non mancano situazioni nelle quali, come a Vicenza, anche nel Pdl si imporranno severe riflessioni.

Quanto al resto, avevamo creduto e crediamo che sarebbe stato quanto mai utile ed opportuno utilizzare l’esperienza positiva del governatore lombardo ai massimi livelli istituzionali e/o governativi nazionali.

Sono prevalse ragioni politiche non trascurabili e comprensibili nella volontà del Cavaliere di proseguire nella continuità di un governo regionale che si intende far giungere al suo naturale compimento.

Da un punto di vista egoistico non saremo noi a rammaricarci per tale continuità. Guai se, però, qualcuno pensasse che tutto ciò avesse il significato di una messa da parte del nostro Formigoni. Abbiamo sempre sostenuto e sosteniamo che dopo il presidente del consiglio la più alta autorità di governo in Italia non può che essere il capo del governo della più importante Regione-Stato quale è la Lombardia. E ciò non solo per mere questioni geoterritoriali, quanto per i risultati tangibili e unici di un sistema di governo che costituisce oggetto di analisi e di valutazioni positive a livello europeo.

Berlusconi ha deciso di affidare la Vice Presidenza del Pdl al Nostro. Di sicuro non sarà un incarico simbolico e, certo , adesso non sarà più tutto come prima. L’impegno nella costruzione del Partito del popolo della libertà, sezione italiana del Partito Popolare Europeo, dovrà essere , insieme al completamento del programma di governo regionale, l’obiettivo fondamentale su cui ci auguriamo Roberto Formigoni vorrà orientare la propria azione.In ballo non c’è più un ministero, ma, in prospettiva, la leadership stessa del partito dei moderati.

Noi saremo tutti con lui convinti che, dopo il Cavaliere che ha davanti a sé la possibilità di passare definitivamente alla storia politica del nostro Paese, un ruolo non secondario spetterà a Formigoni.

L’augurio è quello di costruire insieme quel grande partito dei moderati che resta l’ultimo grande sogno che condividiamo con Berlusconi, nella realizzazione del quale il ruolo dei cristiano sociali non potrà che essere essenziale e paritetico con quello di coloro che sono portatori dei valori democratici, liberali e riformisti i quali, insieme, hanno ricevuto un così vasto consenso politico tanto a livello politico generale che in quello locale.

Don Chisciotte-radioformigoni-martedì 29 aprile 2008



    21 Aprile 2008
 

Duellanti con la rete

Non ci si è ancora riavuti dallo choc della rivoluzione bipolare determinata dal voto del 13 e 14 aprile, che incombono i casi dei ballottaggi in alcuni importanti comuni capoluogo.

A Roma si gioca la partita più attesa e difficile dato che, dopo diverse tornate, è la prima volta che il candidato del centro sinistra è costretto al ballottaggio.

Si confrontano due stagionati componenti della tanto vituperata casta politica. Da un lato, “er piacione” Rutelli cui il sindaco uscente e leader del PD, Walter Veltroni, tenta di riconsegnare il testimone di una staffetta che li vede in tandem da quasi dieci anni alla guida della città eterna. Dall’altro il rampante Alemanno della Destra sociale di AN, vecchio camerata d’armi degli epigoni della nuova Destra, Storace e Bontempo.

Li separano sulla carta, meno del 5 % dei voti e tutto dipenderà dall’affluenza al voto e dagli orientamenti che assumeranno i partiti sconfitti nelle ultime elezioni politiche.

Schierati per Alemanno i vecchi sodali della destra, certi che per i loro elettori è più forte il sentimento della rivincita sul centro-sinistra delle questioni che hanno portato alla divisione dei vecchi capi, resta da vedere cosa faranno le pur composite schiere elettorali dell’UDC e della Rosa Bianca o Rosa per l’Italia, presentatesi divise al rinnovo dell’amministrazione capitolina.

A Roma va in scena il primo atto di una stagione assai difficile per la nuova compagine dell’UDC, così come uscita nella composizione del gruppo parlamentare, dopo la necessitata unificazione delle posizioni di Casini e Cesa da un lato e di Baccini, Pezzotta e Tabacci dall’altro. Del tutto particolare quella di Totò Cuffaro ed amici siciliani, i quali sono stati e restano fedeli alleati dell’astro nascente Raffale Lombardo, nuovo governatore della Trinacria.

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Prima mossa di Casini: la libertà di voto lasciata agli elettori e ai capi locali, Ciocchetti e Baccini in testa. Posizione pilatesca che esprime tutta quanta l’insufficienza al limite dell’impotenza dell’attuale posizione centrista. Non sono mancate le vibrate proteste di molti dirigenti ed elettori UDC romani.

A Roma gli elettori UDC si troveranno di fronte al dilemma: battere dopo molti anni la sempre contestata egemonia della sinistra che dagli anni di Petroselli in qua ha praticamente avuto mani libere sulla città con il gran visir Bettini e i suoi amici ex palazzinari in posizione dominante oppure, in odio al Pdl e alla destra con cui si è fatto opposizione per lunghi anni in consiglio comunale, garantire la continuità di quell’egemonia che ha ridotto a mal partito la città eterna. E, intanto, i due fighters romani attendono tranquilli l’esito del voto. Infatti, comunque vada, sempre nella casta resteranno: l’uno, Alemanno, candidato a futuro ministro e l’altro, Rutelli, al duro laticlavio senatoriale. Tanto per continuare a lavorà…..

Anche contro questo andazzo, di duellanti che combattono sempre assistiti da una consistente rete di protezione il popolo italiano ha votato nelle recenti elezioni politiche.

Don Chisciotte-radioformigoni-21 Aprile 2008



    15 Aprile 2008
 

ITALIA BIPOLARE

Se dalle elezioni del 2001 era uscita un’Italia divisa a metà, dal voto del 13 e 14 aprile si è affermata un’Italia bipolare.
L’impetuoso vento del Nord e la rivincita del Sud hanno portato ad una netta semplificazione del quadro politico.
Alla Camera avremo solo cinque gruppi parlamentari (Pdl –Lega- PD+ IdV-UDC e autonomisti) mentre al Senato il bipolarismo sarà ancor più netto con la presenza di soli due gruppi parlamentari completi, quelli delle due coalizioni maggiori ed una residua pattuglia nel gruppo misto.

La rivoluzione compiuta dal voto popolare ha determinato l’imprevista débacle della sinistra radicale e dei verdi che, almeno a livello parlamentare, risultano scomparsi con un perdita secca di oltre due milioni di voti, scontando, per un verso, l’incrementato astensionismo e, dall’altro, la fuga di elettori verso il PD, allettati dall’invitante richiamo al voto utile.

Il disegno di Walter Veltroni risulta vincente sul piano della semplificazione del sistema, anche se l’assorbimento sino a determinare la scomparsa parlamentare del voto a sinistra, con l’accordo dei radicali, gli ha impedito di sfondare al centro, con la fuga di numerosi voti ex margheritini verso l’UDC.

La cosiddetta “vocazione maggioritaria” alla base della scelta solitaria del leader romano resta, dunque, una pia aspirazione, dato il netto distacco di ben nove punti percentuali dal centro-destra vincitore.

Casini sopravvive con un apprezzabile 5,6% alla Camera e con una sparuta rappresentanza al Senato. Resta da capire se e come resisterà alle sirene dei due poli maggiori. L’impossibile ambizione di diventare ago della bilancia nell’ipotesi di un pareggio al Senato si è infranto nella realtà di un voto nettamente orientato in senso bipolare. Si aprirà un’inevitabile discussione sul come utilizzare quei voti acquisiti: a vantaggio di chi? E per che cosa?

Nonostante il vituperato porcellum, il combinato disposto dei paletti rigidi fissati alla Camera e al Senato (sbarramento del 4% per la prima e dell’8% regionale per il secondo) e la volontà popolare di por fine alle risse e alle interdizioni dei partiti minori, ha portato alla semplificazione bipolare su cui da tempo dissertiamo.

Con la sinistra radicale scompare anche la dx di Storace e della Santanchè che si trastullano nel milione di voti racimolati, di fatto sottratti alla coalizione dei moderati, mentre va sottolineato lo straordinario risultato della Lega al Nord, con risultati padani a due cifre costanti e con il raddoppio della rappresentanza parlamentare a livello nazionale.

Da decifrare anche l’ottimo risultato dell’Italia dei Valori espressione di un’ambiguità politica all’altezza di un leader dalle assai mutevoli manifestazioni politico- comportamentali.

La generosa battaglia pro Life di Giuliano Ferrara meritava un ben diverso risultato. Certo l’ostinata volontà di correre da solo nulla ha potuto contro il timore diffuso della dispersione e del richiamo al voto utile.

Ed allora, giù il cappello al Cavaliere alla sua terza prova, stavolta senza appello, chiamato a governare in uno dei momenti più difficili della nostra recente storia repubblicana.
Ora è tempo, come già Berlusconi ha affermato nella sua prima dichiarazione a caldo, di decisioni urgenti e non rinviabili. Noi vigileremo attenti sia per le prossime nomine ai vertici istituzionali che alla composizione del governo, che ci auguriamo rapida e in cui al nostro Formigoni venga assegnato il ruolo più adeguato alle sue competenze e al vasto consenso che, anche in questa ennesima prova elettorale ha saputo acquisire. Così come saremo attenti al rispetto del programma e degli impegni assunti con gli elettori.

E, intanto, apriremo da subito la campagna non rinviabile della costruzione vera, democratica e dal basso della sezione italiana del PPE. Sarà proprio su questo fronte che dovrà riemergere con netta determinazione il ruolo di tutte le migliori energie di ispirazione cristiano-sociale presenti dentro e fuori il partito del Popolo della libertà, per dare finalmente risposta alle attese che anche da questo voto la nostra gente ha voluto esprimere.

Don Chisciotte-radioformigoni-15 aprile 2008



    Radioformigoni, 7 Aprile 2008
 

Sei giorni all’alba

Debito Pubblico gigantesco, permanente e crescente divario Nord-Sud, rilevante deficit energetico ed infrastrutturale, insostenibile differenziale fiscale con i paesi concorrenti, inflazione crescente con salari, stipendi e pensioni costanti: sono questi i problemi di fondo su cui siamo chiamati a rispondere con il voto di domenica e lunedì prossimi.

Il clima tra i cittadini non è il più favorevole nei confronti di una classe politica vissuta come sempre più distante ed autoreferenziale, sempre uguale a se stessa, capace solo di gattopardesche trasformazioni con cui si intende far passare per nuovo quanto di più vecchio e stantio permane della nostra tradizione, con l’aggiunta della perdita di qualsivoglia sicuro riferimento ideale.

S’ aggiunga l’ennesima richiesta di rinvio a giudizio di un ministro tuttora in carica, il verde Alfonso Pecoraro Scanio con il fratello senatore, accusati di associazione a delinquere per presunti fenomeni corruttivi con scambio di favori tra imprese e i sunnominati, tanto più sgradevole per un signore, da sempre rigoroso vindice di moralità nei confronti degli avversari, il quale, anziché fare il doveroso passo indietro, rinunciando alla corsa elettorale sino al chiarimento definitivo dell’inquietante caso, si limita a dichiarare che rinuncia all’immunità parlamentare, ma non alla sicura rielezione tra i componenti della casta.

E , mentre il povero Mastella si lecca le ferite dopo un attacco sistematico al limite del linciaggio e rimane in attesa di tempi migliori, ancora una volta constatiamo la realtà di una giustizia che fa acqua da tutte le parti, e alla quale i cittadini non danno oramai più alcun credito.

Nonostante una campagna condotta in solitaria da Veltroni, con l’obiettivo di annunciare il finto nuovo che avanza e di occultare ogni residuo ricordo del governo Prodi, adesso scaricato da tutti, il lodevole tentativo del PD di ridurre la precedente frammentazione partitica, non sembra procedere con tranquillità. Sono frequenti le divergenti prese di posizioni non solo tra i radicali, per adesso tatticamente costretti al silenziatore, e la senatrice Binetti, sempre più in difficoltà in un partito dal codice dei valori di elastica interpretazione, ma anche da quel Di Pietro che, pur nella generica dichiarata fedeltà all’alleanza, ha corso una sua battaglia personale e del tutto autonoma e diverrà, come già per Prodi, una spina al fianco del PD qualunque sia l’esito del voto.

Anche nel PdL, nonostante lo straordinario impegno profuso dal duo Berlusconi e Fini, con l’alleata Lega di Bossi e l’attivismo nel Sud messo in campo dal Mpa di Raffaele Lombardo, si attende con una certa trepidazione, da un lato, di conoscere l’entità dell’astensionismo ( che stavolta, tuttavia, non dovrebbe colpire a senso unico) e dall’altra, se e quanto riusciranno a raccogliere UDC e la Destra di Storace a danno del centro-destra, specie nel voto al Senato. Infine, resta permanente il timore di brogli elettorali non solo all’estero, dove già si sono avute ripetute avvisaglie del caos che questo voto incontrollato e incontrollabile porta con sé, ma anche nei seggi in Italia, dove alla consumata abilità di scrutatori formatisi alla vecchia scuola del PCI e della DC si tenta di rispondere con improvvisati difensori del voto. Si rischia lo scontro istituzionale nella polemica Berlusconi-Di Pietro contro il ministro Amato e la chiamata in causa dello stesso Napolitano, mentre già si prefigurano possibili reazioni e polemiche post elettorali se il risultato non sarà nettamente orientato.

Gravi problemi di governo in una congiuntura economica interna ( PIL stimato dal FME allo 0,3%, dimezzando lo stesso 0,6 % cui hanno dovuto inchinarsi i pur sin qui ottimisti Prodi e Padoa Schioppa che si sono visti frantumare le previsioni di crescita indicate nella finanziaria) e internazionale negativissime (recessione americana e risiko dei subprime sulle stesse banche europee sin qui molto abbottonate) e timori per un voto che non permetta di superare lo stallo di un’Italia divisa alla ricerca di un nuovo equilibrio politico. Realisticamente è questa la situazione nella quale il prossimo 13 e 14 aprile siamo chiamati ad esprimere, su liste prefabbricate, la “volontà popolare”. Auguriamoci che l’intelligenza del popolo, nonostante tutto, ancora una volta sappia esprimersi in totale trasparenza e libertà fornendo indicazioni non equivoche.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 31Marzo 2008
 

Una stanca campagna elettorale

Siamo a poco meno di due settimane dal voto con una campagna elettorale che si trascina stancamente con scarsi entusiasmi.

Sarà per la gravità di una situazione economica che le famiglie italiane vivono nella crescente precarietà; sarà per il permanere di un giudizio negativo sulla casta della politica vissuta come sempre più distinta e distante dai problemi quotidiani della gente. Ciò che si constata è un clima generalizzato di sfiducia e disinteresse.

Grazie ad una legge elettorale che assegna ai segretari di partito e ai leader di coalizione la scelta dei candidati, quelli che vengono eletti, eliminato il voto di preferenza, sono degli “unti dal signore”, ossia dei cooptati ai quali basta sapere in quale posizione sono stati inseriti nella lista per avere ampia certezza del proprio destino: assolutamente tranquilli quelli sicuri e, dunque, senza obblighi di corsa, mentre quelli certi di non esserlo sono figuranti frustrati e rancorosi ben lontani dall’affrontare un’inutile caccia all’elettore.

Ed è cosi che, tranne per le comparsate televisive complicate da un’assurda legge sulla par condicio, i pochi dibattiti organizzati nelle città e nei paesi dove un tempo ferveva la partecipazione democratica, sono caratterizzati dalla pressoché nulla presenza di candidati e di elettori.

Si salvano solo le grandi manifestazioni organizzate dai gruppi e dalle associazioni di interessi corporativi con l’invito e la presenza ai loro convegni dei due principali leader delle coalizioni che si contendono il primato: Berlusconi e Veltroni.

Di qui la rabbia degli esclusi, tra i quali eccellono Casini e Di Pietro. Il primo, vittima della sua stessa legge e di un’incomprensibile strategia politica sostenuta da una tattica al limite del suicidio, il quale oramai punta tutte le sue carte sul risiko dell’8% da raggiungere in almeno tre regioni per poter partecipare alla distribuzione dei seggi al senato, con la speranza di diventare ago della bilancia nella formazione del futuro governo che già auspica possa essere quello dei “migliori”.

Meno comprensibile il secondo che, coalizzatosi con il Partito Democratico, ogni giorno rivendica uno spazio autonomo minacciando a destra e a manca l’utilizzo dello strumento di cui sa disporre a meraviglia: la denuncia alla procura dell’avversario di turno, pensando di risolvere per via giudiziaria ciò che non gli riesce di fare sul piano del confronto e della battaglia politica.

C’è da sperare che, esaurita la vis polemica del comico Grillo, stranamente resosi del tutto silente, l’elettorato sappia reagire e non abbandonarsi allo sconforto totale. La situazione grave in cui versa il Paese, dal debito pubblico gigantesco, dal divario sempre più netto tra Nord e Sud, da un differenziale tra salari e prezzi intollerabile e con un carico fiscale insopportabile, richiede una forte e netta indicazione di governabilità. Se è abbastanza certa quella che uscirà per la Camera, è al Senato che si gioca l’equilibrio futuro dell’Italia. L’astensionismo degli sfiduciati e/o i voti dispersi su formazioni destinate a difficili sopravvivenze e che producessero ingovernabilità al Senato non farebbero bene né a quel bipolarismo politico semplificatorio verso cui sembra volersi orientare l’Italia, né alla soluzione delle gravi emergenze economico-sociali e politiche che la situazione richiede.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 25 Marzo 2008
 

Pasqua di conversione che rafforza la nostra Fede

I sacramenti del battesimo, comunione e cresima impartiti ai sette catecumeni nella notte del Sabato Santo da Papa Benedetto XVI hanno determinato un forte interesse tanto nell’opinione pubblica italiana che in quella internazionale.

La conversione di Magdi Allam il quale ha voluto assumere il nome di “Cristiano”, a conclusione di un processo di profonda meditazione interiore culminata nell’abbraccio alla fede cristiana della religione cattolica, è stata al centro dell’attenzione, non solo del giornale di cui Magdi Allam è il vicedirettore ad personam, il “ Corriere della Sera”, ma anche su tutti i giornali italiani. Anche quelli d solitamente neutrali quando non costantemente ostili alle posizioni della Chiesa Cattolica italiana.

Notevole attenzione anche nella stampa e nei media internazionali, i quali, sono stati impressionati non solo e non tanto per la conversione di un islamico illustre alla fede cristiana, quanto al rilievo che di detto avvenimento è stato dato, con la somministrazione dei Sacramenti da parte del Sommo Pontefice nella solenne Messa Pasquale.

Nel momento in cui nel Medio Oriente l’uccisione a Mosul del vescovo cristiano di rito caldeo ha aperto una ferita lacerante nella comunità cristiana irakena, ridotta oramai a quasi la metà di quella presente all’inizio della guerra, per l’abbandono disperato dei cristiani di quelle terre nelle più sicure e vicine comunità siriane e giordane, e dopo le minacce esplicite pronunciate dal fantomatico Bin Laden contro i Paesi Europei e, in maniera diretta, contro il Pontefice romano, la tradizionale prudenza vaticana è stata superata da un gesto pontificio di enorme significato.

La Chiesa cattolica romana non intende lasciare abbandonati nell’isolamento quanti dalla fede islamica hanno inteso abbracciare la religione cristiana, e proprio nel tempo in cui più diretta e minacciosa si alza la voce del capo dei terroristi di Al Qaeda. impegna in prima persona il successore di Cristo a testimoniare il valore della conversione.

E’ un monito di altissimo valore che carica di grande responsabilità tutti noi cristiani.

Magdi Allam, che da anni vive sotto scorta per la sua intransigente difesa dei valori umani e per la denuncia sistematica delle violazioni perpetrate dagli interpreti violenti e disperati di un islam aggressivo, rischia oggi ancor di più la possibile “fatwa” di condanna a morte per apostasia .

Nella lucida ed appassionata lettera scritta al direttore del suo giornale nella giornata della Pasqua di Nostro Signore, egli, consapevole di una scelta che ha reso il suo Sabato Santo, “il giorno più bello della sua vita”, si dice pronto ad affrontare ogni possibile conseguenza di questa sua conversione. “ So cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della propria fede”. Così ha scritto Magdi Allam nella lettera al Corriere.

E’ un grande insegnamento per tutti noi cristiani dalla tiepida Fede che ci induce a prendere consapevolezza del valore della nostra appartenenza. Senza perseguire assurdi atteggiamenti di rivalsa che finirebbero con l’alimentare le idee di coloro che hanno profetizzato “ lo scontro di civiltà”, dobbiamo ancor di più aumentare il nostro spirito di tolleranza e di collaborazione fraterna con quanti cristiani non sono e vivono in pace le loro fedi, ma, dobbiamo, al contempo, assumere il coraggio del Santo Padre che con quei segni sacramentali impartiti urbi et orbi ci ha indicato la strada per una manifestazione aperta e forte della nostra Fede e della nostra appartenenza a Santa Madre Chiesa.

Anche per questo la Pasqua che abbiamo appena celebrato ci ha rinnovati nel profondo dei nostri cuori e ci dà la forza per testimoniare in maniera ancor più esplicita la nostra Fede.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 17 Marzo 2008
 

Uno sguardo sul mondo

Rivolta dei monaci nel Tibet e immediata terribile repressione della Cina che vede aumentare, ogni giorno che ci si avvicina alle prossime Olimpiadi, gli episodi di contestazione interni ed esterni al governo di quel grande Paese. Ora però, dopo le tragiche giornate di piazza Tien an men del 1989 e la cortina del silenzio imposta dal regime, qualcosa sembra scricchiolare nel caotico e impressionante sviluppo della Cina. Il dissidente Warry Wu, in un recente articolo su “ Avvenire”, denuncia l’esistenza di diecimila esecuzioni capitali l’anno con 600 ospedali che trapiantano le parti degli uccisi. La transizione al capitalismo socialista è stata, è sarà accompagnata da enormi traumi nello scontro sempre più netto tra città e campagna e tra i nuovi ricchi e le moltitudini di eterni poveri ai limiti della sussistenza.

Netta affermazione di Josè Luis Rodriguez Zapatero nelle elezioni politiche spagnole, ancora una volta bagnate dal sangue di una violenza che esplode con cronometrica precisione politica alla vigilia delle consultazioni elettorali. Prima la mattanza alla stazione di Atocha a Madrid e adesso l’assassinio dell’esponente socialista della Regione basca ad opera dell’Eta.

Forte avanzata socialista nella tornata delle elezioni municipali di domenica 9 marzo in Francia, dove la popolarità del presidente Sarkozy è messa a dura prova dai problemi irrisolti sul piano economico e sociale e da quelli connessi ad una disinvolta gestione delle questioni di cuore.
Gèrard Colomb socialista, riconquista alla grande la strategica Lione, seconda metropoli del Paese, mentre a Parigi, il sindaco socialista uscente, Bertrand Delanoe è in grande vantaggio per il prossimo ballottaggio.

Se non ci fosse stata la vittoria del gollista Alain Juppè a Bordeaux, Sarkò avrebbe rischiato il KO. Si attendono gli esiti dei ballottaggi di Marsiglia, Tolosa e Strasburgo, dopo i quali il Presidente dovrà mettere mano ai necessari correttivi nelle politiche del governo.

In Medio oriente, dopo la strage degli innocenti perpetrata dai guerriglieri di Hamas con l’uccisione di otto adolescenti della scuola rabbinica di Gerusalemme, le improvvide prese di posizione del nostro ministro degli esteri, Massimo D’Alema, provocano una vera e propria crisi diplomatica tra Israele e Italia. L’ambasciatore Gidon Meier non si è trattenuto all’ennesima richiesta dalemiana ad Israele di trattare con Hamas, giungendo a dichiarare: “ chi ci invita a negoziare con Hamas ci invita semplicemente a negoziare sulla misura della bara e sul numero dei fiori da mettere sulla corona: Hamas vuole soltanto la distruzione di Israele”. Sembra che al nostro ministro degli esteri, così disponibile con Hamas e gli Hezbollah e dialogante con lo stesso leader iraniano Ahmadinejad, interessi soprattutto acquisire consensi con quei paesi europei del fronte anti israeliano ( Cipro, Malta, Finlandia e la Slovenia) dai quali forse spera di ottenere l’appoggio nella successione alla carica di ministro degli esteri dell’Unione Europea. E, intanto, in Afghanistan, dopo tredici giorni di prigionia si scopre a Mosul il corpo senza vita di Mons Faraj Rahho, arcivescovo caldeo di quella città, rapito il 29 febbraio subito dopo un agguato in cui erano stati uccisi il suo autista e due guardie del corpo. E i cristiani di quelle terre sono sempre di meno e sempre più in fuga verso terre più sicure.

In Sudamerica dopo l’avvenuto passaggio interfamilias dei poteri tra Fidel e Roul Castro la scena politica è occupata dall’estroverso” bocon” (la “bocca grossa” o “lo sbruffone” come lo chiamano da quelle parti) Hugo Chàvez che rischia la guerra con la confinante Colombia, dopo che l’esercito di quest’ultima è sconfinato in territorio ecuadoriano per attaccare una base delle Farc con le quali Chàvez mantiene rapporti di particolare vicinanza e da cui ottiene la liberazione a corrente alternata e a suon di petrodollari degli ostaggi che i guerriglieri tengono prigionieri, tra i quali la povera Ingrid Betancourt Pulecio, leader del “partido verde oxigeno” nel parlamento colombiano.

In Africa, il recente rapporto della FAO parla di emergenza cibo in 23 Paesi devastati dalla guerra civile, condizioni climatiche avverse ed economie arretrate. Dal Darfur, dove le cose continuano come sempre nella repressione delle minoranze cristiane , all’inquieto Kenia dove non si riesce a trovare l’intesa tra le due formazioni politiche che si sono confrontate nelle ultime elezioni presidenziali, sino alla Costa d’Avorio e alla Guinea Conakry attraversate da gravissimi problemi economici e sociali, la situazione è sempre calda, mentre si accende il confronto tra le grandi nuove potenze, tra cui la Cina e l’India, alla ricerca disperata del controllo delle fonti energetiche e dei minerali di cui quell’immenso continente dispone e che le economie in prepotente crescita di questi due Paesi richiedono.

Alla vigilia delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti e dopo il risultato scontato e assai contestato di quelle appena tenutesi in Russia, in un quadro dell’economia internazionale dalle fosche tinte recessive, parlare di declino come da tempo sostengono Giulio Tremonti ed Enrico Cisnetto non è più un azzardo. E’ in questa situazione interna e internazionale che Partito del Popolo delle libertà e Partito Democratico si contendono il primato per la guida del governo italiano. Speriamo che il voto dia indicazioni sicure, tali da garantire una governabilità non effimera.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 10 Marzo 2008
 

Il risiko politico che deciderà il nostro futuro

Con la kermesse del Palalido a Milano è iniziata Sabato 8 marzo la campagna del Partito del popolo della libertà. Berlusconi e Fini davanti ad una platea entusiasta hanno presentato il programma e garantito la vittoria.

Continuo a pensare che, se l’ottimismo è utile in combattimento, la certezza dell’esito finale può giocare dei brutti scherzi se non si tengono ben presenti le situazioni sul campo.

L’esito della partita alla Camera dipende da quanti voti il PD riuscirà a strappare alla Sinistra arcobaleno, il cui leader Bertinotti, sembra un po’ appannato nel ruolo di capopolo, dopo l’esperienza vissuta ai vertici della Repubblica e da quanti voti cattolici sarà in grado di conservare dopo l’incomprensibile alleanza con i radicali e con quell’imprevedibile personaggio della politica italiana, Antonio Di Pietro. Insomma bisognerà vedere il grado di tenuta di quella miscellanea composta dal finto buonismo di Veltroni (testimonianza di Massimo D’Alema) accoppiato al radicalismo di Pannella e al giustizialismo dell’ex PM da Montenero di Bisaccia.

Sull’altro fronte il prevalere del PdL dipenderà da quanti voti riuscirà a trattenere a destra, dove il fianco è sottoposto all’attacco del partito di Storace e della Santanchè e da quanti riuscirà a strapparne alla neo formazione centrista di Casini e della Rosa Bianca.

Un posto a sé è quello rappresentato dalla lista pro life di Giuliano Ferrara, con la quale solo un’incomprensibile pregiudiziale laicista ha impedito un apparentamento che, continuo a credere, sarebbe stato utile. Speriamo che, alla fine, non si riveli determinante ed esiziale.

Tutto questo per prevalere alla Camera e incassare il premio di maggioranza stabilito dalla legge.

Al Senato la partita è assai più complessa e si gioca in alcune regioni, tra le quali, i risultati della Campania e della Sicilia saranno probabilmente essenziali.

L’unione di centro rischia molto al Senato e il fatidico 8% o lo raggiunge in Sicilia o in altre regioni la vedo molto dura.

Ciò che emerge da questo nasometrico pronosticare è il ruolo sottotraccia dei cattolici che pure risulteranno decisivi con il loro voto.

Traslocati i “pericolosi e inaffidabili” teodem dal rischioso Senato (dove la Binetti potrebbe provocare effetti indesiderati) alla Camera e trasferito il povero Enzo Carra in Sicilia in posizione per niente sicura, l’accordo con gli inquieti radicali rischia di far perdere diversi consensi al partito di Veltroni.

Bisognerà vedere se l’effetto del trascinamento bipartitico riuscirà a far scomparire alcune nobili tradizioni politiche, quale quella socialista e la stessa residuale democristiana, rappresentate, rispettivamente dallo SDI e dall’Unione di Centro.

Intanto l’avvenuta presentazione delle liste dei candidati mostra tutti i limiti di un sistema senza regole lasciato alle voglie e alle tranquillità dei capi senza alcun rispetto di persone e realtà territoriali.

Lo stesso Berlusconi, alla fine, ha dovuto riconoscere che sarà meglio quanto prima ritornare alle preferenze. E pensare che, proprio su un referendum Segni per annullare la preferenza si mise la pietra tombale sul sistema politico della Prima Repubblica!

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 3 Marzo 2008
 

Oltre il 14 aprile

Presentati i programmi dei due principali partiti e in attesa delle liste dei cooptati ci siano consentite alcune riflessioni.

Meno si fa ricorso al petulante richiamo ai sondaggi con ciascuno dei candidati premier pronto a sostenere di avere il vento in poppa e più forte sarà l’impegno ad andare a votare degli elettori.

Questo sistema di selezione alla rovescia dei candidati operato dai vertici e non dalla base non ci piace e sarà bene che, chiunque vinca, quando si metterà mano alla riforma della legge elettorale si reintroduca la preferenza se si vuol dare un senso alla partecipazione popolare che non può ridursi alle convention prefabbricate o ai referendum- sondaggio presso i gazebo.
C’è bisogno di ritornare alle regole, tra le quali, quella antica, nata nella sala della pallacorda nel 1789: una testa un voto.

I programmi sono condensati nei dodici punti di Veltroni e nei sette di Berlusconi.
I primi, resi improbabili dalla pesante eredità dell’infausto biennio prodiano che si cerca di far
dimenticare con operazioni trasformistiche e giovanilistiche dal corto respiro . I secondi, possibili solo se nascerà un governo dal forte consenso elettorale con maggioranza
garantita al Senato.Piaccia oppure no ai partiti minori la semplificazione del
quadro politico, dopo la lunga stagione del bipolarismo coatto e impotente, è nelle corde degli elettori.

Personalmente sono molto interessato a che la costituzione allo statu nascenti della sezione italiana del Partito Popolare, cui punta il partito del Popolo della libertà, avvenga subito dopo il voto del 14 aprile, seguendo procedure e regole di assoluta trasparenza e di autentica
partecipazione democratica.

Ecco perché, da “DC non pentito”, anche se il cuore non è insensibile al richiamo degli amici dello
scudocrociato, con la ragione considero la scelta di Casini e dei suoi ritrovati compagni d’arme politicamente sbagliata.
Meno male che Formigoni, Pisanu e Scajola con Giovanardi e Barbieri, per citare quelli più noti, sono lì a rappresentare una componente essenziale della tradizione di ispirazione democratico cristiana nella nascente sezione italiana del PPE. Mi auguravo e mi auguro che anche gli altri amici oggi diversamente schierati, dopo il 14 aprile, possano concorrere con tutti noi a rendere sempre più forte questa storia.

Intanto va osservata con molta attenzione quanto succederà in Sicilia e in Campania, regioni strategiche per la sopravvivenza non solo dei governi regionali locali, ma della stessa tenuta di alcuni partiti e delle possibili maggioranze nazionali.

A Napoli, dopo il rinvio a giudizio del governatore Bassolino per fatti connessi alla tragica situazione dei rifiuti e dopo la rottura drammatica del PD con Mastella prima ed ora con De Mita, l’alleanza del vecchio blocco di potere catto-comunista, è alla prova del nove e non basterà inserire a capolista una giovane ventiseienne al posto del leader di Nusco per impedire lo tsunami politico che si scatenerà dopo il voto.

Insomma: sentiamoci tutti molto impegnati per far prevalere le ragioni del Partito del popolo della libertà con lo sguardo, però, rivolto già al dopo 14 Aprile, quando si tratterà di costruire finalmente il grande partito dei moderati italiani nel quale la componente di ispirazione cristiano sociale non potrà risultare minoritaria o residuale.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 25 Febbraio 2008
 

In balia dei sondaggi

C’è molta, troppa sicurezza nei due contendenti principali alla vittoria finale.
E’ il solito giochetto della “profezia che si autoadempie o si autodistrugge” che sta alla base del richiamo ossessivo quotidiano ai sondaggi.

Se Veltroni annuncia trionfante che dopo alcune settimane ha recuperato 12-13 punti percentuali, roba da quel grande scalatore dell’aquila di Toledo, Federico Bahamontes, il Cavaliere rilancia a Matrix, affermando che i sondaggi danno il Pdl al 46 %. Insomma con 4-5 punti della Lega si sarebbe già oltre il 51% anche senza l’UDC.

Non mi fiderei troppo di questi annunci e attendo con molto interesse la conclusione certa del caso Sicilia.

Ancora una volta nella Trinacria si gioca una partita complessa e gravida di conseguenze non solo locali ma sull’intero quadro politico nazionale.

Lì si saprà, ad esempio, se l’UDC potrà raggiungere o meno il fatidico 8% necessario per l’ingresso al Senato e, molto probabilmente proprio lì, oltre alla guida del governo regionale, si decideranno le sorti della maggioranza al Senato e, dunque, della stessa governabilità del Paese.

Continuo a pensare, con Formigoni, che il Pdl farebbe bene ad accettare l’accordo con la lista di Ferrara specie nel momento in cui sull’altro versante, mano a mano che ci si avvicina al termine ultimo per la presentazione delle liste, si apre a destra e a manca finendo con il costruire il caravanserraglio denunciato dall’On Diliberto, nel quale cosa ci stiano ancora a fare i vari teodem è tema da lasciare al loro libero arbitrio.

L’esclusione di De Mita dalle liste del PD, dopo oltre 44 anni di vita parlamentare costituisce un fatto che va ben al di là del caso personale. Se, come dice il leader di Nusco, quello del PD più che un progetto politico concreto è una mera aspirazione destinata al fallimento, e se, come ha affermato anche Venerdì sera a Otto e mezzo, egli intende concorrere in prima persona a ricostruire il centro di ispirazione democratico cristiana, una riflessione critica ed autocritica si dovrebbe pure compiere specie da parte di coloro che tanta responsabilità hanno avuto nella fine ingloriosa e senza opposizione della grande DC.

Si apre al centro un processo di ricomposizione tra Rosa Bianca, UDC ed eventuali altri transfughi dal PD, che potrebbe rendere assai più complessa la situazione politica del dopo elezioni.

Il Cavaliere mette le mani avanti e, forte di quanto già aveva annunciato all’indomani della partita finita pari nel 2006, annuncia che in caso di parità è pronto al governo di coalizione con Veltroni.

Da quanto riuscirà a tenere la sinistra arcobaleno e da quanto riuscirà a raccogliere la nuova formazione centrista si decideranno gli equilibri politici post elettorali.

Certo, gli ultimi dati sulla congiuntura economica, debito pubblico, proiezione del PIL sono talmente negativi che un governo di larghe intese sembra essere nella realtà delle cose.

Intanto aspettiamo l’ultima edizione dei programmi sin qui solo annunciati e, soprattutto, la scelta dei candidati. Constatiamo la totale assenza di ogni elementare regola democratica in tutte le formazioni. Si decide chi candidare e chi far fuori. nei loft o nei palazzi storici della Roma bene A noi questo sistema non piace e ci batteremo affinché le cose, dopo il voto, possano e debbano cambiare. Un partito che si chiama democratico e uno del popolo della libertà che scelgono i loro candidati nella cerchia ristretta dei capibastone non è l’approdo verso cui intendono attraccare coloro che credono ancora nel sistema democratico e rappresentativo.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 18 Febbraio 2008
 

Vincoli o sparpagliati?

Le posizioni si stanno delineando tra i diversi schieramenti. Si sperava in un felice assemblaggio ed invece emerge la realtà di un sistema politico che fatica a rinnovarsi. Molte, troppe posizioni
restano cristallizzate, frutto spesso più del sentimento che della ragione. Insomma più sparpagliati che vincoli, per dirla con Pappagone.
E così il titolare del brevetto del “ma anche”, Walter Veltroni, dopo tanti proclami per andare da solo alla pugna con il suo PD, alla fine, forte dell’ironica sapienza di Totò, si è convinto che è “la somma che fa il totale”, e, dunque, meglio accattarsi quei punti percentuali nelle mani di Tonino Di Pietro da Bisaccia. E, così, la ragione dei numeri ha finito prevalere sul sentimento della coerenza. Assai poco casto connubio per chi avrebbe voluto assumere posizioni liberali e non giustizialiste e che ha finito, invece, con il mettere nella stesso carniere Enzo Carra e il PM di mani pulite che lo costrinse in manette; l’agnello sacrificale e il suo irriducibile inquisitore.E, dunque: sì a Di Pietro e no ai socialisti che tentano la riunificazione, quasi per rivivere quel riflesso condizionato dell’antisocialismo di ritorno che è nelle corde dei diessini d’antan e dei residuati bellici basisti e dossettiani antipreambolari….E no anche ai radicali. Anche se con la Bonino e soci non è ancora detta l’ultima parola…. Ma anche nel centro destra, sempre parafrasando il giovane Uolter, le cose non vanno meglio. Fatto l’accordo con Gianfranco Fini e con gli altri disponibili a concorrere alla formazione del nuovo partito del popolo delle libertà e stabilita l’alleanza con la Lega Nord, non si è ritenuto di aprire alla destra di Storace e Santanchè, alla lista pro vita di Giuliano Ferrara e, soprattutto, niente accordo con Casini e quel che resta della sua UDC. Quanto tutto ciò potrà costare in termini elettorali lo sapremo solo la sera del 14 Aprile. Tuttavia, passi per la Destra da sempre contraria all’ingresso nel PPE che è stata una delle ragioni dell’avvenuta separazione tra Fini e Storace, ma, assai meno comprensibile è la testardaggine di Casini nel voler restare esterno se non estraneo al processo avviato.
Ma come? Sei il presidente dell’Internazionale DC, partecipi da quando eri un ragazzo al PPE, ed ora che sta per costituirsi finalmente una grande sezione italiana del PPE, rivendichi una primogenitura orgogliosa destinata, se va male, solo a far vincere l’avversario contro cui hai condotto un’intera esperienza politica?
Se comprensibile è il distinguo degli amici della Rosa bianca, da sempre critici con il Cavaliere e destinati ad una nobile corsa di testimonianza, ci sembra che nel caso dell’UDC il sentimento abbia prevalso sulla ragione. La nostalgia di ciò che fu e non può più essere o, peggio, la sopravvalutazione di una funzione e di un ruolo incompatibile con la rappresentanza reale di cui si dispone, sembrano siano alla base di questa improvvida decisione. Attenti che con la politica del “voler far male a tanti “non si faccia la fine del Tafazzi…

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 11 febbraio 2008
 

La rivoluzione del predellino

Finita l’esperienza di governo di Romano Prodi si è consumata pure quella dell’Unione rivelatasi impotente a governare.
La nascita del Partito Democratico ha segnato una svolta nella politica del centro-sinistra e della stessa politica italiana, avviando un processo di semplificazione che ha permesso al Cavaliere di compiere quel passaggio cruciale verso il partito del popolo delle libertà, annunciato a Dicembre a San Babila e concordato con Gianfranco Fini, Venerdì 8 Febbraio a Palazzo Grazioli a Roma.
Di qui un’autentica rivoluzione nei e fra i partiti destinata a mutare i caratteri del confronto politico italiano.
E’ sancita la fine della Seconda Repubblica con l’avvio di una Terza Fase della storia repubblicana tutta da sperimentare
Sembrava che il sistema elettorale tedesco finisse con il prevalere, con l’eventuale variante alla spagnola, ma, l’anticipazione del confronto elettorale con la legge attuale, ha determinato un tale smottamento di posizioni che, anche senza la celebrazione del referendum ( ora rinviato di un anno) si sta andando verso una soluzione di tipo fortemente maggioritario. Soluzione che è nell’interesse del duo Veltroni-Berlusconi.
Non è ancora il bipartitismo, ma, certo, una profonda semplificazione del quadro politico.
A sinistra, consumata la separazione consensuale tra PD e Cosa Rossa o sinistra arcobaleno, si va alla verifica della tenuta elettorale delle due posizioni prevalenti: quella più moderata del PD e quella composita e più radicale del raggruppamento che ha scelto Bertinotti come portabandiera.
Nel centro-destra, Sabato scorso alla riunione dei circoli della libertà di Michela Vittoria Brambilla, Silvio Berlusconi ha annunciato pimpante la nascita del Partito del popolo delle libertà. Fini, che già a Parigi qualche settimana prima aveva fatto riferimento alla comunanza di valori tra AN e il PPE, ha immediatamente colto l’invito del Cavaliere. E, dunque, fine dell’esperienza politica di Forza Italia e di AN e nascita di un grande raggruppamento che si rifà alla tradizione del PPE.
Dovremmo essere tutti felici, almeno noi, che da molti anni auspicavamo l’unità di tutte le componenti che, a diverso titolo, si riconoscono nella storia e nella tradizione del Partito Popolare Europeo.
E, così, mentre Giovanardi, Barbieri, Rotondi, hanno già scelto di concorrere nella formazione di questo grande disegno, restano ancora incerti e recalcitranti, Casini e Cesa da un lato con l’UDC e Mastella, dall’altro, con la sua UDEUR, troppo invischiata nelle collaborazioni di governo locali con l’ex Unione e, quindi, con fattori di inerzia che impediscono a Clemente di esercitarsi nella sua ben nota elasticità di posizioni.
Al centro si è inserita, come da tempo vado pronosticando, la Rosa Bianca di Tabacci,Baccini e Pezzotta, orgogliosamente equidistante dai due Poli maggiori, con la speranza di poter superare le forche caudine di uno sbarramento alto per la Camera e, al limite dell’impossibile, al Senato.
A furia di scartare dal Cavaliere, con il fedifrago Follini nella passata legislatura, e con i suoi troppo frequenti distinguo da diversi anni, Casini ha portato la sua UDC in un cul de sac pericoloso. E si sa, l’isolamento, in una condizione elettorale come quella definita dalla presente legge ( in larga misura parto della volontà proprio dell’UDC) non è la condizione migliore per sopravvivere.
Se la Lega, coerentemente con la propria impostazione di sempre, si acconcia a federarsi con il nuovo partito delle libertà, garantendo un vantaggio al centro-destra, almeno sulla carta, decisivo per la battaglia finale, l’UDC, perso a destra i berluscones e a sinistra la Rosa Bianca, dovrà sciogliere nei prossimi giorni il dilemma del che fare.
Chiesto lumi al card Ruini (uomo saggio e di buoni consigli) spero proprio che l’amico Casini sappia ritrovare la strada del buon senso e concorrere alla costruzione di un processo nel quale la nobile tradizione dei democratici cristiani non potrà che svolgere un ruolo rilevante e non solo adesso, ma in una prospettiva assai prossima.
Ora si elabori un programma all’altezza dei bisogni della nostra gente e si scelgano candidati degni della fiducia degli elettori. La partita è aperta, mentre la situazione economica a livello nazionale e mondiale dà segni di grande instabilità. Chiunque vinca non avrà vita facile, con una recessione mondiale annunciata, ed allora a urne chiuse e risultato acquisito, il tema delle larghe intese sarà probabilmente all’ordine del giorno delle cose necessarie.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 4 Febbraio 2008
 

E dopo Marini, il voto?

Se non succedono fatti nuovi e imprevisti, stasera o domani al massimo, dovremmo conoscere l’esito del tentativo impervio assegnato al presidente Franco Marini di costituire un nuovo governo.
Se dovessimo stare a quanto hanno sin qui dichiarato le varie forze politiche nella prima consultazione svolta dal Quirinale e dopo gli incontri con il presidente incaricato, spazi per governi di larghe intese, non dovrebbero essercene e la strada delle elezioni anticipate sembrerebbe spianata.
Massimo D’Alema, il più intelligente tra i suoi, terrorizzato dall’idea che si vada a votare con il governo dimissionario, le sta tentando tutte, compresa l’ultima sua proposta di un governo con cui svolgere il referendum.
In tal modo allontanerebbe di parecchi mesi la data per le elezioni, si sfilerebbe dalla negativa ipoteca rappresentata dal permanere al governo, anche se per poco, del professore bolognese, assai impopolare nel Paese e punterebbe alla messa in discussione della raggiunta unità d’intenti nella Casa delle Libertà.
Chi sino a qualche giorno fa teorizzava, per terrorizzare i senatori incerti, l’automatismo: crisi di governo ed elezioni anticipate, considerata l’aria che tira nei sondaggi punta ad ogni manovra diversiva pur di allontanare il probabilissimo calice amaro del risultato elettorale.
Ci auguriamo che il supremo colle sappia operare con quell’equilibrio e con quella saggezza che tutti, almeno a parole, riconoscono al nostro Presidente della Repubblica.
La situazione come andiamo predicando da tempo è assai grave e seria. Guai se si pensasse di procrastinare l’unica scelta che rimane dopo il fallimento del governo Prodi: ridare la voce al popolo sovrano e ricostruire una maggioranza parlamentare che sembrerebbe alla portata della coalizione di centro-destra.
Miracolosamente, dopo mesi e mesi di distinguo e di polemiche ad alta tensione, vanno registrati positivamente alcuni fatti:
a) Fini in Francia, nei giorni scorsi, ha riconosciuto la comunanza di valori di riferimento di AN con quelli del Partito Popolare Europeo, e si accinge, subito dopo le elezioni europee a condurre AN nel PPE. Ciò dovrebbe ulteriormente accelerare i tempi per la formazione di un grande partito del popolo della libertà da costruirsi con regole certe di sicura democrazia interna.
b) Casini, dopo l’annunciata uscita di Baccini e Tabacci che con Pezzotta ed altri si accingono a dar vita alla “Rosa Bianca”, acquista all’UDC gli Onn Adornato e Sanza che lasciano Forza Italia, non condividendo le ultime scelte del Cavaliere inerenti alla costruzione del nuovo partito. Come abbia fatto Casini a cambiare la propria strategia in un batter d’ali, è materia di studi approfonditi. Forse basterebbe sapere che cosa si sono detti e cosa hanno concordato lui e Berlusconi nel loro recente incontro al gruppo parlamentare.

A questo punto, mentre attendiamo l’esito degli incontri di Marini e le decisioni che assumerà il Presidente Napolitano, sarà bene cominciare, come di fatto già tutti i partiti stanno facendo, a prepararsi alla consultazione elettorale.
Guai dare per scontato un risultato che richiederà il massimo di impegno e di mobilitazione. Guai se i quattro capi della Casa della libertà, pensassero di riproporre sic et simpliciter candidati scelti senza alcuna partecipazione democratica sul territorio. Crediamo che elezioni primarie ovunque sarebbero assolutamente indispensabili, sia per mobilitare gli elettori e sia per scegliere al meglio i nuovi alfieri che avranno il difficilissimo compito di governare il Paese nei prossimi anni.
Il tempo della rendita garantita dagli errori del centro-sinistra è finito: tocca ora al Cavaliere e ai suoi alleati dimostrare, con fatti e uomini nuovi, di essere all’altezza del gravoso compito che li attende.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 4 Febbraio 2008
 

E dopo Marini, il voto?

Se non succedono fatti nuovi e imprevisti, stasera o domani al massimo, dovremmo conoscere l’esito del tentativo impervio assegnato al presidente Franco Marini di costituire un nuovo governo.
Se dovessimo stare a quanto hanno sin qui dichiarato le varie forze politiche nella prima consultazione svolta dal Quirinale e dopo gli incontri con il presidente incaricato, spazi per governi di larghe intese, non dovrebbero essercene e la strada delle elezioni anticipate sembrerebbe spianata.
Massimo D’Alema, il più intelligente tra i suoi, terrorizzato dall’idea che si vada a votare con il governo dimissionario, le sta tentando tutte, compresa l’ultima sua proposta di un governo con cui svolgere il referendum.
In tal modo allontanerebbe di parecchi mesi la data per le elezioni, si sfilerebbe dalla negativa ipoteca rappresentata dal permanere al governo, anche se per poco, del professore bolognese, assai impopolare nel Paese e punterebbe alla messa in discussione della raggiunta unità d’intenti nella Casa delle Libertà.
Chi sino a qualche giorno fa teorizzava, per terrorizzare i senatori incerti, l’automatismo: crisi di governo ed elezioni anticipate, considerata l’aria che tira nei sondaggi punta ad ogni manovra diversiva pur di allontanare il probabilissimo calice amaro del risultato elettorale.
Ci auguriamo che il supremo colle sappia operare con quell’equilibrio e con quella saggezza che tutti, almeno a parole, riconoscono al nostro Presidente della Repubblica.
La situazione come andiamo predicando da tempo è assai grave e seria. Guai se si pensasse di procrastinare l’unica scelta che rimane dopo il fallimento del governo Prodi: ridare la voce al popolo sovrano e ricostruire una maggioranza parlamentare che sembrerebbe alla portata della coalizione di centro-destra.
Miracolosamente, dopo mesi e mesi di distinguo e di polemiche ad alta tensione, vanno registrati positivamente alcuni fatti:
a) Fini in Francia, nei giorni scorsi, ha riconosciuto la comunanza di valori di riferimento di AN con quelli del Partito Popolare Europeo, e si accinge, subito dopo le elezioni europee a condurre AN nel PPE. Ciò dovrebbe ulteriormente accelerare i tempi per la formazione di un grande partito del popolo della libertà da costruirsi con regole certe di sicura democrazia interna.
b) Casini, dopo l’annunciata uscita di Baccini e Tabacci che con Pezzotta ed altri si accingono a dar vita alla “Rosa Bianca”, acquista all’UDC gli Onn Adornato e Sanza che lasciano Forza Italia, non condividendo le ultime scelte del Cavaliere inerenti alla costruzione del nuovo partito. Come abbia fatto Casini a cambiare la propria strategia in un batter d’ali, è materia di studi approfonditi. Forse basterebbe sapere che cosa si sono detti e cosa hanno concordato lui e Berlusconi nel loro recente incontro al gruppo parlamentare.

A questo punto, mentre attendiamo l’esito degli incontri di Marini e le decisioni che assumerà il Presidente Napolitano, sarà bene cominciare, come di fatto già tutti i partiti stanno facendo, a prepararsi alla consultazione elettorale.
Guai dare per scontato un risultato che richiederà il massimo di impegno e di mobilitazione. Guai se i quattro capi della Casa della libertà, pensassero di riproporre sic et simpliciter candidati scelti senza alcuna partecipazione democratica sul territorio. Crediamo che elezioni primarie ovunque sarebbero assolutamente indispensabili, sia per mobilitare gli elettori e sia per scegliere al meglio i nuovi alfieri che avranno il difficilissimo compito di governare il Paese nei prossimi anni.
Il tempo della rendita garantita dagli errori del centro-sinistra è finito: tocca ora al Cavaliere e ai suoi alleati dimostrare, con fatti e uomini nuovi, di essere all’altezza del gravoso compito che li attende.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 28 Gennaio 2008
 

La rete del pescatore

Ho partecipato, nel week end della settimana scorsa all’incontro di Riva del Garda di Reteitalia, promosso dalla Fondazione Europa e civiltà.

Il tema era quanto mai impegnativo, “ Bellezza, dignità e gratuita nell’impegno politico al servizio del popolo”.

Il convegno, programmato da tempo, si è svolto all’indomani del voto del Senato che ha posto fine al governo Prodi, diventando politicamente ancor più interessante.

L’attesa era tutto incentrata sulla relazione di Roberto Formigoni sul tema: “ Il popolo: gente che si riconosce amica e collabora per un ideale di migliore umanità. Un popolo può sorgere solo dalla gratuità”.

Dopo il richiamo alle nostre ragioni ideali e alla matrice antropologico-culturale che sono alla base della nostra esperienza, è seguita la parte più propriamente politica dell’intervento del governatore il quale ha voluto riaffermare , innanzi tutto, il carattere distintivo di reteitalia che non è e non vuol essere una corrente dentro Forza Italia, aperta come essa è alla partecipazione di tutti, a qualunque area politica appartengano, purchè vicini ai valori della nostra ispirazione, quanto piuttosto un’occasione di confronto e di dialogo. Un metodo di partecipazione offerto quale modello a tutto il partito.

E’ stata ribadita l’adesione all’idea lanciata da Berlusconi del nuovo Partito del Popolo della libertà, ossia di un partito capace di mettersi continuamente in discussione, in cui vengano condivise regole chiare di funzionamento grazie alle quali siano garantite a tutti i livelli la democrazia e la meritocrazia, con la scelta delle classi dirigenti da farsi attraverso libere elezioni primarie. E il Cavaliere, nel collegamento telefonico di domenica, ha confermato l’impegno che nella scelta dei candidati si ricorrer‡ al voto del popolo dei gazebo.

Riaffermata anche l’idea di un partito che, sulla via indicata dal Cavaliere e da alcuni anni in corso di sperimentazione proprio in Regione Lombardia, sia capace di apertura al dialogo e al confronto tra i riformatori di entrambi gli schieramenti.

Riaffermata, infine, l’indiscussa leadership di Berlusconi a capo non solo di Forza Italia, ma dell’intera coalizione dei moderati e garantito che dagli amici che fanno riferimento a Reteitalia, non verr‡ mai tesa alcuna trappola al nuovo capo del governo ed anzi si lavorerà per offrire quanto di meglio la nuova coalizione ed il nuovo esecutivo avranno la necessità di disporre, Formigoni ha riconfermato il decalogo programmatico esposto nell’incontro di fine estate a Rimini, quale piattaforma di impegno per la politica italiana.

Insomma, nella totale lealtà e fiducia nella guida del Cavaliere, il governatore è pronto a svolgere, come già di fatto svolge, un ruolo di primo piano nella scena politica italiana e internazionale. E così, anche gli altri e le altre aspiranti alla ribalta nel ruolo di protagonisti dentro e fuori Forza Italia sono tutti avvisati: Formigoni c’è e i suoi vogliono appassionatamente e convintamene che ci sia.

La rete che da sempre ha in Roberto il suo solerte pescatore è pronta ad essere lanciata in mare aperto per una pesca……. ricca di soddisfazioni.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 21 Gennaio 2008
 

Fuochi d'artificio

E’stata una settimana di fuochi artificiali.
In Campania “a munnezza” ha continuato a riempire le strade di città e paesi di molte province, Napoli in testa, senza che alcuno degli amministratori responsabili di questo degrado, espressione dello sfacelo di governo politico e amministrativo di una intera regione, sentisse l’elementare dovere di gettare la spugna.

A Roma uno sciagurato manipolo di pseudo intellettuali illiberali accompagnati da alcune decine di studenti facinorosi e ignoranti, hanno impedito al Papa di tenere la sua lectio magistralis per cui aveva ricevuto l’invito per l’inaugurazione dell’Anno Accademico.
E così, quella che è chiamata Università della Sapienza si è dimostrata al mondo come la culla dell’intolleranza e della stupidità.

Ancora in Campania, a Santa Maria Capua a Vetere, un gruppo di magistrati sulla base di accuse che, almeno sin qui appaiono del tutto incongrue, portano in galera alcune esponenti dell’Udeur, riducono agli arresti domiciliari il presidente del consiglio regionale, donna Sandra Mastella, che lo apprende da un comunicato radiotelevisivo, e inquisiscono lo stesso Clemente di un reato al limite dell’inverosimile, ossia quello di aver concusso, per ottenere alcune nomine di amici fidati in una direzione di ASL, nientepopodimeno che quel tale angioletto ingenuo che risponde al nome di Bassolino.

Il ministro furibondo nel giorno in cui è impegnato a presentare il resoconto sullo stato della giustizia, pronuncia parole di fuoco contro alcuni magistrati militanti sino ad affermare “ di avere paura” e a presentare, nel contempo, le sue dimissioni, prima annunciate e quindi rese irrevocabili e senza possibilità di sostituzioni con altri esponenti Udeur. Insomma, se non proprio l’abbandono della maggioranza, il passaggio del suo partito all’appoggio esterno.

Non passa un giorno che sempre a Napoli la procura della Repubblica chiede il rinvio a giudizio del leader dell’opposizione, Berlusconi, accusandolo di corruzione per aver sollecitato l’assunzione, mai avvenuta, di alcune soubrette in Rai, amiche di alcuni senatori che il Cavaliere tentava di ingraziarsi alla causa dell’opposizione.

Chissà cosa avrebbero dovuto richiedere per Prodi che, invece, i voti di quei senatori indisciplinati è riuscito a garantirseli, lui sì sulla legge finanziaria, a suon di favori concessi a questo e a quello, dalle Alpi di Bolzano sino alle Ande di quel simpatico senatore Pallaro, rappresentante degli italiani d’Argentina e della Patagonia.

E, naturalmente, dopo Napoli anche i magistrati di Palermo hanno compiuto il loro dovere con la condanna a cinque anni dell’amico TotÚ Cuffaro, accusato di favoreggiamento semplice, bontà loro, senza l’aggravante temuto del concorso esterno in associazione mafiosa.

Insomma dalla procura di Milano, regina della scena mediatico-giudiziaria al tempo di tangentopoli, sembra che la magistratura militante abbia trasferito il suo teatro itinerante da Roma in giù. E così ci si ritrova con un presidente del consiglio inquisito (anche se le sue pratiche da sempre vanno molto a rilento sino ad esaurirsi e a svanire nel nulla) che assume l’interim proprio del ministero di Giustizia nel momento di massimo conflitto tra politica e magistratura; un capo dell’opposizione ancora una volta accusato di corruzione per faccende ridicole e un ministro della giustizia che dall’aula parlamentare parla di “emergenza democratica” in Italia.

E’ da tempo che denunciamo lo stato di degrado politico, economico, culturale, sociale e civile in cui è caduto il Paese. Sarebbe tempo che se ne rendesse conto anche il presidente Napolitano e ponesse fine all’indegno spettacolo che ogni giorno è rappresentato da un governo totalmente allo sbando.

Ora Prodi dovrà districarsi dal cappio che, con l’ordine del giorno dell’Udeur previsto per oggi o domani, gli si stringe attorno al collo: dare completa fiducia a Mastella e, dunque, ammettere da neoministro ad interim della Giustizia, anch’egli inquisito, le nefandezze di cui questaè accusata dall’uomo di Ceppaloni, o corrispondere alle sollecitazioni del ministro, sempre un po’ Rodomonte, Antonio Di Pietro che reclama la più netta presa di distanza da quelle valutazioni e il passaggio della responsabilit‡ di guida di quell’agognato dicastero ad un politico non inquisito?

Tra oggi e il voto di Mercoledì prossimo sulla fiducia a Pecoraro Scanio si decideranno i destini parlamentari dello sbrindellato governo del professore bolognese. Dopo, con il referendum approvato dalla Consulta e con tempi della sua celebrazione certi e definiti, o si vara una legge elettorale accettata dai due maggiori partiti, o si va ad un governo istituzionale per unanime volontà della trimurti costituzionale: Napolitano-Marini-Bertinotti, o non resterà che l’alternativa del voto anticipato. I fuochi d’artificio sono scoppiati, manca solo il botto finale.

Don Chisciotte



    Radioformigoni, 14 Gennaio 2008
 

Stato di grazia di Formigoni

NÈ la miopia di Casini, nè la presbiopia di Gianfranco Fini. Con questa immagine Ludovico Festa, su “ Il foglio” di Venerdì 11 gennaio, evidenziava l’attuale “stato di grazia” del nostro Roberto Formigoni e lo sollecitava a guidare la Casa della libertà verso le prossime amministrative.

Da vecchio democristiano di lungo corso non avevo avuto difficoltà ad immaginare il percorso politico cui era destinato il governatore.

In un non dimenticato consiglio nazionale della DC era stato Carlo Donat Cattin, dopo l’assemblea degli esterni (Novembre 1981), ad additarci quel giovane ciellino tra coloro che avrebbero saputo garantire sangue rinnovato al corpo che si stava inaridendo di una DC sempre più in crisi.

Ed anch’io, molti anni più tardi, in un consiglio nazionale del CDU (1999), il primo approdo cui giungemmo dopo la fallimentare esperienza del Partito Popolare di Buttiglione, sfracellatasi sul caso dell’apertura di credito a Berlusconi nello scontro con i popolari per Prodi, non ebbi difficoltà a preconizzare per Roberto, un futuro politico di rilievo e non solo a livello lombardo.

Ho sempre sostenuto che guidare, come Formigoni ha fatto in questi dodici anni, una regione-stato come la Lombardia, era ed è una situazione paragonabile solo a quella che ha sempre caratterizzato nella CDU il rapporto tra Helmuth Koll, capo del governo federale tedesco e Franz Joseph Strauss, capo del governo della Regione-stato della Baviera.

Tanto più dopo dodici anni di governo che ha segnato un modo nuovo e diverso di condurre la Regione che, sotto la sua guida, ha saputo diventare ogni giorno di più da semplice ente amministrativo di vaste dimensioni, ente di governo a tutto tondo.


Quando si parla, allora, di futura leadership dei moderati, una volta che la vicenda del Cavaliere aver raggiunto, come in tutte le parabole della politica, l’inevitabile punto di svolta inferiore, non v’è dubbio che il governatore della Lombardia, ossia il capo di governo della più importante Regione italiana, sarà in pole position tra coloro che aspireranno a raccogliere l’eredità di Berlusconi.

Nella situazione difficile politica, economica, culturale, e della stessa organizzazione amministrativa del Paese, chi, se non colui che ha già dato ampia e concreta prova della sue capacità di governare una Regione-Stato come la Lombardia, potrà assumere la guida della politica italiana per conto dei moderati?

Adesso che anche il giornale di Giuliano Ferrara, con l’articolo di Festa, riconosce questo dato di fatto della politica italiana, non ci resta che spronare Roberto a continuare con la serietà e la determinazione dimostrata in tutti questi anni.

Don Chisciotte



    4 Gennaio 2008
 

Aspettando la sentenza della Suprema Corte

Siamo tutti in attesa della decisione della Suprema Corte prevista per il 16 gennaio sull’ammissibilita' del referendum sulla legge elettorale.

In pendenza di tale decisione abbiamo assistito e continuiamo ad assistere ad una confusa melina tra i partiti, ciascuno preoccupato di tirare l’acqua al proprio mulino.

Centrale resta l’accordo vero o presunto tra il Cavaliere e Veltroni per soluzioni che portino a semplificare l’attuale scenario con forte agitazione dei “minori”.

A sinistra Ë venuto a galla lo scontro mai interrotto tra Veltroni e D’Alema e si annuncia una sfida da O.K. corral che riguarda non solo e non tanto la leadership del PD, quanto la stessa natura di quel partito.Veltroni punta su un nuovo soggetto maggioritario ed autosufficiente dai forti connotati di partito riformista di tipo americano, pronto a confrontrarsi con lo schieramento moderato di cui si riconosce finalmente la leadership di Berlusconi; D’Alema, invece, sogna un partito socialdemocratico, possibilmente senza avversari a sinistra, pronto ad allearsi con una “cosa bianca” che allarghi lo schieramento fondato sull’alleanza tra ex comunisti ex DC.

Di qui la preferenza del sindaco di Roma per il maggioritario a doppio turno (antica proposta diessina e ulivista) rilanciata tatticamente dal fedele scudiero Franceschini, e quella di D’Alema per il proporzionale alla tedesca in sintonia con le richieste prevalenti tra i residui popolari dell’Ulivo,Marini e Fioroni in testa, e da sempre cavallo di battaglia di Casini e dell’UDC.

Ovvio che in questo estenuante menar di torrone si levino le giuste preoccupazioni di quanti, gli uomini della Lega in testa, vedono concretizzarsi lo spettro di un referendum che, passando al vaglio positivo popolare, farebbe rimpiangere la tanto vituperata “legge truffa” degasperiana del 1953 (premio di maggioranza alla coalizione di governo che avesse ottenuto il 50% - con il 50% si sarebbe ottenuto la rappresentanza del 65%), introducendo un sistema elettorale piu' vicino alla famigerata legge Acerbo del 1923 (due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza relativa e riparto proporzionale del restante 35%) che ad un corretto sistema in equilibrio tra rappresentanza e ruolo di governo.

E, mentre si attende il pronunciamento della Corte Costituzionale da cui potranno derivare scenari politici totalmente diversi a seconda che il referendum venga o meno dichiarato ammissibile, si aggravano i problemi di un Paese sempre piu' allo sbando e per il quale le pur comprensibili parole del Presidente Napolitano nel suo discorso di fine d’anno non possono arrecare alcun giovamento, continuando una situazione di sgoverno al limite della sopportabilita' e della tenuta sociale e politica dell’Italia.

L’inflazione galoppante che aggrava la sempre piu' bassa capacia' d’acquisto delle famiglie italiane e il corto circuito che si sta determinando tra le diverse categorie e ceti non solo appartenenti alle tradizionali fasce di poverta', unita all’impossibilita' oggettiva di garantire,salvo i funambolismi retorici e verbali di Prodi e di Padoa Schioppa, contemporaneamente piu' elevati salari e la riduzione del carico fiscale (ultima promessa del duetto dei tenori governativi) rende la situazione sociale, economica e politica dell’Italia al limite della deflagrazione.

I casi tragicomici di Napoli e dell’immondezaio non solo dei rifiuti ma di una classe politica irresponsabile e indecente al limite del disprezzo, sono la plateale rappresentazione dello sgoverno che caratterizza a Roma, come in una regione strategica del Meridione, la maggioranza di centro-sinistra dell’Unione. Sino a quando questa situazione potra' durare?

Attendiamo anche noi con ansia le decisioni della suprema Corte, certi che, in ogni caso, subito dopo, verifica o non verifica di Prodi e compagni, lo scenario dovra' assolutamente cambiare,con buona pace di coloro che vorrebbero ritornare ai vecchi riti e ad antiche formule buone solo ad assicurare la sopravvivenza di caste ormai prive di ogni credibilita' e che dovranno inevitabilmente lasciare il campo a nuovi attori e ad una nuova fase della nostra storia repubblicana.

Don Chisciotte