Le note di Ettore Bonalberti
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22 Luglio 2017

Convegno/Congresso del NCDU del Veneto


 

Interessante incontro ieri al Convegno/Congresso regionale  del NCDU del veneto tenutosi presso l’Hotel ai Pini di Mestre.
Presenti il presidente nazionale del NCDU, Mario Tassone, con Nino Gemelli e Nino Marinacci, Luciano Finesso è stato confermato coordinatore regionale del NCDU del Veneto.
Anche a nome degli amici Gianni Fontana, Presidente della DC e dell’On Mimmo Menorello, deputato popolare di Padova, ho portato il saluto degli amici democratico cristiani della nostra regione.
Ho esordito affermando che “ va tutto bene ciò che va nella direzione della ricomposizione dell’area popolare e democratico cristiana”, atteso che nostro primario dovere è ricostruire la nostra identità sul piano dei valori  per concorrere da democratico cristiani alla costruzione del nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito  pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi e Shuman, alternativo al trasformismo socialista renziano e ai populismi estremi.
Dalla dottrina sociale della Chiesa traiamo la forza per opporci al turbo capitalismo finanziario dominante, che ha trasformato la Banca d’Italia da un istituto di diritto pubblico, in un ente controllato, indirettamente, da una decina di hedge fund speculatori stranieri  (Vanguard, State Street, Fidelity, Black Rock, Black Stone, Northern Trust, T.Rowe Price, JP Morgan Trust, BNP Paribas Trust…), che creano i prestiti e i depositi delle banche italiane con un clic.
Senza sovranità monetaria, che in tal modo si è sostanzialmente perduta, anche il concetto di sovranità popolare e, dunque, della stessa democrazia, si riduce a un mero concetto astratto.
Compito dei democratici cristiani sarà quello di concorrere con tutte le componenti politiche disponibili a riportare la Banca d’Italia sotto il diretto controllo pubblico e a reintrodurre la separazione tra attività bancarie commerciali e attività speculative finanziarie, così com’era con la legge bancaria del 1936, colpevolmente annullata con il d.legislativo n.481 del 14 dicembre 1992.
Molto positivo l’impegno assunto di convocare congiuntamente in autunno una grande assemblea di tutti i democratico cristiani e  popolari del Veneto.

Ettore Bonalberti
Venezia, 22 Luglio 2017

 

 

 

 
     
 

13 Luglio 2017

Prima tappa per la ricomposizione dell’area cattolico popolare


Costruire Insieme, Associazione che si è presentata ieri all'istituto L. Sturzo di Roma e che, fra soci fondatori e soci costituenti, raggruppa quasi una cinquantina di realtà cattoliche italiane nasce con un obiettivo innovativo e ambizioso: quello dell' Unità Possibile dei tanti partiti, movimenti e associazioni impegnati nel nostro Paese.
Un primo passo quindi, per consentire un'aggregazione più ampia, aperta ed estesa a tutto il territorio nazionale.
L'iniziativa è stata condivisa:
1. Per superare la parentesi dell'irrilevanza di questa ultima fase;
2. Per consentire ai Cattolici di essere utili al Paese, soprattutto in una fase difficile, come quella che si registra in questi anni: dove difficoltà e sofferenze hanno raggiunto un grado non più sopportabile.
3. Per innervare i principi e gli insegnamenti  della Dottrina Sociale Cristiana di contenuti e proposte che il tempo richiede.
Questo rinnovato protagonismo che è chiamato a rendere chiara e forte la sua "Identità",  ha come punto d'approdo, il favorire la nascita di un Nuovo  Grande Soggetto Politico che abbia la chiara connotazione della novità, della democraticità  della sua vita interna e della pluralità delle Culture che lo contraddistingue.
Questo percorso, iniziato da tempo, se da una parte non va alla ricerca di primazie, dall'altro non accetta di essere usato o strumentalizzato!
 Intende invece far vincere la cultura del Dialogo, della paziente ricerca di convergenze con altre esperienze che mirano a comuni obiettivi e della collaborazione cooperativa, convinti sia la unica strada che possa aiutare l'italia a superare le sue difficoltà.
Sono affermazioni che abbisognano di testimonianze e progetti concreti che cercheremo di realizzare. È lo dimostreremo!
Ci ha fatto piacere che alla presentazione del Progetto abbiano partecipato parlamentari in carica. Riteniamo perché condividono la necessità che la "ripartenza"per costruire un Grande Progetto veda protagonista e prima fila soprattutto le forze sociali e i Movimenti che chiedono impegno e tanta generosità.

I Fondatori:Ivo Tarolli-Presidente, Paolo Voltaggio-vice vicario, Eleonora Mosti, Ettore Bonalberti, Tiziano Melchiorre, Marco D'Agostini, Francesco Rabotti e Fabio Cristofari, Sergio Marini, Raffaele Bonanni

Roma, 13 Giugno 2017

 

 

 
     
 

4 Luglio 2017

Si apra un dibattito pubblico sulla situazione bancaria italiana


E’ tempo di aprire un dibattito pubblico sulla situazione bancaria italiana e internazionale.
Avuta conferma che le più importanti banche private italiane sono controllate direttamente dagli edge fund anglo-caucasici (sede legale nella city of London e fiscale nel Deleware, origine cazara del Caucaso ) e nordamericani( Vanguard, State Street Fidelity, Black Rock, Blackstone, Northern Trust, T-Rowe price, JP Morgan Trust, Franklyn Templeton) Bnp Paribas Trust, ecc) i quali controllano così la quota di maggioranza della stessa Banca d’Italia, le scelte sin qui effettuate sul MPS (Monte dei Paschi di Siena) prima e quelle proposte per le due banche venete, non possono più essere fatte passare in cavalleria.

Non possono più essere taciute le sistematica truffe perpetrate dagli edge funds, che sono la vera guida della cabina di regia bancaria, a danno dei risparmiatori, del fisco italiano e delle stesse banche, dopo la decisione assunta   con il d.legislativo n.481 del 14 dicembre 1992, che ha abolito la separazione tra banche di prestito e banche speculative tassativamente prevista dalla vecchia legge bancaria del 1936.

Più volte abbiamo tentato di sollecitare iniziative parlamentari su tali temi, ma anche autorevoli amici hanno fatto come le tre scimmiette: non hanno visto, non hanno udito, non hanno parlato. Che ciò sia dovuto ad ignoranza, ignavia , sudditanza o, peggio a interessi malcelati, non saprei dire. Certo è che molti degli ex dirigenti politici europei e alcuni dei nostrani, alla fine si ritrovano spesso, direttamente o indirettamente, nei libri paga delle solite multinazionali del finanz capitalismo.

Sin qui solo il M5S ha sollevato questi temi con interrogazioni parlamentari che hanno dato conferma di quanto su esposto.

Anche noi “ DC non pentiti” ci uniamo a sostegno di queste battaglie, considerando che la DC ebbe sempre a cuore la difesa della separazione delle attività bancarie e con la sua politica economica e finanziaria l’Italia poté  raggiungere la quinta posizione tra le potenze industriali del pianeta. Ora, invece, il nostro Paese, sottoposto al giogo del finanz-capitalismo, viene spinto sempre più in basso, le nostre vecchie aziende di valore mondiale sono acquisite a prezzi di svendita e le classi popolari e i ceti medi produttivi vengono  ridotti al progressivo impoverimento.

Una class action contro i responsabili di tale sciagurata realtà andrà organizzata con il massimo di partecipazione popolare
Due obiettivi politici li condividiamo con il M5S: nazionalizzazione della Banca d’Italia, prerequisito essenziale della nostra sovranità nazionale e separazione delle attività delle banche di prestito/commerciali da quelle speculative.
Bisogna partire da qui per qualsivoglia politica autenticamente riformatrice nel nostro amato  Paese. Basta con i provvedimenti iniqui come quelli decisi su MPS e che si intendono adottare su Banca Popolare del Veneto e Banca Popolare di Vicenza, con i quali, mentre si riducono alla miseria e alla fame onesti cittadini e risparmiatori, si lasciano in incomprensibile  libertà gli inetti  responsabili di quelle fallimentari gestioni bancarie.

Ettore Bonalberti
Venezia, 4 Luglio 2017

 

 
     
 

2 Luglio 2017

INSIEME sì, ma senza confusioni


Abbiamo appreso che l’avv.Pisapia intende chiamare il nuovo movimento politico della sinistra: “ INSIEME”.
Tale indicazione se, da un lato, ci fa piacere, a dimostrazione che quanto da noi scelto nell’ormai lontano anno 2000, trova riconoscimento su altra sponda politica alternativa a quella da noi proposta, dall’altro necessita di alcune puntualizzazioni al fine di evitare confusioni.
Risale, infatti, all’11 Febbraio 2000 l’iscrizione della testata giornalistica “ INSIEME” al n. 1358
del ruolo generale della stampa presso il tribunale di Venezia, così come risale al 5 Dicembre 2008 la nascita dell’associazione “INSIEME” .
Insieme è un'associazione, senza scopo di lucro, che si ispira alla carta dei valori del PPE: dignità della persona, libertà e responsabilità, eguaglianza, giustizia, legalità, solidarietà e sussidiarietà.

Uno degli obiettivi è di ragionare insieme sui fatti politici, economici, sociali, culturali ed avvenimenti di attualità. Gli strumenti sono convegni, seminari, indagini, ricerche, formazione, pubblicazioni. Per meglio comunicare con tutti è stato creato un portale che informa e dialoga attraverso un blog (www.insiemeweb.net).

L'Associazione, alla quale aderiscono principalmente dei democratici cristiani e laici ispirati ai valori dell’umanesimo cristiano,  si relaziona con la società civile per dialogare con la gente, interpretarne le esigenze e sollecitare le Autorità competenti a recepirle, dimostrando che la politica deve essere attenta non solo alla difesa degli interessi, ma anche alla testimonianza dei suoi valori fondanti.
Abbiamo scelto di chiamare la nostra Associazione "INSIEME" proprio perché il filo conduttore è la volontà di mettere assieme più soggetti che, pur avendo esperienze, storie e provenienze politiche diverse, condividono l'obiettivo di collaborare per dare un'anima popolare al costituendo nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare,liberale, riformista, europeista, transnazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla sinistra trasformista renziana e ai populismi estremi.
L'Associazione è nata anche come strumento in grado di stimolare i giovani a riavvicinarsi alla politica intesa come "servizio per il bene di tutti".
Ci auguriamo che gli amici dell’avv.Pisapia tengano conto di quanto da noi esposto al fine di evitare spiacevoli confusioni, in una fase della politica che reclamerebbe il massimo della trasparenza e della  chiarezza.

 Ettore Bonalberti
Venezia, domenica, 2 Luglio 2017

 

 

 

     
 

29 Giugno 2017

Una bella notizia


Una bella notizia che attendevamo da molto tempo. E’ stata raggiunta l’intesa e finalmente si potrà celebrare il XIX Congresso nazionale della DC, dando pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 secondo cui: “ la DC non è mai stata sciolta giuridicamente”. Grazie agli amici che hanno concorso alla soluzione di un contenzioso e, adesso, serve la partecipazione convinta di tutti gli italiani “DC non pentiti”.


Ecco il testo della lettera di convocazione dell’assemblea dei soci DC inviata dal Presidente della DC, On.Gianni Fontana:

Cari amici,
Nel pomeriggio di oggi, 27 giugno, si è svolta una riunione alla quale hanno partecipato il presidente dell'Associazione Democrazia Cristiana, Gianni Fontana, insieme  con Renato Grassi e altri aderenti all'Associazione, il vice presidente dell'Associazione Iscritti alla Democrazia Cristiana nel 1993, Franco De Simoni, Antonio Di Stefano e Antonio Paris per l'Associazione Italiani del Terzo Millennio, Vincenzo Feola per la coop sociale onlus PRL.
La riunione è stata convocata da Gianni Fontana.
Dopo ampio dibattito, al termine della riunione si è deciso di convocare una Assemblea Nazionale degli iscritti alla Democrazia Cristiana finalizzata alla convocazione del XIX Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana.
Alcuni amici hanno all'inizio sostenuto che all'Assemblea dovessero poter partecipare solo gli iscritti all'Associazione presieduta da Fontana, ma dopo ampio dibattito si è raggiunto un accordo generale sulla decisione che l'Assemblea Nazionale sarà aperta, oltre che ai soci dell'Associazione Democrazia Cristiana, a tutti gli iscritti alla Democrazia Cristiana nel 1992/1993.
Si è concordato di convocare l'Assemblea Nazionale dei soci della Democrazia Cristiana attraverso il massimo di comunicazione via internet, facebook, con pubblici proclami e con pubblicazioni a pagamento su alcuni giornali nazionali.
L'Assemblea si terrà a Roma il 9 settembre 2017 in una sede che sarà comunicata nei prossimi giorni. I soci 1992/1993 dovranno dimostrare agli organizzatori dell'Assemblea, entro il 31 luglio p.v. , la loro iscrizione al Partito della Democrazia Cristiana, con modalità che saranno comunicate nei prossimi giorni.
L'Assemblea deciderà le regole e le date dei congressi provinciali e regionali propedeutici a quello nazionale.
Il Presidente della DC
Gianni Fontana
Roma, 27 Giugno 2017

 

 

 

     
 

28 Giugno 2017

Non possiamo più restare fermi a guardare

 

 

Perdere Sesto  San Giovanni,” il cuore rosso” della Lombardia e dell’Italia, è il segno indiscutibile della perduta identità. Scrivo del PD renziano, come di una struttura residuale ridotta a un Golem, un ircocervo senza anima e senza più cultura di riferimento ideale e storico politica.

Il renzismo, infatti, altro non è che il tentativo, fortunatamente fallito, con cui i poteri finanziari internazionali dominanti hanno tentato di superare ciò che restava della nostra costituzione formale e materiale, per lor signori “ troppo socialista”, come quella di altri Stati del Sud Europa.

Fortunatamente la saggezza degli italiani il 4 dicembre scorso ha vinto: i NO al referendum hanno  prevalso sul SI renziano e molti degli stessi elettori del PD, già militanti del PCI-PDS-DS, hanno scoperto il latente inganno; così come lo hanno fatto, Domenica scorsa ai ballottaggi, gli ex comunisti di Genova, La Spezia, Pistoia e, appunto, la  storica base rossa di Sesto.

Questo PD renziano, un melting pop di centro sinistra, non risulta più appetibile, né sul centro destra dello schieramento, su cui Renzi puntava le sue fiches, né tantomeno a sinistra, dove ha provocato, semmai, l’avvio di un progetto-processo di ricomposizione di quell’area da sempre presente nella storia, nella cultura e nella politica italiana.

L’infantile lettura giustificazionistica dei risultati dei ballottaggi da parte di Renzi ( “ risultati a macchia di leopardo”), è l’ennesima dimostrazione della pochezza di analisi culturale del “ giovin signore fiorentino”.

Un Paese, nel quale la partecipazione al voto è ormai ridotta a meno del 50%, vive una crisi di democrazia il cui esito può giungere a conseguenze quanto mai disastrose e non necessariamente di tipo progressista.

L’anomia sociale che si accompagna a una crisi morale e politico culturale, di un’Italia dominata a livello finanziario dagli edge funds caucasici e USA (Rothschild, JP Morgan,.Morgan Stanley e C.) inutilmente, almeno sin qui, denunciati in tutte le sedi da alcuni ambienti ben informati sulle cose bancarie interne e internazionali, se non sarà superata da una rinnovata partecipazione politica dal basso, condurrà alla definitiva disgregazione di ciò che resta della nostra democrazia, insieme a quella sovranità popolare rivendicata e difesa dal voto per il NO il 4 dicembre 2016.

La disaffezione al voto e le difficoltà delle sinistre in una delle scadenze elettorali, come quelle amministrative locali,  nelle quali storicamente avevano sempre dimostrato le migliori performances, sono alcune delle più importanti risultanze del voto dei ballottaggi  nei quali, tuttavia, per nostra colpevole assenza, è mancata la presenza di una forza politica cristianamente ispirata.

Ora ci attendono le elezioni regionali siciliane, ennesimo test elettorale prima di quelle politiche, che oggi appaiono, più realisticamente, slittare al prossimo 2018. Primo impegno, dunque, sostenere gli amici DC siciliani, che si stanno impegnando per la presentazione di una loro lista e, contemporaneamente, avviare da subito la nascita dei comitati civico popolari in tutte le realtà regionali e provinciali dell’Italia.

A Gianni Fontana il compito non più rinviabile di unificare nella federazione dei democratici cristiani le ultime frange della nebulosa ex DC, per preparare insieme la prossima tre giorni (14-15-16 Luglio) programmatica, in cui redigeremo la proposta politica della DC per il Paese e il congresso unitario dei DC italiani da celebrarsi entro il mese di Ottobre.

L’Italia, stanca degli “innominati illegittimi” e dei saltimbanchi trasformisti parlamentari, attende una nuova classe dirigente che, ispirandosi ai principi della dottrina  sociale cristiana, ossia alla più avanzata analisi e proposta alternativa alle criticità della globalizzazione e al potere del finanz- capitalismo, sappia corrispondere alle attese delle classi popolari e di un ceto medio abbandonato e senza speranza.

Ettore Bonalberti
28 Giugno 2017

 

 

 

 

27 Giugno 2017

Primo comitato civico popolare nella città metropolitana di Venezia

 

 

Ho inviato agli amici DC della provincia di Venezia l’invito ad avviare il primo comitato civico popolare della città metropolitana.
Mi auguro possa costituire un primo esempio di modello organizzativo per la nuova DC che insieme a Gianni Fontana intendiamo sviluppare, partendo dal basso, con la sperimentazione di nuove forma di partecipazione più aperte alle attese dei nostri cittadini ed elettori. Il preoccupante astensionismo dal voto registrato da tempo ( ai ballottaggi ha votato meno del 50% della base elettorale) o si supera colmando il deficit di partecipazione politica o la nostra democrazia, già ridotta a poca cosa dalla dominanza dei poteri finanziari concentrati a livello mondiale nei gestori proprietari degli edge funds caucasici e USA ( Rothschild, JP Morgan, Morgan Stanley….) finirebbe con il dissolversi totalmente.
Mi auguro che il tentativo trovi adesione tra i nostri vecchi e nuovi amici DC veneziani e che possiate anche voi tentare modelli sperimentali analoghi nella vostra realtà provinciale.
I comitati civico popolari credo possano rappresentare lo strumento per una rinnovata partecipazione popolare dei cittadini alla vita politica, diventando luoghi di discussione dei principali problemi locali e globali, senza la vecchia strutturazione delle sezioni, oramai superata, e momenti di formazione politica per le nuove generazioni.
Grazie al think tank “ Veneto pensa” e al nostro sito web: www.insiemeweb.net collegabile in rete con altri blog e siti compatibili, si potrà anche sviluppare una partecipazione on line in tempo reale, particolarmente fruibile dai giovani internauti.
 Una riunione degli amici DC veneziani interessati sarà indetta entro la prima settimana di Luglio per procedere all’avio del comitato civico, augurandomi l’adesione di molti degli amici ex DC o aspiranti tali.
Anche dal web mi attendo eventuali richieste di partecipazione.

Ettore Bonalberti
Martedì, 27 Giugno 2017

 

 

 

 

 

26 Giugno 2017

Un primo commento ai risultati di ieri

 

 

“ Risultati a macchia di leopardo”, così si consola Matteo Renzi dopo la batosta elettorale di ieri alle elezioni amministrative. Perdere città come Genova, Pistoia, La Spezia, Lodi, Monza, Como, Piacenza e l’ex “Stalingrado d’Italia,” Sesto San Giovanni, è la dimostrazione che l’ircocervo del PD renziano, un Golem senz’anima e cultura politica di riferimento, non è più credibile a un elettorato stanco che diserta il voto per oltre il 50%.

Ora si aprirà la caccia a “ smaccchiare il giaguaro”  dentro il PD, mentre si allontana il rischio di elezioni anticipate. Il centro destra gongola per i positivi risultati,  anche se pesante è la sconfitta padovana del leghista Bitonci, mentre crolla il tentativo di riscatto di Flavio Tosi a Verona.  Succede a chi, negli ultimi diciotto mesi, ha cambiato la sua originaria impostazione, sino alla camaleontica scelta a favore del SI al referendum, fidando nella conversione renziana che non ha pagato, nemmeno col disperato tentativo di risolvere i problemi candidando la compagna Bisinella. I veronesi non hanno gradito la proposta di successione ereditaria familiare “ de noantri”. Buon lavoro, dunque, a Sboarina e alla sua squadra.

Ettore Bonalberti
Venezia, 26 Giugno 2017

 

 

 

 

21 Giugno 2017

Documento finale presentato a Camaldoli

 

 

I partecipanti all’incontro promosso dall’Associazione “Codice di Camaldoli” e dalla Democrazia Cristiana, riuniti presso il Monastero di Camaldoli il 17 e 18 Giugno 2017, per discutere sul tema: “Il mondo cattolico e l’impegno dei cattolici”, dopo un ampio libero serrato confronto si sono trovati uniti nelle seguenti conclusioni:

1. Consapevoli della condizione di assoluta irrilevanza dei cattolici nella vita politica italiana e del perdurare di una colpevole e incomprensibile frammentazione della vasta galassia sociale, culturale e politica che fa riferimento alla dottrina sociale della Chiesa, noi tutti, senza avere lo sguardo rivolto al passato o nostalgie di una perduta egemonia, abbiamo lucida coscienza della condizione in cui vive l’uomo oggi nella società occidentale, nella quale domina ormai un relativismo morale in cui i desideri individuali si vogliono trasformare in diritti, contro ogni principio etico e contro la stessa legge naturale.
a)  A livello esistenziale e socio culturale prevale una condizione anarchica definibile come anomìa: assenza di regole, discrepanza tra mezzi e fini, venir meno dei gruppi sociali intermedi tra individui e Stato. Donde una diffusa frustrazione morale, che può dar luogo ad atteggiamenti regressivi e di aggressività individuale e collettiva; una Anomìa  anche a livello internazionale tra varie visioni proposte (es. cinese, islamica, occidentale o russa) che appaiono incompatibili, se non entro una visione universale (=cattolica).
b) A livello economico trionfa il cosiddetto “turbocapitalismo”: la finanza detta i fini alla politica, con rovesciamento di funzioni e prospettive: con l’avvio all’oscura globalizzazione in cui l’Occidente intende asservire l’intero pianeta. Da tale rovesciamento di valori e prospettive la politica, anziché servizio al bene comune, viene degradata a supporto di poteri finanziari contrari alle esigenze degli esseri umani.

2) È in questa situazione di valori rovesciati che esplodono fenomeni di scontro e guerre che traggono spunto anche da parziali visioni di marca religiosa. E intanto ne fa le spese la stessa concezione sociale additata dalla dottrina sociale della Chiesa.

3) Di qui l’invito a una nuova responsabilità dei cattolici, a proporsi come elemento unitivo per tradurre nella città dell’uomo la dottrina sociale della Chiesa, sulla linea delle  indicazioni di Papa Francesco all’Azione Cattolica nel 150° anniversario della fondazione. Nella situazione italiana sentiamo come prioritario il dovere di concorrere a ricomporre, dopo una lunga stagione di diaspora, l’intera area di ispirazione cattolica per offrire una nuova speranza. E lo vogliamo fare non semplicemente da cattolici individualmente impegnati in una qualsiasi formazione politica, ma da persone unite in una politica di ispirazione cristiana.

4) Siamo impegnati per la costruzione di un'Europa intesa non come un grande stato che imponga comportamenti uniformi ma come ente sovranazionale accomunato nei valori fondanti, aperto al ruolo decisionale dei singoli stati e delle diverse etnie linguistiche e del gruppi sociali di base ove risiede la prioritaria sovranità, una Europa più umana, che tragga linfa vitale dalle libertà civili derivate dalle sue radici cristiane e  all'interno della quale le peculiarità regionali e locali possano lavorare assieme per il benessere comune: secondo l’idea di un’Europa dei popoli e non dei poteri finanziari, un’ istituzione sovranazionale secondo la visione dei fondatori Adenauer, De Gasperi e Spaak e Schumann.
5) Dal punto di vista economico aspiriamo a un mercato libero e civile, ben diverso da quello di una concorrenza che si affidi alla contrapposizione di forze come nel progetto liberale ma che sia controllato dalla società civile con leggi che tutelino le realtà più deboli; e del pari diverso da quello che vuol interventi diretti dello Stato come nel progetto socialista. Vogliamo quella economia “civile” libera da inique imposte su ogni scambio di beni o servizi e sappia tutelare ogni famiglia e ogni individuo non solo nel campo del lavoro ma anche, e prima di tutto, quale consumatore di beni: coniugando in modo equilibrato libertà individuale, responsabilità personale, sviluppo economico e solidarietà sociale. 
6) Riconosciamo il primato della politica quale sintesi ideale e rappresentanza reale di bisogni diversi e diffusi, rifuggendo da inutili conflittualità di parte ma che riassuma i valori sociali di un popolo nella diretta partecipazione dell'Uomo-Cittadino alla costruzione del futuro per sé e per i suoi figli. La traduzione nella “città dell’uomo” degli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa e l’applicazione dei principi dell’economia civile alternativi a quelli del finanz-capitalismo dominante quali impegni per una nuova politica ispirata all’umanesimo cristiano, cioè della promozione di tutti i valori umani.
7) La politica non deve limitarsi a strumento per vincere competizioni elettorali, ma agire a salvaguardare e costruire gli interessi delle generazioni future, a cui garantire quel lungo periodo di pace, di libertà e di benessere che i nostri padri hanno assicurato a noi. I valori della Vita, della persona e  della famiglia e dei centri di vita associata che lo Stato deve riconoscere e tutelare, questi gli elementi al centro della nostra proposta.  “Servire la politica e non servirsi della politica” era il motto di don Sturzo e dovrà essere il  monito basilare del comportamento di una nuova classe dirigente. Sosteniamo con forza l'idea di uno Stato che sia espressione delle sue articolazioni territoriali di base come la carta costituzionale ha indicato. Viviamo l'autonomia locale come forma di massima libertà, esaltando la partecipazione responsabile nel rispetto del principio di sussidiarietà portandola anche nella prospettiva europea. Una sussidiarietà che deve riguardare non solo le istituzioni, ma anche il rapporto tra istituzioni e società civile: le istituzioni pubbliche non si sovrappongano a ciò che può far meglio il cittadino singolo o associato nelle sue istituzioni di base che la tradizione e le leggi di natura gli hanno posto dinanzi.
Diamo vita, dunque, a un modello di valori coordinato al primato della Vita e della Famiglia e delle realtà naturali di base, in un assetto democratico italiano ed europeo che sappia coinvolgere tutti coloro che con entusiasmo e motivazione ideale intendono mettere a disposizione le propria intelligenza, capacità e professionalità per il bene comune.
Diamo annuncio della proposta formulata dall’On. Gianni Fontana di incontrarci il 14-15-16 Luglio alla Rocca camaldolese del Garda a Bardolino per predisporre - con rappresentanti delle diverse formazioni sociali, culturali, politiche, delle associazioni e dei gruppi e di singole personalità dell’area cattolica - il programma dei democratico-cristiani per l’Italia; un programma che, coerente con l’ispirazione cristiana, sappia offrire risposte “alle attese e ai bisogni delle famiglie e dei più indigenti e fragili”, ivi compreso il ceto medio vittima di un progressivo impoverimento.
Dall’Abbazia di Camaldoli, 18 Giugno 2017 
Letto, approvato e sottoscritto.
Gianni Fontana
Ettore Bonalberti
Fabrizio Fabbrini
Antonino Giannone

 

 

 

 

12 Giugno 2017

Alcune riflessioni post elettorali

 

 

Perdono i grillini e perde il giovin signore a casa sua, Rignano sull’Arno.
In sede locale tornano, spesso camuffate nelle liste civiche, le coalizioni tradizionali del centro destra e del centro sinistra. A parte la scarsa affluenza, poco più del 60%, nei comuni viene sconfitta l’improvvisazione e l’incapacità di guida sin qui dimostrata dei grillini, e l’arroganza dei Renzi nel loro paesello toscano.

Unico caso clamoroso : Palermo con la vittoria schiacciante di Leoluca Orlando, alla quinta rielezione a Sindaco,  stavolta grazie alla “disinvolta” coalizione PD con il partito dell’impresentabile Alfano, espressione di un camaleontismo politico  senza limiti.

Anche dal voto dell’11 Giugno trova conferma, con l’alto astensionismo ( quasi il 40% degli elettori), la condizione di grave anomia del nostro sistema politico-

O riprendiamo e facciamo rivivere la nostra migliore cultura politica ispirata dalla dottrina sociale cristiana o questo Paese non avrà più speranza. Questa settimana un gruppo di amici DC impegnati nella cultura e nella politica si ritroveranno a Camaldoli e, mi auguro, che di lì si possa riprendere il cammino.......

Il voto amministrativo locale è, in ogni caso, una più convinta espressione degli interessi prevalenti e dei valori propri delle diverse realtà locali. Non sempre, tuttavia, la salvaguardia degli interessi coincide con la coerente difesa dei propri valori, specie là dove questi ultimi risultano fortemente indeboliti o offuscati. Si comprendono così, anche se difficilmente sono giustificabili, i casi dei trasformismi e camaleontismi come quelli di Palermo e che sono annunciati in alcune delle città venete che il prossimo 25 giugno andranno al ballottaggio.

Le dichiarazioni entusiastiche di qualche amico popolare per i risultati del centro sinistra a Padova o della lista familistica tosiana di Verona, dove si profila la conferma di quell’accordo dell’ondivago Tosi e della sua compagna con il PD a guida renziana, non potranno che essere oggetto di attenta riflessione da parte nostra  nei prossimi giorni.

Flavio Tosi e la sua corte avevano virato a sinistra verso Matteo Renzi, nella speranza di un futuro credito politico, già all’epoca del referendum del 4 dicembre scorso, schierandosi apertamente e perdutamente per il SI. Ora, come naufraghi, tenteranno di sopravvivere nella gestione residua del potere locale con un’anomala alleanza con la “sinistra veronese renziana”.

Ieri sera abbiamo visto Maurizio Lupi, uno dei “nominati illegittimi e dei trasformisti transumanti parlamentari”, plaudire entusiasta al risultato veronese, così come di quello del suo amico Alfano in compagnia di Leoluca Orlando il campione della politica dell’“annaccarsi”: il massimo di movimento con il minimo di spostamento.  Contento lui! La parola nella città scaligera  ora  passa agli elettori veronesi che dovranno decidere: se arrendersi alla continuazione di un sistema che tenta la sua riproduzione per via ereditaria locale; una sorta di via americana alla Kennedy e alla Bush “de noantri”, o girare finalmente pagina  per una nuova esperienza politico amministrativa.

Ettore Bonalberti
Venezia, 12 Giugno 2017

 

 

 

26 Maggio 2017

Tempi strettissimi per i DC

 

 

La situazione politica sembra stia assumendo un’improvvisa accelerazione.
La crisi istituzionale in cui viviamo con un parlamento composto da “nominati illegittimi” e una maggioranza drogata dai voti dei “ transumanti mercenari”, è caratterizzata dalla realtà effettuale di un leader mai eletto, Matteo Renzi, che detta i tempi  e comanda a bacchetta, rammentando al povero  Paolo Gentiloni, che  è stato lui “a metterlo in lista alle passate elezioni – come  riportava ieri il Corriere - perché Bersani lo aveva depennato”;  si aggiunga che  altri due leader delle più importanti formazioni partitiche, come Berlusconi e Grillo, per ragioni simili, risultano allo stato degli atti, ineleggibili. 

E’ in questo quadro assolutamente anomalo e mai vissuto prima nella storia della nostra Repubblica e con un Paese in preda a una crisi morale, economica, finanziaria, sociale e politica di assoluta gravità, che il Parlamento degli illegittimi si appresta a varare una legge elettorale frutto del compromesso del Nazareno 2.

I tempi che ci eravamo prefissati, come già scritto alcuni giorni or sono, rischiano di ridursi ancor di più, se, come sembra, venisse approvata la legge elettorale entro Luglio, con elezioni anticipate a Ottobre, atteso che “il giovin signore fiorentino “ non intende passare prima tra le forche caudine degli impegni finanziari derivanti dalle direttive comunitarie.

L’impegno ammirevole del nostro presidente DC, On Gianni Fontana, in giro per l’Italia  ritengo si possa e debba concretizzare al più presto con le seguenti tappe:

  1. appello a tutte le componenti dell’area cattolica e popolare italiana per ritrovarsi insieme a definire il nuovo codice dei democratici cristiani per l’Italia del XXI secolo. Un incontro da tenersi entro la prima metà del mese di Giugno;
  2. sulla base delle indicazioni  politico programmatiche che sortiranno da questo incontro, dovremo convocare il Congresso di tutti i democratici cristiani italiani per definire la linea politica del partito e indicare la nuova classe dirigente con cui avviare il confronto con le altre componenti che intendono perseguire obiettivi politici ispirati ai valori dell’umanesimo cristiano.

Tutto ciò dovrà essere compiuto entro il mese di Luglio se vogliamo disporre dei tempi necessari per partecipare efficacemente alle prossime elezioni politiche.

Ettore Bonalberti
Venezia, 26 Maggio 2017

 

 

 

 

17 Maggio 2017

Ora è tempo di un rinnovato impegno

 

 

Superate le residue difficoltà e consapevoli che i tempi imposti dalla politica italiana non concedono dilazioni in attesa di conclusioni giuridiche, sempre contrastate da chi non vuol vedere rinascere il partito dei democratici cristiani, con l’assemblea dei soci convocata il 26 Febbraio scorso all’Ergife di Roma, l’associazione DC, a norma del codice civile e in conseguenza della sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 ( “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”)  ha il suo nuovo presidente eletto: l’On Gianni Fontana di Verona.

Avevamo due strade percorribili, se avessimo avuto tempi politici normali: seguire la strada maestra del codice civile, come sostenuto dal Prof Luciani, cui va il merito di aver seguito in tutti questi anni, con pochi altri amici, l’intera vicenda; oppure, quella dello Statuto ultimo del partito, anno 1992: strade entrambe irte di difficoltà e con tempi di attuazione incompatibili con le urgenze della politica.

Ecco perché, rotto ogni indugio, ci apprestiamo ad allargare la base associativa, partendo dall’elenco dei soci effettivi depositati presso il tribunale di Roma in base al quale, ai sensi delle norme del codice civile è stata convocata l’assemblea del 26 Febbraio scorso, chiedendo a tutti gli iscritti alla DC nel 1992-93 se intendono rinnovare l’iscrizione al partito per partecipare, entro settembre-ottobre, alla celebrazione del congresso nazionale della DC.

Stesso invito lo faremo alle generazioni più giovani, che non hanno conosciuto la stagione gloriosa della DC e nemmeno quella più triste della sua fine politica; molti dei  quali  sono stati educati dalla vulgata corrente della “damnatio memoriae” di una DC responsabile di tutti i mali dell’Italia.

L’attuale triste situazione politica di un Paese in preda all’anomia morale, culturale, sociale e politica, con le istituzioni allo sbando e lo stato di diritto ridotto a una formula vuota rispetto al vissuto concreto dei cittadini; il deserto culturale degli attuali schieramenti politici rappresentati da un parlamento di “nominati illegittimi” e con un governo espressione di una maggioranza drogata dall’incostituzionale “porcellum” e inflazionata dal sostegno dei transumanti mercenari, ascari di “servo encomio e di codardo oltraggio”, richiede un ritorno in campo della cultura democratico popolare e cristiano sociale.

Non a caso Papa Francesco nel recente incontro, in occasione dei 150 anni dell’Azione Cattolica Italiana, ha fatto appello ai cattolici per un impegno nella politica: “quella alta e con la P maiuscola”.

Eredi della migliore tradizione democratico cristiana, convinti che il nostro ruolo dovrà limitarsi a favorire l’emergere di una nuova classe dirigente, alla quale consegnare il testimone di una storia politica che ha fatto grande l’Italia, con la fine del tesseramento procederemo a celebrare il Congresso nazionale della DC. Un congresso che intendiamo organizzare insieme a tutte le diverse formazioni di ispirazione politico culturale interessate/bili, per por fine alla tragica diaspora che ha sin qui caratterizzato la nostra vicenda nazionale.

Avanguardia, come sempre è avvenuto nella storia dei popolari prima e della DC poi, saranno gli amici siciliani che il 27 Maggio prossimo si riuniranno a Caltanissetta su iniziativa dell’On Alberto Alessi e di Renato Grassi, per avviare la formazione delle sezioni territoriali locali ed eleggere i delegati al congresso nazionale.

Seguiremo noi veneti, Sabato 3 Giugno con la riunione di Grisignano di Zocco (Vicenza) presieduta dall’On Gianni Fontana con gli stessi intenti degli amici siciliani.

Analogo appello è rivolto a tutti i DC interessati a partecipare al prossimo congresso del partito delle diverse regioni e province italiane.

Ogni informazione é pubblicata sul nostro sito nazionale: www.democraziacristiana.cloud

Ettore Bonalberti
Presidente A.L.E.F. (Associazione Liberi e Forti)
V.Presidente Comitato nazionale Popolare per il NO
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Mercoledì, 17 Maggio 2017

 

 

 

12 Maggio 2017

Una nuova Camaldoli per i cattolici italiani

 

 

 

Come appartenenti all’area di ispirazione cattolica e popolare e stante la nostra non tener età, abbiamo vissuto la drammatica trilogia del mondo cattolico italiano: la diaspora, dopo la fine politica della DC, la frantumazione degli anni 1994-2016 sino all’attuale irrilevanza sul piano politico.
Finalmente una parola “chiara” è venuta da Papa Francesco in occasione della celebrazione dei 150 anni dell’Azione cattolica, con l’appello ai cattolici a impegnarsi nella politica, quella alta, quella con la P maiuscola.
Come A.L.E.F., Associazione Liberi e Forti, che da molti anni si batte per la ricomposizione dell’area popolare italiana ed europea, con Gianni Fontana, presidente della DC, e con Ivo Tarolli, coordinatore del gruppo di Rovereto, che annovera tra i suoi componenti, autorevoli amici, come Luisa Santolini,  Sergio Marini, Raffaele Bonanni, Gustavo Piga e altri, siamo interessati a concorrere a organizzare entro l’autunno l’incontro di tutte le migliori energie presenti nell’area cattolica e popolare, per ricostruire una presenza politica forte e autorevole in grado di proporre soluzioni ai problemi dell’Italia ispirate dalla dottrina sociale cristiana.
Un movimento  forte, ampio, plurale e democratico in grado di partecipare , a seconda della legge elettorale che sarà varata, a un più vasto rassemblement laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano.

Ettore Bonalberti
Venezia, 12 Maggio 2017

 

 

8 Maggio 2017

Ricordo di Piero Coppola

 

 

Ho appreso con grande dolore la notizia della scomparsa di Piero Coppola, amico di tante battaglie politiche dentro e fuori della DC. Piero Coppola é stato un combattente democratico cristiano indomito, coerente con la sua formazione di cattolico intransigente formato alla scuola di Vincenzo Gagliardi, di Alfeo Zanini, di Luigi Tartari;  militante in quella componente della sinistra sociale della DC insieme al sen. Giorgio Longo, all’On Gian Franco Rocelli, al sottoscritto  e a tanti altri amici veneziani, che aveva come leader nazionale Carlo Donat Cattin, al quale restammo fedeli sino e anche dopo la sua prematura scomparsa.
Spiace che il collega Sperandio de “ Il gazzettino” abbia nel suo, peraltro apprezzato articolo, errato su alcuni riferimenti e reiterato l’accostamento tra fine della DC e della prima Repubblica con tangentopoli.  Ribadito, come anche ben evidenziato da Sperandio e nello stesso ricordo dell’On Mario Rigo riportato nell’articolo citato, l’assoluta onestà e rettitudine con cui Piero Coppola seppe testimoniare il suo impegno politico e amministrativo, sempre improntato alla ricerca disinteressata del bene comune, al fine di superare quella fuorviante “damnatio memoriae” che da sempre si accompagna nel ricordo della DC, mi permetto di formulare alcune delle ragioni che sono state alla base della fine politica della Democrazia Cristiana:
la DC è finita per aver raggiunto il suo scopo sociale: la fine dei totalitarismi di destra e di sinistra contro cui si era battuto il movimento dei cattolici in un secolo di storia;
la DC è finita per il venir meno di molte delle ragioni ideali che ne avevano determinato l’origine, sopraffatta dai particolarismi egoistici di alcuni che, con i loro deteriori comportamenti, hanno coinvolto nel baratro un’intera esperienza politica;
la DC è finita per il combinato disposto mediatico giudiziario che l’ha travolta insieme agli altri partiti democratici e di governo della Prima Repubblica;
la DC è finita quando sciaguratamente scelse la strada del maggioritario, per l’iniziativa improvvida di Mariotto Segni, auspice De Mita in odio a Craxi e Forlani, abbandonando il tradizionale sistema proporzionale che le garantiva il ruolo centrale dello schieramento politico italiano.
E, soprattutto, ed è la cosa più grave e incomprensibile, la DC è finita senza combattere. Con una parte, quella anticomunista, messa alla gogna giudiziaria, e quella di sinistra demitiana succube e imbelle alla mercé dei ricatti della sinistra giustizialista.
Aggiungo che “la DC è finita e nessuno sarà più in grado di rifondarla”, consapevole che la nostalgia, nobile sentimento romantico, ma regressivo sul piano politico, culturale ed esistenziale, può rappresentare un fattore servente, forse necessario, ma, certo,  non sufficiente per ricostruire alcunché.
Una sentenza a sezioni civile riunite della Cassazione (n.25999 del 23 dicembre 2010) ha sancito che la DC  non è mai morta, il de cuius non esiste perché non è defunto e non c’è alcun erede universale o particolare del partito dello scudocrociato. Esso andava chiuso solo dai legittimi detentori di quel potere in un’associazione di fatto: gli iscritti secondo le regole del proprio statuto e quelle inerenti alle associazioni di fatto senza personalità giuridica.

Ecco perchè abbiamo scelto di riaprire un nuovo capitolo nella storia dei cattolici nella politica italiana, non per ambizione personale, poiché, come diceva Voltaire, siamo ben consapevoli che alla nostra età “ non possiamo che offrire dei buoni consigli, dato che non siamo nemmeno più in grado di dare dei cattivi esempi”, quanto per consegnare alle nuove generazioni il testimone di una storia politica che ha segnato una fase importante della nostra amata Repubblica. Piero Coppola di quella storia ne è stato un protagonista autorevole, coerente, di assoluta onestà e cristallino disinteresse personale.
Ettore Bonalberti
già Consigliere nazionale della DC

 

 

 

3 Maggio 2017

Tempi strettissimi per l’unità dei Popolari

 

 

 Riconfermata la leadership renziana alla guida del PD, il Golem senza più identità culturale definitivamente approdato alla nuova connotazione di “Partito di Renzi”, nel quale sopravvivono in ruoli residuali, “l’algido Orlando” e “Rodomonte Emiliano”, assai elevato è il rischio di elezioni anticipate. se prevarrà la naturale inclinazione ambiziosa e arrogante del “giovin signore” già più volte esibita.

Che in una Paese afflitto da gravissimi problemi di tenuta istituzionale, politica, economica e sociale, con il prevalere di una condizione di anomia premonitrice di possibili esiti incontrollati e incontrollabili, si sia potuto far passare la raccolta al voto delle primarie di un partito, come la panacea dei mali dell’Italia, è la dimostrazione dell’attuale infimo livello politico culturale in cui viviamo. A sinistra si porranno inevitabili esigenze di ricomposizione di un’area fin qui troppo frastagliata, così come la propensione all’orgoglioso isolamento  del M5S, dovrà fare i conti con l’esito parlamentare della nuova legge elettorale, per la quale i grillini sembrerebbero disponibili a soluzioni di legge iper truffa, ipotizzando persino l’abbassamento della soglia alla quale attribuire il premio di maggioranza alla lista maggioritaria.

In tale quadro e con un centro destra che non sembra dare segni di reale capacità di ricomposizione, ancor più fragile appare la situazione relativa a quel grande fiume carsico del mondo cattolico, disperso in mille rivoli e sempre più irrilevante, tanto nella capacità di difesa sul piano istituzionale dei valori non negoziabili, che su quello delle politiche economiche e sociali ispirate ai principi di solidarietà e sussidiarietà. Domenica scorsa, Papa Francesco, celebrando i 150 anni dell’Azione Cattolica, ha esortato gli iscritti alla benemerita associazione, a impegnarsi nella politica, quella con la P maiuscola. E’ stata un’indicazione quanto mai autorevole, che fa seguito a quanto in dottrina, la Chiesa ha più volte indicato per i laici cristiani. Speriamo che quell’esortazione pontificia espressa dal Santo Padre, faccia breccia nella dirigenza della CEI, nella quale andrebbe superata l’apparente costante dicotomia tra la Presidenza e la segreteria generale, e, soprattutto, nelle diverse realtà ecclesiali presenti in Italia.

I tempi che avevamo previsto per la ricomposizione dell’area politico culturale popolare e democratico cristiana sono inevitabilmente strozzati dai pochi mesi che, oramai, ci separano dalle  prossime elezioni politiche, siano esse a scadenza naturale o, peggio ancora, anticipate. In tale situazione, essenziale sarà procedere alla costituzione di una federazione di tutti i partiti, associazioni, movimenti, gruppi  persone che si riconoscono nei valori dei “Liberi e Forti” e intendono impegnarsi nel realizzare politiche ispirate dalla dottrina sociale della Chiesa. Una Federazione aperta alla collaborazione con altre componenti di ispirazione laica, liberale, europeista, trans nazionale, in grado di proporsi alla guida del governo del Paese. Da parte nostra dovremo concorrere e partecipare alla nuova Camaldoli dei cattolici e popolari italiani, da organizzare entro il prossimo autunno, dalla quale far emergere il programma della Federazione dei Popolari per l’Italia e per l’Europa.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 4 Maggio 2017

 

 

 

30 Aprile 2017

A tutti i DC non pentiti

 

 

Sono in atto tentativi di accelerazione delle procedure che favoriscano le elezioni nel tardo autunno. Molto dipenderà dall’esito del voto delle primarie del PD,con Renzi impegnato ad evitare le forche caudine degli impegni impopolari  conseguenti al fiscal compact, in una situazione di totale disgregazione del quadro politico che ha caratterizzato questa fase di crepuscolo della seconda Repubblica. In attesa dell’esito delle primarie senza regole e controllo delle procedure  del PD, evidenziamo lo stato più volte denunciato della crisi delle culture politiche che sono state alla base del patto costituzionale: quella cattolico-popolare, laico socialista, liberale, repubblicana e azionista.

Per quanto ci riguarda, da “DC non pentiti”, sono molti anni, in pratica dalla fine politica, ma non giuridica, della DC, che operiamo per favorire la ricomposizione dell’area cattolica, popolare e di ispirazione democratico cristiana. Un impegno che si tradurrà, dopo il decreto del tribunale di Roma che ha autorizzato la convocazione all’Ergife di Roma il 26 Febbraio scorso,  dell’assemblea dei soci DC, unici eredi legittimi del partito dello scudo crociato, nella volontà espressa dal Presidente eletto, On Gianni Fontana, di procedere alla convocazione del  XIX Congresso straordinario del partito. Un congresso  che si terrà entro il prossimo mese di Luglio. A detto Congresso, al quale parteciperanno tutti i soci DC, seguirà una grande Assemblea Costituente che vorremmo celebrare in un luogo caro alla memoria dei democratici cristiani: a Camaldoli. Lì nel 1943 (18-23 Luglio)  si tenne la settimana di studio dei cattolici che produssero il famoso Codice, anche in base al quale, Alcide De Gasperi, qualche settimana dopo (26 Luglio 1943) , poté redigere  le “ Idee ricostruttive della DC” , con un samizdat , che fu alla base della nascita della DC in tutto il Paese.

L’8 Dicembre e per i giorni che serviranno, chiameremo a raccolta tutte le migliori energie  dell’area cattolica: partiti, movimenti, associazioni, gruppi e persone che, nel deserto attuale delle culture politiche, intendono ricostruire l’unità dell’area cattolico popolare, e presentare un progetto politico ispirato ai valori e agli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa;  unico antidoto alle disuguaglianze che il turbo capitalismo finanziario ha creato a livello internazionale, ai rischi di una terza guerra mondiale che si compie a pezzi, e credibile risposta alle attese della povera gente.

Sappiamo che i tempi che abbiamo davanti sono assai stretti, ma siamo anche consapevoli dell’insufficienza delle proposte politiche oggi presenti nello scenario italiano. Senza alcuna velleitaria volontà di egemonia, ma pienamente consapevoli di poter offrire proposte credibili e condivisibili con un arco ampio di forze politiche di ispirazione laica, democratica, liberale, riformista, europeista e trans nazionale, siamo pronti a concorrere, con la legge elettorale che il Parlamento intenderà approvare, rispettosa delle conclusioni raggiunte dalla Corte costituzionale con la recente sentenza sull’Italicum, e con l’orientamento espresso dalla stragrande maggioranza degli elettori italiani nel referendum del 4 Dicembre scorso, alla costruzione di una credibile coalizione di governo. Facciamo appello a tutti i democratici cristiani che ancora credono ai valori della DC di De Gasperi, Moro e Fanfani, e nella migliore tradizione politica della DC, affinché partecipino al nostro prossimo XIX Congresso straordinario del partito, aperti alla collaborazione con quanti saranno disponibili a perseguire politiche di governo ispirate ai valori dell’umanesimo cristiano.

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Venezia, 30 Aprile 2017
 

 

 

 

25 Aprile 2017

Crisi Alitalia crisi del Paese

 

 

Il referendum tra i lavoratori dell’Alitalia si è concluso con una netta vittoria del NO al 67%.
Sconfessione  totale dell’accordo raggiunto dalle maggiori sigle sindacali con l’azienda e con il governo e consegna inevitabile di quest’ultima all’amministrazione straordinaria con la nomina di un commissario.

Col voto di ieri ne escono sconfitti i sindacati, la cui capacità di rappresentanza è stata sostanzialmente sconfessata e lo stesso governo che, per bocca del Presidente del consiglio e di alcuni tra i suoi più autorevoli ministri, aveva sollecitato un voto a favore del SI.

Ora per i quasi 12.000 dipendenti si aprono prospettive drammatiche e, difficilmente, essi potranno sperare nell’ennesimo intervento dello Stato, dopo che più di otto miliardi di euro è costata sin qui ai contribuenti italiani la società di bandiera, ora società privata, nella quale, scomparsi da anni gli utili, le perdite sin qui accumulate, oltre che a carico degli azionisti sono state trasferite in parte sulla fiscalità generale.

Non solo il governo aveva anticipato che in caso di vittoria del NO la sorte di Alitalia sarebbe stata segnata e il fallimento pressoché inevitabile, ma, quand’anche Gentiloni e il suo governo cambiassero idea, non si vede quali altre risorse  lo Stato potrebbero mettere a disposizione, oltre tutto creando un precedente che innescherebbe immediate repliche  in altre situazioni aziendali parimenti insostenibili.

Già i costi degli ammortizzatori sociali previsti per un numero così elevato di lavoratori saranno particolarmente onerosi,  ma, ciò che la crisi profonda della compagnia di bandiera fa emergere, è la débâcle complessiva del sistema Italia, gravato da una crisi economico-finanziaria tra le più violente della storia repubblicana e privato da una seria politica economica, alternativa al “tira a campare” di un governo espressione di un parlamento di nominati illegittimi.

Con questa vicenda gravissima di Alitalia la  crisi economica, finanziaria e sociale si combina con quella politica istituzionale che viviamo dal “golpe blanco” del Novembre 2011, creando una miscela esplosiva difficilmente controllabile da un sistema politico logoro e senza prospettive suscitatrici di speranza.

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Venezia,25 Aprile 2017

 

 

 

 

 

22 Aprile 2017

Quel guazzabuglio del mondo cattolico

 

 

Combatto da oltre vent’anni per tentare di concorrere alla ricomposizione dell’area di ispirazione popolare e democratico cristiana in Italia. Confesso che le più grandi difficoltà le ho incontrate, soprattutto, con gli egoismi e gli squallidi “ particulari “di inqualificabili “personaggetti” d’area.

Sono giunto alla  conclusione che non valga più la pena di inseguire quelli che credono di poter risolvere il problema politico dell’area cattolico popolare e democratico cristiana in sede giudiziaria. Credo, inoltre, all’evidente realtà caratterizzata da una condizione di anomia sociale, economica e politico culturale che connota uno dei momenti più infelici della storia repubblicana italiana.

Ciò che più mi rattrista è il vuoto delle culture politiche nel quale si sta svolgendo il confronto tra gli attuali partiti, che non sono più rappresentativi dei blocchi sociali storici, che caratterizzarono la DC, il PCI, il PSI e gli altri partiti dell’area laica liberale, repubblicana e della stessa destra nazionale.

L’anomia dominante nel corpo sociale si riflette nella scarsa partecipazione al voto, ridotta al 50% del corpo elettorale, e alla polarizzazione su tre aree caratterizzate da una dominanza di leadership populiste, più che popolari: quella di Renzi nel PD e di Grillo nel M5S, e la presenza di un’area “sparpagliata”, come quella del centro-destra, dopo che questa ha perduto il collante  di aggregazione berlusconiano.

Se tutto ciò lo inseriamo nel lacerante scenario che caratterizza la realtà europea e internazionale, dominate dal dominio del turbo capitalismo finanziario e da venti di guerra sinistramente nucleari, che accompagnano il protrarsi di una lunga stagione di guerre convenzionali condotte a intervalli diseguali in varie parti del mondo, la pochezza del teatrino della politica italiana e dei suoi modesti interpreti  è penosamente inquietante.

Sento in maniera forte che servirebbe la presenza di una cultura di ispirazione cristiano sociale in grado di supportare un nuovo soggetto politico, capace di inverare nella “città dell’uomo” gli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa; ossia una delle risposte più rigorose e avanzate alle questioni poste dalla globalizzazione e alla sfida lanciata, ahimè vittoriosamente come l’hanno realisticamente confermato nel recente incontro di Davos, dai pochi ricchi della terra sulla sterminata popolazione dei poveri del mondo.

Servirebbe un soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans-nazionale, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, ma, se solo osserviamo la realtà presente nel mondo cattolico italiano, constatiamo che lo stesso, pur avendo una potenza superiore a qualsiasi altra presenza culturale, sociale e politica di questo periodo in Italia, anche se non certo a livello massmediatico, tale potenza non è incanalata e compattata in logiche unitarie (De Rita). Appare piuttosto come un guazzabuglio di difficile interpretazione che, tradotto sul piano politico, comporta l’irrilevanza dello stesso, come si verifica in parlamento ogni volta che si devono decidere questioni che attengono ai “valori non negoziabili”.

Ci sono tre parti diverse e per ora non convergenti:

  1. c’è la componente del popolo di Dio che si ritrova nei momenti rituali e comunitari e che, solo da poco tempo, assume atteggiamenti sociali e culturali di stampo extra ecclesiastico;
  2. c’è la componente delle grandi organizzazioni di rappresentanza e di azione sociale che avvertono la necessità di rinnovare (quelli degli  incontri di Todi: ACLI-MCL-CISL-CL-CdO-Sant’Egidio sin qui poco costruttivi);
  3. c’è la componente della diaspora della DC, con  i diversi rami partitici in cui i cattolici fanno azione politica cercando di collegarsi con la realtà ecclesiale o almeno interpretarne le attese. Ci sono “i cattolici adulti” alla Rosy, Bindi e Prodi e i cattolici ubbidienti e non sempre coerenti del centro-destra. Anche all’interno della Chiesa ci sono diverse sensibilità e competenze non sempre convergenti. Ci sono quelli dei “DC non pentiti” e popolari che lavorano per la ricomposizione dell’area popolare. In tale situazione sono due gli estremi opposti da evitare: l’appartenenza obbligata in un solo partito come se si trattasse di un dogma di fede, impossibile dopo il Concilio Vaticano II  e la diaspora, ossia l’altrettanto dogmatica tesi della negatività di qualsiasi forma di unità e raccordo politico dei cattolici. Il criterio più convincente potrebbe/dovrebbe essere quello dell’”unità possibile”. Il che significa che: l’unità è fattibile e che la si attuerà secondo il responsabile giudizio prudenziale relativo ai tempi, alle situazioni e alle scelte in gioco.

Si tratta di adoperare, citando Mons. Gianpaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, il motto: “ In essentialibus unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”. Ossia sulle questioni fondamentali ci vuole unità, in quelle dubbie è lecito adoperare il libero giudizio personale, in tutto ci vuole la carità.

Devo confessare, tuttavia, come sia difficile sul piano politico giungere a una sintesi in grado di portarci a celebrare una seconda Camaldoli, come quella che nel 1943, dal 18 al 23 Luglio, portò i cattolici a riunirsi in quel monastero del Casentino, dal quale uscì quel codice da cui De Gasperi alcuni giorni dopo, con lo pseudonimo di Demofilo, redasse un opuscolo clandestino “ Le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana”.

Credo, tuttavia, che tutti gli sforzi che con Gianni Fontana, Renato Grassi, Nino Luciani, Leo Pellegrino, Alberto Alessi, Renzo Gubert, Giuseppe Gargani, Paolo Cirino Pomicino, Antonino Giannone, Raffaele Lisi, Francesco Caponetto,  Emilio Cugliari,  e tanti altri, in molte parti d’Italia, abbiamo sin qui compiuti, dovremo cercare di concentrarli proprio nel lanciare un ultimo appello ai Liberi e Forti ancora presenti in Italia, per concorrere da democratici cristiani a favorire l’emergere di un nuovo soggetto politico, ampio e plurale e una nuova classe dirigente che non intende piegarsi alle velleità di rivincita del “giovin signore fiorentino” o all’egemonia-dominio dei guru di un modello di partecipazione informatica, aperto a tutte le mistificazioni e interpretazioni autoritarie già sperimentate.

Ettore Bonalberti
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Venezia 22 Aprile, 2017

 

 

 

 

 

8 Aprile 2017

Gettare la spugna o rilanciare l’unità dei Popolari?

 

 

Nella vita di ciascuno di noi e ancor di più in quella  politica, quasi mai i sogni si traducono nella realtà. Combatto da oltre vent’anni un’indomita battaglia per inseguire un sogno: rimettere in gioco la ricomposizione dell’area popolare e democratico cristiana, ma, dopo gli ultimi avvenimenti, ho pensato sia giunto il momento di gettare la spugna. Temo, infatti, che si stia adempiendo “ la maledizione di Moro” che, dal carcere delle BR, prefigurò la fine  ingloriosa e senz’appello della DC.

Alcuni “stupidi”, nel senso della teoria di Carlo Cipolla, hanno messo in atto improvvidi tentativi di bloccare il processo avviato con l’autorizzazione concessa dal Tribunale di Roma alla convocazione dell’assemblea dell’Ergife, tenutasi il 27 Febbraio scorso a Roma, nella quale abbiamo eletto Gianni Fontana alla presidenza della DC.

“Stupidi”, se sono in buona fede, poiché con la loro iniziativa finiscono solo con il “  far  del male a se stessi e agli altri”, impedendo, così, di far avanzare l’unica azione in grado di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui : “La DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.

Se, viceversa, come temo, fossero in mala fede, non sarebbero “stupidi” nel senso di Cipolla, me, peggio, indegni sicari politici di qualche  squallido mandante senza scrupoli, interessato a far sì che la DC non abbia a rinascere politicamente.

Anche a una persona come il sottoscritto, che nel lungo ventennio della dolorosa attraversata nel deserto della diaspora democratico cristiana, si è qualificato come “ Don Chisciotte”, demoralizzato e frustrato da quest’ennesimo tentativo destabilizzante, non rimane che prendere atto della situazione e gettare la lancia arrugginita e la corazza di latta con cui si era messo alla pugna con forte determinazione.

Sono consapevole, infatti, che i tempi della politica italiana, i quali vanno rapidamente volgendo verso un’assai prossima verifica elettorale, sono incompatibili  con quelli che gli sciagurati estensori dei ricorsi vanno inevitabilmente determinando, con l’ennesima disastrosa verifica in tribunale . Tempi e scadenze cui non ho più tempo e voglia di   prestare attenzione.

Che fare allora in attesa che la giustizia faccia il suo corso? Nei giorni scorsi, preso dallo scoramento più profondo, ho pensato di gettare la spugna. Diversi amici mi hanno, però, sollecitato a non mollare e, sarà per quell’antica passione civile mai venuta meno o per il senso di corresponsabilità con coloro  che ho spinto e sostenuto in questi anni all’impegno politico, sento doveroso offrire ancora una mia modesta ultima testimonianza.

La situazione in cui viviamo è grave ed anche molto seria, caratterizzata, specialmente in Italia, da un deserto delle culture politiche e da una classe dirigente sempre più lontana dalle attese e dal consenso dei cittadini ed elettori. In questa condizione di stallo tra paese reale e istituzioni stanno prevalendo le proposte di improvvisati interpreti di formule populistiche improbabili e del tutto inadeguate alla soluzione dei problemi del Paese.

Nel deserto delle culture politiche e dei modesti attori del teatrino della politica italiana, ritengo, invece, che una risposta possibile possa e debba venire da una nuova classe dirigente espressione della cultura popolare e democratico cristiana, ispirata ai valori del cattolicesimo democratico e cristiano sociale.

Credo, allora, sia indispensabile che tutti gli amici, i quali a diverso titolo fanno riferimento ai valori e alla tradizione politica della DC, debbano ritrovarsi  per costruire una nuova Camaldoli 2.0 nella quale: partiti, associazioni, movimenti, gruppi, persone dell’area cattolica e popolare potranno confrontarsi e redigere INSIEME il nuovo Appello ai Liberi e Forti e un programma etico, economico e sociale, ispirato ai valori della dottrina sociale cristiana, ai principi dell’economia civile e sociale di mercato per offrire risposte positive “ alle  attese della povera gente”.

A Gianni Fontana, Mario Tassone, Lorenzo Cesa, Rocco Buttiglione, Giuseppe Gargani, Mario Mauro, Ivo Tarolli, Carlo Giovanardi, Marco Follini e ai tanti altri che in questi lunghi anni si sono impegnati per la ricostruzione del partito, spetta il compito di attivarsi immediatamente.

E con loro le numerose realtà associative, che da  tempo esprimono la necessità di un ritorno in campo dei cattolici italiani, per superare la condizione di irrilevanza in cui sono caduti, al fine  di offrire alla politica italiana il contributo positivo  di una cultura  che è parte rilevante della storia repubblicana e costituzionale dell’Italia.

La ricostruzione di quest’area è il passaggio preliminare per confrontarci a breve con i positivi fermenti che stanno emergendo nell’area laica, liberale e riformista, come quelli espressi dagli amici di “Energie per l’Italia”, raccolti attorno a Stefano Parisi.

L’obiettivo resta sempre quello di dar vita un partito laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, asse politico centrale di un’Italia che intende progredire nella libertà e in una rinnovata saldatura tra ceti medi produttivi  e classi popolari.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 8  Aprile 2017  

 

 

 

3 Aprile 2017

Ricordo di Ugo Grippo

 

 

 

Ugo Grippo ci ha lasciati.
Scompare con lui uno degli amici più cari della DC napoletana. Ci conoscemmo partecipando attivamente alle riunioni settimanali degli amici di Forze Nuove con Carlo Donat Cattin a Roma, dove Ugo portava l’esperienza della DC napoletana, in quegli anni dominata dai dorotei dell’amico Antonio Gava e gli andreottiani che avevano in Paolo Cirino Pomicino l’esponente più autorevole.

Assessore regionale all’ambiente, all’epoca del colera che sconvolse le attività della pesca e dell’acquacoltura nel 1973 a Napoli,  ebbi modo di apprezzare il consenso e la popolarità di cui godeva tra le componenti popolari e dei ceti medi produttivi della sua realtà regionale.

Deputato e sottosegretario di Stato, Grippo seppe coniugare la sua esperienza e competenza politico amministrativa con i valori di riferimento cattolico democratici e cristiano sociali che furono sempre gli ideali ispiratori della sua testimonianza nella città dell’uomo.

Una fedeltà mai venuta meno, nemmeno dopo la fine politica della DC, che vivemmo insieme da componenti del Consiglio nazionale del partito che, il 18 Gennaio 1994, deliberò la trasformazione della DC nel PPI.

Ugo Grippo, però, pur sperimentando la lunga transizione della diaspora democristiana, tuttora non conclusa, rimase sempre, come molti di noi “ un DC non pentito e orgoglioso di essere democratico cristiano”. Non solo continuò a battersi da democratico cristiano portando lo scudo crociato a riferimento costante dei DC campani, ma dal 2011 in poi, con tutti noi impegnati nella battaglia attivata per dare pratica attuazione della sentenza della Cassazione del 23.12.2010, secondo cui “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”, fu sempre in prima linea sino ad essere proposto da molti di noi ad assumere il ruolo di Presidente del Consiglio nazionale del partito.

Difficoltà insorte al nostro interno impedirono che si potesse realizzare quello che per Ugo sarebbe stato il riconoscimento dovuto, per una vita politica vissuta nella fedeltà ai valori della Democrazia Cristiana.

Innamorato della sua gente e della sua terra Ugo Grippo seppe sempre testimoniare nel partito e nelle vicende parlamentari e del governo le attese della povera gente.

Anche nelle frequenti discussioni che abbiamo sostenuto nella corrente e nel partito, Ugo ha sempre espresso le sue idee con quella ferma decisione unita sempre a una tolleranza e a uno stile da gentiluomo autentico della nostra migliore realtà meridionale.

Ringrazio il Signore di averlo conosciuto e prego l’Altissimo di raccoglierlo nelle sue braccia misericordiose nel Paradiso di coloro  che hanno avuto fame e sete della giustizia, perché Ugo Grippo è stato veramente uno di questi.

Ettore Bonalberti
Venezia, 3 Aprile 2017

 

 

 

 

 

3 Aprile 2017

Buona la prima, se si combina con l’anima cattolico popolare

 

 

Oltre 2000 persone, sabato scorso all’Ergife di Roma, hanno partecipato alla convention di presentazione del movimento “Energie per l’Italia” di Stefano Parisi.

Erano presenti oltre ai 176 circoli diffusi sul territorio nazionale, rappresentanti di associazioni, movimenti e partiti interessati alla proposta di Parisi della costituzione di un nuovo soggetto politico dell’area liberale e popolare italiana.

Un progetto che interessa anche a noi di ALEF ( Associazione Liberi e Forti), convinti come siamo, che serve la ricomposizione di questa area politica centrale che, per quanto ci riguarda, deve superare l’attuale frammentazione della vasta galassia democristiana oggi dispersa in mille rivoli irrilevanti.

Con l’amico Ivo Tarolli è dal convegno di Rovereto del Luglio 2016 che si é costruito  una rete di amici ex DC e popolari ( “ Ai tanti in prima linea”), con i quali  si è avviato un proficuo rapporto con Stefano Parisi, preparando la partecipazione all’Ergife con i tre convegni del triveneto a Padova (11 Marzo), in collaborazione con l’amico On Menorello; di Salerno (17 Marzo) in collaborazione con l’amico On Giuseppe Gargani e di Roma ( 25 Marzo) alla Bonus Pastor. Sono state tre occasioni importanti che hanno visto la partecipazione dei rappresentanti di numerose associazioni e movimenti dell’area cattolica e popolare italiana,  che si sono ritrovati Sabato scorso all’incontro dell’Ergife di Parisi.

Abbiamo apprezzato e condiviso le dieci proposte per lo sviluppo dell’Italia, che Parisi ha indicato nella sua relazione: riduzione della spesa pubblica e delle tasse sulle imprese; adozione di una flat tax che sostituisca l’attuale IRPEF e mantenga caratteri di progressività  attraverso un apposito sistema, semplice e universale di detrazioni e deduzioni; dimezzamento dell’IMU; riduzione del debito pubblico; adozione dell’imposta negativa sui redditi per aiutare le persone a basso e a zero reddito; sostituzione dello statuto dei lavoratori con lo statuto del lavoro, così come ideato da Marco Biagi; riforma della scuola e dell’Università; adozione della sfiducia costruttiva con legge elettorale proporzionale e introduzione delle macro regioni al posto delle regioni attuali.

Assai ben motivati gli approfondimenti sui singoli temi a dimostrazione di una competenza in materia di amministrazione pubblica, che è parte rilevante dell’esperienza e del bagaglio professionale e politico amministrativo di Parisi.

Attenti nell’esposizione appassionata delle sue tesi, noi ex DC e popolari presenti in sala abbiamo unanimemente apprezzato i contenuti espressi, non mancando di rilevare che il carattere complessivo di quell’esposizione era quello proprio di una relazione laico liberale con riferimenti, gli unici citati, di chiara matrice socialista riformista ( Craxi, Sacconi); anche se non è mancato l’appello finale alla partecipazione nella costruzione del nuovo soggetto politico a tutte le culture interessate: da quella che fa riferimento all’umanesimo cristiano, a quella liberale, riformista e federalista.

Si tratta di partire proprio da quest’ultima affermazione di Stefano Parisi, quella con cui ha annunciato una grande costituente per l’Italia da tenersi Domenica 8 Ottobre, nella quale si dovrebbe votare per la nascita di un nuovo soggetto politico che sappia superare l’attuale drammatica frattura tra popolo e istituzioni.

Netto il rispetto per ciò che è stato fatto, con esplicito riferimento all’esperienza di Forza Italia e del Cavaliere, ma piena consapevolezza che quel progetto non è più in grado di rigenerarsi.

Serio l’impegno a un confronto vero da svolgersi sulla base di un regolamento che ci riserviamo di conoscere e valutare per concorrere e partecipare al processo avviato.

Lo faremo, innanzi tutto accelerando il processo di riunificazione di tutte le anime democratico cristiane che potranno confluire nella storica casa madre oggi presidiata e presieduta da Gianni Fontana. Quella è la casa che potrà riportare all’unità tutte le componenti già pronte a dar vita alla Federazione dei democratici cristiani.

Si tratterà di realizzare gli adempimenti giuridici corretti e aperti alla più ampia partecipazione per svolgere il XIX Congresso nazionale del partito entro il mese di Luglio, nel quale eleggere la nuova dirigenza e approvare un programma politico ispirato dalla dottrina sociale della Chiesa: la più alta risposta ai temi e ai problemi posti dalla globalizzazione e dal dominante turbo capitalismo finanziario.

Solo così potremo concorrere con tutta  la nostra ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale alla costruzione del nuovo soggetto politico, che da tempo abbiamo indicato e che ritroviamo possibile nella proposta di Stefano Parisi con la quale desideriamo confrontarci da “Liberi e Forti”.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 3 Aprile 2017

 

 

 

 

28 Marzo 2017

Verso il nuovo soggetto politico: fermenti nell’area cattolico-popolare

 

 

Quale strategia si sta seguendo per la costruzione di un soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale e riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel Partito Popolare Europeo? Un PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi, Schuman, alternativo alle sinistre e alle destre e negli anni duemila, alternativo al trasformismo renziano e ai populismi estremi.

In questa nota, provo a rispondere ad alcuni rilievi pervenutimi circa la strategia e le azioni più appropriate da compiere nel perseguimento dell’obiettivo prioritario sopra indicato. 
Da tempo sostengo come, nella drammatica anomia che sta vivendo la società italiana, con gravi rischi che essa possa sfociare in una cruenta rivolta sociale, sia necessaria la formazione di un nuovo soggetto politico nel quale risulti essenziale la presenza della cultura cattolico- democratica e cristiano sociale, da troppo tempo e oggi, ancor più', ridotta all’irrilevanza.

A tal fine l’azione che da anni propongo tenta di svilupparsi per cerchi concentrici, su piani e con strumenti diversi che, almeno mi auguro, possano trovare una loro compatibile ricomposizione in grado di offrire una nuova speranza all’Italia con delle risposte concrete “ alle attese della povera gente“.

Primo cerchio: l’unità dei “ DC non pentiti”. Un obiettivo per il quale è stato riconfermato a perseguirlo l’amico Gianni Fontana, Presidente della Democrazia Cristiana, eletto il 26 febbraio scorso nell’assemblea dei soci DC all’Hotel Ergife di Roma, che il giudice del Tribunale di Roma ha legittimato per le procedure giuridiche seguite.  A Gianni Fontana spetta il compito di preparare celermente le condizioni per svolgere correttamente il XIX^ Congresso nazionale della DC.

A Fontana e al gruppo dirigente che lo coadiuverà, quello di riportare a unità tutte le frantumate formazioni che, a diverso titolo e responsabilità,  e con alterne fortune, traggono origine e/o fanno riferimento alla storia politica della DC . Mi riferisco agli amici dei Popolari per l’Italia di Mario Mauro, del NCDU di Mario Tassone e Ivo Tarolli,  dell’UDC di Cesa e Buttiglione, dei Popolari liberali di Giovanardi, attualmente impegnati con “Idea, Popolo e Libertà”, e con quanti, come l’On Follini e altri, che hanno sperimentato una più o meno lunga stagione nella Margherita e nel PD, sentono la necessità di ricollegarsi agli amici di una non effimera vicenda politica comune. Sensibilità antiche e fortemente riproposte  sono anche emerse in diverse realtà di matrice popolare e democratico cristiana in Puglia, nella Sicilia e nel Friuli V.Giulia. Anche da amici dell’ex NCD, oggi in smobilitazione, ci auguriamo possano venire coraggiosi ripensamenti.  Sono tutte energie disponibili per allargare quell’area cattolico  popolare così decisiva nella costruzione del nuovo soggetto politico.

Serve, infatti, una convinta riaggregazione sui valori di riferimento della dottrina sociale della Chiesa, del Popolarismo e del Cattolicesimo democratico per la ricerca delle soluzioni più compatibili per attuare la Costituzione, per tutelare i Diritti dei Cittadini nel perseguimento  del bene comune; una riaggregazione che sia fondata su un codice etico condiviso, nei principi e nei comportamenti pubblici e privati coerenti. 

In questo contesto, considero i “Liberi e Forti” e tutti gli altri Amici, precedentemente richiamati, il “nucleo fondante” di una possibile casa comune per tutti i cittadini: cattolici, popolari, moderati e laici italiani cristianamente ispirati, i quali intendano impegnarsi a tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti della dottrina sociale cristiana. La rete dei rapporti si collega strettamente a tutti gli Amici dell'Appello di Rovereto "Ai tanti in prima linea” che hanno iniziato il percorso politico due anni fa nella casa del Beato Rosmini, grazie all'intuizione di Ivo Tarolli, da me convintamente sostenuta e da vari esponenti di movimenti, gruppi, associazioni di ispirazione cattolica, che sentivano e sentono l’urgenza di superare la drammatica diaspora politica del mondo cattolico e che puntano a costruire una ricomposizione su basi nuove, secondo la formula del “vino nuovo in otri nuovi”.

Credo che tra le due importanti iniziative, quella della DC e dei movimenti e partiti che attorno ad essa si possono ritrovare e quest’ultima, avviata con la tre giorni dei popolari a Padova, Salerno e a Roma del 25 u.s. alla Bonus Pastor, un incontro e un serio confronto sia non solo opportuno, ma indispensabile, se non si vogliono disperdere le risorse che da ciascuna di esse possono provenire ed essere meglio valorizzate.

Se, da un lato.  la ricomposizione del vasto e articolato mondo cattolico, quel fiume carsico disperso in mille rivoli, è un prius,  da perseguire senza tentennamenti, sino a giungere ad organizzare una nuova Camaldoli per il XXI^ secolo, dall’altro é evidente che anche la gerarchia cattolica dovrà  riconoscere con più forza e determinazione la drammatica realtà dell’attuale perdurante divisione. Oltre ai pronunciamenti di coraggiosi Vescovi, come Mons. Crepaldi e Mons. Simoni e, come quelli che il cardinale Giovanni Battista Re e Mons. Toso, hanno espresso nettamente sabato scorso alla Bonus Pastor, rivolgendosi agli interpreti dell’appello di Rovereto, a sostegno della ricomposizione politica del mondo cattolico, sarebbe necessario un chiarimento strategico nella stessa CEI.

Anche dalla CEI ci attendiamo, infatti, linee guida unitarie per l’intera realtà episcopale delle diocesi italiane, senza le quali non saranno sufficienti gli sforzi di noi laici per superare l’attuale irrilevanza dei cattolici sul piano politico e culturale.

Consapevoli del dovere di operare nella città dell’uomo, sul piano dell’assoluta laicità e autonoma responsabilità, crediamo, tuttavia, che nella Chiesa italiana sia giunto il momento di prendere coscienza di un’ incontrovertibile verità: dalla “scelta religiosa” in passato compiuta dall’Azione Cattolica Italiana, la fine dei collateralismi dei movimenti operanti nel sociale e la scelta ruiniana della testimonianza diffusa e trasversale nei diversi schieramenti partitici, con la Chiesa senza più strumenti di mediazione esterni con le istituzioni, la condizione attuale del cattolicesimo italiano, lungi dall’aver perseguito una più vasta partecipazione religiosa dei fedeli o un incremento significativo nell’associazionismo di base, si è ridotta all’afasia e alla diffusa e totale irrilevanza nelle istituzioni.

Perseguendo in via prioritaria l’unità possibile dei cattolici su una piattaforma programmatica e di valori nella politica italiana, è evidente che non possiamo restare indifferenti a ciò che accade attorno a noi, anche in considerazione delle scadenze dei tempi della politica, che non aspettano quelli a noi necessari per la nostra ricomposizione. 

Da molte settimane, molti di noi guardano con interesse a ciò che dal fronte laico e liberale si sta muovendo, in particolare nel movimento “Energie per l’Italia” guidato da Stefano Parisi, nel quale già diversi amici popolari stanno trovando positive forme di collaborazione su temi specifici; così avviene nei confronti delle esperienze già avviate con la formazione del Comitato dei Popolari per il NO al referendum costituzionale e un’ampia sintonia verificata con gli amici della Confederazione di Sovranità Popolare che ha i suoi mentor nel Prof. Paolo Maddalena e Padre Quirino Salomone, con il Presidente Giovanni Tomei ed Eleonora Mosti VP, con Leonardo Triulzi (Segretario) e vede tra i membri del Comitato Scientifico, Alessandro Diotallevi e Antonino Giannone (VP di ALEF), e tra gli altri qualificati esponenti, gli amici: Luigi Intorcia, Giuseppe Morelli, Emanuela Bambara ed Elvio Covino (pres. Società e Famiglia)

Con loro non possiamo che condividere l’obiettivo strategico di attuare pienamente il dettato costituzionale, quale conditio sine qua non per riconfermare la piena sovranità popolare e batterci per introdurre politiche economiche alternative a quelle imposte dal dominante turbo capitalismo finanziario; politiche ispirate dai principi dell’economia sociale di mercato e dell’economia civile. 

Sono queste le tappe indispensabili da compiere, declinando i tempi in funzione del grado di maturazione del nostro processo di ricomposizione e delle scadenze che le vicende della politica nazionale e locale ci presentano, nelle quali vorremmo far valere i principi, i valori e gli interessi della nostra area di riferimento: morali, culturali , sociali e politici.

Ettore Bonalberti-Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)
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Venezia, 28  Marzo 2017 

 

 

 

 

25 Marzo 2017

Por fine alla diaspora e all’irrilevanza politica dei cattolici
Terza tappa a Roma dei firmatari dell’”Appello ai tanti in prima linea”

 

 

“Prego per il successo del vostro impegno” per por fine all’irrilevanza dei cattolici nella “città dell’uomo”. Così il card Giovanni Battista Re alla Santa Messa, officiata presso la Bonus Pastor a Roma per i partecipanti all’incontro degli amici di Rovereto firmatari dell’”appello ai tanti in prima linea”, coordinati dal sen Ivo Tarolli di Trento.

L’incontro si è aperto  con  la lectio magistralis di Mons Mario Toso, vescovo di Faenza –Modigliana, che ha sottolineato la necessità di superare la dolorosa diaspora del mondo cattolico, che ha sostanzialmente annullata la capacità di incidenza dei valori espressi dalla dottrina sociale della Chiesa in una società secolarizzata e vittima di un relativismo morale e culturale senza più limiti, auspicando di battersi, innanzi tutto per l’unità possibile dei cattolici nella politica italiana.

Sono questi alcuni dei più importanti riconoscimenti provenienti da alcuni autorevoli rappresentanti della gerarchia cattolica italiana all’azione avviata con il convegno dei popolari triveneti di Padova (11 Marzo) e quello di Salerno (17 Marzo).

Alla Bonus Pastor si è conclusa la tre giorni che ha permesso di chiamare a raccolta alcune delle più importanti realtà associative del mondo cattolico del Nord-Est, del meridione  e del centro Italia.  Oggi a Roma erano presenti, tra gli altri,  Sergio Marini, già presidente della Coldiretti, oggi alla guida della Fondazione Italia sostenibile, Raffaele Bonanni, già segretario nazionale della CISL,  i proff. Gustavo Piga e Andrea Tomasi e il dr Giuseppe Morelli, delegato regionale GPSC, OFS Lazio, i quali hanno discusso il tema: “Emergenza lavoro e povertà”.
Una tavola rotonda seguita in sala con molta attenzione dall’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio.

Introdotta dall’avv. Daniele Ricciardi, coordinatore del Laboratorio Ricette x Roma, il Presidente dell’associazione nazionale edilizia sociale, Gian Luca Proietti Troppi con il Dr Gabriele De Simone e l’avv.Francesco Rabotti, comitato S.Ale, hanno discusso sul tema dell’”Emergenza sociale e  ambientale”, cui è  seguita una tavola rotonda sull”Emergenza immigrazione e cooperazione internazionale”, nella quale sono stati diffusi dati interessantissimi dal Dr Rodolfo Roberto Giorgetti sulle caratteristiche demografiche e socio culturali dei quasi quattro milioni di immigrati regolari in Italia.
Sul tema sono intervenuti l’On Nino Gemelli e il DR Rocco Morelli, con il coordinamento del dr Marco D’Agostino,Presidente dell’Associazione nazionale Pier Giorgio Frassati.

Un quarto gruppo di lavoro, presieduto dall’On Luisa Santolini ha affrontato, infine, il tema dell’”emergenza antropologica ed educativa italiana”, sul quale  sono intervenuti, la dr.ssa Eleonora Mosti, V.Presidente della Federazione di Sovranità popolare, e il prof Alberto Gambino, presidente di Scienza e Vita. Una nota di saluto è stata inviata dal Dr. Simone Pillon del Comitato difendiamo i nostri figli.

All’inizio dei lavori erano intervenuti l’On Domenico Menorello, dei Popolari padovani e il prof Paolo Maddalena, Presidente onorario della confederazione di sovranità popolare.

A conclusione dei lavori, il sen Tarolli ha evidenziato l’importanza dei tre incontri di Padova, Salerno e Roma, non solo perché hanno permesso di avviare un dialogo fecondo e costruttivo tra diverse realtà significative dell’area cattolica, ma anche perché, con gli interventi del card Re e di Mons Toso, dopo quello di Mons Simoni, vescovo emerito di Prato, a Padova, si sono potuti raccogliere tre SI di indiscusso valore politico culturale:

SI all’unità dei cattolici, per por fine all’irrilevanza;
SI all’integralità della proposta e della testimonianza sui principi della dottrina sociale della Chiesa;
Sì al pluralismo di questo processo che, partendo dall’unità cattolica, deve compiersi, non in solitaria, ma insieme ai laici disponibili a battersi ispirati dai valori fondanti dell’umanesimo cristiano.

Come già avvenuto a Padova e a Salerno i partecipanti all’incontro della Bonus Pastor hanno approvato all’unanimità un atto di indirizzo finale nel quale sono evidenziate le richieste ai cattolici impegnati e/o che intendono impegnarsi nella politica:

  1. il dovere di rimboccarsi le maniche; l’imperativo di far prevalere e far vincere il peso della responsabilità sia individuale che comunitaria; il coraggio di imboccare percorsi inesplorati con spirito di apertura e di ricerca;
  2. il perseguimento del bene comune nella pratica di tutti i giorni;
  3. l’impegno nella palestra della Polis profuso soprattutto dai laici, con autonomia e spirito di discernimento;
  4. la  volontà di confrontarsi, di approfondire e cooperare con quanti intendono operare nella direzione avviata, per assumere al termine di questo percorso di ricerca le deliberazioni più opportune.

 

Ettore Bonalberti
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Roma, 25 Marzo 2017

 

 

 

 

 

 

 

20 Marzo 2017

Grandi manovre al centro

 

 

Con la vittoria del NO al referendum, la sconfitta della legge super truffa dell’Italicum e il ritorno alla legge elettorale proporzionale, la corsa al centro della politica italiana sta vivendo il tempo di grandi manovre. Un ruolo speciale lo stanno giocando i diversi gruppi che sono gli elementi residuali di quella che fu la “Balena Bianca” della Prima Repubblica.

Con l’assemblea dell’Ergife a Roma,  di Sabato 26 Febbraio e l’avvenuta elezione di Gianni Fontana alla Presidenza della DC, si sono finalmente gettate le basi per la ricomposizione del partito di De Gasperi, Fanfani e Moro, sino all’ultima segreteria dell’on Martinazzoli, dopo che la Cassazione aveva dichiarato che la DC non era mai stata sciolta giuridicamente (sentenza n.25999 del 23.12.2010).

Il tribunale di Roma autorizzando la convocazione di quell’assemblea ha di fatto riconosciuto la rappresentanza  giuridica degli eredi legittimi della DC storica agli iscritti che nel 2012, essendo già stato tesserati nel 1992 (ultimo anno del tesseramento della DC storica), rinnovarono la loro adesione al partito. Proprio questi,  adesso,  potranno legittimamente, secondo le norme statutarie del partito, procedere agli adempimenti relativi alla convocazione del XIX Congresso nazionale della Democrazia Cristiana.

Venerdì prossimo si riunirà a Roma il Consiglio nazionale del NCDU di Mario Tassone, al quale parteciperà anche l’On Cesa, segretario del CDU, per riconfermare quanto già approvato dalla direzione del NCDU, ossia la volontà di costruire insieme la Federazione dei democratici cristiani.

Marco Follini, con la sua intervista al Corriere della sera, ha giustamente ricordato come in giro ci sia “molta voglia di Democrazia Cristiana” e su questa stessa lunghezza d’onda si sono pronunciati gli amici Ciriaco De Mita, Giuseppe Gargani, Rocco Buttiglione e tanti altri espressione di gruppi, movimenti e associazioni che concorrono a costituire la vasta e complessa realtà dell’area cattolica e popolare italiana.

Anche a livello ecclesiastico qualcosa sta cambiando; sono sempre più numerosi gli esponenti cattolici che considerano necessaria ed attuale  la ricostruzione di un partito di cattolici ispirati dalla dottrina sociale cristiana.

Resta ambigua la posizione di coloro che, come Casini e Alfano con diversi amici che Carlo Donat Cattin definiva “ la Compagnia delle Opere di misericordia corporali”, sperimentata la transumanza parlamentare dalla destra verso il sostegno al governo renziano, tentano delle assai ardue ricollocazioni, con lo sguardo prevalentemente rivolto a sostegno del trasformismo del “giovin signore” fiorentino.

Anche dal versante liberale e laico socialista è in atto il tentativo guidato da Stefano Parisi di raccordare esperienze di quella tradizione con quelle popolari così come si espressero negli incontri di Rovereto ( Luglio 2016) e Orvieto (Novembre 2016), nei quali, gli amici Tarolli, Giovanardi, Mario Mauro, Quagliariello, insieme al sottoscritto a nome degli amici di ALEF, concordarono sul progetto di dar vita a un nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla sinistra e ai populismi estremi.

Con i recenti incontri dei popolari triveneti di Padova (11 Marzo), Salerno (17 Marzo) e  il prossimo a Roma ( 25 Marzo) si compirà il trittico destinato a creare le condizioni per l’avvio di un movimento del tipo UMP francese, ossia un’Union pour un Mouvement popoulaire anche nel nostro Paese. L’adesione annunciata  dell’ex ministro Sacconi al movimento di Parisi, Energie per l’Italia, va collocata pure in questa direzione che troverà il suo formale avvio nell’incontro nazionale promosso da Parisi il 1 Aprile a Roma.

Da sempre “ DC non pentito” ho cercato in questi anni di seguire quasi tutti quei passaggi che ritenevo e ritengo utili e opportuni verso la ricomposizione di un’area politica centrale, nella quale il ruolo dei cattolici democratici e cristiano sociali possa essere decisivo nel proporre politiche capaci di rispondere lapirianamente “ alle attese della povera gente”. Un contributo significativo verrà dalla ritrovata Democrazia Cristiana, nella quale potranno ritrovarsi tutte le diverse componenti sparse sin qui espressione di una diaspora dolorosa che ha ridotto il contributo di ciascuno a una sostanziale irrilevanza culturale e politica.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 20 Marzo 2017

 

 

 

 

 

 

8 Marzo 2017

Prima di tutto l’unità dei DC

 

 

Al contrario di Arturo Parisi, ex mentore con Prodi dell’Ulivo, il quale nell’intervista odierna a “Italia Oggi”, grida contro “ il fatale e dissennato ritorno alla proporzionale”, personalmente non solo mi sono battuto a fianco dei Popolari per il NO nel recente referendum contro la legge super truffa dell’Italicum, ma plaudo alla proposta presentata nei giorni scorsi dall’altro Parisi, Stefano, leader di “Energie per l’Italia”, del disegno di legge sulla legge elettorale secondo il modello tedesco.

Proporzionale con sbarramento al 4% e introduzione della sfiducia costruttiva sono state da sempre le proposte di quanti, come noi  minoritari nella DC, ci opponemmo nel 1991 al tentativo, ahinoi riuscito, di Mariotto Segni di introdurre un sistema di tipo maggioritario, concausa non secondaria della fine della DC.

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum e la certezza che al proporzionale si dovrà ritornare con la corretta indicazione del Presidente Mattarella di ricercare l’accordo su un sistema elettorale omogeneo per l’elezione della Camera e del Senato, si assiste a un profondo rimescolamento della carte dentro e fuori i partiti.

Lo stesso tripolarismo che da diversi anni caratterizza il sistema politico italiano, con la nuova legge elettorale da approvare, subirà una diversa articolazione.

E’ in pieno fermento l’area politica della sinistra a partire dal PD, squassato dalle polemiche del caso Consip che vede confrontarsi nella battaglia delle primarie tre personaggi a diverso titolo interessati, seppur con ruoli differenziati, da quel pasticciaccio brutto tra i più gravi della storia repubblicana.

Anche nel centro-destra sono in atto movimenti di scomposizione e tentativi di ricomposizione collegati e/o collegabili al diverso esito che si raggiungerà con la nuova legge elettorale.

Il mio interesse è, innanzi tutto, rivolto a ciò che sta accadendo nell’area popolare democratico cristiana, quella che attiene a quel vasto fiume carsico sin qui suddiviso in mille rivoli, espressione della drammatica e dolorosa diaspora vissuta nella lunga attraversata del deserto: 1993-2017.

Ciò che si era ridotto al pulviscolo ex democristiano penetrato negli ingranaggi di quasi tutti i partiti e movimenti della seconda repubblica, grazie alla nuova legge elettorale che verrà,
la quale  favorisce la ricomposizione dei diversi frammenti di pari cultura in un comune contenitore, sembra orientarsi verso un  organismo unitario, dapprima federato, condizione essenziale per uscire dall’attuale condizione di  sostanziale irrilevanza politica.

Un punto fermo è stato segnato con l’assemblea dei soci DC dell’Ergife di Roma del 26 Febbraio scorso, con l’avvenuta elezione di Gianni Fontana alla presidenza della DC, primo atto conseguente alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 secondo cui “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.

Ora grazie a  quella legittimata base associativa della DC,  che si aprirà a coloro che, iscritti nel 1992 intendono riconfermare la loro adesione al partito dello scudo crociato, ci sono le condizioni per poter celebrare finalmente a tempi brevi il XIX Congresso nazionale della DC.
Sarà questo il congresso che potrà eleggere, con gli organi dirigenti del partito, le nuove norme statutarie a misura di un partito per il XXI secolo e la selezione di una nuova classe dirigente a misura della necessità di garantire “ vino nuovo in otri nuovi” pur nella fedeltà ai valori originari.

Ci accingiamo a questo obiettivo nel momento in cui i diversi gruppi e partiti di ispirazione DC presenti nel Parlamento o da sempre nel Paese hanno espresso la volontà di attivare una Federazione dei democratici cristiani, nella quale, ovviamente, la DC dell’Ergife potrà rappresentare il catalizzatore funzionale a favorire il processo di ricomposizione.

In quello che da qualche tempo connoto come il deserto delle culture politiche, la riaffermazione, da un lato, della dottrina sociale della Chiesa, , e, dall’altro, l’adesione ai valori fondanti del Partito Popolare europeo, di cui la DC è stata attrice e  interprete non secondaria, credo sia una prima netta  indicazione di interessi e di valori che intendiamo rappresentare in una delle fasi storiche più complesse della vicenda umana in Italia e nel mondo.

Il richiamo alla dottrina sociale della Chiesa comporta, infatti, l’impegno a inverare  nella città dell’uomo, con la nostra autonomia e laicale responsabilità, gli orientamenti pastorali che sono il risultato delle più approfondite analisi e meditata formulazione di proposte nel tempo della rivoluzione antropologica, della globalizzazione e della rivoluzione digitale.

L’appartenenza al Partito Popolare europeo, significa, infine, la volontà di rifarsi agli insegnamenti dei padri fondatori dell’Europa: De Gasperi, Adenauer, Schuman, la riproposizione dei canoni dell’economia sociale di mercato, integrata dagli apporti straordinari della cultura italiana dell’economia civile, contro le deformazioni e i rischi per la democrazia causati dal prevalere del turbo capitalismo finanziario; il primato della persona , della famiglia e dei corpi intermedi, sostenuti dai principi della sussidiarietà e solidarietà.

Non possiamo che apprezzare positivamente le recentissime dichiarazioni di autorevoli esponenti dell’area ex democratico cristiana per una ricomposizione che, personalmente e con molti altri amici, perseguiamo da oltre vent’anni.

Ora è  tempo innanzi tutto di riunire i democratici cristiani italiani ed europei, per concorrere tutti insieme, con altre forze politiche disponibili, a ridare finalmente speranza alle attese della povera gente.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 8 Marzo 2017

 

 

 

 

 

 

27 Febbraio 2017

Il granello di senape

 

 

Domenica 26 Febbraio si è compiuto all’Hotel Ergife un autentico  miracolo: la DC storica, partito mai morto giuridicamente come ha sentenziato definitivamente la Cassazione (sentenza n.25999 del 23.12 2010), sulla base dell’autorizzazione del tribunale di Roma si è ritrovata rappresentata da una modestissima parte della sua  base associativa formata da coloro che, essendo stati soci della DC storica nel 1992 (ultimo anno del tesseramento della DC) rinnovarono la loro adesione nel 2012, nel tentativo di concorrere alla celebrazione del XIX Congresso nazionale del partito.

La solerzia di alcuni “amici”, come sempre diversamente motivati, produsse alcuni ricorsi contro le modalità di convocazione e di svolgimento di quel congresso i quali ne determinarono l’annullamento. Lo stesso tribunale romano che accolse quei ricorsi, con provvedimento del giudice Romano del 13.12.2016, in base alla richiesta formulata da oltre il 10% dei soci DC aventi diritto, ha disposto “ la convocazione dell’assemblea nazionale degli associati dell’associazione non riconosciuta “ Democrazia Cristiana”. L’assemblea in seconda convocazione riunitasi Domenica 26 Febbraio era valida qualunque fosse il numero dei presenti.

Gli oltre cento partecipanti di ieri erano il “granello di senape” che, eleggendo con oltre il 90% dei voti l’ On Gianni Fontana alla presidenza dell’associazione non riconosciuta “ Democrazia Cristiana”, hanno permesso alla DC, partito mai sciolto giuridicamente, di emettere un primo respiro e di ripartire con la speranza e la determinazione di far crescere un albero robusto nel deserto della politica italiana.

Un albero con le radici ben piantate nei fondamentali della dottrina sociale cristiana, così come espressi dalle ultime encicliche pontificie ( Caritas in veritate, Evangelii Gaudium e Laudato SI) e con una nuova generazione di democratici cristiani impegnati a tradurre nella città dell’uomo quegli orientamenti, con l’obiettivo di fornire risposte “ alle attese della povera gente”.

Ora è tempo di ricomposizione di tutte le anime sparse nei diversi rivoli del fiume carsico popolare e democratico cristiano presente in tutte le regioni italiane.

Una fondazione di partecipazione sul modello della Fondazione Adenauer per la CDU e CSU tedesche, e una scuola di formazione politica per le nuove generazioni dovranno essere i primi impegni della DC.

A Gianni Fontana spetta il compito di raccogliere quanti sono interessati alla costruzione del nuovo soggetto politico centrale della politica italiana, concorrendo tutti insieme all’allargamento della base associativa della DC nei comuni italiani, con la nascita di comitati civico popolari della DC dai quali far emergere i delegati democraticamente eletti.

Si seguirà scrupolosamente lo statuto vigente del partito, al fine di non incorrere negli errori compiuti nel 2012, per convocare il XIX Congresso nazionale della DC nei tempi più solleciti possibili e solo nel congresso potremo realizzare quegli adeguamenti dello Statuto la cui ultima stesura risale al 1992, un tempo ormai distante anni luce dalla condizione politica, sociale, culturale e morale dell’Italia odierna.

Dal discorso fatto ieri da Gianni Fontana sono emerse tutte le motivazioni ideali proprie della migliore tradizione democratico cristiana. Ci conforta la presenza  ieri all’Ergife di alcuni amici ospiti, come Mario Tassone del NCDU e di altri che hanno espresso il loro interesse al processo di ricomposizione dei DC,con i quali vorremmo procedere INSIEME sino al Congresso.

Ciliegina finale: la DC oggi può contare già su un deputato regolarmente iscritto al partito. Trattasi dell’On Domenico Menorello di Padova, giovane DC nel 2012, che riconfermò la sua adesione nel 2012 e ora socio a tutti gli effetti della Democrazia Cristiana. Anche Menorello è un pugno di lievito di razza DOC, che crediamo possa concorrere a produrre buoni frutti.

Ora serve tanta generosità e disponibilità da parte di quanti hanno creduto e ancora credono negli ideali rappresentati da Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, Aldo Moro, disponibili a far crescere una nuova generazione di democratici cristiani per il bene dell’Italia.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 27 Febbraio 2017

 

 

 

 

 

19 Febbraio 2017

Serve costruire  l’Unione per un Movimento Popolare

 

 

Scissione nel PD e diffusa proliferazione di nuove aggregazioni politiche a sinistra come sulla destra della politica italiana. Crisi nei rapporti interni tra Salvini e i bossiani Doc e nello stesso M5S, mentre continua la tormentata marcia nel centro destra privato  dell’ormai consumata  capacità di trazione del Cavaliere dimezzato e in attesa di rilegittimazione.

Lo scenario politico italiano più che tripolare appare frantumato in mille rivoli, mentre permane la realtà di un parlamento di “nominati” illegittimi che, obtorto collo, dovranno por mano alla nuova legge elettorale inevitabilmente di tipo proporzionale.

Anche nella vasta e complessa realtà di area cattolica, popolare e liberale sono intervenuti e stanno verificandosi una serie di operazioni politiche che reclamano l’esigenza di una ricomposizione verso una prospettiva unitaria  comune.

Dal 2015 con gli incontri di Rovereto e di Orvieto 1 e 2, con gli amici Ivo Tarolli, Mario Mauro, Carlo Giovanardi, Gaetano Quagliariello, Mario Tassone, Gianni Fontana, Giuseppe Gargani e altri, abbiamo condiviso il progetto di un nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans-nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla sinistra e al socialismo trasformista renziano, alle destre e ai populismi estremi.

Convinti e determinati a superare le vecchie casematte foriere della conservazione di una frammentazione che conduce solo all’irrilevanza, crediamo sia giunto il tempo di impegnarsi nella costruzione di un’Unione per un Movimento Popolare sul modello dell’UMP francese.

Domenica 26 Febbraio sono stati convocati all’Ergife  gli eredi legittimi dell’associazione non riconosciuta e mai giuridicamente sciolta “ Democrazia Cristiana” per eleggere il Presidente; prima tappa di un percorso che dovrebbe condurre alla celebrazione di un congresso in grado di ricostruire la presenza dei democratici cristiani in Italia.

Nessuna nostalgia di ritorno all’antico, quanto la decisa volontà di  contribuire ad apportare la migliore tradizione dei cattolici democratici e cristiano sociali nella costruzione dell’Unione per un Movimento popolare nel quale ricostruire il centro politico dell’Italia.

Il tema che si porrà a quanti sono interessati al progetto sarà di offrire una nuova speranza ai ceti medi e alle classi popolari, ridotte in condizioni di progressivo impoverimento dalle politiche collegate al dominio della finanza nei mercati della globalizzazione; un ripensamento profondo del nostro stare in Europa  e all’interno della “gabbia d’acciaio” dell’euro che, sino ad oggi, ha garantito solo una condizione di dominio alla Germania e ad alcuni paesi del Nord; la necessità di ripensare le politiche economiche subalterne e distruttive sin qui portate avanti dagli ultimi governi.

Si tratterà di mettere insieme le migliori energie culturali e morali presenti nei diversi schieramenti centrali in campo, per tentare di elaborare un progetto politico, economico e finanziario in grado di dare positive risposte “alle attese della povera gente”.

Partire  dal basso con la costruzione in tutte le città e i paesi dell’Italia di comitati civico popolari per l’UMP, da organizzarsi nelle case dei militanti interessati a promuovere questa grande mobilitazione popolare.
Un ”vaste programe” che servirà a vincere la disaffezione verso la politica, presente in oltre la metà degli elettori italiani e a ricostruire il nuovo centro essenziale per i nuovi equilibri politici dell’Italia.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 19 Febbraio 2017

 

 

 

14 Febbraio 2017

Il gioco dell’oca

 

 

Alla direzione nazionale del PD di ieri a Roma, Matteo Renzi ha tenuto una relazione di basso profilo, espressiva della povertà culturale di un partito senza più identità che ritorna, come nel gioco dell’oca, al punto in cui il renzismo era nato.

Fu con il patto del Nazareno in tasca che Matteo Renzi potè pronunciare il suo velenoso “stai sereno”, con cui pose fine al governo di Enrico Letta. Un patto grazie al quale “il giovin signore fiorentino” fu in grado di assicurare a Napolitano l’approvazione delle riforme istituzionali, agognate non solo dal Presidente della Repubblica, ma dagli autorevoli esponenti delle lobbies finanziarie internazionali.

Purtroppo, con il senno del poi per Renzi, quel patto fu rotto con l’elezione non concordata e in opposizione al Cavaliere di Mattarella, in spregio alle intese pattuite. Da quel momento tutto diventò più precario, nonostante il ruolo servente assicurato a Renzi al Senato dai manipoli dei transumanti d’aula guidati da Verdini e Alfano.

La rottura con il Cavaliere, insieme alla disillusione diffusa tra gli italiani, sono state tra le ragioni non secondarie della bruciante sconfitta nel referendum del 4 dicembre, causa delle dimissioni di Renzi dalla guida del governo.

La scelta del SI ha creato fratture profonde non solo tra gli elettori del PD, divisi tra le indicazioni di un partito che rompeva i suoi tradizionali legami sociali e politico culturali della sinistra (ANPI, vasti settori della CGIL, intellettuali di area), ma anche all’interno del partito, con e tra gli stessi gruppi già saliti sul carro del leader toscano.

Renzi si impose nel PD sull’onda del “nuovismo” espresso alla prima Leopolda, tutto declinato sul versante della “rottamazione”; in un quadro politico garantito da una legge elettorale maggioritaria , il porcellum, che permetteva, secondo la logica del vecchio schema bipolare, l’idea di un vincitore che prende tutto, sino al rischio del potere di “ un uomo solo al comando”.

Nasceva da questo schema la proposta di una legge elettorale super truffa, come quella dell’Italicum, bocciata, prima, dall’esito disastroso per Renzi del referendum e, infine, dalla sentenza inappellabile della Consulta.

Fosse rimasto il patto del Nazareno, probabilmente, Renzi l’avrebbe sfangata, sia con il referendum, che con una legge elettorale a sua immagine, mentre  invece, nella nuova realtà del tripolarismo con tutte e tre le gambe in fibrillazione, egli deve prendere atto della nuova situazione. Una situazione che non potrà che partorire un sistema elettorale proporzionale, espressivo della nuova e più complessa realtà politica italiana.

Rispetto a questa nuova realtà effettuale appare del tutto inadeguata e contraddittoria la relazione di ieri di Renzi nella direzione del PD.

Un PD che non è più un partito di sinistra, anche se Renzi lo descrive come il più importante partito della sinistra europea, nel momento in cui, con il referendum e alcune delle politiche adottate dal suo governo, Renzi ha rappresentato gli interessi dei poteri forti e non certo “ le esigenze della povera gente”, che furono quelle del compianto Giorgio La Pira, spesso, anche se talvolta impropriamente, evocato dal giovane politico fiorentino.
Lapidaria e definitiva al riguardo la definizione del governatore della Puglia,  Emiliano, sul PD, che sarebbe diventato: “ il partito dei banchieri e dei finanzieri, dell’establishment. Un  partito interessato solo ai potenti e non al popolo”.

Quando ieri nella sua relazione Matteo Renzi ha sostenuto che: “ Il nemico, sonotrumpismo e grillismo, non chi è in questa stanza", appare evidente che la sua linea appare molto più simile a quella di Macron in Francia e, di fatto, al di là delle questioni tattiche sulla data del congresso e sulla durata del governo Gentiloni,  questa linea apre la strada, come annunciato da Bersani, Cuperlo e Speranza a un’assai probabile scissione a sinistra del PD.

Quando poi Renzi, con  riferimento velenoso a Massimo D'Alema ha affermato: "chiediamo il congresso perché  io non sono il custode di caminetti. E non mi piace galleggiare sulle correnti di partito. Se volete quello, votatelo", appare evidente che non ha ancora compreso come, stante la “realtà effettuale”  egli sarà costretto a ricorrere ai caminetti dentro e fuori il suo partito.

Con il sistema proporzionale che verrà sarà inevitabile, non solo trovare modalità di conduzione interne diverse da quelle sin qui svolte, ma ricorrere alle necessarie mediazioni con le altre forze politiche con cui si dovranno fare i conti per garantirsi i giusti equilibri di governo.

L’assenza del voto di ieri del ministro Orlando, il silenzio di Franceschini e l’anodino intervento di Martina, sono i segnali di qualcosa che si sta muovendo già dentro la stessa maggioranza renziana.

La linea politica ancora confusa che, tuttavia, sembra emergere dalla relazione di ieri, appare quella di un ritorno al punto di partenza, come nel gioco dell’oca; ossia la ricerca di un accordo con il partito del Cavaliere, in funzione anti Lega e anti M5S.

Una strategia che può già contare sull’appoggio del  direttore de “ Il Foglio”, ma che potrebbe anche condurre ciò che resterà del PD, dopo il congresso, a una condizione di isolamento politico a destra come a sinistra, dopo quanto si è saputo consumare sul piano sociale, culturale e della credibilità di un’intera rinnovata classe dirigente.

Ettore Bonalberti
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Venezia,14 Febbraio 2017

 

 

 

27 Gennaio 2017

I doveri della quarta generazione DC

 

 

Quelli che come noi sono nati tra il 1940 e il 1950 hanno costituito e costituiscono a tutti gli effetti, la prima generazione della Repubblica.  Figli legittimi e destinatari dei principi della Costituzione del 1947,  riconfermata dal voto del referendum del 4 Dicembre scorso dal popolo italiano,  eredi delle grandi culture politiche che hanno attraversato tutto il secolo scorso.

Quelli che come noi decisero di aderire alla Democrazia cristiana, tra la fine degli anni ’50 e la prima metà dei sessanta, hanno costituito e rappresentano  la quarta generazione della DC. Quella che conobbe e convisse con alcuni degli esponenti della Prima : De Gasperi, Gonella, Scelba e, soprattutto,  della seconda: Fanfani, Moro, Andreotti, Rumor, Donat Cattin, Piccoli, Marcora, Zaccagnini sino ai componenti della terza generazione dei democratici cristiani: Forlani, Galloni, De Mita, Bisaglia, Malfatti, , Granelli, Bodrato.

La quarta ed ultima costituisce proprio l’ultima generazione degli ex DC.
Una parte significativa di essa giunse, seppur in affanno, a condividere l’ultimo potere gestito dalla balena bianca, insieme alla maggior parte di noi, che non fummo mai partecipi reali di quel potere, ma che, tutti insieme, finimmo miseramente nel crollo della prima repubblica agli inizi degli anni ’90,

Questa generazione, la mia, ha vissuto gli ultimi anni dell’egemonia democristiana al tempo dell’avvento del centro sinistra (Fanfani-Moro); quelli del dominio della terza generazione con la gestione e successiva crisi del centro sinistra (Rumor-Colombo-Andreotti-Zaccagnini) e la complessa stagione del pentapartito ( De Mita-Forlani) sino alla sua fine. Insomma abbiamo sperimentato sulla nostra pelle il tempo della crisi e della decadenza sino al harakiri finale con Martinazzoli. Un travagliato periodo nel quale, alcuni di noi seppero porsi da co-protagonisti di un ben triste spettacolo ed altri, la maggior parte come il sottoscritto, da ininfluenti comparse.

Seguì la lunga stagione della diaspora (1993-2017) nella quale molti  finirono con il collocarsi, più o meno comodamente, tra e nei nuovi partiti a direzione più o meno cesaristica e monocratica della seconda repubblica. Qualcuno a sinistra, nelle mutevoli forme che in quell’area si costituirono i partiti dopo la fine del PCI, dal PDS, DS, Ulivo, Margherita sino all’attuale PD. Qualcun altro a destra, partendo dagli ultimi respiri di AN sino a Forza Italia e al partito del predellino, il Pdl del Cavaliere e successive versioni, dopo le ripetute secessioni intervenute.  Chi, infine, in formazioni centriste, quasi tutte con forti connotazioni personalistiche e di diretta ispirazione democratico cristiana: CCD, CDU, UDC, NUDC e altre formazioni  minori sedicenti democristiane. Non mancarono nemmeno coloro che si rifugiarono nel disimpegno solipsistico, espressione di una frustrazione regressiva e impotente. Una frantumazione particellare con partitini ridotti a percentuali da prefissi telefonici.

Al diverso posizionamento di quei rappresentanti della quarta generazione democratico cristiana, anche l’elettorato già DC finì con lo sbriciolarsi, concentrandosi prevalentemente al Nord, nel centro-destra fra Forza Italia e Lega e al Sud, tra Forza Italia, movimenti centristi, con diverse fughe a sinistra, in netta avanzata in regioni tradizionalmente più bianche come la Puglia, la Campania e la stessa Basilicata.

Alla fine, una parte consistente di quegli elettori, specie coloro  che appartengono al terzo stato produttivo e ai diversamente tutelati, si sono rifugiati nell’astensionismo o nel voto di protesta a favore del M5S. Gli è che, ovunque si siano collocati, quelli della quarta generazione DC, tranne qualche rarissima eccezione, la condizione prevalente vissuta è stata quella dell’irrilevanza, sino a casi ben noti di acritica sudditanza ai voleri dei capataz di turno.

Questi oltre vent’anni della diaspora democristiana sono stati caratterizzati  da una sentenza inappellabile della Cassazione ( n.25999 del 23.12.2010), che ha messo la parola fine ai dissensi e alle lotte fratricide dei contendenti, stabilendo inequivocabilmente e senz’altra possibilità di replica che “la DC non è mai morta” da un punto di vista giuridico, non è mai stata sciolta, non ha lasciato eredi, se non quelli cui spettava il diritto dovere di sancirne l’eventuale fine: gli iscritti del 1992,  oltre 1 milione duecento mila.

I tentativi svolti con la celebrazione del XIX Congresso nazionale della DC (Novembre 2012) con l’elezione di Gianni Fontana alla segreteria nazionale del partito,  fallirono per il ricorso di alcuni “zelanti amici” e adesso ci riproviamo, dopo che il tribunale di Roma ha autorizzato l’assemblea dei soci DC che si volgerà all’Hotel Ergife di Roma il 26 Febbraio prossimo. Sono gli ultimi mohicani che, da “ DC non pentiti”,  nel 2012 rinnovarono l’adesione al partito.

Tutto questo accade, mentre in questi venti quattro anni, sono nate almeno altre due generazioni di giovani e di elettori, che non hanno mai conosciuto la DC o ne hanno sentite solo le interpretazioni fuorvianti e interessate dei laudatori del nuovo regime. Un regime che, nel frattempo, è andato miseramente in default con la fine della seconda repubblica, evidenziato dal passaggio, senza alternativa disponibile, dal legittimo governo eletto di  Berlusconi a quello dei tecnici di Monti, sostenuto dal trio Alfano-Bersani-Casini, sino a quelli di Enrico Letta e gli ultimi due di Renzi e Gentiloni, espressione del renzismo ormai declinante e di un parlamento di nominati illegittimi.

Ce la faremo noi a concorrere nella traduzione sul piano politico, nella città dell’uomo, degli orientamenti pastorali indicati dalle ultime encicliche sociali? Questa è la sfida che abbiamo davanti. Certo una sfida che non possiamo e non vogliamo affrontare da soli. Come diceva Aldo Moro: “meglio sbagliare tutti insieme che avere ragione da soli”. Ecco perché, esaurita la fase della diaspora e della scomposizione, è tempo della ricerca dell’unità e della ricomposizione di tutti i democratici cristiani “non pentiti” e con essi della più vasta realtà cattolica, popolare e liberale presente nel Paese.

Noi che stiamo per compiere gli ultimi passi anche della nostra vita, sentiamo forte il dovere della testimonianza.  Guai se venisse meno la nostra Fede e ancor più grave se difettassimo della Speranza. Il peccato maggiore, tuttavia, sarebbe non usare la Carità verso noi stessi e verso gli altri. Penso soprattutto verso i più giovani che nulla sanno, e quel poco magari deformato, di che cosa sia stata la straordinaria esperienza politica della Democrazia Cristiana, partito mai sciolto! Certo servirà partire dalla nostra unità per allargarla a quanto lo straordinario fiume carsico dell’area cattolica sociale, culturale e politica italiana sarà capace di esprimere sul piano della traduzione politico organizzativa, ahimè, sin qui risultata assai modesta.

Pur consapevoli delle enormi difficoltà cui andremo incontro nel dialogare con i rappresentanti delle nuove generazioni della seconda e terza repubblica che verrà, quelle generazioni che stanno usando e useranno forme di comunicazione e  codici culturali distanti anni luce da quelli normalmente utilizzati da noi, nostro obiettivo è e rimarrà quello di consegnare ad esse il testimone della migliore tradizione politica della Democrazia Cristiana : un partito aperto in grado di ridare una speranza ad un Paese al limite della tenuta istituzionale, sociale, economica e politico territoriale.

 

Ettore Bonalberti
Venezia, 27 Gennaio 2017
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23 Gennaio 2017

Il dado è tratto!

 

 

Cari amici
sabato 21 gennaio scorso ci siamo ritrovati a Bologna con un gruppo di amici “ DC non pentiti”, su invito del prof Nino Luciani, per discutere del codice etico che un gruppo di lavoro di esperti ad hoc costituitosi a Bologna ha redatto, partendo dal codice etico di Guido Gonella della DC storica degasperiana.
Ringrazio gli amici Giannone e Mesini per le ottime relazioni di sintesi svolte presso il collegio San Luigi e il clima di grande unità e collaborazione con cui si é svolto l’incontro anche nella seduta pomeridiana per discutere dei temi inerenti alla convocazione dell’assemblea del 26 febbraio p.v.
L’amico prof Luciani ci ha informati dello stato dell’arte inerente alla raccolta dei fondi per le spese di organizzazione dell’assemblea e, al riguardo mi permetto di sollecitare quanti ancora non l’avessero fatto, di procedere al versamento di un  contributo volontario da effettuare con il bonifico sul conto intestato al prof Luciani dalle seguenti coordinate:

LUCIANI NINO, presso banca Carisbo (Gruppo INTESA SAN PAOLO): 
- IBAN IT 10B0638567684510301829810 ;
- CAUSALE: contributo spese convocazione assemblea partito DEMOCRAZIA CRISTIANA storica.

Abbiamo tanto atteso questo momento e con il decreto del tribunale di Roma che ha autorizzato l’assemblea del prossimo 26 febbraio finalmente potremo dare pratico sviluppo alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 secondo cui “ la DC non é mai stata giuridicamente sciolta”.
Oggi stesso, come ci ha conferma il Prof Luciani sabato scorso a Bologna, sono partite le raccomandate A/R agli oltre 1700 soci DC, che nel 2012 rinnovarono la loro adesione al partito e, in seconda convocazione, ci ritroveremo tutti insieme all’Ergife di Roma per eleggere: il segretario verbalizzante, il presidente dell’assemblea e, finalmente, il Presidente della DC che ci traghetterà a una seconda assemblea per gli adempimenti statutari e  regolamentari relativi al tesseramento e all’indizione del congresso della DC.
Un ringraziamento va all’amico Luciani per aver proposto la strada giuridica del codice civile intrapresa; a  quanti in questi mesi hanno permesso la raccolta delle firme per la richiesta di convocazione dell’assemblea dei soci al tribunale di Roma; a quanti hanno anticipato i fondi per la disponibilità della sala dell’assemblea e per l’invio delle raccomandate A/R. Sottolineo anticipazione di spese che andranno refuso da tutti noi soci “DC non pentiti” che condividiamo l’ira di una ripresa politica della DC specie in un momento come l’attuale in cui prevale il deserto delle culture politiche.
Grato se vorrete inviarmi le vostre osservazioni e proposte e se contribuirete, con un sacrificio corrispondente alle vostre possibilità, al sostegno delle spese che dovremo affrontare da “medici scalzi”, senza padrini e senza padroni, per ricomporre con la DC l’area cattolico popolare e liberale del nostro Paese e per concorrere con quanti condividono le nostre idee alla costruzione del nuovo soggetto politico: laico democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori: De Gasperi, Adenauer e Schuman, alternativo alle sinistre, al socialismo trasformista renziano e ai populismi estremi.
Un caro saluto.

Ettore Bonalberti
Presidente A.L.E.F. (Associazione Liberi e Forti)
V.Presidente Comitato nazionale Popolare per il NO
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16 Gennaio 2017

Incontri dell’area Popolare e Liberale

 

 

Ho seguito da “osservatore partecipante” ad alcuni eventi politico culturali svoltisi a Roma dal 12 al 15 Gennaio scorsi che, mi auguro, possano concorrere alla costruzione del nuovo soggetto politico di cui da tempo, con molti altri amici, vado sostenendo la necessità.

Il  12 Gennaio si sono riuniti alcuni amici della DC storica che, dopo il decreto del tribunale di Roma, che ha autorizzato la convocazione dell’assemblea dei soci, che nel 2012 rinnovarono l’adesione al partito, dovranno ritrovarsi il 26 Febbraio all’hotel Ergife, già prenotato, per nominare il Presidente dell’associazione che, come ha sentenziato senz’altra possibilità di ricorso la Cassazione a sezioni riunite il 23.12.2010: “ non è mai stata giuridicamente sciolta”.

Il compito di detta convocazione, dopo che sono state raccolte le firme necessarie del 10% dei soci per formulare la richiesta di convocazione al tribunale romano, è stato affidato al primo firmatario di quell’istanza, il prof Nino Luciani di Bologna.

Il mio augurio, dopo tanti anni di impegno, è che tutto possa procedere per il meglio in grande unità di intenti al fine di  evitare che si adempia quella che per molti di noi “ DC non pentiti” sembra essere “ la maledizione di Moro”, il quale, nel memoriale rinvenuto in Via Montenevoso a Milano, datato Aprile 1978,  abbandonato da tutti al suo destino, così scriveva: “ Ho un immenso piacere di avervi perduti e mi auguro che tutti vi perdano con la medesima gioia con la quale io vi ho perduti. Con o senza di voi, la D.C. non farà più molta strada. I pochi seri e onesti che ci sono non serviranno a molto finché ci sarete voi”.

Parole durissime e drammatiche, scritte da Moro a un mese dal suo martirio perpetrato dalle BR, che, per noi che vivemmo da componenti del Consiglio nazionale della DC quei tragici giorni, abbiamo sempre custoditi nella mente e nel  cuore.

Spero che Luciani sappia raccogliere il drammatico grido di dolore di Aldo Moro e procedere in feconda e operosa unità all’urgente convocazione di un’assemblea, che potrebbe offrire un elemento di interesse nel progetto di costruzione del nuovo soggetto politico. Quel soggetto che, come un mantra, continuo a  connotare come: laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alle sinistre, al socialismo trasformista renziano e ai populismi estremi.

La rinascita politica della DC, dopo che è stato sancito che, giuridicamente il partito non è mai stato sciolto, seppur difficile e irta di ostacoli previsti e imprevedibili, può rappresentare il ravvio di un contenitore nuovo nel quale potranno trovare casa quanti, laici e cattolici, sono interessati a un rinnovato impegno per  tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa.

Certo avremo bisogno di una rinnovata e giovane classe dirigente e delle risorse migliori provenienti dal vasto e articolato mondo di ispirazione cattolica e popolare, oggi drammaticamente frantumato e disperso nei mille rivoli di un fiume carsico da ricomporre.

In attesa di cosa potrà sortire dall’assemblea dei soci DC del 26 Febbraio, la settimana scorsa si sono svolti a Roma due importanti convegni: quello del partito di IDEA Popolo e Libertà di Gaetano Quagliariello e Carlo Giovanardi, tenutosi presso la sala del refettorio della Camera dei Deputati il 13 Gennaio, e quello degli amici di Rovereto, promosso da Ivo Tarolli e Stefano Parisi alla Bonus Pastor di Via  Aurelia,  Domenica15 Gennaio.

Già strutturato  come partito dotato di una fondazione politica di riferimento e di un giornale, “ L’Occidentale”, come ha ben espresso Quagliariello nel suo intervento di apertura:” IDEA   è tuttora  un piccolo partito, con l’ambizione di diventare una nuova e grande forza politica, consapevoli che manca oggi il riferimento di un partito progressista, liberale e “reazionario”. Distruzione dei ceti intermedi e proletarizzazione crescente; stare con gli ultimi e con i penultimi noi vogliamo interpretare questa esigenza: liberali in economia, sapendo che il mercato è regola per correggere meccanismi distorti; reazionari nei costumi.  Diciamo SI, ha continuato il senatore pugliese, all’onestà, alla buona educazione e  alla difesa delle nostre tradizioni e valori; per noi la  famiglia è quella costituita da un uomo e una donna; sentiamo come un abominio l’uso incontrollato  della procreazione con un utero in affitto; diciamo no alla teoria del gender. Siamo consapevoli che esiste oggi  un segmento nella politica italiana scoperto. Si tratta, ha concluso Quagliariello, “di rappresentarlo in termini nuovi.  Non siamo moderati, intesi come palude e compromesso, ma interpreti dei ceti sociali esasperati e  comprendiamo la rabbia di un Paese in declino. Essere moderati oggi vuol dire essere certi della propria identità; noi non smarriamo il riferimento alla necessità di costruire una coalizione che serva al Paese, oggi in una situazione di drammatico sfibramento politico e sociale”.

E’ aperto il tesseramento al partito con uno statuto che prevede un’ampia partecipazione democratica con selezione dal basso della classe dirigente. Credo che IDEA, la quale oggi può contare sull’adesione di oltre cinquanta associazioni, gruppi e movimenti e oltre 250 amministratori locali, possa costituire un fattore di aggregazione efficace che concorrerà positivamente alla costruzione del nuovo soggetto politico.

Così come essenziale sarà il contributo che verrà dalle iniziative proposte nel seminario della Bonus Pastor, nel quale, presenti oltre sessanta rappresentanti di movimenti e associazioni,  sentito il mio contributo di apertura e le relazioni introduttive di  Ivo Tarolli e Stefano Parisi, si è deciso di:

1)  Concorrere a favorire lo strutturarsi di una Grande e quindi composita Area ( di persone, culture, Movimenti, ecc.) che sappia fare emergere le tante idee e i tanti valori che abbiamo in comune, come prologo di un eventuale Nuovo Grande Soggetto Politico. Un soggetto che sia laico e plurale, democratico e popolare, transazionale e dalla chiara ispirazione ai valori propri dell’Umanesimo Cristiano, a partire dalla famiglia, dalla responsabilità e dalla solidarietà.
2)  Rafforzare la propria identità!! Pertanto, accanto ai valori dell’Umanesimo Cristiano è essenziale dotarsi di proposte programmatiche e di un Progetto Paese chiaro e concreto, che miri a far uscire il nostro Paese dal tunnel in cui siamo e a fornire nuove prospettive di lavoro e di crescita.
3)  Condividere, approfondire ed anche emendare la sopra citata proposta progettuale mediante una vasta partecipazione di base e con più incontri territoriali inter regionali (nord est, nord ovest, centro e meridione).
4)  Subito dopo, organizzare la convocazione di tutte le Associazioni, Movimenti e Gruppi interessati, di un Forum Nazionale deliberativo, in vista della costruzione di un Nuovo Soggetto Politico (es. confederazione tipo UMP Francese).
A tal fine si sono costituiti gruppi di lavoro nelle quattro aree territoriali (Nord Ovest-Nord Est-Centro-Meridione) e su due aree tematiche: Statuto e Programma, per realizzare quella rete di associazioni, movimenti, gruppi e persone interessate alla formazione del nuovo soggetto politico. Apprezzata  la disponibilità espressa da Parisi il quale ha riassunto i tre pilastri su cui intende procedere:

  1. una rete territoriale, ossia una presenza organizzata fondata su realtà già esistenti, di associazioni, gruppi e persone;
  2.  le comunità da mettere in rete per “Energie per l’Italia” sul piano della loro autonomia e libertà; non un partito, ma una grande comunità partitica, una comunità delle comunità;

3  l’utilizzo del WEB con una  nuova piattaforma-5stelle lusso; un modello di qualità per raccogliere persone che hanno idee e per creare comunità. Si smonta il meccanismo delle tessere puntando a premiare la qualità e il merito delle persone con l’introduzione di  meccanismi premiali di garanzia.

Parisi ha concluso, ricordando che. “18 gruppi  sono già al  lavoro sul programma- dobbiamo convergere in quest’’attività programmatica- si tratta di dare una struttura più organizzata- abbiamo il dovere di uscire dal rischio paese tra Grillo e Renzi- non fermarci davanti a nessuno- guardare alle persone- la politica tradizionale è molto consumata- recuperare tutte le persone che hanno qualità- tornare a essere una grande forza maggioritaria nel paese- dare rappresentanza al nostro popolo- si tratta, ha detto, di ricostruire sulle macerie una cosa assolutamente nuova- far politica per gli altri. È il fondamento etico della politica che impone di  tener lontano chi vuol far politica per se stesso. Introdurre la responsabilità nella e della politica che presuppone l’ integrità personale di chi fa politica”.

Una settimana, dunque, intensa quella svoltasi a Roma, di “passione” e di passioni, dalla  quale traggo la seguente conclusione: innanzi tutto ricostruiamo quanto è possibile dell’unità dei popolari e dei democratico cristiani italiani e, forti della nostra cultura e dei nostri valori, concorriamo insieme a quanti sono disponibili, come gli amici numerosi che sono intervenuti  sia all’incontro di IDEA che al seminario  della Bonus Pastor e altri, alla costruzione del nuovo soggetto politico dell’area centrista.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 16 Gennaio 2017

 

 

 

9 Gennaio 2017

Quel vasto fiume carsico del cattolicesimo politico italiano

 

 

Ho utilizzato molte volte questa metafora del fiume carsico per rappresentare la vasta, articolata  e complessa  realtà del cattolicesimo politico italiano. Finita l’esperienza politica della DC, facilitata dal suicidio collettivo compiuto dal Consiglio nazionale del partito il 18 Gennaio 1994 quando, su indicazione del segretario Martinazzoli, fu sancita la fine politica della DC e la sua trasformazione nel PPI, e, vissuta la lunga attraversata, tuttora incompiuta, nella diaspora dell’ultra  ventennio (1994-2016), continua il travaglio di una realtà che sembra incapace di ritrovare insieme le ragioni di una nuova presenza significativa nella politica italiana ed europea.

Un travaglio che attraversa non solo il complesso mondo dei gruppi e movimenti di ispirazione cattolica presenti nella società civile, ma negli stessi gruppi, movimenti, partiti, e spezzoni di partito che si sono succeduti sin qui nell’impopolare sovrastruttura istituzionale e non della politica  italiana.

Quanto ai primi, a parte la continuità di coerente fedeltà ai propri principi ispiratori del MCL guidato Carlo Costalli, l’importante esperienza del movimento del family day di Gandolfini e Pillon sta vivendo il travaglio causato dall’azione separatista di Adinolfi e amici del PdF, tutti alla ricerca di dare uno sbocco politico istituzionale al movimento valoriale da essi sin qui lodevolmente guidato.

Comunione e Liberazione e, soprattutto la servente Compagnia delle Opere, è  in preda della difficile eredità post formigoniana, mentre le ACLI , tutte spostate dagli ultimi presidenti sulle posizioni del PD, dopo Todi 1 e Todi 2, hanno finito con l’accontentarsi degli strapuntini ministeriali assegnati agli ex presidenti Botta e Olivero nell’ultimo governo Gentiloni.

La restante vastissima realtà dell’associazionismo cattolico appare confusa e orfana di chiare e univoche indicazioni della pur assai disorientata e divisa gerarchia ecclesiale.

Finita con il Concilio Vaticano II, ogni residua forma di collateralismo e con essa la stessa DC che, negli ultimi tempi, fu sorretta quasi esclusivamente dall’occupazione e gestione del potere, movimenti e partiti che, a diverso titolo, in questi oltre vent’anni sono stati e sono tuttora riconducibili all’area cattolica, sono tutti finiti, a sinistra come a destra, nella sostanziale irrilevanza politica.

I primi, a sinistra, senza ridursi al ruolo di reggicoda dei vecchi comunisti, anzi conquistando non casualmente un ruolo guida nel PD, espressione del fu PCI-PDS-DS-Margherita, sono ai vertice di un Golem senz’anima e senza una definita e riconoscibile identità politico culturale, obnubilata dal sostanziale trasformismo della guida renziana.

I secondi, nell’area centrista e di destra, sostanzialmente irrilevanti sul piano politico, dopo le giravolte pro domo propria dei diversi  capi e capetti succedutisi nella lunga diaspora post DC,  da Buttiglione a  Casini sino a Lupi ed Alfano e ai diversi partiti e partitini sorti a misura degli interessi dei singoli leaderini, ridotti a supporti acritici prima del Cavaliere e ora del renzismo,

Ci sono poi quelli che, come il sottoscritto da molto tempo  e altri, più recentemente ( penso alle recenti prese di posizione del prof Diotallevi (  da “Interris” del 9 Gennaio 2017:“ Gregari? Ora basta”) e del prof. Giovagnoli ( da “Cultura e società” del 6 Gennaio 2017: “ I cattolici tornino ad impegnarsi in politica”), sono impegnati nel tentativo di ricomporre l’area popolare e di ispirazione democratico cristiana italiana.

Per quanto  riguarda noi “ DC non pentiti”, non abbiamo lo sguardo rivolto al passato e non prevale in noi il sentimento regressivo della nostalgia. Abbiamo lucida coscienza della condizione in cui vive l’uomo oggi nella società occidentale, nella quale assistiamo a una concezione prevalente di relativismo in cui i desideri individuali si vogliono trasformare in diritti, contro ogni evidenza antropologica e concezione giusnaturalistica.

A livello esistenziale e socio culturale prevale una condizione di anomia: assenza di norme e regole, discrepanza tra mezzi e fini, il venir meno dei gruppi sociali intermedi. Di qui una condizione di frustrazione prevalente con possibili sbocchi nella regressione solipsistica o nell’aggressività  individuale e collettiva latenti. Anomia  anche a livello internazionale: visione cinese, visione islamica, visione occidentale e visione russa: quali compatibilità e secondo quali regole?

A livello più generale economico trionfa il turbo capitalismo, con la finanza che dette i fini e la politica che segue quale intendente di complemento, con un rovesciamento generale di funzioni e di prospettive.

Se prima era la politica a dettare i fini e l’economia e la finanza a proporre le soluzioni tecniche per raggiungerli, oggi è il finanz-capitalismo che asserve la politica e la rende subordinata.

L’efficienza come fine esclusivo si riduce alla massimizzazione del profitto indipendentemente da ogni altro valore sociale e individuale.

Il bene comune non è più il fine della politica, subordinata ad altri valori dominanti che prevedono funzionalmente una quota rilevante del cosiddetto “ scarto sociale” (tra il 20 e il 30% della popolazione)

E’ in questa situazione di valori rovesciati e/o di disvalori che è riesploso a livello internazionale il grave scontro tra il fanatismo jihadista del  movimento fondamentalista islamico e le altre culture religiose monoteiste: ebraismo e cristianesimo che ha sostituito quello del XIX e XX secolo tra capitale e lavoro, tra capitalismo e marxismo.

Quest’ultimo, anche là dove ancora sopravvive, si è trasformato in un ibrido capitalismo comunista e a livello mondiale assistiamo al confronto scontro tra democrazie di stampo liberale e democrazie autoritarie (Cina, Russia, Singapore, Turchia, Cuba e in molte regione ex URSS divenute indipendenti)

Il nostro sguardo è fisso in avanti, supportati dalla lettura critica più avanzata di questi fenomeni da parte, ancora una volta, della dottrina sociale della Chiesa: “Centesimus Annus” di Papa Giovanni Paolo II, “Caritas in veritate” di Papa Benedetto XVI, “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco, sono le stelle polari che ci inducono ad assumere una nuova responsabilità come cattolici e laici cristianamente ispirati.

Di qui il nostro dovere che sentiamo di tentare di tradurre nella città dell’uomo quegli orientamenti pastorali.
E, nella situazione concreta italiana, sentiamo come prioritario il dovere di concorrere a ricomporre, dopo la lunga stagione della diaspora, l’area di ispirazione popolare per offrire al Paese una nuova speranza. E lo vogliamo fare non da cattolici impegnati in politica, ma da cattolici e laici impegnati per una politica di ispirazione cristiana.

Nostro obiettivo principale è il tentativo di concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, transnazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alle sinistre e al trasformismo renziano e ai populismi estremi.

E lo perseguiamo nella convinzione  che  per il bene dell'Italia sia importante che i cattolici tornino a contare e a collaborare con i laici moderati coinvolgendo le tante forze sane del Paese.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 9 Gennaio 2017

 

29 Dicembre 2016

Tra i Popolari qualcosa si muove

 

 

Gennaio ricco di fermenti in casa popolare. Il 21 Gennaio si riuniscono a Bologna gli eredi legittimi della DC  per approfondire i temi dell’etica in politica e per concordare le modalità organizzative dell’assemblea generale dei soci.

Assemblea che si terrà all’Hotel Ergife il 26 Febbraio per la nomina del Presidente della DC, in esecuzione dell’ordinanza del Tribunale di Roma con la quale si dà, finalmente, seguito alla sentenza n.25999 del 23,12,2010 della Cassazione che ha sancito ,senza alcuna altra possibilità di giudizio, che: “ la DC non è ma stata sciolta giuridicamente”.

Abbiamo combattuto in tutti questi anni per ricomporre l’area di ispirazione democratico cristiana e guardiamo all’appuntamento del 26 Febbraio come quello che la Provvidenza ci ha offerto a noi, indegni eredi  dei nostri padri fondatori, per rilanciare la presenza dei cattolici organizzati nella vita politica italiana.

In contemporanea, fervono i preparativi dei diversi partiti, movimenti e gruppi, alla vigilia della sentenza della Consulta che dovrà decidere sull’Italicum e, di fatto, come accadde con il “porcellum”, indicare la strada da percorrere per la nuova legge elettorale valida per il nostro Paese.

Sostenitori del sistema elettorale proporzionale tedesco, con sbarramento al 4-5 %, e premio di maggioranza, con l’introduzione della sfiducia costruttiva, abbiamo combattuto, sin dall’epoca del referendum Segni a favore del maggioritario, ogni tentativo di ridurre la rappresentanza politica dell’Italia attraverso forzature il cui risultato si è vistosamente notato nell’ultima sfilata di  ventitre partiti e partitini dal Presidente della Repubblica, in occasione delle ultime consultazioni per l’incarico al nuovo capo del governo.

La storia politica unitaria italiana e quella stessa del suo sviluppo capitalistico è assai omogenea a quella della Germania per tentare di importare sistemi politici ed elettorali di stampo francese o anglosassoni, lontani dalla nostra realtà sociale e politico culturale concretamente vissuta e consolidata.

Se il 21 Gennaio si riuniscono gli eredi della DC, qualche giorno prima, il 13 Gennaio è convocato un incontro aperto degli amici di Idea, Popolo e Libertà guidati dai Sen. Giovanardi e Quagliariello,  quale sviluppo delle conclusioni raggiunte nel recente convegno di Orvieto.

Il 15 Gennaio, poi, sarà la volta degli amici popolari del patto di Rovereto, guidati da Ivo Tarolli che, insieme a molti altri esponenti dell’area cattolica e popolare si incontreranno al Bonus Pastor di Roma con Stefano Parisi, con l’obiettivo di favorire la nascita del nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai  principi originari dei padri fondatori, alternativo al socialismo trasformista renziano, alla sinistra e ai populismi estremi.

Insomma quel soggetto politico nuovo, ad ampia base popolare, caratterizzato da una reale vita democratica interna secondo i dettami dell’art.49 della Costituzione, lontano dai modelli dei partiti a conduzione  personalistica e leaderistica della consunta seconda repubblica.

Dal Veneto è già partito il processo di ricomposizione dell’area popolare con l’avvenuta costituzione della Federazione Popolare e civica veneta che può contare sul ruolo di riferimento politico dell’On Domenico Menorello di Padova e sul costituendo gruppo in consiglio regionale.

A breve sarà organizzato un grande convegno dei Popolari e delle liste civiche del Triveneto, con gli amici del Trentino e del Friuli V.Giulia insieme a quelli del Veneto.

E, intanto, a vigilare, disillusi e combattivi, stanno gli amici della Confederazione di sovranità popolare che, dopo il forte contributo offerto a sostegno del NO al referendum, sono ora pronti a combattere uniti nella difesa e per l’attuazione integrale della Costituzione, come unica efficace ed efficiente modalità per opporsi allo strapotere della finanza che, rovesciati i principi del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) intende sottomettere ai propri interessi l’economia reale e la stessa politica, con i bei risultati che stiamo sperimentando a livello globale.

Insomma è in atto un grande fermento popolare, laico e liberale che ci auguriamo possa portare alla formazione di quel nuovo soggetto politico in grado di rinsaldare gli interessi del ceto medio produttivo on quelli delle classi popolari, rispondere alle attese della povera gente e, rispettando i principi di sussidiarietà e solidarietà, sappia concorrere positivamente alla realizzazione del bene comune.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 29 Dicembre 2016

 

 

 

 

 

22 Dicembre 2016

Meglio tardi che mai !

 

 

Ieri i parlamentari di Forza Italia hanno votato insieme al PD il decreto salva banche che comporterà un incremento del debito pubblico di ulteriori 20 miliardi di euro.
Dedicheremo un’analisi approfondita su tale questione, mentre considerando quanto ha dichiarato sempre ieri il Cavaliere, alla presentazione dell’ennesimo libro di Bruno Vespa, ossia la scelta di Forza Italia per  la legge elettorale proporzionale e conseguente convocazione di un’assemblea costituente per le riforme istituzionali, non ci resta che dire: meglio tardi che mai!
Nel dicembre 2010 scrivemmo all’allora Presidente del consiglio Silvio Berlusconi l’allegata lettera che non ebbe, ahimè, risposta.
Tempo e paglia maturano le nespole e noi popolari e “DC non pentiti” non possiamo che esserne soddisfatti.

Ettore Bonalberti
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 Venezia, 22 Dicembre 2016

                                                                                                                                                                                                                 
                                                          Al Sig.Presidente del Consiglio
                                                          On Silvio Berlusconi
                                                          Palazzo Chigi- Piazza Colonna 370
                                                          00187-ROMA

Venezia, 19 Dicembre 2010
Oggetto: una proposta per il Presidente del Consiglio- Convocazione dell’Assemblea Costituente..

Egr. Sig. Presidente,
mi permetto manifestarle, da “vecchio DC non pentito”, alcune idee che potrebbero risultare utili per Lei e, soprattutto, per la governabilità del Paese.
Il 14 Dicembre, per tre voti, Lei è riuscito a superare lo scoglio della sfiducia alla Camera, un passaggio decisivo per le sorti del suo governo e, soprattutto, per gli equilibri politici dell’Italia e della sua capacità di tenuta a livello internazionale,.
Merito della sua determinazione a tenere duro e giusta sconfitta di un’azione irresponsabile, soprattutto per quei transfughi del Pdl senza futuro e assai poca libertà.
Contro di lei opera da oltre diciassette anni una parte della magistratura militante che, dopo l’avvenuta improvvida eliminazione dell’immunità parlamentare,  si trova in una situazione di diritto e di fatto, di un ordine autonomo, autoreferenziale, irresponsabile e con un potere incontrollato e incontrollabile, garantito dalla possibilità, con una semplice incriminazione, di far saltare ministri e governi legittimamente votati dal parlamento espressione della volontà popolare.
Si aggiunga l’azione di ben noti ambienti economici e finanziari interni e internazionali contrari all’equilibrio espresso dalla maggioranza Pdl-Lega che, oltre al  governo nazionale, è alla guida di molte regioni italiane, tra cui,  quelle che concorrono significativamente a tenere in piedi il sistema Italia: Piemonte,Lombardia e Veneto.
Una Costituzione rigida, come quella italiana del ’48, senza una forte condivisione parlamentare non è riformabile per via legislativa. Il fallimento di tre bicamerali sta lì a dimostrarlo. E si sa che le Costituzioni nascono e si modificano per via legislativa solo a seguito di ampie condivisioni sociali, politiche e parlamentari, oppure per via violenta e per strappi laceranti della storia di un Paese.
Dopo il voto del 14 dicembre  l’Italia si trova a questo bivio: non si tratta solo di cambiare la legge elettorale, obiettivo già di per sé difficilmente perseguibile con l’attuale profonda divaricazione di obiettivi e di frammentazione politica, ma di far corrispondere la Costituzione del 1948 alle nuove esigenze che, in termini di efficienza, rapidità di decisione, equilibrio dei poteri e dei rapporti tra Europa, Stato, Regioni e sistema degli enti locali, la nuova realtà richiede.
La sua maggioranza potrebbe anche sopravvivere, magari facendo dimettere l’ampia squadra di ministri e sottosegretari parlamentari con i sostituti primi non eletti, garantendosi la partecipazione ai lavori parlamentari di coloro che sarebbero liberi dagli impegni quotidiani dell’azione di governo.  Oppure tentando Lei di convincere altri dieci, quindici parlamentari a rientrare nel Pdl o a seguirla per rafforzare la maggioranza in seno alla Camera dei deputati. Tutte manovre tattiche, certamente doverose nel breve periodo, ma di corto respiro strategico.
In realtà caro Presidente, dopo quanto Lei ha già compiuto di straordinario in questa lunga e complessa fase di transizione dal 1994 al 2010, unico caso nella storia delle democrazie occidentali di un leader che si presenta cinque volte al vaglio elettorale, vincendo tre volte, e perdendo nelle rimanenti due ( l’ultima assai contestata quanto all’effettivo conteggio dei voti) ciò che adesso Le si richiede é la capacità di transitare finalmente e definitivamente il Paese verso la Nuova Repubblica.
E per far ciò, se non si persegue il disegno assai rischioso per tutti di elezioni anticipate, dovrebbe proporre a tutte le forze politiche l’indizione di elezioni con metodo proporzionale di un’Assemblea Costituente che dovrà approvare, con successiva verifica referendaria, una nuova Costituzione, entro il termine di questa legislatura.
In cambio Le dovrà essere data garanzia di portare a termine questa stessa legislatura per la quale Le è stato affidato il compito di guidare il governo, approvando quelle leggi senza rilievo costituzionale che sono  indispensabili per il bene del Paese.
La Chiesa italiana, come già fece nel 1948, con gli interventi ripetuti del suo presidente, card Bagnasco, ha dimostrato in questi giorni di essere tra le poche, se non l’unica istituzione, che ha ben chiaro ciò che sta succedendo.
Presidente adoperi il suo riconosciuto coraggio per proporre l’Assemblea Costituente a tutti i partiti presenti in Parlamento e troverà sicuramente su di essa un’ampia maggioranza.
Alla fine sapremo finalmente e con chiarezza quale assetto istituzionale si vuol dare al Paese e Lei stesso passerà alla storia italiana, non solo come colui che impedì alla “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto di trionfare nel 1994, e che permise il recupero alla democrazia dei vecchi missini e l’inserimento pieno della Lega nella gestione del potere dello Stato, ma  come l’artefice del cambiamento democratico della Costituzione legale e materiale dell’Italia e il politico che seppe favorire una grande speranza di rinascita. Il suo nome, a quel punto, sarà segnato a caratteri indelebili nella storia del nostro Paese.
Noi, intanto, continueremo, come da diverso tempo stiamo facendo, nella nostra azione tesa a concorrere alla costruzione della sezione italiana del PPE, con quanti, ispirati dai valori del popolarismo sturziano e degasperiano, coerenti con gli orientamenti pastorali dell’enciclica “Charitas in veritate”, intendono sostenere, a livello politico, coloro che, come Lei e il  Pdl, si schierano in difesa dei valori non negoziabili del diritto alla vita, della libertà scolastica ed educativa e per la centralità della famiglia fondata sull’unione di un uomo e di una donna.
Un’ultima riflessione sul Pdl: lo aiuti a diventare un partito con democrazia interna ed elezione diretta dei suoi rappresentanti, la sezione del PPE che riaggreghi la stragrande maggioranza di coloro che s’ispirano ad autentici valori umani e cristiani.
Con gli auguri a Lei e alla Sua famiglia di un Santo Natale e per un 2011 più sereno di questo travagliato fine anno, La saluto cordialmente.

Ettore Bonalberti
Presidente di ALEF- Associazione dei Liberi e Forti
Venezia,18 dicembre 2010

 

 

 

 

 

 

 

19 Dicembre 2016

Anomia sociale e crisi della politica

 

 

Con la teoria euristica dei “quattro stati” ho cercato di rappresentare la realtà sociale italiana, divisa tra una “casta” dominante, formata da oltre un milione di persone che vivono di politica direttamente e/o e per li rami a essa collegati; il secondo stato dei “diversamente tutelati”, ossia la stratificazione sociale più ampia e assai differenziata per interessi e valori, entrambe sostenute dal “terzo stato produttivo”, costituito dalle  piccole , medie e grandi imprese con i loro dipendenti, i commercianti, gli artigiani, gli agricoltori, i professionisti, che contribuiscono in massima parte alla produzione del PIL italiano.

E, infine, last but not least, il “quarto non Stato”, composto dalla malavita organizzata, mafia, camorra, n’drangheta et similia, che sottrare risorse dal reddito nazionale e lo converte, al di fuori di ogni legge, in consumi, risparmi e investimenti da riciclaggio che. unitamente al diffuso lavoro in nero, viene non solo riconosciuto dalle stesse regole europee, ma quantificato in alcune centinaia di miliardi di euro nel calcolo del PIL nazionale.

Su questa struttura sociale così euristicamente rappresentata, si è andato organizzando un sistema politico che, nella sua attuale espressione tripartitica del centro-sinistra, M5S e centro-destra, non riesce a portare alle urne più del 50% degli elettori.

Un’evidente discrepanza tra la condizione di anomia, ossia assenza di regole, distonia tra i mezzi e i fini,  il venir meno del ruolo e della funzione dei gruppi sociali intermedi, esistente a livello sociale e la sostanziale incapacità di  governance delle classi dirigenti, alle quali si è tentato di porre rimedio con la scorciatoia delle leggi elettorali super truffa.

Quella del “porcellum”, bocciata dalla Consulta; quella dell’Italicum, in attesa del giudizio costituzionale, superata, de facto, dal recente referendum del 4 dicembre , ultimo positivo sussulto di un popolo che ha saputo marcare la volontà di difendere la propria sovranità.

Tutto questo non può che aggravare la già difficile situazione dell’Italia, inserita a pieno titolo nel processo di globalizzazione a dominanza del finanz capitalismo che, imponendo la priorità dei propri fini di speculazione su quelli propri dell’economia reale, subordina ad esso economia reale e politica, comprimendo, sino ad annullarlo, lo stesso concetto di democrazia così come l’abbiamo ereditato dai nostri padri costituenti.

Dall’anomia sociale e concomitante crisi politica istituzionale non può che derivare una condizione di quasi annientamento dello stesso stato di diritto, che è la situazione oggettiva in cui si ritrova oggi il nostro Paese. Una situazione caratterizzata dal deserto delle culture politiche che hanno fatto grande l’Italia.

Con un PD, ircocervo senza più identità, alle prese con le laceranti ferite del post referendum, un M5S che, con il fallimento dell’esperienza della Raggi a Roma, mostra tutti i limiti di un movimento –partito assai lontano dai dettami dell’art 49 della Costituzione e un centro destra alla ricerca di una nuova leadership, dopo la lunga egemonia-dominio del Cavaliere ora dimezzato, quel solco tra Paese reale e Paese legale risulta difficilmente colmabile.

E’ assai confortante l’impegno confermato nei giorni scorsi a Roma dalla Confederazione di sovranità popolare di continuare la propria azione a difesa e per l’attuazione integrale della Costituzione, attraverso  la formazione di una consulta permanente di sovranità popolare in ogni Comune italiano, che sappia formare, informare, e, soprattutto, attuare la Costituzione sul territorio, contribuendo a governarlo, partendo da capisaldi giuridici e di diritto, dall'Art. 118 della Costituzione e dal secco e lucidissimo Art. 3, punto 5, del TUEL

Così come positiva é l’annunciata convocazione dell’assemblea dei soci della DC, partito mai sciolto giuridicamente, secondo una sentenza inappellabile della suprema Corte, che, i residui soci dello scudo crociato intendono far rinascere politicamente, riportando in campo una delle culture politiche di cui la società italiana ha bisogno.

Una cultura che, impegnandosi a realizzare nella “città dell’uomo” gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa, così come indicata nelle ultime encicliche papali sul fenomeno della globalizzazione ( Laborem Exercens, Caritas in veritate e Evangelii Gaudium), sappia essere rappresentata da un partito laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, inserito a pieno titolo nel PPE, da far ritornare ai valori dei padri fondatori, alternativo al socialismo trasformista renziano, alla sinistra e ai populismi estremi.

I partiti a dominanza leaderistica personale o privi di quel “metodo democratico” indicato dall’art 49 della Costituzione, hanno dimostrato e stanno dimostrando tutti i loro limiti e l’incapacità di offrire a una società civile in crisi, quella speranza che è la ragione stessa di una politica a misura delle attese della povera gente.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 19 Dicembre 2016

 

 

 

 

 


     
 

12 Dicembre 2016

Torna la DC !!

 

 

Con il decreto n.7756/2016 v.g. il giudice del Tribunale di Roma-Terza Sezione civile,  dr Guido Romano, in data 13 Dicembre 2016 , accogliendo la richiesta di convocazione degli amici Luciani, Alessi, Grassi, Gubert e D’Agrò, a nome di oltre il 10% de  soci DC che nel 2012 rinnovarono l’iscrizione al partito, ha disposto:

“ la convocazione dell’assemblea nazionale degli associati all’associazione non riconosciuta “ Democrazia Cristiana” presso la Sala Leptis Magna dell’Hotel Ergife di Roma ( Via Aurelia, n.619) per il giorno 25 Febbraio 2017 ore 21.00 in prima convocazione e per il giorno 26 Febbraio 2017 ore 10.00 in seconda convocazione per deliberare sul seguente ordine del giorno:

  1. nomina del presidente pro tempore della riunione e del segretario verbalizzante
  2. nomina del presidente dell’associazione
  3. varie ed eventuali

e, a tal fine: “designa il ricorrente Sig.Nino Luciani a presiedere detta assemblea e ad eseguire tutte le formalità necessarie conseguenti alla disposta convocazione”.

Trattasi di un’autentica svolta, che permette, finalmente, di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 secondo la quale: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.

Tutti noi, che dal 1993 abbiamo operato, tra mille difficoltà e incomprensioni, per la ricomposizione dell’area democratico cristiana, popolare e liberale e che, venuti a conoscenza della sentenza della Cassazione del  2010 avevamo concorso a riaprire nel 2012  il tesseramento alla DC di tutti i soci che erano stati iscritti allo scudo crociato nel 1992, data ultima del tesseramento della DC storica, non possiamo che esprimere un sentimento di viva gratitudine nel constatare che finalmente abbiamo trovato un giudice a Roma.

Un ringraziamento particolare va fatto a quanti in tutti questi anni della dolorosa diaspora democristiana, hanno sofferto e si sono battuti per dare pratica attuazione alla sentenza della Suprema Corte, e un fraterno e caloroso invito va rivolto a coloro che INSIEME a noi ci aiuteranno a portare a compimento il progetto di rinascita della Democrazia Cristiana Italiana.

All’amico Prof Nino Luciani che, con Alberto Alessi e  Leo Pellegrino, è stato tra i principali protagonisti di quest’ultima fase nei rapporti con il tribunale di Roma e nei primi adempimenti da esso richiesti, spetta adesso il compito di procedere agli adempimenti di cui al decreto del giudice.

Nell’attuale deserto della politica italiana e con la scomparsa delle culture politiche che hanno costruito il patto costituzionale, rinsaldato dal voto referendario del 4 Dicembre, il ritorno in campo ufficiale della Democrazia Cristiana, ossia di un partito che intende porsi come il naturale interprete degli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa, imperniati sul valore del primato della persona e della famiglia naturale di un uomo e di una donna, la funzione essenziale dei corpi intermedi regolata secondo i principi della sussidiarietà e solidarietà, ritengo costituisca un fattore di grande rilievo.

Contro le logiche dell’imperante finanz capitalismo che determina l’asservimento dell’economia reale e della politica ai propri fini speculativi, solo con la presenza di una cultura politica, come quella democratico cristiana, aperta alla collaborazione con altre culture non incompatibili con i valori dell’umanesimo cristiano, possiamo concorrere a proporre una piattaforma programmatica per l’Italia e l’Europa in grado di offrire una nuova speranza alle giovani generazioni e alle attese della povera gente.

La nostra azione sarà improntata al massimo di apertura e di inclusione, senza volontà di rivincite e di laceranti rivendicazioni, per puntare, con il nuovo congresso da tenersi a breve, a riportare all’ovile tutti quanti, entusiasti, tiepidi o smarriti e orfani, intendono ricomporre l’unità dei democratico cristiani italiani. Un appello speciale alle donne e ai giovani di cui sentiamo forte il disagio per una situazione di anomia e precarietà che reclama risposte generose e coraggiose non più rinviabili.

Una prima forte iniziativa partirà proprio dal Veneto, con una conferenza stampa che intendiamo organizzare a Venezia e con un convegno da tenersi a Gennaio al quale inviteremo tutti coloro che si sentono di far parte della grande casa Democratico Cristiana.

Abbiamo bisogno di forze giovani e cristianamente ispirate, con le quali promuovere una nuova classe dirigente attraverso una nuova Camaldoli programmatica, da tenersi a primavera, con le espressioni migliori della cultura cattolica e popolare, della vasta  e articolata realtà sociale del laicato cattolico italiano, dalle quali fare emergere i nostri candidati per le prossime elezioni politiche e amministrative.

Ettore Bonalberti
già Consigliere nazionale della DC
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Venezia 16 Dicembre 2016

 

 


     
 

12 Dicembre 2016

Basta con le divisioni!

 

 

Si è svolto a Orvieto, Sabato 10 e Domenica 11 Dicembre, il convegno organizzato dai Popolari Liberali, Idea e Libertà e da ALEF ( Associazione Liberi e Forti) sul tema: e adesso?

Un serio confronto di posizioni tra gli Onn. Giovanardi, Augello, Compagna, Quagliariello con Piso, Roccella e Vaccaro, al termine del quale, il leader dei Popolari liberali, Giovanardi ha  annunciato la formale confluenza del movimento dei Popolari liberali nel Partito Idea-Popolo e Libertà fondato assieme a Gaetano Quagliariello.

Al Convegno hanno partecipato anche il Vice presidente Nazionale del Movimento Cristiano Lavoratori, Antonio Di Matteo, il Presidente di Alef - Liberi e Forti Ettore Bonalberti e Simone Pillon del Comitato promotore del Family Day. Idea-Popolo e Libertà e il Comitato promotore del Family Day hanno poi sottoscritto un documento comune nel quale: "dando seguito ad una collaborazione sviluppatasi in occasione del referendum costituzionale, Idea- Popolo e Libertà fa propri i contenuti valoriali del Comitato promotore del Family day e si impegna a trasformarli in azione politica, prima fra tutti l'abrogazione della legge sulle Unioni Civili". Dal canto loro i promotori del Comitato Difendiamo i nostri figli, nell'ambito di un programma elettorale dello schieramento alternativo alla Sinistra e al Movimento 5 Stelle, "assicurano la continuazione del rapporto di amicizia, attenzione e collaborazione a Idea-Popolo e Libertà e a tutte le esperienze politiche che si impegnano nella difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, nella promozione della famiglia naturale fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna, nella difesa del diritto dei bambini ad avere un padre e una madre e a ricevere da loro educazione e cura, e nella lotta all'indottrinamento gender".

Giovanardi e Quagliariello hanno infine sottolineato come da più di un anno i parlamentari di Idea-Popolo e Libertà erano passati all'opposizione del Governo Renzi, rendendosi protagonisti della campagna per il NO, concludendo con un forte appello alla partecipazione a questo progetto rivolta a tutti i movimenti e le associazioni che si muovono nell'area culturale popolare, liberale e di ispirazione cristiana in alternativa alla sinistra.”

Nel mio intervento, anche a  nome degli amici di ALEF, ho sottolineato che:

  1. è da valutarsi positivamente tutto ciò che va nella direzione della ricomposizione dell’area popolare, liberale e riformista dell’Italia e in Europa;
  2. esattamente un anno fa, a Orvieto il 29 Novembre 2015 Bonalberti, Giovanardi, Mauro e Quagliariello condivisero e sottoscrissero un documento che, tra l’altro, indicava l’impegno:"di dar vita al Coordinamento dei movimenti Popolari, liberali, conservatori e riformisti di tutti i  partiti,  associazioni, gruppi e persone che sono interessati a sviluppare nel Paese la nascita di un soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista,  trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo al socialismo trasformista renziano, ai populismi estremi e alla sinistra post comunista; un coordinamento paritetico, inclusivo e aperto a tutte le forze che condividendo gli stessi valori intendono parteciparvi; coordinamento da organizzare ed estendere in tutte le realtà territoriali del Paese e nelle sedi istituzionali locali e parlamentari”;
  3. allo stato attuale della crisi politica, non sia  più rinviabile dar vita ad un processo costituente e di ricomposizione che, a mio parere, andrebbe avviato con tutti i partiti, movimenti, associazioni, gruppi e  persone che condividendo l’impegno di cui sopra, sono disponibili a chiudere le  precedenti esperienze per dar vita al nuovo soggetto politico.

 

Basta, dunque,  con le divisioni e le frantumazioni su basi personalistiche prive di ogni prospettiva.

Ho fatto presente ccome nella mia regione, il Veneto, ciò stia avvenendo con la costituita Federazione Popolare Veneta, la quale mette insieme diverse esperienze politiche di area popolare ed ex DC aperta alla collaborazione con altri partiti e movimenti di ispirazione politica compatibile Di qui la proposta di  un incontro della Federazione Popolare Veneta con tutti gli amici dell’area popolare italiana da tenersi in tempi brevi, per non perdere l’opportunità che ci deriva dal ritorno a livello elettorale, finalmente, di logiche proporzionalistiche, le quali reclamano il massimo di identità politica e culturale nelle eventuali liste da presentare agli elettori. Da sempre sostenitore di un sistema elettorale proporzionale secondo il modello tedesco, mi auguro che possa essere questa la soluzione che alla fine sarà approvata dal Parlamento italiano. Essa imporrà con il massimo di caratterizzazione identitaria sul piano valoriale e politico culturale, l’offerta di una rinnovata e credibile classe dirigente. Lo sbarramento che la caratterizzerà non darà più spazio a velleitarie rappresentazioni d’antan. Basta quindi con le vecchie etichette e si dia il via al nuovo soggetto politico di ispirazione  unitaria popolare.

Premessa unificante per l’unità di tutti i Popolari, liberali e riformisti italiani: la scelta compiuta a sostegno del NO al referendum nella condivisione dei fondamentali costituzionali che regolano la nostra vita democratica. Noi dell’area popolare, com’ è noto, abbiamo dato vita al Comitato nazionale popolare per il NO affidando la presidenza all’On Giuseppe Gargani e nella riunione del consiglio di presidenza di Mercoledì 7 Dicembre scorso, allo stesso On Gargani é stato affidato l’incarico di organizzare con tutti i comitati per il NO di area popolare e liberale costituitisi in Italia, un incontro nazionale per concorrere INSIEME alla costruzione del nuovo soggetto politico.

Essenziale sarà redigere INSIEME una proposta politico programmatica che, come condiviso sempre ad Orvieto l’anno scorso sia in grado di "dare risposte positive e una nuova speranza non solo agli elettori che continuano a partecipare al voto, ma, soprattutto, a coloro che da tempo hanno deciso di disertare le urne sfiduciati dai comportamenti  di una classe dirigente non più credibile e  da una politica che non corrisponde più agli interessi e ai valori dei ceti medi produttivi e delle classi che più stanno subendo le conseguenze di un finanz capitalismo il quale, rovesciando il principio della non sovrapponibilità tra etica, politica ed economia, ha attribuito alla finanza il compito di assegnare i fini e all’economia e alla politico il ruolo subordinato e ancillare, sino a ridurre la democrazia a mero simulacro formale”.

Allo stato degli atti e dopo il fallimento del progetto perseguito dai poteri finanziari internazionali con la prova del referendum affidata al loro portavoce Matteo Renzi, il tema dei rapporti dell’Italia con l’Europa e l’euro non può più essere eluso o rinviato, subendo quotidianamente gli effetti di Trattati che non corrispondono più agli interessi del nostro Paese e a regolamenti nulli, in quanto illegittimi perché conflittuali con gli stessi Trattati liberamente sottoscritti, come il fiscal compact o l’avvenuta sciagurata iscrizione del pareggio di bilancio al rango di norma costituzionale.

Per quanto riguarda la nostra area di ispirazione cattolica e popolare serve organizzare una nuova Camaldoli con l’obiettivo di tentare di tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa ( Centesimus Annus, Laborem Exercens, Caritas in veritate, Evangelii Gaudium, Laudato Si) sul piano della nostra responsabilità e autonomia laicale, aperti alla collaborazione con le altre culture compatibili con la nostra visione ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano.

Assunto un codice etico e valoriale come elemento unificante del nuovo soggetto politico, sul piano delle scelte programmatiche, si dovrà porre al centro la persona e la famiglia e il ruolo fondamentale dei corpi intermedi, parti essenziali del sistema sociale, economico e politico culturale, ispirato dai principi della sussidiarietà e solidarietà, alternativi a quelli propri del finanz-capitalismo dominante.

Dal Veneto partirà questa forte iniziativa per l’unità dei Popolari italiani, attraverso un invito rivolto a tutte le diverse realtà politiche, culturali e organizzative del Paese di ispirazione cattolica e popolare, premessa essenziale per presentare una nuova formazione politica cristianamente ispirata alle prossime elezioni politiche.
 
Ettore Bonalberti
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Venezia, 12 Dicembre 2016

 

 

 


 

8 Dicembre 2016

E adesso?

 

 

E’ questo il titolo che è stato assegnato all’incontro organizzato a Orvieto, Sabato 10 e Domenica 11 Dicembre prossimi, dagli amici Giovanardi, Quagliariello e il sottoscritto a nome dei Popolari Liberali, Idea e ALEF.

Un primo passo  verso la ricomposizione dell’area popolare e liberale dopo la vittoria del NO al referendum.

Trattasi di movimenti e associazioni che si sono ritrovati uniti nella battaglia del NO al referendum e che, esattamente un anno fa, proprio ad Orvieto, avevano condiviso e sottoscritto con i Popolari per l’Italia, il documento finale con il quale decisero:

  1. di dar vita al Coordinamento dei movimenti Popolari, liberali, conservatori e riformisti di tutti i  partiti,  associazioni, gruppi e persone che sono interessati a sviluppare nel Paese la nascita di un soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista,  trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo al socialismo trasformista renziano, ai populismi estremi e alla sinistra post comunista; un coordinamento paritetico, inclusivo e aperto a tutte le forze che condividendo gli stessi valori intendono parteciparvi; coordinamento da organizzare ed estendere in tutte le realtà territoriali del Paese e nelle sedi istituzionali locali e parlamentari;

 

  1. di condividere e sostenere  gli stessi orientamenti e obiettivi in politica estera, immigrazione, integrazione sociale e sicurezza, fisco ed economia,  giustizia e Stato e sulle questioni etiche che attengono al primato della persona e della famiglia,
  1. di sostenere e cooperare ad ogni iniziativa che vada verso il recupero e la valorizzazione della nostra cultura politica e dei nostri valori di riferimento;

 

  1. di favorire la nascita sull'intero territorio nazionale di Gruppi Civici Territoriali del  Coordinamento che, aperti alla partecipazione e al coinvolgimento e ricorrendo anche ai moderni sistemi di comunicazione, facciano rifiorire le specificità dei loro territori in un contesto di armonia e di sintesi con le grandi scelte del Paese;
  1. di promuovere ad ogni livello (comunale e regionale), in occasione delle prossime elezioni amministrative,  LISTE CIVICHE TERRITORIALI, aperte e caratterizzate da programmi concreti ed innovativi;

 

  1. di sollecitare, un Forum Nazionale di partiti, associazioni, movimenti e semplici cittadini da tenersi entro la primavera del 2016, che dia vita ad  un Nuovo Grande Soggetto Politico che si ponga come obiettivo di offrire un proprio contributo al riscatto della comunità italiana e internazionale: di favorire l’emergere di una nuova classe dirigente che, a partire dalle prossime elezioni amministrative, sappia raccogliere il testimone delle migliori tradizioni politico culturali della storia repubblicana italiana

Erano degli ottimi propositi che, come accade da oltre vent’anni, dovettero fare i conti con le solite difficoltà, gli egoismi degli uomini, le inerzie e le resistenze derivate dalle antiche e assai poco commendevoli abitudini.
Tutto ciò è stato miracolosamente superato dall’unità ritrovata dai popolari, liberali e riformisti nella difesa dei valori costituzionali e nell’impegno svolto insieme a sostegno del NO al referendum costituzionale.

Dopo il NO alla deforma renziana a Orvieto ci ritroveremo uniti nel SI all’impegno per l’attuazione dei principi indicati dalla nostra Costituzione, in una fase delicatissima della vita politica italiana ed europea.

ALEF parteciperà nella convinzione che vada sostenuta ogni azione che punti alla ricomposizione delle culture politiche che sono state alla base del patto costituzionale; culture che si sono ritrovate espresse e riconfermate dalla volontà largamente maggioritaria degli elettori.

Nel deserto della politica, dominata da un trasformismo senza valori e dalla mera ricerca della sopravvivenza di una casta non più credibile e ormai respinta nella coscienza civile dei cittadini, guardiamo con interesse alla ricomposizione dell’area popolare, liberale e riformista aperta al dialogo con quanti sono disponibili a battersi per l’attuazione integrale dei principi costituzionali, come indicato dagli amici della Confederazione di sovranità popolare cui partecipiamo convintamente.

Rispetto alle manovre tattiche e di corto respiro che sembrano ispirare i quattro raggruppamenti oggi in campo: PD, M5S, Forza Italia e Lega, crediamo che si debba volgere lo sguardo su orizzonti più vasti di quelli a breve termine, impegnati a elaborare una piattaforma programmatica per l’Italia e l’Europa in grado di offrire una nuova speranza alle nuove generazioni e alle attese della povera gente.

Un ruolo essenziale spetterà a noi, indegni eredi della grande tradizione popolare e democratico cristiana, cui compete l’onere di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina scoiale della Chiesa, aperti alla collaborazione con tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

Ettore  Bonalberti
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Venezia, 8 Dicembre 2016

 

Venezia, 8 Dicembre 2016

 


 

5 Dicembre 2016

Ora avanti con l’unità dei Popolari

 

 

Oggi siamo felici per due risultati intervenuti ieri in Europa: la nostra vittoria del NO al referendum italiano e quella del candidato ambientalista Van Der Bellen alla Presidenza austriaca.

Con un verdetto senza possibilità di interpretazioni equivoche il popolo italiano ha detto NO al “golpe blanco” attivato nel Novembre 2011 da Giorgio Napolitano, vero mandante di tutte le operazioni politiche succedutesi a quella data sino all’incarico a Matteo Renzi, esecutore testamentario dei desiderata dei poteri finanziari internazionali annunciati a suo tempo dalla JP Morgan e C.

I cittadini italiani hanno compreso la portata straordinaria di questa consultazione referendaria e, finalmente, hanno partecipato massicciamente al voto, che ha sfiorato il 70% dei votanti, con risultati omogenei in tutte le realtà territoriali, con le uniche eccezioni, per ragioni diverse,  della Toscana, Emilia e Romagna e Trentino Alto Adige.

Matteo Renzi che ha condotto una battaglia coraggiosa ancorché solitaria, seppur sostenuta dalla quasi generalità dei poteri forti italiani, dei media e con una RAI sdraiata totalmente ai suoi piedi, paga le conseguenze inevitabili di una personalizzazione del referendum, con le annunciate dimissioni da capo dell’esecutivo e, probabilmente, dalla stessa guida del PD.

Il partito democratico esce profondamente lacerato da questa prova, che ha finito con l’assumere il carattere di una cruenta ordalia. Dalla direzione annunciata per le prossime ore, comprenderemo cosa accadrà nell’immediato futuro in quel partito, dopo il fallimento della strategia del “partito della nazione”, così caro ad alcuni commentatori giornalistici e a vecchi amici ex DC sempre disponibili ai sicuri galleggiamenti di sopravvivenza.

Ora spetta alla dirigenza del PD dimostrarsi all’altezza della responsabilità che le deriva da una rappresentanza parlamentare forzata dal premio del porcellum, così come compete a tutti i partiti che hanno condotto la battaglia contro la riforma-deforma del trio Renzi-Boschi-Verdini con l’accolito Alfano, mostrarsi disponibili a soluzioni politiche e istituzionali coerenti  con le attese e i bisogni della realtà italiana.

Servirà da subito un governo impegnato nel ricercare in Parlamento una legge elettorale condivisa, prima o subito dopo che la Consulta si pronuncerà sull’incostituzionalità della legge super truffa dell’Italicum, e senz’altri obiettivi, al di là della gestione degli affari correnti, diversi da quello di portarci quanto prima ad elezioni politiche in grado di esprimere un Parlamento di rappresentanza effettiva della sovranità popolare.

Il risultato di questo voto va ascritto, innanzi tutto, alla volontà del popolo italiano che conserva nel suo intimo una fedeltà trasversale ai valori fondanti della nostra Costituzione, presente in tutte le diverse culture politiche antiche e di più recente formazione.

Dalla sinistra con l’ANPI e la CGIL e alle altre formazioni d’area, dal M5S alla Lega e a Forza Italia, con un ringalluzzito Berlusconi, pur tra le palesi contraddizioni del suo gruppo economico-finanziario, dai diversi comitati della destra a quelli di diversa ispirazione cattolica, un contributo significativo è giunto anche dal  nostro comitato Popolare per il NO.

Non si capirebbero i risultati così favorevoli al NO nelle regioni di antica tradizione democratico  cristiana e popolare, come in alcune regioni del Nord e in quelle del Sud, dove, nonostante gli ignominiosi tentativi laurini dei De Luca e i paventati rischi di brogli ai seggi, ha prevalso nettamente il voto a sostegno della nostra Costituzione repubblicana.

Dall’unità raggiunta dai popolari nel comitato a sostegno del NO, noi dovremo ripartire per costruire finalmente le ragioni di una più organica ricomposizione di quest’area. Essa è  indispensabile per concorrere, con le altre culture politiche fedeli alla Costituzione, a garantire soluzioni politiche in grado di collegare le attese della povera gente con quelle del  ceto medio produttivo stanco e sfiduciato.

Cartina di tornasole sarà la scelta compiuta dai diversi partiti, gruppi, movimenti e associazioni a sostegno del NO, disponibili a concorrere con quanti si propongono di battersi per l’attuazione finalmente effettiva della nostra Costituzione.

Al Capo dello Stato il compito di guidare questa fase delicata della vita politica italiana, assumendo, finalmente, quel ruolo che sin qui è apparso troppo timoroso e silente sino a farlo apparire un arbitro senza fischietto e cartellini d’ordinanza.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 5 Dicembre 2016

 


 

23 Novembre 2016

Troppo tardi Sig Presidente

 

 

Ora che lo scontro referendario è al calor bianco, anche il Presidente Mattarella comincia a preoccuparsi, tanto che alcuni giornali ipotizzano un suo ultimo appello al civile confronto e al rispetto reciproco. Troppo tardi e troppo poco: molto avrebbe potuto fare anche prima il Presidente della Repubblica, quando inopinatamente promulgò la legge super truffa dell’Italicum, lui che da giudice della Consulta aveva votato l’incostituzionalità dell’analoga legge del  porcellum.

Al sig Presidente vorremmo sommessamente  ricordare quando da lui espresso in aula nel 2005, al tempo della riforma costituzionale proposta dal governo Berlusconi:

“Signor Presidente,
tra la metà del 1946 e la fine del 1947, in quest’aula, si è esaminata, predisposta ed approvata la Costituzione della Repubblica. Con l’attuale Costituzione, che vige dal 1948, l’Italia è cresciuta, nella sua democrazia anzitutto, nella sua vita civile, sociale ed economica. In quell’epoca, vi erano forti contrasti, anche in quest’aula. Nell’aprile del 1947 si era formato il primo governo attorno alla Democrazia cristiana, con il Partito comunista e quello socialista all’opposizio – ne. Vi erano contrasti molto forti, contrapposizioni che riguardavano la visione della società, la collocazione internazionale del nostro paese. Vi erano serie questioni di contrasto, un confronto acceso e polemiche molto forti. Eppure, maggioranza e opposizione, insieme, hanno approvato allora la Costituzione. Al banco del governo, quando si trattava di esaminare provvedimenti ordinari o parlare di politica e di confronto tra maggioranza e opposizione, sedevano De Gasperi e i suoi ministri. Ma quando quest’aula si occupava della Costituzione, esaminandone il testo, al banco del governo sedeva la Commissione dei 75, composta da maggioranza e opposizione.
Il governo di allora, il governo De Gasperi, non sedeva ai banchi del governo, per sottolineare la distinzione tra le due dimensioni: quella del confronto tra maggioranza e opposizione e quella che riguarda le regole della Costituzione. Questa lezione di un governo e di una maggioranza che, pur nel forte contrasto che vi era, sapevano mantenere e dimostrare, anche con i gesti formali, la differenza che vi è tra la Costituzione e il confronto normale tra maggioranza e opposizione, in questo momento, è del tutto dimenticata.
L e istituzioni sono comuni: è questo il messaggio costante che in quell’anno e mezzo è venuto da un’Assemblea costituente attraversata – lo ripeto – da forti contrasti politici. Per quanto duro fosse questo contrasto, vi erano la convinzione e la capacità di pensare che dovessero approvare una Costituzione gli uni per gli altri, per sé e per gli altri. Questa lezione e questo esempio sono stati del tutto abbandonati. Oggi, voi del governo e della maggioranza state facendo la “vostra” Costituzione. L’avete preparata e la volete approvare voi, da soli, pensando soltanto alle vostre esigenze, alle vostre opinioni e ai rapporti interni alla vostra maggioranza. Il governo e la maggioranza hanno cercato accordi soltanto al loro interno, nella vicenda che ha accompagnato il formarsi di questa modifica, profonda e radicale, della Costituzione.
Il governo e la maggioranza – ripeto – hanno cercato accordi al loro interno e, ogni volta che hanno modificato il testo e trovato l’accordo tra di loro, hanno blindato tale accordo. Avete sistematicamente escluso ogni disponibilità a esaminare le proposte dell’opposizione o anche soltanto a discutere con l’opposizione……..”

Sig Presidente, non Le pare che questo governo sostenuto da una maggioranza di parlamentari nominati da una legge incostituzionale e drogata dal voto dei transumanti mercenari del trasformismo parlamentare al Senato, abbia compiuto le stesse azioni che nel 2005 Lei dichiarava assolutamente deplorevoli?
Una deforma costituzionale che non unisce, ma sta dividendo frontalmente  il Paese, non potrà che essere foriera di rilevanti conflitti sociali e politici.
Questa è la grave responsabilità che si è assunta, ahimé sin qui anche  con il suo autorevole avallo, il presidente del consiglio Matteo Renzi, Presidente de facto del Comitato per il SI al referendum del 4 dicembre.
Noi Popolari fedeli agli insegnamenti di Sturzo, De Gasperi, Dossetti, La Pira, Moro, Fanfani e Mortati ci stiamo battendo e ci batteremo a sostegno delle ragioni del NO per la difesa della sovranità popolare, che questa deforma riduce,  posta alla base dell’art 1 della Costituzione su cui Ella Sig Presidente ha giurato quale garante dell’ unità nazionale.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 23 Novembre 2016

 


 

18 Novembre 2016

I Popolari padovani e veneti uniti a sostegno del NO al referendum

 

 

Organizzato dall’associazione “ L’Albero”, il cui leader Roberto Bettuolo ha coordinato i lavori della serata, si è svolto ieri  a Padova, preso la Sala Anziani di Palazzo Moroni, un incontro di “ riflessioni sulla riforma costituzionale e criticità” che è stata la prima occasione di incontro pubblico del neo deputato padovano On Domenico Menorello.

Una prima tappa significativa verso l’unità dei Popolari già raggiunta a livello nazionale nel comitato dei Popolari per il NO e che si sta realizzando nel Veneto con la costituenda Federazione dei Popolari, promossa dagli amici Popolari per l’Italia, Nuovo CDU, Associazione Liberi e Forti, Circoli Insieme, Futuro Popolare di cui l’On Menorello, unico deputato popolare veneto presente in Parlamento, è destinato ad assumere la leadership politica.

Roberto Bettuolo ha avviato i lavori ricordando l’episodio di Benedetto Croce che da laico liberale, evidenziando la sacralità dei lavori dell’assemblea costituente, invitò i parlamentari a recitare il “Veni Creator” invocando l’aiuto dello Spirito Santo, che, non a caso, ieri sera è stato l’incipit dell’incontro dei popolari padovani e veneti.

L’On Menorello ha portato il saluto agli amici intervenuti, condividendo la giusta battaglia a difesa della sovranità popolare che il combinato disposto riforma costituzionale e legge elettorale dell’Italicum intende ridurre, con il rischio di consegnare tutto il potere nelle mani di “un uomo solo al comando”.

Sono intervenuti  i massimi esponenti del Comitato dei Popolari per il NO: il sen Mario Mauro, comitato dei saggi del 2013, , leader dei Popolari per l’Italia, già componente della Commissione Affari Costituzionale del Senato in cui svolse una rigorosa azione di contrasto di una riforma destinata a scardinare la Legge fondamentale che ha rappresentato la  garanzia istituzionale della stessa pace e convivenza civile tra gli italiani e l’On Giuseppe Gargani, Presidente nazionale del  Comitato dei Popolari per il NO.

Sono state approfondite dai due esponenti Popolari le ragioni dell’opposizione a un disegno autoritario che prefigura un sistema istituzionale ibrido, né parlamentare né presidenziale, con la riduzione degli istituti di garanzia a emanazioni della volontà di un uomo solo al comando e la distruzione dei rapporti tra Stato e Regioni che, con il principio vampiro della supremazia dello Stato, sono ridotte a enti di mera funzionalità amministrativa, lasciando peraltro inalterati i privilegi e i differenziali ora esistenti a favore delle regioni a statuto speciale.

Magistrale l’intervento del prof Marco Giampieretti, costituzionalista dell’Università di Padova, il quale ha evidenziato come la riforma renziana punti a ridurre la funzione e il ruolo dei due tronchi essenziali dell’albero costituzionale: sul versante del potere legislativo, riducendo la Camera alla volontà prevalente del partito di più forte  minoranza che con l’Italicum assume tutto il potere e su quello dei rapporti regionali, depotenziando sino ad annullarle, nel caso delle regioni a statuto ordinario, una delle conquiste fondamentali della Carta del ’48, ossia il valore delle autonomie locali e territoriali.

Forte e solenne l’ammonimento di tutti gli intervenuti ad andare a votare il 4 Dicembre: non c’è il quorum dei referendum abrogativi, ma basta un voto in più per determinare la vittoria del SI o del NO. I Popolari italiani e veneti si batteranno a sostegno del NO, forti di alcuni giudizi storici e politici di straordinario valore: quello di Alexis De Tocqueville che ammoniva essere  le Costituzioni redatte “per la difesa delle minoranze dalla dittatura della maggioranza”; ruolo di maggioranza che, nel caso italiano e per la legge elettorale super truffa dell’Italicum sarebbe svolto da una minoranza super rappresentata da un abnorme premio di maggioranza ( dal 25-30% dei voti elettorali espressi al 55% di rappresentanza parlamentare)  e le parole di due esponenti della migliore storia democratico cristiana e popolare:
1) Giuseppe Dossetti che, in occasione della festa della liberazione del 1994 così scriveva al sindaco di Bologna:
“Si tratta di impedire a una maggioranza che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo, di mutare la nostra Costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per questo, e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un autentico colpo di stato (Bazzano, 25 aprile 1994)”
Infine quanto sostenne l’attuale Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, intervenendo in Parlamento nel 2005 contro le modifiche costituzionali allora proposte da Berlusconi: “ Il governo di allora, il governo De Gasperi, non sedeva ai banchi del governo, per sottolineare la distinzione tra le due dimensioni: quella del confronto tra maggioranza e opposizione e quella che riguarda le regole della Costituzione. Questa lezione di un governo e di una maggioranza che, pur nel forte contrasto che vi era, sapevano mantenere e dimostrare, anche con i gesti formali, la differenza che vi è tra la Costituzione e il confronto normale tra maggioranza e opposizione, in questo momento, è del tutto dimenticata. Le istituzioni sono comuni: è questo il messaggio costante che in quell’anno e mezzo è venuto da un’Assemblea costituente attraversata – lo ripeto – da forti contrasti politici. Per quanto duro fosse questo contrasto, vi erano la convinzione e la capacità di pensare che dovessero approvare una Costituzione gli uni per gli altri, per sé e per gli altri. Questa lezione e questo esempio sono stati del tutto abbandonati. Oggi, voi del governo e della maggioranza state facendo la “vostra” Costituzione. L’avete preparata e la volete approvare voi, da soli, pensando soltanto alle vostre esigenze, alle vostre opinioni e ai rapporti interni alla vostra maggioranza. Il governo e la maggioranza hanno cercato accordi soltanto al loro interno, nella vicenda che ha accompagnato il formarsi di questa modifica, profonda e radicale, della Costituzione.”
Parole nette, dure come pietre che suonano nettamente contrastanti con ciò che un presidente del consiglio, espressione di una maggioranza di un parlamento di “nominati”, eletti con una legge incostituzionale, va predicando incessantemente ogni giorno, nel dominio assoluto dei media, ormai riducendo la sua funzione  più a quella di  capo del partito del SI che a guida dell’esecutivo.
Contro questa deriva autoritaria e per la difesa della sovranità popolare i Popolari veneti e dell’Italia si batteranno a sostegno delle ragioni del NO nel referendum del prossimo 4 dicembre.
Ettore Bonalberti
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Padova, 17 Novembre 2016

 

 

 

 


 

14 Novembre 2016

Le delusioni dei popolari del Veneto

 

 

Crisi al comune di Padova e reazione annunciata a Venezia della Lega contro il sindaco Brugnaro che ha scelto il SI al referendum a favore di Renzi.  Immediata la replica di Flavio Tosi, già “leghista democristiano” e da noi popolari per questo sostenuto alle elezioni regionali,  convertitosi sulla strada di Roma al verbo renziano, con la promessa o di una deroga al terzo mandato da sindaco a Verona o di un posto sicuro nel prossimo parlamento.

Con il manipolo dei suoi “transumanti” del trasformismo parlamentare, il sindaco di Verona ha fatto la sua scelta di campo per la quale noi Popolari del Veneto non potevamo che dissociarci, dopo che, proprio sulla scelta del NO al referendum del 4 Dicembre, tanto a livello nazionale che a quello regionale, abbiamo raggiunto l’unità di tutte le diverse frazioni della galassia ex DC.

Tosi, dopo la crisi aperta al comune di Padova, ha reso all’Ansa la seguente dichiarazione:
"L'atteggiamento di Salvini nell'ambito del centrodestra sta portando i suoi effetti: rottura dei rapporti con gli alleati, incapacità di amministrare, credo che Berlusconi si stia rendendo conto che una Forza Italia suddita della Lega non va da nessuna parte". Così il sindaco di Verona e leader di 'Fare!', Flavio Tosi, analizza la crisi dell'amministrazione di Padova, con la caduta della giunta Bitonci. "Berlusconi - prosegue Tosi - non può lasciare la leadership del centrodestra ad un demagogo, populista e arrogante, e in questo Bitonci è pari-pari il Salvini di Padova. Ha fatto l'arrogante con la sua maggioranza, cosa che un sindaco non può fare, perchè il capitano della squadra, non è il dittatore". Tosi non crede poi alle minacce di 'rappresaglia' politica in Regione Veneto fatte dal segretario del Carroccio, Da Re, all'indirizzo di Forza Italia: "Da Re - dice - incarna in pieno il populismo salviniano, di chi la spara più grossa. Ci sarà il contrordine, perchè altrimenti cade anche Zaia".

Una nota che ben si addice allo stesso Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, per il quale noi Popolari veneziani ci siamo fortemente spesi a sostegno della sua elezione, ma che, come molti dei suoi elettori, dopo diversi mesi dal suo insediamento siamo profondamente delusi del suo operato.

Quanto ad arroganza, Brugnaro, credo non sia inferiore ad alcuno, come ben sperimentano i suoi assessori costretti al silenzio forzato e alle continue minacce di sanzioni. Strana figura quella di Brugnaro, che confonde il suo ruolo di Sindaco con quella di Amministratore delegato della sua azienda, e il suo ruolo politico con quello riconducibile alla sua “libertà personale”.

Nel primo caso è convinto di poter trattare i suoi assessori e consiglieri comunali, così come la dirigenza comunale, alla stregua dei suoi dipendenti aziendali; col bel risultato di inimicarsi quelli e questi, rendendo nulla la sua comunicazione con la cittadinanza, alla quale riserva l’esclusiva di tavoli di consultazione su invito, ridotti a ripetitive e inutili passerelle per la sua auto promozione referenziale senza contraddittorio.

Nel secondo, cosa assai più grave per un aspirante leader nazionale, il nostro “ Berlusconi della laguna”, ritiene senza alcun fondamento, di poter togliersi la responsabilità della sua funzione amministrativa e politica, compiendo un gesto di sostegno a favore di Renzi con il suo SI pronunciato alto e forte a nome “della sua libertà personale”.

Se su un tema come quello delle regole fondamentali che reggono la Repubblica, l’arch. Brugnaro ha tutta la libertà di pensarla come meglio crede, come Sindaco di Venezia, capo di una coalizione politico amministrativa di una delle città metropolitane più importanti dell’Italia, la sua scelta non può non produrre effetti sul piano politico.

Non so cosa accadrà con la Lega, con la quale noi Popolari veneti, pur nell’autonomia e distinzione delle nostre scelte, abbiamo condiviso la stessa battaglia a sostegno del NO, ma certo con noi che abbiamo sostenuto Brugnaro alle elezioni amministrative, il periodo dell’attesa si è concluso.

Delusi sul piano delle mancate risposte alle tante promesse fatte in campagna elettorale, sordo a ogni sollecitazione che da diverse parti abbiamo rivolto alla sua amministrazione, dopo la sua decisione politica di scelta a favore dell’area renziana, la nostra fiducia nei suoi confronti si è definitivamente consumata.

Ripartiremo dall’unità raggiunta dai Popolari veneziani e veneti per il  NO al referendum per costruire la Federazione dei Popolari veneti e con essa concorrere con quanti, condividendo la stessa scelta istituzionale, sono pronti a realizzare nuovi equilibri politici a Venezia, come nel Veneto e a Roma, a difesa della sovranità popolare e per garantire agli elettori il ruolo di cittadini e non di sudditi di improvvisati leaderini locali senza cultura politica e di  un leader nazionale catapultato al potere con metodi distinti e distanti da quelli propri della nostra democrazia.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 14 Novembre 2016

 

 

 


 

9 Novembre 2016

La supremazia della politica

 

 

Grandi gli Stati Uniti d’America,  capaci di svolte profonde nei momenti cruciali della loro e della nostra storia. Fu così nel 1933 quando, dopo la drammatica crisi del 1929, causa non ultima dell’avvento del nazismo in Germania, seppero approvare la  Glass Steagall Act che pose fine alla finanza creativa del tempo, separando nettamente le attività commerciali delle banche da quelle finanziarie.

E lo fa ora con il voto dell’8 Novembre, nella stessa data della caduta del muro di Berlino del 1989, con la vittoria di Donald  Trump alle elezioni presidenziali.

Solo le “intellinghezie ideologiche” e  socialmente condizionate potevano essere rassicurate dai media e dai sondaggi e  dalle “profezie che si autodistruggono”, che assicuravano della vittoria sicura di Hilary Clinton, espressione della continuità dell’establishment politico dominante, contro quell’estraneo e anomalo soggetto di Donald Trump, immediatamente bollato come “unfit”, inadatto ad assumere il ruolo di comandante in capo del più grande impero del mondo. Stanotte, contro tutte le previsioni, Donald Trump ha vinto conquistando con la Casa Bianca il controllo maggioritario del Congresso americano.

Considero questo risultato come  la riaffermazione del principio del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) ossia la ripresa del ruolo finalistico della politica che, contro la subalternità impostale dalla finanza che pretende di assecondarla ai suoi fini insieme all’economia, ha segnato la rivolta pacifica e democratica delle classi popolari sempre più emarginate e lateralizzate.

Con un ceto medio e una classe operaia ridotti a subire tagli nei posti di lavoro e riduzione degli stipendi e dei salari in alcuni casi sino al 40-45%, il sogno americano non poteva che tornare a fare i conti con la dura realtà popolare che nel segreto dell’urna, contro tutto e contro tutti, ha fatto valere le ragioni della democrazia.

E’ la sconfitta bruciante della casta e dei partiti che, in America come in Europa sono sempre più lontani dal sentir medio della gente;  é il crollo del sistema di governance fasullo derivante dal superamento della Glass Steagall, non a caso, decretato proprio da Bill Clinton il 12.11. 1999, premessa per il via libera al turbo capitalismo finanziario  che in larga parte del mondo detta le sue leggi e impone o tenta di imporre le sue regole e  governanti proni ai suoi desiderata.

Contro la casta e grazie alla persistenza della democrazia americana, si è avuta la ribellione attiva dei diversamente tutelati, assai meno diffusi negli USA rispetto ai garantiti del welfare europeo, e dei rappresentanti del ceto medio produttivo delle città e della campagna americana, finendo col far prevalere la bilancia a favore di una novità estranea al sistema consolidato del potere USA che ha cercato in tutte le maniere di delegittimarla.

Il primo discorso pronunciato dopo l’annuncio della sua vittoria da parte di Trump, non a caso ha fatto riferimento alla condizione degli emarginati e degli esclusi; un autentico discorso di classe, annunciando il ritorno a quelle politiche espansive e di forti investimenti in opere pubbliche, che hanno fatto immediatamente pensare alle politiche keynesiane che Franklin Delano Roosvelt adottò per superare la crisi del 1929, preoccupato di garantire a tutti una sicura occupazione.

Calato nel suo ruolo di Presidente degli USA, Trump ha reso l’onore delle armi alla sua rivale, annunciando che “sarà il presidente di tutti gli americani e si impegnerà a trovare accordi con tutti coloro che nel mondo vorranno fare accordi con gli Stati Uniti d’America”.

Giunge dagli USA una diversa musica in materia di politica economica con obiettivi che sarà bene si comincino a perseguire anche in casa nostra.

Spiace che Renzi nel suo discorso alla Leopolda abbia usato quell’infelice espressione augurale “ speriamo che sia una femmina”, dovendo immediatamente rincorrere dopo il voto americano la legge ferrea impostagli dalla nuova realtà, mentre non ci dispiace affatto che questo risultato sia giunto indigesto al sicuro partente ambasciatore USA in Italia che, sulla scia della JP Morgan e delle sette sorelle finanziarie americane, tutte schierate con Wall Street a favore della Clinton, non ha trovato di meglio che di impicciarsi negli affari italiani con quel suo indigesto e illegittimo endorsement a favore del SI al prossimo referendum.

Negli USA ha vinto la democrazia e la sovranità popolare liberamente espressa, quella stessa che qualcuno vorrebbe ridurre nel nostro Paese; un disegno contro il quale sono certo si alzerà forte e chiaro il NO dei cittadini italiani che non intendono ridursi alla condizione di sudditi dei poteri finanziari interni e internazionali.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 9 Novembre 2016

 

 

 

 

 


 

3 Novembre 2016

E’ maturo il tempo della Federazione dei Popolari veneti

 

 

L’unità raggiunta a livello nazionale dai Popolari nel comitato dei Popolari per il NO al referendum, dopo i molti tentativi falliti nella ricerca di un’unità politico  organizzativa per la ricomposizione dell’area popolare, rappresenta la tappa più significativa di un processo destinato a garantire l’offerta di una cultura politica quanto mai necessaria all’Italia.

Nella situazione di crisi istituzionale, politica, culturale, economica e sociale in cui versa il Paese, dominato da un trasformismo parlamentare senza precedenti ( 235 parlamentari traghettati da una sponda all’altra degli schieramenti in meno di due anni!) con un Parlamento votato con una legge elettorale non costituzionale, costituito da parlamentari non scelti dai cittadini, che ha eletto, per disperazione e senza alternativa, un presidente della repubblica in deroga all’art.85 della Costituzione e un presidente del consiglio appoggiato da un’alleanza votata da nessuno, il cui nome non era indicato in nessuna scheda elettorale, che aveva giurato di non diventare mai presidente del consiglio senza passare dalle urne, o si ridà spazio alle culture politiche che hanno contribuito a far grande l’Italia o ci si riduce alla condizione di anomia propria di questa triste stagione politica.

La situazione è aggravata dalle decisioni assunte da questo governo e da questo parlamento con la silente complicità dei due presidenti della repubblica che si sono succeduti al Quirinale, con l’avvenuta approvazione di una riforma della Costituzione “casualmente” assai simile al progetto del Venerabile maestro della P2, Licio Gelli, in cui è creato un senato di immuni non eletti da nessuno, un aumento delle firme necessarie ai cittadini per fare leggi o referendum, un capo della maggioranza che controlla anche la magistratura.

Un progetto di riforma che diminuisce l’autonomia delle regioni virtuose come il Veneto, ma si lasciano i privilegi alle regioni a statuto speciale come la Sicilia e che con il combinato disposto dell’Italicum crea le condizioni per un regime nelle mani di pochi; un progetto che tra poche settimane verrà sottoposta al giudizio degli elettori con una scheda fuorviante dai quesiti imbroglioni.

Se sino ad oggi le incomprensibili divisioni avevano impedito di trovare un punto di equilibrio e di condivisione tra le diverse schegge in cui si era andata suddividendo la galassia ex DC e dei popolari italiani, quando è apparso evidente il tentativo innescato dal prevalere degli interessi dei poteri finanziari internazionali di sovvertire con la rigidità della Carta costituzionale, la stessa realtà democratica che ci ha permesso di convivere civilmente per settant’anni, è accaduto il miracolo dell’unità dei Popolari per il NO al referendum di dicembre.

Proprio da lì intendiamo ripatire, in Italia come nel Veneto, interessati a concorrere alla nascita di una Federazione veneta dei Popolari che metta insieme le diverse esperienze che a livello istituzionale e politico culturale sono presenti e vive nella nostra realtà regionale.

Lo faremo noi dell’associazione Liberi e Forti, con  gli amici del Nuovo CDU, gli amici dei Popolari per l’Italia, e di quanti vorranno concorrere con tutti noi a ricostruire l’area dei popolari del Veneto.

Stella polare della nostra iniziativa: l’offerta di una cultura politica ispirata ai valori della sussidiarietà e della centralità della persona e dei corpi intermedi, traduzione nella “città dell’uomo” dei principi della dottrina sociale cristiana, quanto mai indispensabili in questa età del predominio di un turbo capitalismo finanziario che pone la finanza a dettare i fini, subordinando ad essa l’economia e la politica, con la volontà di distruggere le fondamenta stesse della democrazia, così come l’abbiamo vissuta noi, prima generazione della Repubblica italiana.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 3 Novembre 2016
 

 

 

 


 

 

 

1 Novembre 2016

Tina Anselmi la nostra staffetta partigiana DC

 

 

La scomparsa di Tina Anselmi crea in tutti noi “ DC non pentiti”, che abbiamo avuto l’opportunità di conoscerla, un sentimento di dolore e il ricordo di una persona che è stata parte importante della storia del nostro partito nel Veneto e in Italia.

Da sempre schierata sulle posizioni dell’On Aldo Moro e di Benigno Zaccagnini, Tina Anselmi ha rappresentato per molti di noi, più giovani, una figura esemplare di donna, di cattolica e di democratico  cristiana che seppe vivere la sua esperienza politica in conformità ai valori propri del cattolicesimo democratico e del popolarismo dei veneti.

Appassionata sostenitrice delle ragioni che la videro quasi sempre in alternativa al doroteismo e di quanti nella DC, negli ultimi anni ’80, avevano assunto  comportamenti e azioni assai poco commendevoli, Tina seppe sempre far sentire la sua voce autorevole nelle riunioni dei comitati regionali del partito e nel consiglio nazionale della DC.

Una voce assai rispettata in un arco ampio di forze politiche, che vedevano nella ex staffetta partigiana “ Gabriella”, inserita a pieno titolo nella brigata partigiana di Gino Sartor, prima donna ministro del lavoro e poi della sanità dell’Italia,  presidente della commissione d’indagine sulla P2 di Licio Gelli, una sicura garanzia di equilibrio e di tolleranza per tutti.

Quante volte nei nostri incontri, spesso scambiando il mio cognome con quello di “Bonalumi”, che era stato il mio delegato nazionale nei gruppi giovanili della DC, mi  ha sollecitato all’azione; specie in quelle fasi della vita interna del partito, nelle quali le posizioni di Forze Nuove, la corrente in cui militavo, erano convergenti (il che accadeva pressoché sempre, visto il ruolo che Donat Cattin sempre svolse verso Aldo Moro prima e Zaccagnini poi) con quelle del gruppo moroteo. Posizioni che dovevano confrontarsi sistematicamente con quelle maggioritarie dei dorotei veneti guidati da Tony Bisaglia e Mariano Rumor.

La scelta del “premabolo”(XIV Congresso della DC-febbraio 1980) , fu il momento nel quale le nostre posizioni si differenziarono, divisi sull’interpretazione ex post, che Moro avrebbe dato nella ripresa della collaborazione tra la DC e il PSI di Craxi.  Noi di Forze Nuove, sollecitatori di quel re-incontro e una parte dei nostri amici, Guido Bodrato in testa, con gli altri ex morotei Belci, Salvi e Pisanu, favorevoli alle posizioni di De Mita di apertura alla collaborazione con il PCI di Berlinguer.

Non venne mai meno, tuttavia, il rispetto e la collaborazione nel reciproco riconoscimento dei valori di riferimento sui quali fondavamo la nostra testimonianza politica nella “città dell’uomo”, convinti com’eravamo di apportare entrambi un positivo e disinteressato contributo alla vita del partito.

Un rispetto che mi portò, in un momento difficile della vita interna della DC veneta, allorché tra “i due Carlini”, Carlo Bernini da una parte per i dorotei e Carlo Fracanzani, dall’altra, per le sinistre anti preambolari, a proporre come momento di soluzione a una difficoltà intervenuta nel comitato regionale DC nella scelta del segretario del partito, proprio la candidatura di Tina Anselmi a quel ruolo.

Prevalsero le difficoltà di una lunga stagione di contrapposizioni  in terra  trevigiana che impedirono a Carlo Bernini di accettare quella proposta, mancata la quale, ci toccò in sorte la lunga e travagliata stagione dell’illegittimo dominio sul partito di Rosy Bindi.

Quante volte ho ricordato al compianto Bernini la gravità di quell’errore politico, convinto com’ero e come sono tuttora, che ben altra storia si sarebbe vissuta nella DC veneta, se, al posto della “pasionaria di Sinalunga”, avessimo avuto la nostra staffetta partigiana castellana, irriducibile sui principi, ma di una fedeltà e amore ai valori dello scudo crociato e al popolarismo dei veneti senza limiti.

La voglio ricordare così Tina, donna fiera e appassionata, sempre pronta a combattere per “ le attese della povera gente”, sapendo coniugare i valori cristiano sociali della sua lunga militanza sindacale con quelli della giustizia e della libertà vissuti nel periodo della clandestinità partigiana.

Ettore Bonalberti
Venezia, 1 Novembre 2016

 

 


 

16 Ottobre 2016

Nuovi scenari  dopo il voto del referendum

 

 

Scrive Mauro Mellini nella sua “Renzeide”:

DUE STRADE PAR CHE S’APRANO
PER RENZI L’IMBROGLIONE:
FARSI METTERE ALL’ANGOLO
OPPURE LA SCISSIONE

Effettivamente, al punto in cui si sono mese le cose in casa del PD, la prospettiva di una scissione di quel partito non è più una semplice ipotesi, magari riconducibile a quella sin qui assai modesta consumata dallo strappo di Beppe Civati.

Se al referendum del 4 Dicembre vincesse il SI, l’entrata del gruppo Verdini al governo sarebbe la naturale conseguenza politica di quel voto;  premessa per l’avvio di quel Partito della Nazione che trova tra i suoi sostenitori il “Pierfurby nazionale”, campione di tutti i corsi e ricorsi della politica: Pierferdinando Casini, capace persino di rompere ciò che resta della sua UDC e in netta alternativa a tutti i popolari ed ex DC finalmente riuniti nel comitato popolare per il NO presieduto dall’On Giuseppe  Gargani.

E così una delle figure più " controverse " del panorama politico italiano, quella di Denis Verdini,  che per di più ha appena concluso un'alleanza con Zanetti, che frutterà ai due un extra finanziamento di oltre 800.000 euro per il nuovo gruppo parlamentare, entrerebbe a pieno titolo nella maggioranza di governo. La sublimazione del valore del trasformismo politico a suggello di quella fase oscura della vita politica italiana avviata dal “golpe blanco” di Napolitano nel Novembre 2011, in piena sintonia con la volontà dei poteri forti finanziari  internazionali.

Sull’avvenuta formazione del gruppo parlamentare Maie-Ala è intervenuto, prima con una mozione alla Camera e poi con una lettera a Laura Boldrini,  proprio l’On Pippo Civati, denunciando la deroga concessa dalla Presidenza della Camera per la creazione del gruppo Maie-Ala di Verdini e Zanetti. Civati sostiene che “ non dovrebbe essere concesso a Renzi di usare il pallottoliere e stravolgere le regole “per rafforzare la sua maggioranza”.

D’altronde, non è proprio grazie al gruppo dei transumanti del trasformismo parlamentare guidato da Verdini, che ha potuto contare Renzi al Senato per far passare tutte le decisioni del governo, compreso lo stravolgimento della Carta Costituzionale con il suo progetto di riforma-deforma su cui voteremo il 4 dicembre prossimo?

Con  l’ingresso ufficiale  e formale di Verdini nella maggioranza renziana, ossia di un parlamentare “  condannato per corruzione” ( questo sarebbe il prezzo politico da pagare ai neo centristi e civici d’antan) è prevedibile che, se non accadrà già prima, per la divisione tra i PD nel voto al referendum, subito dopo quel voto, un terremoto politico si verificherà non solo in quel partito, ma nell’intero sistema politico italiano.

E a quel punto la presunta maggiore governabilità assicurata dalla deforma renziana, promessa già menzognera, se solo si desse corretta e assai difficile interpretazione all’astruso rebus dell’art 70 nella nuova vulgata etrusca della Carta, diventerebbe una fantasiosa chimera.

Si sostiene, non senza fondamento, che sul fronte del centro-destra non sarebbe pronta un’alternativa credibile alla leadership renziana. Triste destino per quel popolo e quello Stato che fosse privo di alternative  a “ un uomo solo al comando”! Credo, invece, che, come  sempre è avvenuto, una soluzione politico istituzionale si troverà coinvolgendo innanzi tutto le componenti che già si sono schierate per la difesa della Costituzione e per il NO al  voto di Dicembre.

Bisognerà partire proprio da quell’unità di intenti ritrovata tra diverse culture politiche, per concorrere a costruire il nuovo scenario politico italiano, che assuma come elemento qualificante: l’attuazione finalmente concreta e integrale di quanto indicato nella nostra Costituzione.

Questo è l’obiettivo che ci poniamo  come Confederazione Sovranità popolare, cui abbiamo aderito e partecipiamo nel consiglio direttivo, e che perseguiremo dopo la vittoria del NO al referendum del 4 Dicembre.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 16 Ottobre 2016

 


 

11 Ottobre 2016

Giuramento sulla costituzione e  giuramento massonico:

a chi prestare fede?

 

 

E’ dal 1981 che il tema dell’incompatibilità  tra il giuramento sulla costituzione e il  giuramento massonico è oggetto di alcune mie riflessioni.

Come è noto il 17 Marzo 1981 i giudici istruttori Gherardo Colombo e Giuliano Turone di Milano, nell'ambito di un'inchiesta sul presunto rapimento dell'avvocato e uomo d'affari siciliano Michele Sindona, fecero perquisire la villa di Gelli ad Arezzo ”Villa Vanda” e la fabbrica di sua proprietà (la "Giole" a Castiglion Fibocchi presso Arezzo – divisione giovane di "Lebole"); l'operazione, eseguita dalla sezione del colonnello Bianchi della Guardia di Finanza scoprì fra gli archivi della "Giole" una lista di quasi mille iscritti alla loggia P2, fra i quali il comandante generale dello stesso corpo .

Il Presidente del Consiglio Arnaldo Forlani il 21 maggio 1981, rese pubblica la lista degli appartenenti alla P2, che comprendeva i nominativi di 2 ministri allora in carica (Enrico Manca, PSI e Franco Foschi, DC) e n. 5 sottosegretari (Costantino, PSDI; Pasquale Bandiera a, PRI; Franco Fossa, PSI ; Rolando Picchioni, DC e Anselmo Martoni, PSDI, quest'ultimo - peraltro - citato come "in sonno", cioè dimissionario.

Fu in quel lasso di tempo, che intercorse tra la data di pubblicazione degli elenchi e l’avvio della commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’On Tina Anselmi (Dicembre 1981),  che l’On Carlo Donat Cattin mi diede l’incarico di redigere alcuni articoli per la rivista
“ Terza Fase” della corrente DC, Forze Nuove, sul fenomeno della massoneria e in particolare della Loggia P2.

Quegli articoli sono contenuti in alcuni numeri di quella rivista, oggi agli atti d’archivio della Fondazione Donat Cattin di Torino. Ciò che evidenziai in quell’inchiesta era l’assoluta incompatibilità tra il giuramento massonico cui sono tenuti gli affiliati alle logge più o meno coperte che siano, con quello che ogni funzionario pubblico, dal più basso in grado sino al Presidente della Repubblica, deve compiere come atto di fedeltà agli articoli della Costituzione italiana.

Fu proprio su quell’evidente incompatibilità che, insieme a Luigi Granelli, proponemmo e riuscimmo a far passare a larga maggioranza, in una riunione animata del Consiglio nazionale della DC, l’incompatibilità statutaria tra l’ iscrizione alla DC e quella alla massoneria. Un’incompatibilità che rimase scritta a chiare lettere sino all’ultima edizione dello Statuto del partito.

Come è noto su diversi quotidiani italiani dal Novembre 2013 in poi : Paolo Bracalini-29.11.013: “Urss, Kissinger, massoneria. Ecco i misteri di Napolitano”; Adriano Scianca su www.intelligonews.it del 19 novembre 2014: “Renzi, Berlusconi,Napolitano e la super massoneria nel libro choc di Magaldi. Ma quanto è vero?”; Gianni Barbacetto e Fabrizio D’Esposito su “il Fatto Quotidiano” del 19.11.2014: “Massoneria, libro chock del gran maestro Magaldi: “ Ecco i potenti nelle logge”; Nicola Mente, 20 Novembre 2014 in www.glistatigenerali.com: “Renzi,De Bortoli, Napolitano, Draghi: massoni e para-massoni secondo Magaldi”; “Libero”, 13 Gennaio 2015: “ Giorgio Napolitano massone affiliato alla loggia Three Eyes: l’ultima accusa al Capo dello Stato”.

Insomma tutti prendono spunto da un libro pubblicato dalla casa editrice Chiarelettere, azionista del Fatto nel quale Magaldi rivela l’esistenza di 36 superlogge massoniche che dominerebbero il mondo. Tra queste anche la “ Three Eyes”che conta, scrive Magaldi,tra gli affiliati Napolitano. La senatrice del M5S, Laura Bottici,  intervenendo in aula al Senato a conclusione della  372^ seduta pubblica, lunedì 12 gennaio 2015, poneva questa domanda che trascrivo dagli atti del Senato:

“Signor Presidente, il 20 novembre 2014 è uscito un libro molto interessante del grande maestro Magaldi, fondatore del Grande oriente d’Italia democratico, intitolato: «Massoni». L’autore afferma – con tanto di foto in bella vista che per vostra informazione vi faccio vedere
(La senatrice Bottici mostra una pagina del libro contenente delle foto)che il nostro attuale Presidente della Repubblica é affiliato alla loggia massonica segreta sovranazionale aristocratica reazionaria Three Eyes.
Mi chiedo come mai il Presidente non abbia mai smentito ufficialmente il grande maestro Magaldi, quando noi parlamentari dobbiamo pure fare attenzione a nominarlo in queste Aule.
Noto però che dopo l’uscita del libro si è iniziato a parlare di dimissioni del presidente Napolitano, ci sarà un collegamento? Boh. Forse si sarà reso conto che aver avallato tre Governi (Monti, Letta e Renzi) non eletti dai cittadini non è una buona pratica democratica.
Chi può darci assicurazione che in questi anni il Presidente abbia agito nell’interesse della Repubblica italiana e non nell’interesse della loggia segreta sovranazionale a cui sembrerebbe affiliato, un avvocato, un giudice?”
E ancora la sen Bottici si domandava: «Come mai i giornali, le televisioni non aprono una discussione politica in merito? Perché tale argomento è considerato un tabù? Vero è che in queste aule ormai siamo abituati a tutto ... compreso avere un ex presidente del Consiglio, fortunatamente per ora ancora senza agibilità politica, affiliato alla loggia massonica illegale ed eversiva P2 con tessera n. 1816». La senatrice così continuava:
«Nel caso della P2 si è fatta una commissione d'inchiesta ... per questa vicenda il futuro senatore a vita Napolitano invece spero trovi il tempo di spiegare a tutti i cittadini l'intera vicenda, con una conferenza stampa oppure direttamente da quest'aula con la sua voce, visto che per ora lui ha ancora l'agibilità politica. I suoi futuri colleghi e i cittadini attendono con ansia», ha concluso la Bottici.

Insomma il dilemma che si poneva e si pone: fedeltà alla Costituzione o fedeltà al giuramento massonico? Nessuna risposta da parte dell’ex Presidente Napolitano, il quale, invece, continua ad ammonire consigli e a fornire istruzioni al giovane capo del governo, ma di quanto scritto su quel libro, ripreso dai media e dell’interrogazione della senatrice Bottici non si hanno notizie.
Chi tace non dice nulla, come ci insegnò il prof Trabucchi nel suo celebre trattato “ Istituzioni di diritto privato”,  ma sarebbe il tempo di conoscere la verità, meglio se dalla viva voce del suo protagonista.

Ettore Bonalberti
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Venezia 11  Ottobre 2016


 

6 Ottobre 2016

Il Veneto si schiera compatto per il NO

 

 

Sale riunioni e auditorium stracolmi di cittadini nei primi due importanti incontri a sostegno del NO al referendum a Mestre e a Verona, dopo quella prima apertura organizzata degli amici popolari trevigiani il 29 Settembre scorso.

A Mestre, presso la sala del Centro Candiani di Mestre, pubblico delle grandi occasioni e sala strapiena, Lunedì 3 Ottobre, all’incontro organizzato dagli amici del Comitato per il NO, espressione dei simpatizzanti della sinistra e dell’ANPI. Il sen Felice Casson, senatore del PD, bersaniano, ha tenuto un’ottima relazione molto applaudita a sostegno delle ragioni del NO, smontando una per una le false tesi renziane della controriforma del trio toscano.

Analoga presenza massiccia di cittadini ed elettori presso l’auditorium della Gran Guardia a Verona, ieri sera, 5 ottobre, dove si è riunita la vasta galassia dei partiti e dei movimenti del centro destra veronese. Mille persone venute ad ascoltare il prof Luca Antonini, ordinario di diritto costituzionale dell’Università di Padova, in un dialogo con Stefano Filippi, giornalista de “ Il Giornale”.

Il Prof Antonini é il Presidente della Commissione Tecnica Paritetica per l’Attuazione del Federalismo Fiscale (Copaff), nominato nel 2009 dal Presidente del Consiglio dei Ministri allora in carica e confermato da quelli successivi.  Da giugno 2013 a marzo 2014 è stato Capo del Dipartimento per le Riforme istituzionali presso il Ministero per le riforme costituzionali. E' stato segretario, in tale veste, della Commissione dei Saggi per le Riforme costituzionali, presieduta dal Ministro Gaetano Quagliariello, ha partecipato ai lavori della Commissione e ha contribuito alla redazione della Relazione finale.

Proprio dall’esperienza di quest’ultimo incarico egli è partito, ricordando che Napolitano istituisce la Commissione dei Saggi per la riforma della Costituzione nella quale sono presenti, tra gli altri, Onida, Quagliariello, Mario Mauro, poi allargata a venti e nella quale partecipa anche Luca Antonini. Si stabilisce un clima unitario da assemblea costituente, ma il PD di Renzi non dà il via libera e  in direzione del partito  fa passare il licenziamento del governo Letta (“ stai sereno”) accusandolo di non fare le riforme.

E così, una riforma costituzionale che poteva passare con i 2/3 del Parlamento viene vanificata con un inganno e un killeraggio politico. Renzi riprende il testo già pronto per la sua approvazione e lo fa stravolgere da una schiera di scrivani incompetenti (vedi art.70 nella nuova versione illeggibile e difficilmente interpretabile, foriera di una sicura ingovernabilità) e siamo al referendum.

7 ex Presidenti della Corte costituzionale si schierano per il NO, ma  Renzi li irride, certo che il suo disegno su cui afferma di giocarsi la sua stessa sopravvivenza politica, prevarrà. Siamo di fronte, sostiene Antonini, a  una Costituzione di bassissimo profilo che divide e non unisce.

Quella del 1948, che ci ha garantito 70 anni di libera e civile convivenza democratica e che nel 2003 permise  all’Italia di situarsi  al 6° posto nella graduatoria delle potenze economiche nel mondo, viene stravolta con il cambiamento di 47 articoli su 139.

La riforma della commissione dei  venti, ricorda Antonini,  prevedeva 400 deputati e 200 senatori, questa 600 deputati e 100 senatori, con un senato ridotto al ruolo di una “suocera inascoltata che dà consigli non richiesti” (prof. Ainis)

Stravolge l’equilibrio tra i poteri con il combinato disposto dell’Italicum: elezione del Capo dello Stato, Corte costituzionale , CSM sono alla mercé della Camera, dove il PD ( almeno era e rimane nelle previsioni di Renzi) con 340 deputati ( il 30% di premio di maggioranza- De Gasperi aveva con “la legge truffa” un premio del 5% se avesse raggiunto il 50%+1 dei voti degli elettori) e 100 senatori derivati dalle Regioni, comuni e città , diventerebbe il dominus assoluto con “ un uomo solo al comando”. Insomma una deriva autoritaria pronta per terminare la svendita del Paese, già molto avanzata, ai poteri del turbo capitalismo finanziario mondiale che di questa richiesta di stravolgimento costituzionale, JP Morgan in testa, si sono fatti da tempo sollecitatori.

L’errore, secondo Chesterton, ricorda Antonini, “ è una verità impazzita”.
Il testo etrusco della controriforma renziana è una sommatoria di errori, ossia di  verità impazzite. Una falsa verità persino nella stessa formulazione dei quesiti referendari: con il SI e con il NO non scegliamo tra i cinque falsi quesiti rappresentati, ma cancelliamo e trasformiamo 47 articoli della “costituzione più bella del mondo”.

Si giustifica così il ricorso presentato al TAR da alcuni avvocati del movimento liberale e da alcuni parlamentari del M5S. Un’iniziativa che, come ha scritto il nostro V.Presidente ALEF, Prof Giannone: “legittima e da condividere unanimemente. Nella scheda elettorale si formulano 5 quesiti in modo che chiunque direbbe SI' se non si spiega il merito e il come si attuano quei quesiti. Ma ciò che è' più subdolo e' che si fa intendere che sono solo 5 gli articoli che si cambiano, mentre sono ben 47 articoli su 139!. Allora per chiarezza bisognerebbe pubblicare tutti i 49 articoli attuali e gli articoli che li modificano e/o lo sostituiscono. Ma se questa è' la verità, come si può fare un Referendum di un SI' o di un NO? Ma perché non chiederci perché Renzi&Boschi hanno avviato questo enorme pasticcio tra Italicum e Costituzione? È' quanto mai opportuno il detto: "cui prodest" perché' porterebbe chiunque, con il buon senso, all'indirizzo degli stessi Mandanti che hanno affondato la Grecia!”

E, prosegue, Antonini: con il progetto Renzi-Boschi-Verdini non solo  distruggiamo il sistema dei pesi e contrappesi, ma  anche  il ruolo delle autonomie, a tutto svantaggio delle regioni a statuto ordinario, mentre, essendo il governo dell’inciucio ricattato dal voto dei rappresentanti delle regioni speciali, queste ultime non sono  state minimante toccate dalla controriforma.

Con la clausola di supremazia espressamente prevista rischiamo di far valere istituzionalmente la “Legge di Gresham” valida in economia: la moneta cattiva scaccia quella buona. Le sanità veneta, lombarda, emiliana e toscana, le migliori del mondo, seppur nettamente differenziate tra di loro e che assegnano all’Italia, nel suo insieme, il 2° posto nel mondo ( mentre nei settori controllati e gestiti dallo Stato come scuola, giustizia, difesa siamo ben lontani nel ranking mondiale) perderebbero il loro livello e si avrebbe un allineamento al ribasso: il Veneto e l’Emilia come la Calabria e la Sicilia.

Un esempio lampante  la recente Legge Madia di riforma della P.A.: 28 pagine di G.U. di principi, illeggibile e difficilmente interpretabile, come l’art.70 del testo di controriforma e che, di fatto, stabilisce che i direttori delle ASL siano indicati con terne da Roma e non scelti a livello regionale.

Non è la velocità quello che conta nella produzione legislativa, conclude Antonini, tra gli applausi ( il sen Casson nel suo intervento a Mestre ha dimostrato, numeri alla mano, la capacità virtuosa sotto questo punto di vista delle nostre due camere) quanto la capacità di fare meno leggi ma fatte bene.

A Verona, dopo molti anni, il centro destra ritrova la sua unità alla vigilia del prossimo voto per il rinnovo del consiglio comunale, preso atto dello spostamento su posizioni renziane del sindaco Flavio Tosi, ormai lontano dal sentir medio dei veronesi. Anche a Mestre si è potuto verificare un ritrovarsi insieme delle diverse culture della sinistra democratica, premessa per un’evoluzione positiva della politica italiana.

Noi popolari veneti, in preparazione di un grande incontro degli amici democratico cristiani non pentiti e popolari liberali che ci sarà entro Novembre con il Presidente del comitato Popolare per il NO, On Giuseppe Gargani e con Mario Mauro, Carlo Giovanardi e Mario Tassone, stabilita un’ottima intesa sia con gli amici della Lega del Veneto che con quelli della sinistra per il NO, stiamo conducendo un’azione di positivo raccordo tra i rappresentanti delle diverse culture politiche scese in campo a sostegno del NO.

Dalle prime verifiche fatte a Treviso, a Vicenza, a Mestre e a Verona abbiamo avuto una positiva verifica che l’orgoglio costituzionale è tuttora presente nel DNA del Veneto popolare, liberale, socialista e riformista, considerata la numerosa presenza nei dibattiti di uomini e donne e di molti giovani. Il che fa ben sperare in un esito favorevole alle ragioni del NO nella nostra realtà territoriale.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 6 Ottobre 2016

 

 

 

 

4 Ottobre 2016

Dichiarazione di Ettore Bonalberti,
Presidente dell’associazione A.L.E.F. ( Associazione Liberi e Forti)

 

 

“Se questi sotto elencati sono gli obiettivi del movimento “Alternativa per l’Italia”, ritengo ci siano tutti i presupporti per avviare una proficua collaborazione politico culturale.
Premessa indispensabile sarà il perseguimento del primo obiettivo indicato: ripristino delle originarie garanzie costituzionali. Ciò significa impegno unitario per votare e far votare NO al referendum del 4 Dicembre, contro la deriva autoritaria che il trio toscano Renzi-Boschi-Verdini intendono perseguire, su mandato dei poteri del turbo capitalismo finanziario, JP Morgan in testa, che utilizza quel “mezzano” di Tony Blair, consulente speciale della banca d’affari americana.
Sulle linee guida di Alternativa per  l’Italia  gli amici di A.L.E.F. sono interessati al confronto e a concorrere insieme alla costruzione del nuovo soggetto politico dopo il referendum, del 4 dicembre”.

Linee guida di Alternativa per l’Italia

  1. Ripristino delle originarie garanzie costituzionali.
  2. Perseguimento di politiche economiche tese al raggiungimento della piena occupazione.
  3. Priorità degli interessi del cittadino su quelli del sistema finanziario e dei potentati industriali nazionali ed internazionali.
  4. Primato del diritto nazionale su quello comunitario.
  5. Riscatto delle Sovranità nazionali perdute con il rispetto parimenti di quelle degli altri Stati.
  6. .Puntuale verifica delle normative europee in contrasto con l’interesse nazionale e conseguente abrogazione di quelle che risulteranno tali
  7. Rilancio della politica estera italiana al fine di perseguire ruoli attivi e non più passivi nello scacchiere internazionale con particolare attenzione all’area mediterranea.
  8. Abrogazione del pareggio di bilancio in Costituzione (art. 81).
  9. Istituzione di una Commissione d’inchiesta indipendente per la verifica dei comportamenti dei politici e dirigenti dello Stato in relazione all’adesione all’Unione Europea, all’euro e ai Trattati Internazionali e valutazione dei profili di tradimento.
  10. Uscita dall’Unione Monetaria con ripristino di una nuova moneta sovrana, con il supporto di una Banca Centrale Pubblica le cui quote siano detenute dai cittadini italiani e revisione del sistema giuridico bancario italiano con separazione fra banche commerciali e banche d’investimento (Glass-Steagall act).
  11. Abolizione privilegi della classe politica, iniziando dalla revoca dei Senatori a Vita.
  12. Ripristino del sistema elettorale proporzionale, abolizione del premio di maggioranza e delle liste bloccate al fine di ripristinare la piena rappresentatività del Parlamento.
  13. Ribilanciamento del ruolo di coordinamento e controllo dello Stato sull’economia. (artt. 41-47 Costituzione).
  14. Nazionalizzazione dei servizi pubblici essenziali e delle aziende d’interesse strategico nazionale.
  15. Politica industriale che ampli i settori di produzione in Italia.
  16. Ripristino legalità in tema di immigrazione clandestina e programmazione dei flussi migratori.
  17. Imposizione fiscale in funzione dell’effettiva capacità contributiva, cioè del reddito effettivamente prodotto, abolizione di Equitalia, costituzione Commissione d’inchiesta per appurare eventuali soprusi ed abusi dell’Agenzia dell’Entrate.
  18. Responsabilità diretta dei dirigenti per i propri atti d’ufficio, anche con la possibilità di licenziamento diretto e pagamento danni.
  19. Regolamentazione e disciplina del gioco d’azzardo, della prostituzione e dell’uso di sostanze stupefacenti.
  20. Tutela e sviluppo della cultura italiana, dall’arte alla letteratura, dalla musica al territorio, con particolare attenzione anche nei riguardi delle specificità e tradizioni locali.
  21. Riforma del sistema giudiziario italiano con separazione delle carriere tra Magistratura inquirente e giudicante.
  22. Collaborazione con tutte le altre forze politiche che perseguono gli stessi obiettivi.

 

Venezia, 4 Ottobre 2016

 

 

28 Settembre 2016

Quel  voto del 4 dicembre

 

 

Non so cosa accadrà dopo il referendum del 4 dicembre. So che, se vincesse il SI, la nostra condizione di cittadini si ridurrebbe a quella di sudditi e che tutto il potere passerebbe nelle mani del capo del partito che prenderà più voti, anche se, fosse  sostanzialmente minoritario nel Paese. Ecco perché, tra le altre ragioni, sono schierato apertamente per il NO a sostegno della sovranità popolare.

Considero, in ogni caso,  la scelta referendaria come lo spartiacque inevitabile rispetto a ciò che potrà accadere dopo quel voto.  Uno spartiacque tra chi, col SI, intende sottostare al dominio di “ un uomo solo al comando” e chi, viceversa, considera fondamentale l’attuazione, finalmente reale, dei principi e dei valori espressi dalla nostra Costituzione.

I concetti tradizionali di destra e di sinistra, nel clima imperante di deteriore trasformismo parlamentare e di sfarinamento di tutti i partiti tradizionali, sono obsoleti o, quantomeno, richiedono un aggiornamento e un’attenta verifica..

Cos’è rimasto di sinistra, o di socialista, in un PD renziano, ridotto a un Golem senz’anima e struttura e con una cultura politica ispirata da quel furbastro di Tony Blair, passato disinvoltamente dal ruolo di leader laburista britannico a quello di consulente della JP Morgan, una delle sette sorelle impegnate nel superamento delle “ costituzioni socialiste” del Sud Europa?

I problemi di conservazione dell’unità del PD, messi a dura prova dalla scelta referendaria, con D’Alema che ha scelto di guidare la schiera dei militanti di sinistra a sostegno del NO e con una minoranza interna costruita attorno a Bersani e compagni, aggrappati all’ultima speranza di un cambiamento improbabile della legge super truffa dell’Italicum, avranno la loro prova del nove proprio in base agli orientamenti che il popolo di sinistra assumerà nel voto del 4 dicembre prossimo.

Dalla parte dei costituenti: Togliatti, Terracini, Longo, Concetto Marchesi, o in quella ispirata dalle multinazionali finanziarie che fissano gli obiettivi   e riducono l’economia e la politica a un ruolo ancillare? Dalla parte “ delle attese  della povere gente”, come sosteneva La Pira, oppure di quella dell’alta finanza, di  Confindustria ed affini? Insomma con Marchionne e Boccia o dell’ANPI e della CGIL? Questo l’arduo dilemma che si presenterà al popolo tradizionale della sinistra.

A me fanno tristezza quei vecchi democristiani convertiti al verbo renziano, specie coloro che discendono dalla cultura politica dossettiana e morotea, fortunatamente minoritari nel PD, dimentichi di ciò che Dossetti, Lazzati, La Pira, Fanfani, Moro e Mortati, apportarono, con il loro contributo straordinario da “ Professorini” alla Costituente,  alla costruzione della nostra Carta Costituzionale.

Su come si ricostruiranno i soggetti politici  nello schieramento alternativo al renzismo, trattasi anche qui di una materia di ardua valutazione.

Il fronte sulla carta è nettamente composito e diverso, perché si va dagli amici della destra presidenzialista di Fini  a quelli della Lega,; da Forza Italia alle varie correnti cattoliche del centro, sino ai popolari finalmente riuniti attorno al NO; dal M5S alle diverse forze della sinistra unificate nel comitato del NO al referendum.

Noi Popolari dell’associazione Liberi e Forti  (ALEF) siamo molto interessati, non solo all’evoluzione che sta avvenendo nell’area liberal popolare con il  tentativo avviato da Parisi, ma anche a quello del triumvirato dei governatori del Nord: Zaia, Maroni e Toti.

Ci auguriamo che la scelta per il NO di Forza Italia sia veramente unitaria e forte come quella nettamente  espressa dall’on Brunetta, senza gli ammiccamenti ambigui dei soliti ambienti più direttamente collegati agli interessi del Cavaliere, ancora adesso sottoposto alle minacce e ai ricatti dei poteri forti di turno, politici e giudiziari.

Infine, e, soprattutto, siamo interessati a ciò che tra qualche giorno, il 9 ottobre, avverrà a L’Aquila, con l’assemblea della Confederazione di sovranità popolare: un passaggio essenziale per l’unità di tutti coloro che si riconoscono nella difesa della sovranità popolare e uniti  nella volontà di attuare integralmente e finalmente il dettato costituzionale.

Dal voto degli italiani del 4 dicembre dipenderà come questi processi, oggi allo statu nascenti, potranno concretamente evolversi nei successivi sviluppi organizzativi e istituzionali.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 28 Settembre 2016

 

 

22 Settembre 2016

Sulla verità del referendum: lucidissima analisi del Prof La Valle

 

 

Ho meditato la lucidissima relazione tenuta dal Prof Raniero la Valle a Messina, il 16 settembre scorso, a un dibattito sui temi del referendum, con la quale espone in maniera rigorosa le ragioni vere che stanno alla base della scelta operata dal governo Renzi di modifica della Costituzione del ’48.

Tale relazione credo rappresenti la più completa analisi delle motivazioni interne e internazionali che hanno sollecitato i governi occidentali a porre in essere i tentativi di superamento delle costituzioni rigide del dopoguerra.

La Valle, che fu il riferimento politico e culturale per molti di noi, giovani di Azione Cattolica, negli anni ’60 del Concilio, quando dirigeva il quotidiano dei vescovi “ L’Avvenire”, con Piero Pratesi, suo vice, ricorda in maniera esplicita i condizionamenti specifici della JP Morgan con il documento del 2013, in nome del capitalismo vincente, con cui indicava “quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: a) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere. “

E, continua La Valle: “Prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti, Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella che era allora la lotta al comunismo. E la stessa cosa vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano, il Financial Times ed il Wall Street Journal, i quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E alla fine è intervenuto lo stesso ambasciatore americano che a nome di tutto il cocuzzaro ha detto che se in Italia viene il NO, gli investimenti se ne vanno.”

Conclude La Valle: “Ebbene quelle richieste avanzate da questi centri di potere sono state accolte e incorporate nella riforma sottoposta ora al voto del popolo italiano. Infatti con la riforma voluta da Renzi il Parlamento è stato drasticamente indebolito per dare più poteri all’esecutivo”.

Condivido l’intera analisi formulata dal professore, che individua lo spartiacque nel mutamento strategico tattico operato dal governo italiano, a misura del nuovo ordine mondiale che si andava costruendo, nella relazione tenuta il 26 Novembre 1991 alla Commissione Difesa della Camera, di cui La Valle era componente, dal ministro della Difesa Virginio Rognoni, sul nuovo modello di Difesa.

Se questo è ciò che avvenne sul piano delle strategie politico militari del nostro Paese, credo che la relazione del prof La Valle, andrebbe integrata con l’altrettanto lucida analisi che ci fece nel 2013 il prof .Zamagni in un convegno di studio della DC, nel Gennaio 2013, all’abbazia di Sant’Anselmo a Roma.

Secondo Zamagni, prima del fenomeno della globalizzazione si era affermato e condiviso  il principio della divisione del lavoro sulla base del cosiddetto principio NOMA (Non Overlapping Magisteria) (Richard Whately) che, nel 1829, teorizzò la netta separazione  e non sovrapposizione tra etica, politica ed economia. Di qui derivò il concetto dominante che assegna alla politica il compito dei fini e all’economia quello dei mezzi per il raggiungimento di quei fini, entrambe comunque separate dall’etica secondo una visione iper-machiavellica. Tutto questo funzionò sino all’avvento della globalizzazione. Fenomeno quest’ultimo che non sorse spontaneamente dal mercato, ma fu determinato più o meno consapevolmente al G6 del 1975 a Rambouillet ( Italia presente come quinta economia mondiale dell’epoca!) nel quale si decise con atto politico di far partire il processo di globalizzazione, da non confondere con quello di internazionalizzazione presente sin dall’epoca antica. Con l’avvento della globalizzazione il principio del NOMA viene di fatto applicato in termini rovesciati: all’economia è assegnato il compito di decidere i fini e alla politica quello di scegliere i mezzi .

Da questo rovesciamento che assegna il primato finalistico all’economia, deriva la stessa scelta di Bill Clinton, pressato dalle sette sorelle (JP Morgan,Morgan Stanly e C.) detentrici del potere finanziario di superare la legge Glass Steagall del 1933 che seppe garantire equilibrio e sviluppo al mercato americano. Il superamento dell’obbligo di separazione tra attività di speculazione finanziaria e attività bancarie tradizionali deciso dal congresso americano e promulgata il 12 novembre 1999 da Bill Clinton diede il via libera ai fenomeni di speculazione finanziaria del mercato dei derivati e dei futures che saranno alla base della grave crisi finanziaria in cui tuttora ci dibattiamo dal 2007.

Solo agli inizi del 2013  negli USA fu introdotta la nuova norma Volcker dal nome dell’ex presidente del Federal reserve,  con cui venne ripristinata la separazione tra attività bancarie e di speculazione finanziaria I pragmatici americani hanno saputo rimediare ai guasti clintoniani;  in Europa si continua invece nelle attività speculative.

Intanto, però, il danno era fatto con la vicenda dei futures e degli edge funds che hanno finito con l’insozzare l’intero sistema bancario mondiale, sino a raggiungere un volume di debito complessivo di oltre 10 volte il valore dell’ìntero PIL mondiale.

Ora, come, con estremo realismo denuncia La Valle, proponendo la stessa tesi che il prof Paolo Maddalena, v.Presidente emerito della Corto Costituzionale, espone nel suo ultimo saggio” Gli inganni della finanza”, sono gli stessi responsabili del superamento del NOMA del 1999 e dei fatti e nefasti successivi che inducono “i governi amici” a darsi da fare per consegnare le mani libere al mercato che è mondiale al quale stanno troppo strette le regole, i lacci e i lacciuoli di ciò che rimane alle democrazie occidentali costruite a misura delle costituzioni post belliche. In questo mercato devono valere solo le leggi del mercato, e non importano le conseguenze sul piano economico e sociale, né, tantomeno, quelle sul piano di diritti politici e civili.

Si comincia dai Paesi più in difficoltà, meglio se con “governi amici” più disponibili, meglio ancora se questi sono costruiti su basi di dubbia legittimità con l’aiutino di capi dello Stato consenzienti e/o conniventi, non badando a spese per il controllo monopolistico  dei mezzi di comunicazione con l’obiettivo di puntare al governo di “ un uomo solo al comando”.

Se gli italiani abboccheranno sarà la fine della democrazia e la vittoria dei padroni del turbo capitalismo finanziario, con piena soddisfazione di quel “cerasello d’annata”,  renziano senza limiti, indegno erede del nostro Giulianone che fu.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 22 Settembre 2016

 

 

 

 

21 Settembre 2016

COSA SI NASCONDE DIETRO IL QUESITO DEL REFERENDUM

 

 

NOI SAREMO CHIAMATI A VOTARE AL REFERENDUM SI o NO A QUESTO QUESITO:

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente "disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione", approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?».

NESSUN CENNO ALLA LEGGE ELETTORALE SU CUI LA CORTE COSTITUZIONALE HA DECISO IL RINVIO DEL GIUDIZIO SULLA SUA LEGITTIMITA’ DOPO IL VOTO REFERENDARIO.

Formulato nella maniera su esposta, sembrerebbe una formula tautologica a risposta certa: SI, come quella rovesciata mussoliniana: “ volete burro o cannoni?”
In realtà andrebbe spiegato agli italiani che dietro quelle parole assicurative è celato un imbroglio solenne con cui si intende ridurre la nostra condizione di cittadini a quella di sudditi.

Spiegazione non facile in un Paese in cui l’informazione è nelle mani dei potenti dell’industria e della finanza, la RAI dittatorialmente  occupata da Renzi come mai nella storia dell’emittente televisiva, nemmeno ai tempi del grande DC, Ettore Bernabei, e dove l’unica strada alternativa per chi come noi sostiene le ragioni del NO, resta quella della comunicazione porta a porta con parenti ed amici, dei dibattiti nei consigli comunali degli enti locali e della costituzione in tutti i comuni italiani dei comitati unitari per il  NO.

Sarà una battaglia durissima condotta tra chi utilizza la falsificazione come arma per confondere la volontà degli elettori e chi, come noi, poveri “medici scalzi” ci troveremo a combattere come tanti “don chisciotte” contro i mulini a vento….

Siamo, tuttavia, profondamente convinti delle ragioni del nostro NO che vorremmo sintetizzare così:

1) NO PERCHE’ NON SI CAMBIA LA COSTITUZIONE CON UN COLPO DI MANO DI UNA FINTA MAGGIORANZA

Questa è la riforma di una minoranza che, grazie alla sovra rappresentazione parlamentare fornita da una legge elettorale già dichiarata (anche per questo motivo) illegittima dalla Corte costituzionale, è divenuta maggioranza solo sulla carta. Una simile maggioranza non può spingersi fino a cambiare, con un violento colpo di mano, i connotati della Costituzione.

2) NO PERCHE’ QUELLA ITALIANA ERA LA COSTITUZIONE DI TUTTI

Il metodo utilizzato nel processo di riforma è stato il peggior modo di riscrivere la Carta di tutti: molteplici forzature di prassi e regolamenti hanno determinato nelle Aule di Camera e Senato spaccature insanabili tra le forze politiche, giungendo al voto finale con una maggioranza racimolata e occasionale. Quello stesso Parlamento la cui composizione è deformata e alterata da un premio di maggioranza illegittimo, e che ha visto in quasi tre anni ben 244 membri (130 deputati e 114 senatori) cambiare Gruppo principalmente per sostenere all’occorrenza la maggioranza, ha infatti portato avanti la riforma, su richiesta dell’Esecutivo, utilizzando gli strumenti parlamentari più estremi, con spesso cancellazione delle garanzie e delle prerogative riconosciute all’opposizione.

3) NO PERCHE’ IL REFERENDUM HA UN VIZIO GIURIDICO D’ ORIGINE

Alla mancanza di legittimazione della riforma in atto non potrà sopperire nemmeno il referendum. Quest’ultimo infatti non può essere sostitutivo di una deliberazione viziata nel suo fondamento. Soprattutto se la riforma è stata costruita per la sopravvivenza di un governo e di una maggioranza privi di qualsiasi legittimazione sostanziale, come confermato dall’enfasi che è stata posta dallo stesso Presidente del Consiglio sul futuro risultato referendario, che ha trasformato il referendum su testo costituzionale  in una sorta di macro questione di fiducia su se stesso.

4) NO PERCHE’ LA COSTITUZIONE DEVE UNIRE E NON DIVIDERE

La Costituzione costituisce l’identità politica di un popolo. E’ stato così nel miracolo costituente del 1948, con una Costituzione approvata quasi all’unanimità e che ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo del nostro Paese. Certamente quell’impianto necessita di riforme, che si inseguono invano da decenni, ma questa riforma costituzionale per il suo codice genetico e per i suoi contenuti destituisce il meglio della tradizione democratica del nostro Paese: divide anziché unire, lacera anziché cucire, porta le cicatrici di una violenza di una parte sull’altra. Questa riforma nasce già fallita.

5) NO PERCHE’ IL COMBINATO DISPOSTO CON LA LEGGE ELETTORALE PORTA A UN PREMIERATO ASSOLUTO

La sommatoria tra riforma costituzionale e riforma elettorale spiana la strada ad un mostro giuridico che travolge i principi supremi della Costituzione. L’“Italicum”, infatti, aggiunge all’azzeramento della rappresentatività del Senato e al centralismo che depotenzia il pluralismo istituzionale, l’indebolimento radicale della rappresentatività della Camera dei Deputati. Il premio di maggioranza alla singola lista consegna la Camera – che può decidere senza difficoltà, a maggioranza, in merito a tutte o quasi tutte le cariche istituzionali – nelle mani del leader del partito vincente (anche con pochi voti) nella competizione elettorale: una assurdità giuridica e un rischio vero per la nostra democrazia.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 21 Settembre 2016

 

 

 

 

19 Settembre 2016

Vittoria di Lega e centrodestra alla provincia di Treviso

 

 

Vittoria del sindaco di Castelfranco Veneto, Stefano Marcon, alle elezioni per la presidenza della “nuova” provincia di Treviso: 56,3% sul collega Sindaco di Treviso, Giovanni Manildo, fermo al 43,61%. Su 1269 amministratori ha votato l’84,86%.
Elezioni indirette, ossia che hanno interessato gli amministratori in carica, sindaci e consiglieri comunali, atteso che con la sedicente riforma delle province, unico risultato raggiunto è stata la perdita del voto dei cittadini interessati.
“ Hanno vinto i partiti” , ha sottolineato il sindaco di Treviso a giustificazione della sua sconfitta.
Certo, ha vinto la Lega con le liste civiche di centro destra alle quali hanno concorso anche gli amici popolari che fanno riferimento a Vittorio Zanini, indomito combattente “ DC non pentito”, contro il Golem del PD, ormai ridotto a un partito senz’anima e senza cultura politica, dominato dal trasformismo renziano e sostenuto dai transfughi perdenti del centro destra, quelli che furono pronti a salire un tempo “ sul carro del vincitore”.
Ora Treviso e la sua provincia è ritornata alla sua naturale vocazione di ex terra bianca ancorata ai valori di fondo della nostra migliore tradizione politico culturale.
Noi popolari veneti siamo lieti del risultato raggiunto  e  facciamo i nostri migliori auguri al neo Presidente, Marcon, mentre da “osservatori partecipanti”, seguiamo con interesse ciò che si sta sviluppando nell’area alternativa al socialismo trasformista renziano, da Parisi al trio del Nord : Zaia, Maroni,Toti.
Terreno di prova e di verifica sperimentale la prossima battaglia referendaria nella quale popolari veneti, Lega e tutti gli amici dell’area democratica, sono schierati a sostegno delle ragioni del NO e a difesa della sovranità popolare.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 19 Settembre 2016

 

 

 

15 Settembre 2016

Oltre la kermesse di Milano

 

 

Parte domani la kermesse di Stefano Parisi a Milano. Avevamo chiesto agli amici firmatari con me del patto di Orvieto ( Carlo Giovanardi, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello) di parteciparvi come delegazione: nessuna risposta. Anche la richiesta inviata direttamente a Parisi è stata disattesa. Preso atto del fallimento del tentativo di ricomposizione dell’area popolare e liberale riformista che abbiamo perseguito dalla fine della DC e del fatto che non sarà la riunione dei nostalgici forzaitalioti, peraltro divisi, a ricomporre ciò che nella realtà sociale italiana risulta profondamente diviso  tra la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo e il quarto non Stato, riserviamo le nostre ultime energie a quella che abbiamo definito “ la madre di tutte le battaglie”, ossia l’impegno al sostegno del NO nel prossimo referendum sulla riforma costituzionale e per la difesa della sovranità popolare.

Curiosi, come “osservatori partecipanti”, di valutare l’evoluzione dell’interessante tentativo avviato dai tre governatori del Nord: Zaia, Maroni e Toti, è, tuttavia, dal nuovo “vento del Nord” a difesa del patto costituzionale che riteniamo si possa ricostruire un nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale e riformista, alternativo allo pseudo socialismo renziano, quello che ha ridotto “ un partito senza popolo e un popolo senza partito”, e agli estremismi populisti senza prospettiva.

Ecco perché partecipiamo fiduciosi al tentativo di costruzione della Confederazione di sovranità popolare, che nasce dal concorso unitario delle diverse culture democratiche alla difesa del patto costituzionale, contro i tentativi ispirati e sostenuti dai poteri forti interni e internazionali di distruggere ciò che rimane della democrazia nel nostro Paese. Noi vi concorreremo forti della nostra cultura politica, ispirati ai valori del popolarismo e dell’umanesimo cristiano, convinti come siamo che, come negli anni migliori della storia unitaria e repubblicana dell’Italia, il contributo dei principi ispiratori della dottrina sociale cristiana, anche nell’età della globalizzazione, siano indispensabili alla ricostruzione di una rappresentanza politico istituzionale capace di offrire risposte adeguate “alle attese della povera gente”.

Scomparsa ogni velleità di ricostruire ciò che storicamente appartiene ormai al passato, siamo convinti di poter offrire un ultimo contributo, utile a superare il clima di disaffezione e di sfiducia che pervade un’Italia in cui lo stato di diritto è diventato sempre più debole e nella quale ha finito col prevalere una condizione di anomia, intesa come un’assenza di regole e un progressivo venir meno del ruolo di mediazione dei corpi intermedi.

Una condizione nella quale una casta domina e utilizza senza legittimità il potere, contro, soprattutto, le classi popolari e il terzo stato produttivo e  che si presta a possibili sbocchi autoritari di ogni tipo e colore. Essa reclama l’unità di tutte le forze autenticamente democratiche, quelle unite attorno al NO al referendum e contro il tentativo di rottura traumatica del patto costituzionale su cui si è retto sin qui l’equilibrio sociale e politico istituzionale dell’Italia.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 15 settembre 2016

 

 

 

 

 

 

12 Settembre 2016

Oltre le formule sin qui in campo

 

 

Con una situazione istituzionale del tutto fuori controllo e la precarietà di un tripolarismo rappresentativo di metà dell’elettorato italiano, ritengo siano del tutto inadeguati i tentativi di risposta sino ad oggi in campo.

Il PD di Renzi, ridotto a un Golem senza più struttura e anima, o, per dirla con D’Alema: espressione di “ un partito senza popolo e di un popolo senza partito”, e un presidente del consiglio indebolito dalle modalità desuete della sua nomina senza elezione e da una maggioranza drogata dal porcellum incostituzionale e surrogata dai transumanti del trasformismo parlamentare, si accinge ad affrontare la sfida del referendum d’inverno, profondamente diviso al suo interno e nelle stesse componenti sociali del proprio tradizionale retroterra.

IL Movimento Cinque Stelle che, in una fase di crisi di tutti i partiti, sembrava rappresentare la speranza alternativa per l’elettorato ancora attivo nella partecipazione, si trova ora ad affrontare a Roma, come già a Parma e a Livorno, uno dei momenti più difficili per la sua stessa tenuta.

E, infine, un centro-destra, dilaniato nella guerra di successione apertasi, dopo la conclusione della parabola berlusconiana e il foco fatuo dell’astro nascente Salvini, risulta diviso strategicamente tra le due scelte oggi sul campo: la convention di Milano annunciata da Stefano Parisi e il patto a tre dei governatori del Nord: Maroni, Toti e Zaia. Due proposte politiche  impegnate nella ricostruzione dell’area alternativa al renzismo, con pari difficoltà a individuare una comune proposta programmatica e una leadership credibile da spendere nel prossimo turno elettorale.

Di fronte alla grave crisi istituzionale, economica, finanziaria, sociale e morale dell’Italia, tutte queste proposte politiche appaiono, tuttavia, del tutto insufficienti e inadeguate a offrire con la speranza, una risposta all’altezza di ciò che si attende la maggioranza reale, sin qui inespressa, del Paese.

Su pressione dei poteri forti del turbo capitalismo finanziario interno e internazionale, impegnati a togliersi gli ultimi lacci e lacciuoli delle “vecchie costituzioni rigide” del dopoguerra, accusate di filo socialismo, Matteo Renzi, sotto la spinta di Napolitano, ha fatto approvare da una maggioranza drogata di un parlamento di nominati illegittimi, una riforma-deforma del patto costituzionale su cui si è retta sin qui l’unità nazionale.

Piaccia o no quella del referendum di Novembre-Dicembre ( data ancora incerta per un governo in evidente stato di confusione), non a caso, l’abbiamo definita: “la madre di tutte le battaglie”, perché, insieme alla legge super truffa dell’Italicum, del cui carattere antidemocratico se ne è reso conto, tardivamente, il suo stesso padre putativo Napolitano, il popolo italiano sarà chiamato a decidere del proprio futuro: conservare lo status di cittadini o ridursi consapevolmente a quello di sudditi alla mercé di “ un uomo solo al comando”.

Ecco perché noi Popolari, falliti colpevolmente tutti i tentativi sin qui generosamente compiuti di ricomposizione dell’area popolare e democratico cristiana, abbiamo ritrovato l’unità nel NO compatto alla riforma-deforma, nella difesa della sovranità popolare e nel ricercare con tutte le componenti democratiche un nuovo percorso politico, alla fine del quale dar vita a un nuovo soggetto in grado di offrire, in un quadro di garanzia democratica, con la  speranza e il ritorno al voto del terzo stato produttivo e dei ceti popolari, una risposta adeguata alle attese del nostro Paese.

Attenti a ciò che accadrà a Milano e nella stessa evoluzione, che ci auguriamo positiva, del patto dei tre governatori del Nord, è alla costituenda Confederazione di sovranità popolare che intendiamo fornire tutto il nostro apporto politico e culturale, convinti come siamo che la battaglia aperta sul piano delle regole fondamentali destinate a garantire il patto degli italiani, imponga la ricerca della più ampia convergenza tra tutte le forze che intendono preservare l’unità democratica del Paese, contro questo sciagurato tentativo di dividerlo nella “guerra” evocata irresponsabilmente dall’ex presidente della Repubblica.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 12 Settembre 2016

 

 

 

 

9 Settembre 2016

Ricordando Machiavelli

 

 

Il concetto di “superiorità morale” che costituisce uno degli elementi caratterizzanti dell’esperienza grillina non è una novità nel panorama  politico culturale italiano. Da Marx a Gramsci sul versante della sinistra marxista e sino alla riproposizione della questione morale da parte di Enrico Berlinguer e dei suoi immediati successori, Achille Occhetto in testa, la pretesa superiorità morale era connaturata all’ideologia dei comunisti italiani.

Idem sul versante azionista, che derivava tale concezione dall’”Ordine Nuovo” di Piero Gobetti sino a Ferruccio Parri e agli altri esponenti dell’azionismo italiano nella resistenza e post bellico. Non sono mancate varianti più autoctone e localistiche, come quelle di Leoluca Orlando al tempo de “La rete” sostenuta dai gesuiti palermitani, o quelle di Di Pietro e De Magistris, novelli masanielli “duri  e puri” del meridionalismo italico.

E’ all’interno di queste assai diverse esperienze che si colloca quella innovativa dei grillini che, sin dall’inizio, si sono voluti caratterizzare come gli antesignani del “ radicalmente altro” nella politica italiana. Sta proprio nella crisi complessiva dei partiti in questa fase di passaggio dalla seconda alla terza repubblica, con la disaffezione generalizzata degli elettori nei confronti dei partiti personalistici o in preda al più deteriore trasformismo della storia nazionale, una delle ragioni del successo elettorale del M5S.

Gli è che alla fine in politica vale ciò che appare e quando si perde l’efficace rappresentazione della speranza, una delle ragioni essenziali alla base del consenso, si pagano le conseguenze sul piano dell’affidabilità e del voto. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e “governar non es asfaltar” come gridavano i democratici latino-americani al tempo del governo cileno di Salvador Allende.

La dura verifica della realtà effettuale messa alla prova da una classe dirigente improvvisata, scelta con criteri assai poco selettivi del voto on line, accanto ad alcuni giovani promettenti e capaci, ha evidenziato i notevoli limiti di leadership in alcune delle amministrazioni locali nei quali il M5S ha assunto il governo. La cosa è tanto più grave e significativa se in ballo c’è il governo della città di Roma, la conquista del quale era stato salutato come il preludio alla futura presa di Palazzo Chigi da parte dei pentastellati.

Ciò che è accaduto e sta accadendo a Virginia Raggi è emblematico, da un lato, dei limiti nella capacità di governo degli improvvisati reggitori e, dall’altra, in quella che con grande acume    Nicolò  Machiavelli così descrisse  nel cap.VI De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquirunter: “E debbasi considerare, come non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché l’introduttore ha per nimici tutti quelli che delli ordini vecchi fanno bene, et ha tepidi defensori tutti quelli che delli ordini nuovi farebbero bene. La quale tepidezza nasce, parte per paura delli avversarii, che hanno le leggi dal canto loro, parte dalla incredulità delli uomini; li quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza. Donde nasce che, qualunque volta quelli che sono inimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianamente, e quelli altri defendano tepidamente; in modo che insieme con loro si periclita.”

Forse, con Casaleggio, questa pagina de Il Principe sarebbe stata ricordata ai giovani del M5S assurti al governo della città eterna. Certo che quello che sta accadendo a  Roma è la verifica sperimentale dell’assunto machiavelliano citato.

Offuscata la patente della diversità e evidenziate le loro debolezze quanto a capacità di governo, rimane, tuttavia intatta al Movimento la capacità di rappresentare una speranza nuova alternativa al deserto morale e politico culturale dell’Italia.

Ha ben poco da sorridere il povero Matteo Orfini del PD, visto alcune sere in TV, irridente, nei confronti della sindaca di Roma. I ragazzotti saranno anche limitati sul piano della capacità di governo, ma a Roma “chi è più pulito ha la rogna”, a partire proprio da quel PD che da “mafia capitale” e ben oltre e dapprima, è stato concausa non secondaria dello sconquasso amministrativo e finanziario della città. Meglio, molto meglio, l’atteggiamento assunto da Alfio Marchini e dal Vaticano, preoccupati e consapevoli che una crisi irrimediabile della giunta capitolina sarebbe esiziale per Roma. Credo che sia questo il modo migliore per aiutare questa nuova e ancora fragile classe dirigente, affinché possa assumere sino in fondo la capacità di governo che una complessa realtà come quella romana richiede.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 9 Settembre 2016

 

 

7 Settembre 2016

Il mio ricordo di Mino Martinazzoli (oltre l’elegio della mitezza)  

 

 

L’elogio della mitezza, tema caro a Mino Martinazzoli, è stato il leit motiv dell’intervento del Presidente Mattarella, ieri, alla commemaorazione del politico democratico cristiano bresciano.

Il ricordo di Mino Martinazzoli mi è caro, da un lato, essendo stato tra i consiglieri nazionali della DC,  uno dei più favorevoli alla sua elezione a segretario del partito, in un ‘animata riunione dell’organo deliberativo della DC; dall’altro mi turba il ricordo che fu proprio Martinazzoli ad assecondare le spinte irrazionali della “pasionaria di Sinalunga”, Rosy Bindi, e a liquidare il partito dello scudo crociato, con modalità tuttora oggetto di valutazione giurisdizionale,.

Al Presidente Mattarella, infine, vorrei sommessamente evidenziare che se, certo, fa parte del suo ruolo di garante quello di richiamare tutti i politici alla mitezza, che non è arrendevolezza o sinonimo di debolezza nelle proprie convinzioni,  lo è ancor di più quello di vigilare affinché non si adottino scelte, da parte di un governo e di un parlamento, de facto, illegittimi, che minano l’unità- sostanziale del popolo italiano.

Essa è garantita dal patto costituzionale del 1948, grazie alla “Grundnorm” condivisa dai padri della Repubblica, ed è minacciata dalla riforma-deforma del trio toscano che, con un voto di un parlamento di nominati eletti con legge incostituzionale, punta alla modifica di 48 articoli e con una legge super truffa, quale l’Italicum, a ridurre la condizione dei cittadini a quella di sudditi.

Lo scriviamo da molto, troppo tempo: l’unica via istituzionalmente corretta percorribile era e rimane quella di indire nuove elezioni con il “consultellum” per eleggere  un parlamento legittimo e nomina di una  bicamerale rappresentativa dellle reali componenti della società italiana per procedere alle riforme.

In alternativa: elezione contemporanea del parlamento e di un’assemblea costituente, quest’ultima impegnata nel processo di riforma costituzionale.

Mino Martinazzoli, moroteo di lungo corso, al quale mi legava una sincera amicizia, non avrebbe mai condiviso ciò che è accaduto in Italia, prima e subito dopo la sentenza della consulta sul “porcellum”. Scelte che ci hanno condotti all’attuale situazione di crisi istituzionale assolutamente anomala e pericolosa per la nostra democrazia.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 7 Settembre 2016

 

 

6 Settembre 2016

Referendum: parla Annibale Marini,ex Presidente della Consulta

 

 

Su Affari italiani del 23 agosto scorso, l'ex Presidente della Corte Costituzionale, Annibale Marini ha scritto così:


"Il dibattito in corso sul referendum trascura un "piccolo" particolare e cioè che questa riforma costituzionale nasce senza una legittimazione parlamentare; non ci dimentichiamo che la Consulta ha dichiarato incostituzionale le leggi elettorali della Camera e del Senato! Di fronte ad un parlamento dichiarato illegittimo bisognava sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni, questo dice la sentenza! Invece come se la sentenza non fosse stata mai pubblicata il presidente della repubblica dell'epoca non trova niente di meglio che fare riforme. E questo è molto grave. Il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto sciogliere le Camere: è un tipico caso di scuola. Tutto invece si poteva fare tranne che fare riforme e per giunta riforme costituzionali".
"Nel merito è una riforma pessima. Non si è mai visto un presidente del Consiglio (peraltro nemmeno parlamentare) che propaganda e sponsorizza una riforma costituzionale. Bisognerebbe invece garantire imparzialità tra le parti senza tentare di influenzare la volontà popolare".
E i risparmi del senato di cui si parla?
Ma quali risparmi: il Senato come struttura burocratico/amministrativa avrà gli stessi oneri economici di prima, per cui dov'è il risparmio?
Ma almeno si accelera il procedimento legislativo? In Italia non abbiamo certo bisogno di accelerare il processo legislativo, semmai abbiamo bisogno di una seria delegificazione (e fare delle serie leggi di sistema) con tutte le leggi che ci sono. Tra l'altro anche oggi quando il governo vuole le leggi vengono approvate in brevissimo tempo.
A chi dice che le riforme le chiede il mercato, cosa risponde? Il mercato chiede cose completamente diverse, non chiede queste riforme. Il mercato vuole una effettiva diminuzione dei tempi della giustizia civile, ad esempio. Il mercato chiede una seria riforma fiscale che non strozzi il paese di tasse, il mercato chiede che se una persona viene assolta dallo Stato poi lo Stato non possa di nuovo ricorrere contro l'assoluzione emanata dallo stesso Stato. Queste sono le cose che vuole il mercato non le riforme della Costituzione. Se l'economia italiana è ferma non è certo colpa della Costituzione…."
Chi legge le mie noterelle sa che scrivo queste stesse idee da tempo e, non a caso, ho attribuito a Napolitano la responsabilità di una sorta di "golpe blanco",avendo indicato impropriamente e guidato il processo che ha portato un parlamento di" illegittimi", drogato dal porcellum incostituzionale e surrogato dal voto dei "transumanti mercenari" del trasformismo parlamentare a stravolgere ben 48 articoli del patto costituzionale.
PRIMA SI ELEGGA UN PARLAMENTO LEGITTIMO E POI CON LE PROCEDURE CORRETTE (ASSEMBLEA COSTITUENTE O BICAMERALE) si votino le riforme necessarie per rinsaldare e non per spezzare il patto che unisce il popolo italiano.

E, intanto, VOTIAMO TUTTI INSIEME NO AL REFERENDUM DELLA DEFORMA DEL TRIO TOSCANO: RENZI-BOSCHI-VERDINI

Ettore Bonalberti
Presidente A.L.E.F. (Associazione Liberi e Forti)
V.Presidente Comitato nazionale Popolare per il NO
socio co fondatore PATTO DI ORVIETO componente del comitato di presidenza nazionale dei Popolari per l'Italia
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Venezia, 6 Settembre 2016

 

 

 

 

5 Settembre 2016

Lettera agli amici della Confederazione di Sovranità Popolare

 

 

Contributo al dibattito del 5 Settembre

Questo incontro di oggi è stato promosso dagli Amici Paolo Maddalena e Felice Besostri e condiviso da tanti altri Amici per cercare di dare risposte tempestive, concrete e di mobilitazione democratica contro le minacce che provengono da vari giornali statunitensi e britannici che non sono più tanto velate. 
Si tratta di tentativi di grandi speculazioni finanziarie e di azioni di indebolimento del ruolo dell'Italia, attraverso un suo "coinvolgimento critico" in alcune grandi crisi internazionali in corso (Libia- Nord Africa- Esodo immigrati verso l'Italia e l'Europa). 
Si tratta di azioni esterne, rivolte contro l'economia italiana, che non trovano una forte resistenza politica all'interno del Paese, si tratta di azioni che spingono verso ulteriori privatizzazioni di beni pubblici e demaniali che appartengono al popolo sovrano; privatizzazioni e finanziamenti di salvataggio per diversi miliardi di euro, che sono realizzati con il nuovo e anomalo ruolo "politico" assunto dalla Cassa Depositi e Prestiti (rilievo della Corte dei Conti).
Alcuni tra questi attori, citiamo per esemplificazione il noto finanziere Soros e JP Morgan, che (almeno, va detto, hanno dichiarato pubblicamente le loro ipotesi preferite), sono si' a favore di un abbattimento dell'enorme debito pubblico (cresciuto nel 2016 di altri 77 miliardi di euro) ma da realizzarsi attraverso la vendita di beni pubblici e demaniali, agli amici degli amici, mentre in realtà sono beni che appartengono alla sovranità popolare che, con la nascita dell'Euro (1 gennaio 1999), è stata esautorata della sovranità monetaria a favore di una banca privata BCE. 
Questi operatori e forze di vario genere, che operano contro l'economia italiana, sono a favore dello smantellamento della Costituzione della Repubblica, sia perché vogliono una limitazione dei diritti dei cittadini per accrescere il loro potere,  sia perché vogliono disporre, sul mercato del lavoro, di una manodopera sempre più a basso costo in un modello di globalizzazione del lavoro con il minimo dei diritti e dei salari.
Riteniamo quindi che per l'attuale Governo di Renzi&Alfano&Verdini queste questioni, molto critiche per l'Italia, non possono essere ignorate spostando l'attenzione su altri temi. Renzi, infatti, per nasconderle o per non prendere posizioni politiche, non può, in questi giorni, con cinismo e buonismo, da un lato fare appello all’unità nazionale nel momento dell’emergenza del terremoto dell’Italia centrale, e dall'altro lato sponsorizzare, in tutti i modi possibili (occupazione RAI e Media), il voto per il SI' a una riforma – deforma costituzionale che, con una legge super truffa come quella dell’Italicum, punta a consegnare tutto il potere nelle mani di “ un uomo solo al comando”. 
Assistiamo dal 27 agosto al nuovo teatrino della politica: Renzi ha trovato di nuovo Berlusconi che ha dichiarato pubblicamente di volergli dare un sostegno, (riteniamo mai tolto), per un'azione unitaria, giustificandola pro terremotati con un Patto per l'Italia (in realtà un patto politico del Nazareno 2 è probabile desistenza di Forza Italia sul Referendum).
Matteo Renzi, dimostra sempre di saper essere un abile giocatore d'azzardo e spericolato politico che, con ripetuto cinismo, strumentalizza le persone, gli alleati e poi li scarica (....stai sereno...a Enrico Letta) e strumentalizza ogni fatto di cronaca, anche tragica, ma lo fa sempre come spot di comunicazione o attraverso un twitt (es. più eclatanti sono
-   ....Renzi ci ricorderemo....(slogan del popolo del Family Day, derubricato dalle unioni civili  e dal via libera alla Magistratura (sotto banco) all'utero in  affitto );
-  promessa di restituzione dei debiti dell'amministrazione pubblica (oltre 100 miliardi di euro) alle imprese che poi sono fallite o con imprenditori che si sono suicidati; 
- promessa di visita settimanale alle scuole per piano di rimessa a norma; 
- 100.000 insegnanti nel passaggio da precari a ruolo a tempo indeterminato, ma a con "mobilità di massa" in Regioni lontane dalla propria residenza e sradicamento familiare; 
- sanzioni e ostracismo alla Russia di Putin con danni di miliardi di euro al sistema agro alimentare; 
- sostegno inverosimile per decine di miliardi al sistema bancario (MPS in primis) e nessuna sanzione penale ad amministratori incapaci; 
- scandali bancari enormi senza sanzioni ai dirigenti (Boschi&C) ma azzeramento dei risparmi di decine di migliaia di risparmiatori;
- adesso il grande Piano di ridare casa (antisismica e in tempi brevi...) ai terremotati di Abruzzo-Marche -Umbria e in particolare di Amatrice&Comuni limitrofi. Si ipotizza che sia possibile mettere in sicurezza il territorio nazionale con un investimento di circa 100 miliardi di euro da parte dello Stato. Naturalmente ci sarà un commissario amico del Governo per autorizzare e gestire decine di miliardi di euro. Il Piano, annunciato, prevedrebbe una possibile tassa da 100 a 300 euro al Mq per tutti i proprietari di case!!
- altri populismi e annunci  vari...
Pensiamo che, purtroppo, per l'ennesima volta, Matteo Renzi continuerà ad ascoltare  i consigli ovvero le direttive dei poteri finanziari forti (JP Morgan) e della Massoneria internazionale e italiana (suo sponsor sin dall'inizio), e i consigli più recenti, quasi mai “disinteressati” del miliardario Soros (notissimo anti cattolico e anti Pro-Vita) che si sintetizzano nello smantellamento della Costituzione e quindi favorevoli a fare votare il SI' al Referendum.
Vogliamo invece sperare che Matteo Renzi voglia smentire tutti e se stesso, dimostrando, di fronte alla drammatica situazione del Paese, di onorare la sua responsabilità nazionale verso il bene comune e la sovranità popolare.
A nostro avviso, alcune scelte da assumere con dibattito nazionale potrebbero essere con priorità le seguenti:
- prendere in considerazione con realismo il suggerimento del premio Nobel per l’economia, Stiglitz per l'Euro a due velocità; 
- dedicare l'azione di Governo a cose più urgenti per il Paese, senza proclami populistici;
- ritirare il progetto di riforma costituzionale e rinviare, a dopo le elezioni quando avremo un parlamento che sia di eletti legittimamente, il compito di aggiornare le parti della Costituzione non collegate, né collegabili con i principi fondamentali del patto popolare unitario, sancito all’indomani della seconda guerra mondiale, che consenti' la ricostruzione dell'Italia nelle infrastrutture e nel tessuto sociale interclassista. 
Ricordiamo ai giovani Renzi&Boschi&Alfano che quel patto ha consentito di costruire l'unità del popolo italiano. 
I tentativi in questi ultimi 30 anni di rompere quell'equilibrio con processi politici antitetici e divisivi del popolo italiano (Berlusconi&C) non hanno dato benefici, ma anzi, con gli ultimi governi senza legittimazione popolare (Monti- Letta - Renzi), hanno prodotto vaste lacerazioni nel tessuto sociale e nuove povertà, con scivolamento della classe produttiva intermedia e con un'ulteriore crescita del debito pubblico, senza ridurre i costi per gli sprechi, i costi di oltre 6000 società partecipate pubbliche, spesso inutili carrozzoni (Cottarelli), i costi dei privilegi delle diverse caste che ruotano attorno alla classe dei politici e delle istituzioni. 
A nostro avviso, attorno al NO al Referendum, si possono costruire nuovi processi politici per un nuovo patto del popolo italiano nella società della globalizzazione con una base di Etica condivisa: la carta costituzionale che si andrà a modificare in un'Assemblea Costituente o in una Bicamerale da avviare dopo nuove elezioni di legittimi parlamentari, riaffermando il valore e la centralità della persona e della sovranità popolare.  
Fare vincere il NO al Referendum significa anche dire NO al Renzismo e Populismo, significa dire NO all'avventura e al dominio dei poteri forti del turbo capitalismo finanziario riducendo il nostro status di cittadini a quello di sudditi.

Ettore Bonalberti 
- Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti); V.Presidente comitato nazionale Popolare per il NO 
Antonino Giannone 
- V.Presidente ALEF
- Docente di Etica professionale e Relazioni industriali
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Venezia, 5 Settembre 2016

 

 

 

 

 

 

27 Agosto 2016

Si rinvii il referendum

 

 

Difficile fare appello all’unità nazionale nel momento dell’emergenza come quello del terremoto dell’Italia centrale, mentre si sponsorizza il voto per il SI a una riforma –deforma costituzionale che, con una legge super truffa come quella dell’Italicum, punta a consegnare tutto il potere nelle mani di “ un uomo solo al comando”.
Matteo Renzi, non ascolti i consigli  quasi mai “ disinteressati” del solito Soros e raccolga, invece, il suggerimento del premio Nobel per l’economia, Stiglitz e ritiri il progetto di riforma per dedicarsi a cose più urgenti e si impegni a rinviare, a dopo che avremo finalmente un parlamento di eletti legittimamente, il compito di aggiornare le parti della Costituzione non collegate né collegabili con i principi fondamentali del patto popolare unitario sancito all’indomani della seconda guerra mondiale.Su di esso abbiamo costruito l'unità del popolo italiano. Rompere quell'equilibrio significa abbandonarci all'avventura e al dominio dei poteri forti del turbo capitalismo finanziario riducendo il nostro status di cittadini a quello di sudditi.

Ettore Bonalberti
Venezia, 27 Agosto 2016

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25 Agosto 2016

Un piano straordinario per la difesa del nostro Paese

 

 

 

“Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”: scriveva cosi Leo Longanesi dell’Italia.
L’abbiamo ripresa molte volte questa celebre frase dello scrittore romagnolo a proposito delle ricorrenti alluvioni e dell’abbandono della montagna. La tragedia dell’ultimo terremoto dell’Italia centrale è l’ennesima dimostrazione di questa verità.

Piangiamo le vittime di Amatrice  e degli altri paesi coinvolti nell’area laziale e umbro marchigiana , ma oltre al dolore ci accompagna una riflessione critica da porre all’ordine del giorno della politica italiana.

Con un patrimonio edilizio  storico e  artistico culturale tra i più importanti nel mondo,  mai analizzato nella sua reale capacità di resilienza e strutture abitative accumulate nei secoli, comprese le ultime, poche, costruite secondo regole antisismiche solo di recente obbligatorietà normativa, siamo obbligati a redigere “la carta di identità degli edifici” e a sviluppare un piano di interventi a medio lungo periodo per la preventiva sistemazione strutturale del nostro immenso e assai fragile patrimonio edilizio.

Contro la furia sin qui imprevedibile dei terremoti poco o nulla possiamo fare, ma contro l’imprudenza e l’ignavia degli uomini, compresa quella dei responsabili istituzionali di scarsa visione strategica, abbiamo il dovere di reagire e assumerci tutti insieme le nostre responsabilità.

Ancora una volta plaudiamo alla generosa disponibilità dei volontari e all’immediato intervento del sistema di protezione civile, ma riteniamo non più rinviabile l’approvazione di un piano straordinario di intervento pluriennale per la difesa dell’assetto idraulico territoriale e del patrimonio edilizio del Paese.

 

Ettore Bonalberti, già DG dell’assessorato OO.PP., politiche per la casa e protezione  civile di Regione Lombardia
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Venezia, 25 Agosto 2016

 

 

 

 

 

 

 

20 Agosto 2016

Aprire il dibattito sulla riforma negli enti locali

 

 

Siamo alla vigilia di una scelta di carattere straordinario per le sorti della democrazia italiana, ma il confronto, già effimero nel Parlamento degli illegittimi nominati, conclusosi con una votazione sostenuta da una maggioranza drogata dal porcellum incostituzionale e dall’apporto dei transumanti del trasformismo parlamentare, è bloccato da un’informazione rigidamente controllata dai poteri forti interni e internazionali.

La RAI a totale controllo renziano, dopo l’allontanamento delle ultime voci critiche, garantisce il pensiero unico del SI, mentre la stampa, di proprietà di settori economici e industriali ben noti, quando non sia direttamente o indirettamente sottoposta alle pressioni governative cui, per convenienza, è difficile opporsi, esegue spartiti a senso unico a favore dell’esecutivo.

La casta, ossia il primo dei quattro stati cui faccio riferimento nella mia teoria euristica dei quattro stati, è prevalentemente orientata alla sua sopravvivenza; i diversamente tutelati, invece, nella loro assai diversa stratificazione  sociale ed economico finanziaria, sono divisi, così come divisi lo sono stati nelle recenti elezioni tra i partecipanti e i renitenti al voto.

Il terzo stato produttivo, largamente responsabile dell’astensionismo elettorale, è lo stato che vive direttamente sulla propria pelle il dramma della crisi economica, finanziaria, sociale e culturale del Paese e, privo di una rappresentanza politica di sicuro approdo, è molto disorientato.

Il quarto non Stato, quello del malaffare, naviga a vista, pronto ad allearsi, secondo migliore convenienza, col vincitore di turno.

Con la scomparsa delle culture politiche che furono alla base del patto costituzionale e la  dominanza del più vasto trasformismo parlamentare di tutta la storia repubblicana, con i partiti ridotti ad effimere sovrastrutture a scarsissima partecipazione e autentico controllo democratico popolare, vengono a mancare le stesse sedi fisiche nelle quali realizzare il confronto tra i sostenitori delle due tesi referendarie. Si giunge alla tragicomica censura del PD, nelle occasioni rappresentate da ciò che rimane dei vecchi festival dell’Unità, nei confronti degli esponenti dell’ANPI che della storia di quel giornale e di quelle kermesse  furono tra i promotori, perché favorevoli al NO.

Anche i corpi intermedi, depotenziati da una politica che ha inteso lateralizzarli vieppiù, con le loro dirigenze, come quelle sindacali eternamente insostituibili e parte oramai della stessa casta di potere contro la quale dovrebbero ergersi a difensori delle classi lavoratrici subalterne, sembrano disinteressarsi di un voto destinato a stravolgere nel profondo il concetto stesso di democrazia nel nostro Paese.

In alcuni casi si pronunciano, come con quell’endorsemen peloso dell’Annamaria Furlan, segretaria della CISL, a favore del governo o, peggio, tacciono, come nel caso dei massimi esponenti delle altre organizzazioni sindacali, con la sola benemerita eccezione di Maurizio Landini.

Sono almeno due anni che, nel clima di crisi complessiva dell’Italia, ipotizzo una possibile reazione sociale dal basso; una reazione che, invece, è rimasta sin qui sotto traccia, limitandosi al disimpegno elettorale e a un senso di impotenza e di frustrazione collettiva che serve solo a fare il gioco di chi è interessato a cancellare il significato stesso della sovranità popolare.

Anche la proposta più volte formulata di far nascere dal basso dei comitati civico popolari per il NO, fa fatica a decollare nelle sedi regionali e locali, dove le antiche e residuali divisioni politico partitiche sembrano ostacolare quell’unità di intenti che sarebbe oltremodo necessario realizzare.

Ecco allora che, in questa situazione ritengo sarebbe quanto mai opportuno aprire il confronto nelle sedi istituzionali più rappresentative della volontà popolare, che sono quelle dei Consigli  regionali, delle province o in ciò che è rimasto di esse e dei comuni italiani.

Nei giorni scorsi ho espresso una valutazione positiva all’iniziativa assunta, tra molte critiche, dal sindaco di Napoli, De Magistris, con l’assunzione della delibera da parte della  Giunta della sua città a sostegno del NO alla riforma-deforma costituzionale del trio toscano Renzi-Boschi-Verdini. Contro il dilagante conformismo alimentato da ingiustificati timori, piccole convenienze o false attese e nel controllo autoritario sistematico dell’informazione RAI, una spinta dalle realtà locali espressioni pressoché uniche rimaste della sovranità popolare, sarebbe quanto mai auspicabile e fattore di mobilitazione delle coscienze democratiche del Paese.

Le forze politiche e culturali, specie quelle che sono più penalizzate dalla situazione del monopolio informativo prima denunciato, dovrebbero allora impegnare i loro rappresentanti negli enti locali a promuovere un approfondito confronto sulla riforma costituzionale oggetto del referendum e sulla legge elettorale, in tutte le regioni, province e nei comuni per amplificare al massimo la conoscenza di ciò che con un SI o con un NO saremo chiamati a decidere il prossimo autunno. La convocazione di una seduta ad hoc dei consigli andrebbe richiesta in tutte le regioni, le province e i comuni italiani. E, dovrebbero farlo, non solo come strumenti e momenti di confronto politico culturale delle diverse realtà rappresentate in sede istituzionale locale, ma tenendo presente le criticità che la riforma comporta proprio per le regioni e le autonomie locali.

La riforma Renzi-Boschi costituisce, infatti, un “ritorno al centralismo” che rimette interamente nelle mani dello Stato un’ampia parte dei poteri e delle funzioni che la Costituzione del ’48 aveva equamente distribuito, attraverso criteri di democrazia, partecipazione e pluralismo, tra i diversi organi ed entità parti essenziali della Repubblica.

Credo sia questa l’unica strada per fare uscire il dibattito referendario, dalla propaganda e dal controllo a senso rigido dei media e per rendere meglio consapevoli i cittadini della scelta che, con il referendum di autunno, saremo chiamati a compiere.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 20 Agosto 2016

 

 

 

 

 

 

 

18 Agosto 2016

Ricordo di Alcide De Gasperi

 

 

Il 19 Agosto del 1954 a Borgo Valsugana di Trento moriva Alcide De Gasperi, il padre della ricostruzione italiana del dopoguerra, fondatore della Democrazia Cristiana, il più grande statista italiano dopo il conte di Cavour.

La mia generazione, la prima della Repubblica italiana e la quarta della DC, è nata e si è formata nel mito del leader dello scudocrociato.

Abbiamo conosciuto uomini e donne che avevano lavorato a fianco di De Gasperi o lo avevano appena potuto ascoltare nei suoi comizi e incontri politici che, dal 1946 in poi, egli aveva tenuto nelle principali piazze italiane.

Siamo entrati sedicenni nel partito della Democrazia cristiana agli inizi degli anni’60, quando era ancora intatto il ricordo e la figura dell’uomo che fu l’artefice delle più importanti scelte politiche dell’Italia del dopoguerra.

Dal patto atlantico alla riforma agraria, dalla scelta dell’integrazione europea con gli altri padri costituenti di ispirazione cristiano sociale, Adenauer e Schuman, egli ci insegnò il valore della politica dell’equilibrio e del coraggio;  dell’apertura alle alleanze compatibili sempre tenendo diritta la schiena nella difesa dei valori non negoziabili, insieme a quello della laicità e dell’autonomia dell’azione politica dei cattolici nella città dell’uomo.

Addolorato dopo l’esito confuso e contestatissimo delle elezioni del 1953, con l’assurda accusa orchestrata da Togliatti e dal fronte popolare della cosiddetta “legge truffa”, che, altro non era che un’intelligente proposta tesa  a garantire la governabilità di un Paese, squassato da contrapposizioni ideologiche e di schieramento incompatibili persino sul piano internazionale, e messo in minoranza all’interno del partito dagli uomini della seconda generazione DC, morì nel suo Trentino nell’estate di 62 anni fa.

La tanto contestata “legge truffa” altro non era che un premio di maggioranza alla coalizione che avesse ottenuto la maggioranza assoluta dei voti.  Niente a che vedere con le invenzioni improvvisate della seconda repubblica, dal mattarellum al porcellum, più vicine alla legge Acerbo di mussoliniana memoria che all’onestissima proposta degasperiana, battuta la quale, si consegnò l’Italia alle ricorrenti crisi di governo che hanno caratterizzato tutta la lunga vicenda della prima Repubblica.

E nulla da spartire, come qualche giovane ignorantello della storia politica repubblicana si ostina a sostenere, con quell’Italicum di cui a poche settimane la Consulta sarà chiamata a pronunciarsi sotto il profilo della costituzionalità.

Nell’attuale momento più basso della politica italiana, con la crisi dichiarata della seconda repubblica, il trasformismo parlamentare dominante, l’assetto di governo imposto dai condizionamenti politico finanziari esterni e dall’impotenza degli ex eredi dei  partiti defunti della seconda Repubblica senza credibili alternative, è quanto mai significativo celebrare il 62° anniversario della scomparsa di Alcide De Gasperi, soprattutto per tutti noi “DC non pentiti” tuttora alla ricerca della ricomposizione dell’area popolare e democratico cristiana di cui l’Italia avrebbe necessità.

Noi lo stiamo facendo da tempo con l’impegno di riprendere l’insegnamento morale, prima ancora che politico e culturale del grande statista trentino, con la determinata volontà di perseguire il suo permanente monito a tutti i democratici cristiani: «Solo se saremo uniti saremo forti. Solo se saremo forti saremo liberi».

Così come, avendo sperimentato sulla nostra pelle la verità delle sue parole, vogliamo restare fedeli al suo insegnamento, quando ammoniva sui pericoli della frammentazione politica dei cattolici che «li avrebbe indotti ad essere tra di loro più ostili di quanto non lo possano essere verso formazioni politiche diversamente ispirate».

E’ con  questi sentimenti, sostenuti dalla volontà di concorrere a riunire tutti i democristiani italiani non pentiti nella costruzione della sezione italiana del PPE, da ricondurre alla sua ispirazione originaria cristiano sociale e liberale, che parteciperemo alle cerimonie trentine in ricordo del nostro padre politico, il cui testimone vorremmo poterlo consegnare con fierezza alle nuove generazioni.

Di quell’insegnamento e di quei valori ne ha ancora tanto bisogno l’Italia.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 18 Agosto 2012

 

 

 

 

 

 

16 Agosto 2016

Le false motivazioni del SI

 

 

Cerco con cura, tra le motivazioni addotte dai sostenitori del SI al referendum, qualcuna di seriamente sostenibile, ma, onestamente, non ne trovo alcuna.

Quanto alla pretesa governabilità che il combinato disposto riforma costituzionale e Italicum garantirebbero, è evidente a tutti che il prezzo pagato al principio della rappresentanza è troppo elevato, tanto che non è paragonabile, né con quello della famigerata Legge Acerbo, né  con quella democraticissima “Legge Truffa” degasperiana, che fissava il premio di maggioranza alla coalizione che avesse ottenuto il 50%+1 dei voti espressi.

In realtà il sistema è predisposto per garantire tutto il potere nelle mani di un uomo solo al comando, realizzando, di fatto, ciò che il Daily Mirror ha denunciato, ossia la volontà dei gruppi finanziari internazionali come JP Morgan: superare le rigidità delle costituzioni europee post belliche. Franco Fracassi , da popoff.globalist.it, scriveva, infatti, già il 14 aprile 2014:

“Due cene organizzate per convincere Renzi a seguire i consigli di Blair, oggi consulente della JpMorgan. Obiettivo: disfarsi della Costituzione antifascista. Una cena per decidere, una per confermare le decisioni. Primo giugno 2012, primo aprile 2014. Due protagonisti sempre presenti: il presidente del consiglio Matteo Renzi, l'ex premier britannico Tony Blair. Un terzo (presente con suoi rappresentanti) è l'organizzatore, il vero beneficiario dei frutti degli incontri: la banca d'affari JpMorgan. Scrive il quotidiano britannico "Daily Mirror":
«Renzi è il Blair italiano non solo nelle intenzioni politiche, ma anche nelle alleanze economiche. Un esempio? La JpMorgan».
Riforma delle Provincie, riforma del Senato, riforma del lavoro, riforma della pubblica amministrazione, riforma della Giustizia, riforma del consiglio dei ministri, riforma elettorale. La Costituzione italiana, quella votata dopo la vittoria sul fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, quella pensata per impedire una futura svolta autoritaria nel Paese sta per essere stravolta. Così ha deciso il presidente del consiglio Matteo Renzi. Così ha suggerito la JpMorgan.

I fatti. Il primo giugno 2012 la banca d'affari statunitense organizza una cena a palazzo Corsini a Firenze. Il padrone di casa Jamie Dimon (amministratore delegato della JpMorgan) invita l'allora sindaco della città Renzi e il già ex primo ministro, e da quattro anni consulente speciale della banca, Blair. Il primo aprile 2014 la scena di sposta Oltremanica. Questa volta gli onori di casa lo fa l'ambasciatore italiano a Londra Pasquale Terracciano. Durante la cena a base di pesce Renzi e Blair discutono in privato. Il giorno successivo Blair rilascia un'intervista a "La Repubblica", in cui afferma:
«I momenti di grande crisi sono anche momenti di grande opportunità. In tempi normali sarebbe difficile per chiunque realizzare un programma ambizioso come quello delineato dal nuovo premier italiano. Ma questi non sono tempi normali per l'Italia. Renzi comprende perfettamente la sfida che ha di fronte. Se facesse solo dei piccoli passi rischierebbe di perdere la spinta positiva con cui è partito. Perciò c'è una coerenza tra il suo programma di riforme costituzionali e le riforme strutturali per rilanciare l'economia. E la crisi può dargli l'opportunità per compiere quei cambiamenti che sono necessari al Paese, ma che finora non sono mai stati fatti per le resistenze di lobby e interessi speciali».

E ancora:

«A mio parere occorre calibrare tre elementi: la riduzione del deficit, che è essenziale; le riforme necessarie per cambiare politica economica; e la crescita non solo per generare occupazione ma anche per portare più denaro nelle finanze pubbliche. Per fare tutto questo non serve la contrapposizione destra/sinistra, bensì quella tra giusto e sbagliato, fra ciò che funziona e ciò che non funziona. Se la riduzione del deficit è troppo veloce, la crescita non riparte. Ma se non si fanno le necessarie riforme, il deficit non si riduce. E mi sembra che questo Renzi lo abbia capito benissimo».

In un'altra intervista, rilasciata al quotidiano britannico "The Times", sempre Blair ha detto:
«Il mutamento cruciale, delle istituzioni politiche, neanche è cominciato. Il test chiave sarà l'Italia: il governo ha l'opportunità concreta di iniziare riforme significative».
Ricapitolando. Blair ha confermato il suo appoggio a Renzi sulla strada delle riforme. Ma come abbiamo ricordato non è più il politico che parla. Oggi il fu leader dei laburisti riceve uno stipendio di milioni di dollari l'anno per fare da consulente a una delle più importanti banche d'affari del mondo (seconda solo alla Goldman Sachs), formalmente denunciata dalla Casa Bianca di essere stata la «responsabile della crisi dei subprime», che ha poi scatenato la crisi economica mondiale.
Ha scritto l'economista statunitense Joseph Stiglitz:
«Le banche d'affari si servono di consulenti come la massoneria si serve dei propri membri. I consulenti oliano gli ingranaggi della politica, avvicinano i politici che contano alle banche giuste e promuovono presso di loro politiche compiacenti a quelle indicate dalle banche».

Che cosa si intende per «politiche compiacenti a quelle indicate dalle banche»? Il 28 maggio 2013 la JpMorgan ha redatto un documento di sedici pagine dal titolo "Aggiustamenti nell'area euro". Dopo che nell'introduzione si fa già riferimento alla necessità di intervenire politicamente a livello locale, a pagina 12 e 13 si arriva alle Costituzioni dei Paesi europei, con particolare riferimento alla loro origine e ai contenuti:
«Quando la crisi è iniziata era diffusa l'idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei Paesi del Sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell'area europea».
«I problemi economici dell'Europa sono dovuti al fatto che i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell'esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo», prosegue l'analisi della banca d'affari.

Andando avanti nella lettura il documento entra più nello specifico:

«I sistemi politici e costituzionali del Sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I Paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)».

Riassumendo, la JpMorgan ci dice: liberatevi al più presto delle vostre costituzioni antifasciste.
«L'idea d'uno Stato dove i poteri legislativo, esecutivo, giudiziario appartengano a organi diversi e siamo tutti eguali davanti alla legge» a esser malvista dalla parte dominante nel Ventunesimo secolo. Soprattutto, sono malviste le Costituzioni nate dalla Resistenza. Specie quelle del Sud Europa: in Italia, Grecia, Spagna, Portogallo», denuncia il giurista Franco Cordero.
Per l'economista Emiliano Brancaccio: «Maggiore è il potere del parlamento, più è difficile ridimensionare lo stato sociale. Un orientamento di segno opposto, invece, mira a redistribuire il reddito favorendo il profitto e le rendite, non certo a un ammodernamento del Paese. Nella Costituzione italiana e in quelle antifasciste ci sono norme che vincolano la tutela della proprietà privata, che può essere espropriata per fini di pubblica utilità. Le istituzioni finanziarie hanno spesso interesse a realizzare acquisizioni estere di capitali nazionali, e dunque hanno interesse a garantire che la proprietà del soggetto straniero che acquisisce sia tutelata. Con queste Costituzioni il soggetto straniero che viene ad acquisire spesso a prezzi stracciati capitale nazionale di Paesi in difficoltà non è totalmente tutelato perché potrebbe essere espropriato. Dietro la parolina magica "modernizzazione", spesso pronunciata da JpMorgan, c'è dunque la tutela degli interessi di chi vuole venire a fare shopping a buon mercato in Italia e in altri paesi periferici dell'Unione europea».
Scrisse l'ex Cancelliere socialdemocratico tedesco Willy Brandt: «Bisogna correggere la democrazia osando più democrazia».

Questo è quanto scrisse Franco Fracassi il 14 Aprile 2014. E’ strano, o forse, perfettamente in linea con il pensiero unico che si tende a realizzare, dopo l’occupazione sistematica di tutta l’informazione RAI e di larga parte degli altri media giornalistici da parte del “giovin signore fiorentino”, che sia sottovalutata la circostanza denunciata dal quotidiano londinese mai smentita.

Ridicola, poi, la tesi dei sostenitori del SI del presunto snellimento delle procedure parlamentari, atteso che con la riforma-deforma non si elimina il Senato, né si realizza  la tanto agognata fine del bicameralismo perfetto,  mentre, costituendo di fatto un confuso e farraginoso  bicameralismo imperfetto,  si rende ancor più complicata la formazione delle leggi. Basta confrontare l’art 70 nella versione originaria della Carta e quella illeggibile della nuova, che sembra scritta da analfabeti giuridici, foriera di contenziosi permanenti tra gli organi istituzionali.

E, allora, solo per aver diminuito un po’ di parlamentari e il CNEL, si dovevano modificare quarantasette articoli della Costituzione, oltre tutto nelle modalità di sostanziale illegittimità in cui il Parlamento dei “nominati” illegittimi ha proceduto?

Spiace che Annamaria Furlan, indegna erede dei Pastore, Storti, Macario, Carniti, Donat Cattin, abbia espresso il suo endorsement per il SI, contraddicendo una cultura politica di ispirazione popolare e democratico cristiana sempre fedele ai valori fondanti della Repubblica italiana.
Quando anche il sindacato è in ginocchio o, peggio, prono ai voleri di un governo come quello farlocco de “ il Bomba”, tempi tristi si annunciano per la democrazia italiana.

La speranza che rimane é quella che noi più anziani democratici, esponenti delle antiche culture, si sappia indicare alle nuove generazioni la strada più opportuna, ossia quella del NO alla deforma del trio toscano, per garantire a tutti lo status di cittadini e non quello dei sudditi cui inevitabilmente ci condurrebbe l’eventuale vittoria del SI.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 16 Agosto 2016

 

 

 

 

 

9 Agosto 2016

I morti seppelliscano i loro morti

 

 

La crisi politico istituzionale che sta vivendo il nostro Paese, con l’affermazione di un trasformismo parlamentare senza limiti e la totale scomparsa delle culture politiche della migliore tradizione repubblicana, oltre a interessare i partiti più importanti, come il PD e la sgarruppata area del  centro-destra, colpisce anche e soprattutto le formazioni minori.

E’ il caso dell’UDC, una delle ultime schegge della galassia ex DC, che, acquisito illegittimamente  l’utilizzo del simbolo storico dello scudo crociato, sta vivendo le ultime ore prima della sua dissoluzione finale.

E’ quanto emerge da un comunicato dell’On Paola Binetti del 7 agosto scorso, con il quale la parlamentare romana lancia un accorato appello al partito invitandolo a “ ritrovare le proprie radici”.

Difficile trovare coerenza tra i valori  cui dovrebbe riferirsi un partito di ispirazione cattolico democratica come l’UDC, restando inseriti da accoliti ininfluenti in una maggioranza drogata a sostegno di un governo le cui scelte sono orientate in senso alternativo, come è accaduto con l’approvazione di alcune leggi contrarie a quei “valori non negoziabili” propri della nostra cultura cattolica.

Si aggiunga l’ormai perduta affidabilità di alcuni degli attori protagonisti di quel partito, da Pierferdinando Casini, uomo di tutte le stagioni che, come ricorda la Binetti, non ha nemmeno rinnovato la tessera del partito che, pure continua a riconoscergli un’incomprensibile leadership, agli ultimi epigoni di uno scontro insensato, quale quello oggetto dell’appello dell’On Binetti: Lorenzo Cesa, segretario dell’UDC e Giampiero D’Alia, presidente di quello stesso partito.

Siamo veramente alla scissione dell’atomo, se un partito il cui consenso, come accertato anche alle ultime elezioni amministrative, è ridotto a cifre da prefisso telefonico, si permette di consumare tale scontro ai vertici e con un padre putativo ormai veleggiante verso il partito della nazione che, forse, non sorgerà mai.

Da parte nostra, ossia di amici facenti parte della stessa storia politica seppur vissuta da posizioni di ben diversa responsabilità, non possiamo che suggerire all’On Binetti di prendere atto dello stato preagonico di un partito che ha perduto ogni funzione, se non quella di garantire la sopravvivenza forzata di qualche dirigente;  un partito  trascinato a sostegno di un governo che, con la scelta del referendum di autunno e della legge super truffa dell’Italicum, ne ha deciso la definitiva scomparsa.

Bene ha fatto  l’On Cesa ha orientarsi per il NO al referendum costituzionale; una scelta che, tuttavia,  comporterebbe l’immediato abbandono del sostegno al governo Renzi da parte dell’UDC, mentre incomprensibile appare l’opposizione di quei parlamentari del partito che sono ancora disposti a restare nella maggioranza.

 

Stando così le cose, più che gli accorati appelli a ritrovare le proprie radici da parte di amici che, di là della difesa del proprio “particulare”,  sembra abbiano perduto la loro anima, sarà bene che “ i morti seppelliscano i loro  morti” e, dopo il voto di autunno, ci si ritrovi con  tutti i democratici che avranno contribuito con il NO alla difesa della sovranità popolare, a concorrere alla rifondazione dei partiti e della politica italiana.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 9 Agosto 2016

 

 

 

8 Agosto 2016

La vera destra al di là dei luoghi comuni

 

 

Nell’ampio dibattito che si è aperto all’interno del PD, con particolare riferimento alla prossima scadenza referendaria, è intervenuto ieri il capogruppo al Senato, Luigi Zanda, il quale ha dichiarato: «La storia del centrosinistra italiano ha sempre visto dibattiti molto accesi. La nostra parte politica ha retto e vinto quando, dopo la battaglia interna, si è ritrovata unita. Io lavoro a questo e non mi rassegno. Sia chiaro: col Pd diviso non ci sono alternative, vincono le destre e il populismo».

Luigi Zanda non ha radici che affondano nella storia del PCI e dei suoi eredi PDS,DS, essendo piuttosto espressione di una tradizione legata alla cultura politica del compianto Francesco Cossiga, di cui fu collaboratore speciale, con collegamenti personali e funzionali all’editore Caracciolo del gruppo Repubblica-Espresso, sinistro scalfariano di complemento.

Conosciamo la sua cultura e onestà culturale per cui ci permettiamo di chiedergli chi rappresenti oggi realmente in Italia, al di là dei luoghi comuni, la vera destra, nel senso della rappresentazione in sede politica degli interessi prevalenti dei poteri dominanti contro quelli della “povera gente”. La destra oggi in Italia, al di là di alcune frange estremiste e ininfluenti, non è certo rappresentata da ciò che è rimasto della vasta e sgarruppata area moderata in cerca di una difficile ricomposizione sul piano politico.

Leggendo ciò che ha pubblicato alcune settimane fa  il Guardian in merito ai  desiderata dei poteri finanziari internazionali di smantellare le costituzioni rigide post belliche europee, tra cui quella italiana,  tacciate di eccessiva ispirazione socialista,  JP Morgan,  esplicitamente chiamato in causa, risulta uno dei  suggeritori diretti della pasticciata riforma-deforma del trio toscano Renzi-Boschi-Verdini. Non a caso qualcuno ha scritto della riforma costituzionale: si scrive Renzi si legge JP Morgan.

D’altra parte  è evidente che l’area politica che da molto, troppo tempo, è l’interprete coerente degli interessi di quei poteri, risulta essere proprio quella cosiddetta di centro-sinistra,  che ha visto susseguirsi in rapida successione a capi del governo: Prodi, Monti, Letta , direttamente collegati agli ambienti della Goldman Sachs, del Gruppo Bilderberg e compagnie di giro finanziarie varie, sino all’ultimo virgulto coltivato e fatto giungere per vie improprie al potere che è il “ giovin signore di Firenze”, grazie alle decisioni del manovratore capo Napolitano, ancora in servizio permanente effettivo.

Ecco perché il giudizio di Zanda andrebbe corretto: se al referendum vincesse il SI con un PD unito, allora sì che vincerebbero le destre e i poteri finanziari dominanti, come lucidamente ha scritto alcuni giorni fa, il V.Presidente emerito della Corte Costituzionale, Prof Paolo Maddalena.

Egli senza giri di  parole afferma: “i Governi degli ultimi decenni hanno dimostrato di essere asserviti (come del resto la cosiddetta “troica”) ai voleri della finanza, la quale impone l’approvazione di leggi in proprio favore e contro gli interessi del Popolo (sanità, ambiente, ecc.). Lo si è già visto, da ultimo, con le leggi “Sblocca Italia”, “Jobs Act”, “Riforma della pubblica amministrazione”, le quali subordinano l’interesse dell’impresa (e cioè delle multinazionali) alla tutela del diritto al lavoro, alla tutela della salute e alla tutela dell’ambiente. Si rende, in altri termini, legittima la subordinazione dei cittadini alla volontà del governo e la subordinazione di quest’ultimo alla volontà della “finanza” (multinazionali e banche). Tale riforma costituzionale, inoltre, che riguarda 47 articoli della Costituzione, realizza una nuova Costituzione, trasformando indebitamente il potere di revisione in un potere costituente, cosa che è vietata dal citato art. 138.
Con la trasformazione sino al suo annullamento, dalla Leopolda in poi, della cultura politica della sinistra presente nel PD ad opera del giglio magico renziano, , la riduzione di quel partito a un Golem senza forma e privo di identità, reso ancor più, irriconoscibile dopo l’apporto dei mercenari della transumanza trasformistica parlamentare di marca verdiniana e accoliti,  è evidente che si tenterà in tutti i modi di falsare le carte in tavola e, come sostiene il Prof Maddalena, “subito dopo l’estate aumenterà il flusso di informazioni e controinformazioni sul tema del referendum costituzionale”.
Stavolta però gli autentici democratici italiani non si faranno gabbare e l’augurio è che, anche molti di coloro  che sono ancora parte non effimera del PD, ex comunisti e  ex popolari, sappiano finalmente riprendere le motivazioni ideali fondamentali della loro attività politica, concorrendo con tutti noi che saremo in campo, alla difesa della sovranità popolare; quella  che gli esecutori delle volontà dei poteri finanziari dominanti vorrebbero farci calpestare con un voto suicida.
Ettore Bonalberti
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Venezia, 8 Agosto 2016

 

1 Agosto 2016

Cosa accade nella travagliata area popolare

 

 

Ad un caro amico di Roma che mi ha scritto chiedendomi un parere sul progetto Parisi, ho risposto così:

L'idea di un nuovo soggetto politico  laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista e transnazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano e inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi ispiratori dei padri fondatori, alternativo al socialismo trasformistico renziano e ai  populismi estremi é il progetto che da tempo propongo, con alterne fortune,  agli amici popolari italiani.

Pare che alla base della decisione di Berlusconi di puntare su Parisi ci siano proprio le spinte della Merkel, componente centrale del PPE, per prendere le distanze dalle posizioni più intransigenti e anti europee di Salvini.

Parisi è  persona equilibrata, uomo di mediazione, sicuramente un tecnico e non un politico, ancorché di origine socialista lombardiana, il che lo rende assai interessante anche al sottoscritto.

Naturalmente si tratta di vedere se, stavolta, il Cavaliere lascerà a ciò che rimane di Forza Italia il compito di confermare la sua indicazione, tanto più se si dovesse giungere, come sembra, a una ricomposizione ampia dell’area alternativa al renzismo; situazione nella quale la leadership, ancorché indicata, dovrà essere condivisa attraverso elezioni tipo primarie con regole democratiche.

Troppe volte Berlusconi ha indicato un possibile suo successore (Fini,  Fitto, Alfano, Toti) per poi divorarselo come Saturno con i suoi figli.

Da parte mia, come ho detto nel recente incontro di Roma dei popolari di Rovereto e Orvieto e come ALEF siamo interessati a seguire e verificare:

  • ciò che accadrà prima, durante e dopo il referendum tra gli amici aderenti al NO e uniti nella difesa della sovranità popolare. E’ il caso del progetto della Confederazione di Sovranità popolare in corso di sviluppo a Roma con gli amici De Giacomo, Paolo Maddalena, Luigi Intorcia, Giovanni Tomei- www.sovranitapopolare.it ;
  • al progetto processo di ricomposizione dell’area popolare, liberale e riformista avviato a Rovereto ( Luglio 2015) e Orvieto (Novembre 2015), rilanciato Venerdì 26 Luglio scorso all’incontro di  Roma, presso l’Istituto Sant’Orsola,  con gli amici Tarolli e C. a conclusione del quale abbiamo deciso:
  • di ritenere l’appuntamento referendario sulle modifiche alla Costituzione un impegno aggregante, perché occasione per esprimere unitariamente e fattivamente la contrarietà alle modifiche apportate. E pertanto di impegnare ogni energia umana e organizzativa per costituire a tutti i livelli, e sull’intero territorio nazionale, Comitati Unitari per il NO.
  • di considerare tale scadenza un’occasione irripetibile per fornire agli elettori del nostro Paese un Progetto alternativo sull’Italia che vogliamo costruire, dove i caratteri siano improntati alla concretezza degli aspetti programmatici, alla chiarezza delle posizioni politiche, ad un riformismo innovativo del merito e che sappiano trarre ispirazione dalla Dottrina Sociale della Chiesa.
  • di avviare mediante uno o più appositi gruppi di lavoro iniziative che favoriscano la costituzione di un Tavolo nazionale dei vari comitati del NO, attraverso i quali:
  • Avviare un percorso di collaborazione e di messa a punto di un comune e condiviso Progetto per l’Italia;
  • Individuare un percorso metodologico che porti all’apertura di una Costituente nazionale per un Nuovo Soggetto Politico.
  • Che la peculiarità di tutte queste iniziative abbia la caratterizzazione della pluralità culturale, di una leadership comunitaria e collegiale, nonché sappia far emergere una classe dirigente all’altezza delle sfide.
  • Di conferire concretezza ai suddetti impegni promuovendo la costituzione di una nuova Associazione culturale ad hoc -  il cui nome potrebbe essere “Appello ai Comitati popolari e per la famiglia”, salvo altri suggerimenti - lo statuto della quale contempli le seguenti caratteristiche:
  • riferimento nei valori identitari ai principi richiamati nell’Appello di Rovereto del 18 luglio 2015 e nel documento di Orvieto del 29 novembre 2015, con le integrazioni proposte dai soggetti aderenti;
  • ribadisca la condivisione degli obiettivi dei Comitati popolari e dei Comitati delle famiglie;
  • aperto sia all’adesione dei singoli che delle persone giuridiche e delle associazioni di fatto quali Partiti, Movimenti, Comitati per il No al referendum costituzionale e altre associazioni.

 

E, infine, terzo ma non meno importante, siamo interessati all’annunciato seminario-convention di autunno proposto da Parisi, al quale vorremmo presenziare come “osservatori partecipanti” per accertare se e quali fatti realmente nuovi accadranno dopo tante disillusioni…..

Premessa, tuttavia, indispensabile sarà la madre di tutte le battaglie, ossia il referendum di autunno, nel quale dovremo valutare se e chi si schiera effettivamente per il NO  a difesa della sovranità popolare, autentica discriminante per ogni futuro e diverso assetto politico e premessa essenziale per concorrere alla costruzione del nuovo soggetto politico.
Da parte mia credo che la battaglia per il NO sarà l’ultima che condurrò come partecipante politico attivo; poi, credo, che, anche per ragioni di età….attaccherò  le scarpette al chiodo.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 1 Agosto 2016

 

 

29 Luglio 2016

Intervento Ettore Bonalberti (ALEF) all’incontro di Roma
Venerdì 29 Luglio- Istituto S.Orsola-Via Livorno,50

 

 

Porto il saluto dell’amico sen Mario Mauro, impegnato per motivi familiari nel Veneto, il quale esprime interesse e adesione alla volontà di riconfermare e portare a compimento le conclusioni di Rovereto e di Orvieto alle quali anche i Popolari per l’Italia hanno aderito.

Da parte mia , come sapete, sono 23 anni che combatto per la ricomposizione dell’area popolare ed ex DC. Nel 2010 ho dato vita ad ALEF (Associazione Liberi e Forti)  con un gruppo di amici di varie parti d’Italia che, quasi settimanalmente, tedio con le mie noterelle politiche.

Ho attraversato l’esperienza, non ancora conclusa, del tentativo di dare pratica attuazione alla sentenza della Corte di Cassazione n.25999, che, a sezioni civili riunite, il 23.12.2010. ha definitivamente stabilito che: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”. Sentenza in attuazione della quale attendiamo l’ordinanza del tribunale di Roma sulla richiesta di convocazione dei soci DC che, nel 2012, decisero di rinnovare il tesseramento al partito.

Fallito il nostro meritevole tentativo con il XIX Congresso nazionale della DC del Novembre 2012, ho assistito ai diversi tentativi di amici che connotano la vasta galassia disorganizzata di quello che fu il vasto e complesso retroterra culturale che faceva riferimento alla DC e, più in generale, alla tradizione dei popolari, sino alle due tappe essenziali del 2015: Rovereto ( Luglio 2015) e Orvieto ( Novembre 2015).

C’è stato l’ennesimo tentativo di Federazione, alla quale diedi il mio positivo contributo, dovendo prendere atto che si è tentata un’asfittica operazione ad excludendum, tanto più assurda alla viglia delle elezioni amministrative di per sé divisive, espressione di un progetto politico che non corrisponde alla realtà effettuale che ci troviamo d’innanzi sul piano etico, sociale, culturale e politico istituzionale.

Credo che ogni tentativo fondato sulla nostalgica riproposizione di vecchi schemi conformi alle vecchie culture politiche scomparse sia destinato al fallimento.

Si tratta di prendere atto, da un lato, della necessità di superare quelle che il sen Luigi Compagna denota come “ il mariosegnismo”,  ossia una sorta di rivolta moralistica contro il sistema dei partiti occupanti tutto il potere della Prima Repubblica; un tipo di atteggiamento tuttora in corso, sostenuto nel 1994 dalla Lega e poi dall’illusione liberale berlusconiana, sfociato miseramente nell’attuale dominante trasformismo politico parlamentare di cui scrivo da diverso tempo e che ho raccolto nel mio ultimo saggio sul triennio renziano: “ Popolo! Non avere paura del NO, cosa  cambia con il referendum”.

Con la teoria euristica da me rielaborata dei quattro stati ho tentato di rappresentare le ragioni del divario esistente tra la casta dominante, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo e il quarto non stato, evidenziando le ragioni della disaffezione elettorale e la grave crisi istituzionale in cui siamo precipitati dopo il “golpe blanco” tentato nel 2010 dal duo Napolitano-Fini e realizzato, sotto la pressione dei poteri finanziari forti europei e internazionali ,nel Novembre 2011.

Gravi le responsabilità, mai sottoposte al giudizio del Parlamento, di Napolitano, ancora in servizio permanente effettivo;  tanto che, in un quadro europeo e internazionale totalmente mutato, dove i poteri finanziari dominano incontrastati sull’economia reale e sulla politica, siamo costretti a porci in difesa della sovranità popolare, messa in discussione dal progetto del combinato disposto della riforma-deforma del trio toscano Renzi-Boschi-Verdini e della legge super truffa dell’Italicum.

Fortunatamente, come dicono i friulani: “ non gli è un mal che non sia anca un ben”, e ciò che non siamo riusciti a compiere sul piano politico organizzativo, ce l’ha permesso o costretto il referendum di autunno.

Sul NO al referendum, infatti, il 1 Marzo scorso abbiamo contribuito a far nascere il Comitato Popolare per il NO, nel quale hanno trovato rifugio tutte le diverse schegge del fiume carsico ex DC e popolare. Unici esclusi, almeno sin qui, le residue scarse truppe ex popolari che sostengono il governo  dentro e fuori il PD.

Nel frattempo e in ragione della crisi istituzionale, politico sociale cui ho fatto prima riferimento, nella sostanziale perdita di ogni residua credibilità di ciò che resta della cosiddetta seconda repubblica, con il PD ridotto a un Golem informe e senza più identità, il centro destra sfasciato, perduta l’antica egemonia a dominanza del Cavaliere e con il M5S ricettacolo del voto degli scontenti che, tuttavia, credono ancora nel valore della partecipazione politica, ciò che si richiede è pensare oltre i vecchi schemi e le antiche pregiudiziali appartenenze.

Si tratta di concorrere a costruire una nuova offerta politica soprattutto al terzo stato produttivo e a quella parte dei diversamente tutelati che, sfiduciati e frustrati, abbandonano i seggi elettorali, privi di una  seria e credibile rappresentanza politica. Come la DC seppe compiere il miracolo di  garantire all’Italia una lunga stagione democratica, grazie all’equilibrio sociale offerto dalla capacità della DC di  saldare gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi con quelli popolari, così dovremo fare, interpreti nella “città dell’uomo” degli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa, offrendo al terzo stato produttivo e ai diversamente tutelati una nuova speranza, prima che la rivoluzione fiscale passiva ormai prossima prenda il sopravvento, con il rischio di una rivolta sociale dai possibili esiti autoritari.

Come ALEF abbiamo seguito con interesse e attenzione i processi in itinere, prendendo innanzi tutto atto del fallimento delle nostre precedenti esperienze, aderendo a ciò che sta avvenendo con l’annunciata costituzione della Confederazione Solidarietà popolare; ossia al tentativo meritorio di mettere insieme le diverse culture politiche che si ritrovano nella difesa strenua dei fondamentali costituzionali; così come abbiamo sempre seguito e sollecitato il percorso avviato a Rovereto e a Orvieto.

Infine, siamo interessati, come ha già anticipato l’amico Giannone, V.Presidente ALEF, con la sua ultima nota,  a verificare ciò che sta accadendo nel processo di ricomposizione dell’area moderata. Gli amici Giovanardi, Quagliariello ed ex NCD che hanno avuto il coraggio di abbandonare Alfano e il governo Renzi, hanno deciso di partecipare da Popolari liberali, con gli amici di Italia Unica, al processo di ricomposizione avviato da Stefano Parisi in Forza Italia. 
Anche ALEF, almeno come “osservatore partecipante” intende concorrere e sostenere ogni iniziativa che si ponga in alternativa al trasformismo pseudo socialista renziano. Essenziale sarà, come’è negli intendimenti dell’amico Giovanardi, concorrere al progetto, apportando allo stesso  la nostra cultura e migliore tradizione dei popolari liberali.

Oggi, secondo le indicazioni dell’amico Tarolli, che ringrazio per quel suo spirito e passione tutta trentina di autentico democratico cristiano, siamo interessati a partecipare a questa innovativa formula di confronto e di partecipazione paritetica e inclusiva che ci viene offerta in continuità e sviluppo delle conclusioni di Rovereto e Orvieto.

Una formula che dovrebbe portarci a organizzare in tempi ragionevolmente brevi, quella che da tempo definiamo la seconda Camaldoli o come diversamente la vorremmo chiamare. In ogni caso sarà quella la conclusione del processo di ricomposizione dell’area popolare, per offrire al nuovo soggetto politico che inevitabilmente dovremo concorrere a far nascere dopo il referendum di autunno, la nostra  migliore tradizione politico culturale e sociale.

A conclusione del dibattito intervenuto oggi, assai proficuo, acquisendo le importanti sollecitazioni offerte dagli amici Tarolli, Tomasi, Voltaggio, Carmagnola, Forlani, Cristofori, Bicchielli,De Simone, Venturini, D’Agostini, Melchiorre e Rabotti, formulo seguente proposta:

  1. i partecipanti all’odierno incontro con coloro che hanno dato la loro adesione a Tarolli si costituiscono in gruppo di lavoro attivo, coordinato dall’amico Tarolli e tecnicamente dall’amico Marco D’Agostini, costituendo quella minoranza organizzata e attiva in grado di sviluppare positivamente e inclusivamente il progetto;
  2. si formino gruppi di lavoro sui diversi temi programmatici, partendo da quelle tre indicazioni –base offerte dall’amico Tomasi che lo pregherei di sviluppare. Da parte mia mi prenoto a partecipare al gruppo indicato da Bicchielli che intende seguire il processo di evoluzione in atto nell’area moderata. Si dia ampio spazio alla comunicazione on line inviando a ciascun componente del gruppo l’elenco dei partecipanti con le coordinate relative (e-mail e cellulari) onde evitare i costi delle trasferte romane….
  3. Tarolli si faccia sollecitatore di una sempre più stretta unità e coordinamento tra tutti gli amici popolari che a diverso titolo hanno aderito al Comitato Popolare per il NO e con Gargani si solleciti la formazione del coordinamento dei comitati per il NO a livello nazionale.
  4. Con gli amici di Italia Unica e altri disponibili sollecitiamo la formazione dei comitati civico popolari in tutti i comuni dell’Italia per la difesa della sovranità popolare, puntando ad organizzare incontri regionali e provinciali dei comitati unitari per il NO ovunque possibile.
  5. Come sollecitato da Tarolli raccogliamo i diversi contributi programmatici sin qui elaborati dai diversi gruppi, movimenti e partiti di area popolare, al fine di costruire una proposta programmatica in grado di offrire le risposte alle attese del ceti medi produttivi e delle classi popolari italiane.
  6. Un gruppo ad hoc si interessi di formulare proposte sulla nuova forma partito del nuovo soggetto politico a misura delle attese delle nuove generazioni e dell’ innovazione che si richiede alla nuova offerta politica

Tutto ciò al fine di preparare con quanti interessati la grande Convention nazionale dei Popolari,Liberali e riformisti da svolgersi entro e immediatamente dopo il referendum ( una volta che finalmente ne conosceremo la data).

Ettore Bonalberti
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Roma, 29 Luglio 2016

 

 

25 Luglio 2016

Quelle polemiche sul Papa e la Chiesa cattolica

 

 

Sono un papista ortodosso e considero indegne certe allucinanti note che circolano sul web, come quelle di un sedicente Movimento d’Amore San Juan Diego, che giungono a definire Papap Bergoglio come “ il Vicario dell’AntiCristo”, o quegli articoli del solito Socci con i quali si vorrebbe insegnare al Papa “ come fare il Papa”.

Confesso, tuttavia, che molte delle persone che abitualmente frequento, alcune delle quali vicine ad ambienti importanti della Curia romana, esprimono sempre più spesso il loro disagio, se non la loro aperta avversione, sia per qualche affermazione “ imprudente” secondo  loro di Papa Francesco, sia per qualche incomprensibile omissione, specie con riferimento alle vicende drammatiche della violenza jihadista contro i cristiani.

Riferimento obbligato la lectio magistralis di Papa Benedetto XVI a Ratisbona  nel quale Papa Ratzinger lucidamente espresse  il suo pensiero in merito agli islamisti che “ usano la spada e non la ragione”, dopo quanto accaduto a Padre Jacques sgozzato sull’altare nella Chiesa di Saint-Etienne du Rouvray, ci si attendeva una reazione più ferma da parte della Chiesa con la voce del suo Pontefice.

Papa Francesco, ieri, invece, sull’aereo che lo stava conducendo a Cracovia alla Giornata Mondiale della Gioventù, reiterando la sua ben nota affermazione per cui “ siamo in guerra”, nella terza guerra mondiale, sebbene condotta in più tranches, ha con estrema durezza affermato che” siamo in guerra sì, ma non di religione”. La sua conclusione è perentoria: “ tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri”.

Credo che con quest’ultima affermazione il dibattito sull’attuale conduzione della Chiesa Cattolica non mancherà di riservarci altre sorprese. Da parte mia continuo a ritenere Papa Francesco un dono del Signore, offerto a una Chiesa smarrita e da un popolo di fedeli in crisi da molto più tempo di quello che è stato sin qui concesso alla responsabilità del gesuita argentino. Una crisi che finì con l’annientare anche le ultime strenue capacità di resistenza del grande teologo Papa Benedetto XVI, nel confronto del quale spesso i critici di Bergoglio lo mettono in indebita contrapposizione.

Se il titolo stesso del Papa, Pontefix, costruttore di ponti, anche nella situazione drammatica che ha visto negli ultimi anni il sacrificio di migliaia di cristiani in varie parti del mondo, quasi sempre per la mano di estremisti in maggioranza ispirati da una lettura faziosa dei testi coranici, costituisce la premessa ontologica dell’agire papale, non si comprende quale alternativa concreta i critici di Bergoglio saprebbero avanzare?

La guerra di religione? E con quali truppe? Ci sono crociati disponibili nelle Chiese sempre meno frequentate, con vocazioni sempre più flebili, e con lo stesso associazionismo cattolico che permane in Italia, come nel resto d’Europa, in grave crisi di orientamento e di organizzazione?

Al di là delle facili reazioni, espressione più della rabbia e della frustrazione, andrebbero meglio considerate le ragioni più profonde che sono alla base dell’attuale situazione di crisi nei rapporti internazionali, entro i quali si pone la questione dello stesso stato islamico dell’ISIS e delle sue tentacolari manifestazioni più o meno organizzate a livello mondiale.

Sul blog che dirigo (www.insiemeweb.net), l’amico Fabio Polettini ha sintetizzato in maniera efficace ciò che sta accadendo, sottolineando che:  “Quello che continua a rimanere sottotraccia è l’analisi del disegno sottostante a questi atti di sangue. Esiste una strategia? A cosa è diretta? A che cosa si mira seminando terrore che danneggia il turismo e le economie, in primis, degli stessi paesi musulmani coinvolti? Si mira alla destabilizzazione del medio oriente da parte, questa volta, di alcuni stati di quell’area? O di certi settori di quegli stati, la cui leadership è a base clanica?
Con il progressivo disimpegno degli Usa, nuovi attori stanno riempiendo quel vuoto. La Russia è intervenuta per non vedersi esclusa dal mediterraneo, per controbilanciare la perdita dell’Ucraina, per mitigare le sanzioni e, probabilmente, per affrontare il tema del prezzo del petrolio- di cui è grande produttrice ed esportatrice- tenuto artificialmente basso dall’ Arabia Saudita.  Ma quest’ultima, coi suoi alleati e l’iran conducono un confronto duro e diretto sia in Siria, che in Yemen, che in Iraq. Ecco, è in questo assetto di nuovi equilibri che deve essere inquadrato L’Isis e le sue ambizioni territoriali, nonché la sua origine.
La cosa non è certo facile dal momento che in questo groviglio (dal quale gli Usa hanno preferito chiamarsi fuori, adottando l’antica politica del bilanciamento dei poteri, tesa a fare sì che nessun paese possa prevalere del tutto sull’altro, sapendo che Washington interverrebbe militarmente per riequilibrare il baricentro) ci sono grandi interessi economici di alcuni stati anche europei, nonché di Cina e Russia. Pensiamo soltanto alla delicatezza della Turchia, allo snodo dei gasdotti che fanno transitare gas dalle aree del Caspio sino a noi, al passaggio dei Dardanelli (che con Gibilterra e Suez sono gli unici accessi verso gli altri mari), al fatto di essere area -quella turca- che confina con le frontiere europee e che è terra”.

Ecco di qui si dovrebbe ripartire, se non si vuole ridurre la nostra critica a formule prive di fondamenta effettuali. Credo che il Papa e il Vaticano abbiano l’intelligenza e gli strumenti di analisi e di verifica più che efficaci per assumere, con sano realismo e la fedeltà ai valori di riferimento essenziali, le scelte più opportune in questa fase complessa e, per certi versi, drammatica della vita sul nostro pianeta.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 28 Luglio 2016

 

 

 

25 Luglio 2016

O la politica si rigenera o sarà rivolta sociale

 

 

La crisi politico istituzionale dell’Italia attraverserà in autunno uno dei passaggi più delicati, quello  del referendum costituzionale.

Qualcuno ha scritto: “ si scrive Renzi si legge JP Morgan”, ossia tutto parte dalle grandi compagnie finanziarie internazionali, al libro paga delle quali sono già iscritti leader politici europei, come  l’ex premier inglese Tony Blair e l’ex Presidente dell’Unione europea Barroso; per non parlare di alcuni noti politici italiani abituali invitati del circuito Bilderberg o già ospiti del panfilo “ Britannia” in cui si decisero le sorti e la svendita di molte aziende statali italiane.

In gioco è ciò che resta della sovranità popolare, con un combinato disposto: riforma pasticciata costituzionale ( 46 articoli della Carta modificati) e legge super truffa dell’Italicum che persegue l’obiettivo di un “ aggiornamento del sistema”, con il governo affidato a “ un uomo solo al comando”.

E’ la rigidità della Carta voluta dai padri costituenti che si intende violare, ultimo baluardo allo strapotere del turbo capitalismo finanziario che, nell’età della globalizzazione, subordina ai propri interessi l’economia e la politica, sino a distruggere lo stesso concetto di democrazia così come lo abbiamo acquisito in Occidente dalla rivoluzione  francese in poi.

Tutto ciò accade mentre é in atto a livello del Parlamento dei nominati illegittimi, il più vasto e indegno trasformismo, che, vede in Senato il sostegno al  governo non solo di una maggioranza drogata dal “porcellum”, ma inflazionata dal voto dei transumanti mercenari, eletti nelle liste di centro-destra e oggi sul carro del “ giovin signore” fiorentino.

Un referendum che, come ben ha descritto Massimo D’Alema nel suo ultimo dibattito televisivo ( “ In Onda”), chiedendo un SI o un NO su 46 articoli, assume inevitabilmente il carattere di un autentico plebiscito.

Con una partecipazione al voto  ormai stabilmente  ridotta a metà del corpo elettorale degli aventi diritto, un Parlamento di “ illegittimi” che continua a  sfornare leggi e addirittura a cambiare con un voto di fiducia la Carta costituzionale, il distacco tra paese reale e paese legale assume un livello mai così grande nella storia della Repubblica.

I partiti, almeno quelli che sono espressione del profondo travaglio intervenuto negli oltre vent’anni della cosiddetta seconda repubblica ( 1994-2016), sono tutti in preda a una crisi di identità come nel caso del PD, ridotto alle caratteristiche di un Golem senza forma, privo di una definita cultura politica, espressione di un socialismo fasullo nella versione trasformistica del renzismo dominante. Le punture al curaro espresse recentemente da D’Alema sono la dimostrazione del travaglio presente in quello che è pur sempre il partito di una maggioranza farlocca del corpo elettorale.

Il centro-destra, d’altronde, vive la fine dell’egemonia-dominio del berlusconismo, alla ricerca di un nuovo complesso equilibrio tra ciò che rimane tra Forza Italia, la Lega e Fratelli d’Italia.

Resta il M5S ricettacolo del voto degli arrabbiati e ultima speranza almeno per coloro che partecipano ancora al voto.

Gli è che manca totalmente una rappresentanza significativa e credibile del terzo stato produttivo, quello che costituisce il produttore reale della ricchezza nazionale, composto da artigiani, commercianti, agricoltori, piccoli e medi produttori con i loro lavoratori, liberi professionisti, i quali partecipano in  larga parte alla vasta area  degli astensionisti del voto.

Spezzato l’equilibrio tra classe operaia e ceti medi, che nella prima repubblica era stato garantito dalla DC e dai partiti del centro-sinistra d’antan e venuta meno l’illusione rappresentata al Nord, dapprima dalla Lega di Bossi e poi dalla promessa e mancata rivoluzione liberale del Cavaliere, al terzo stato produttivo, fattore dell’equilibrio sociale, restano:

  1. il giogo ormai insostenibile  di un sistema fiscale onnivoro e  una forzata rivoluzione fiscale passiva ( gli ultimi dati Istat indicano un’evasione dell’IVA di oltre il 30%);
  2. l’abbandono delle attività con la chiusura di aziende mai registrata prima in Italia o la fuga in Paesi fiscalmente più convenienti;
  3. la disperazione sino al suicidio che puntualmente si registra in varie parti d’Italia.

Con un sistema istituzionale in fibrillazione e la crisi della rappresentanza o le forze politiche saranno capaci di rigenerarsi, scomponendosi e ricomponendosi secondo progetti culturali affini o la rivolta sociale non sarà più un argomento di mera analisi politologica.

Come popolari, vittime della dolorosa diaspora democristiana, viviamo con angoscia i comportamenti degli ultimi esponenti di questa antica e nobile cultura ancora presenti in Parlamento e al governo. Salvo alcuni casi di nobili coerenze ( Mario Mauro, Carlo Giovanardi e pochi altri) assistiamo basiti alle capriole dei saltimbanchi e opportunisti indegni eredi della tradizione popolare e democratico cristiana.

Da anni chiediamo inascoltati un’assemblea costituente, unica legittimata a procedere a modifiche costituzionali, in base a un’effettiva legittima rappresentanza di tutte le istanze presenti nella società italiana e non certo da un plebiscito forzato e sostenuto dai poteri forti finanziari internazionali.

Ecco perché siamo impegnati unitariamente a sostegno del NO al referendum per la difesa della sovranità popolare e a concorrere, con tutti i democratici che credono nei fondamentali della Costituzione, alla costruzione di  un nuovo soggetto politico, che per noi, dovrà avere i caratteri di un partito laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far ritornare ai principi dei padri fondatori, alternativo al socialismo trasformista renziano e ai populismi estremi.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 25 Luglio 2016

 

 

 

14 Luglio 2016

E’ nato a Mestre il Comitato dei Popolari veneziani per il NO

 

 

Il 1 Marzo è stato costituito a Roma il Comitato Popolare per il NO che riunisce tutte le diverse componenti della vasta galassia popolare e di ex DC, la cui presidenza è stata affidata  all’On. Giuseppe Gargani

Oggi  presso la sala riunioni dell’Hotel ai Pini di Mestre si è dato vita al comitato dei popolari veneziani per il NO al referendum, così come sono già sorti a Verona, Belluno  e a  Rovigo .

Al comitato hanno aderito i primi venti soci che, provenendo da diverse esperienze politico culturali che si rifanno alla tradizione e ai valori dei Popolari Democratico cristiani e liberali, hanno condiviso le ragioni dell’atto costitutivo del comitato nazionale Popolare per il NO e intendono concorrere a far nascere in provincia di Venezia e possibilmente in tutti i comuni del veneziano dei comitati civico -popolari per la difesa della sovranità popolare.

Le ragioni del  NO dei Popolari  sono state ampiamente evidenziate da Ettore Bonalberti, della Presidenza nazionale del Comitato Popolare per il NO, il quale ha recentemente editato un saggio dal  titolo: “ Popolo! Non avere paura del NO- cosa cambia con il referendum”- Trattasi di un’approfondita analisi  sul triennio renziano e sulle ragioni che hanno portato alla scadenza referendaria.

Bonalberti ha confermato la volontà dei Popolari veneziani di collegarsi con tutte le altre realtà  dei comitati per il NO presenti a Venezia e nel Veneto,  con le quali so condividono i fondamentali della Costituzione, atteso che “la madre di tutte le battaglie” si dovrà combattere contro forze soverchianti per disponibilità di mezzi e risorse finanziarie.

Noi, ha continuato Bonalberti, “la combatteremo da “medici scalzi”, ma con tanta passione civile”.
All’incontro ha portato il suo saluto il prof Fabrizio Ferrari, V.Presidente vicario dell’ANPI di Mestre, che è stata la più efficace ed efficiente organizzazione scesa in campo per la raccolta delle firme per il referendum e per l’abrogazione della legge super truffa dell’Italicum.

Sono intervenuti nel dibattito gli amici: Di Turi, Malerba, Boscaro, Ranzato, Soccoli e Rossato.
All’arch Ferdinando Ranzato è stato affidato l’incarico della presidenza  del comitato veneziano dei Popolari per il NO al referendum. Ai venti soci che hanno aderito all’appello dei Popolari per il NO il compito di costituire il Direttivo del Comitato dei Popolari veneziani per il NO. Un direttivo aperto all’ingresso di quanti sano interessati  a partecipare all’impegnativa campagna referendaria d’autunno.
E’ sufficiente inviare all’indirizzo: info@bonalberti.com una mail con la dicitura: ADERISCO AL COMITATO POPOLARE VENEZIANO PER IL NO AL REFERENDUM.

 

Mestre-Hotel ai Pini- 23 Luglio 2016

 

 

14 Luglio 2016

La profezia che si autoadempie

 

 

Il 2 Dicembre dell’anno scorso redassi una nota dal titolo: una rivoluzione fiscale passiva?  Con essa evidenziavo che: “ se agli inizi degli anni’80, nelle fascia pedemontana del Nord, la Lega di Bossi poté affermarsi sulla base di una rivoluzione fiscale attiva ( “ basta con Roma ladrona”) per l’intervenuta rottura del patto con la DC e i partiti del centro-sinistra ( “ non vi opprimo con la tassazione in cambio del voto”), oggi corriamo il rischio di una rivoluzione fiscale passiva per impotenza o incapacità reale dei terzo stato produttivo di corrispondere a vessatori impegni fiscali che lo opprimono oltre il 50% delle proprie entrate”.
E continuavo:  se il terzo stato produttivo non ce la fa più a produrre ricchezza per mantenere gli altri  tre stati (casta, diversamente tutelati e quarto Non stato, nelle loro diversificate sottoclassi) nella migliore delle ipotesi avremo una rivoluzione fiscale passiva per incapacità di far fronte agli obblighi fiscali insostenibili, nella peggiore  una rivolta sociale cruenta.

In entrambi i casi assisteremo al crollo della repubblica già pesantemente sgarruppata da scelte istituzionali e politiche folli che hanno ridotto la sovranità popolare a pura giaculatoria liturgica. Denunciavo  il fatto che  viviamo una reale condizione di rottura del sistema e alla vigilia di una possibile rivolta sociale. Ora la protesta si polarizza sul M5S, con un 50 % che si limita a non giocare, ma poi?

Sostenevo che: serve una nuova politica economica e un ripensamento organico della costruzione europea giunta a un punto morto inferiore e che, distrutta la sovranità popolare nazionale, non ha saputo garantirla a un livello più elevato e partecipato, quello europeo. Di fatto abbiamo costruito un ircocervo iper-burocratico che ci ha spogliato del potere fondamentale sulla moneta senza offrirci contropartite che non siano i gravi costi sociali conseguenti alle politiche del rigore basate sulle illegittime prescrizioni dei fiscal compact (denunciate dal prof Guarino) e del pareggio di bilancio vigilate a BXL con una Banca centrale priva del potere di emissione della moneta proprio di ogni istituto con quelle competenze e funzioni.

In Italia, poi, servirà una tosatura a zero della spesa pubblica : dalle 20 Regioni e società derivate a 5-6 macroregioni con competenze esclusivamente legislative di programmazione e controllo con totale dismissione di tutte le partecipate et similia; un’analoga tosatura nelle spese dello Stato a livello ministeriale e negli enti derivati.

Se le caste politiche e burocratiche tenteranno ancora una volta di opporsi, insieme ai nodi scorsoi impostoci dalle assurde e illegittime norme europee ( Guarino docet) e dai poteri finanziari internazionali che hanno sovvertito il NOMA ( Non Overlapping Magisteria)  stabilendo il primato della finanza sull’ economia e la politica ridotte a ruoli ancillari, stavolta non sarà la ghigliottina, ma una  nuova “ assemblea della pallacorda”   destinata a compiere una rivoluzione politico istituzionale levatrice della Terza Repubblica o una drammatica uscita di tipo autoritario.

E concludevo così: spero di sbagliarmi, ma nasometricamente non vedo orizzonti diversi.

 

Oggi è l'anniversario della presa della Bastiglia, l'evento con cui il terzo stato avviò la Rivoluzione francese.
Da Trieste è partito lo sciopero fiscale e l'appello al Libero Territorio della città. L’ipotesi da me formulata nel dicembre scorso  di una rivolta fiscale passiva da parte del terzo stato produttivo che non ce la fa più, vessato da un'imposizione fiscale oltre i limiti del sostenibile, sembra diventare realtà.
E’ evidente che con un trimestre di riduzione rilevante delle entrate fiscali come l'IVA,, il sistema rischia l'implosione. Una casta che vive sul PIL prodotto dal terzo stato produttivo, incapace, costosa e, in molti casi, delittuosa, finirà per essere travolta dalla  rabbia sociale montante. Forse si stanno superando i limiti dell'equilibrio sociale , anche se “ il giovin signore” fiorentino continua baldanzoso nel suo immarcescibile fatuo ottimismo.
Ettore Bonalberti
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Venezia, 14 Luglio 2016

 

7 Luglio 2016

Per la vittoria del NO serve l’unità dei democratici

 

 

Come spesso è accaduto  soluzioni tecnico politiche pensate per favorire la propria parte, alla prova dei fatti, finiscono col favorire gli avversari.

E’ il caso della legge super truffa dell’Italicum che, partorita dal trio toscano Renzi-Boschi-Verdini e avallata dall’infausto patto del Nazareno che avrebbe dovuto portare all’elezione di un Presidente della Repubblica condiviso tra il “giovin signore” di Rignano sull’Arno e il Cavaliere di Arcore, finì col passare in Parlamento in una condizione di assoluta ìillegittimità politica che denunciammo, all’inizio, da solitari don chisciotte.

Un’illegittimità derivata da due camere di nominati eletti con una legge elettorale, il porcellum, dichiarato incostituzionale da una sentenza inappellabile della Consulta, al cui voto partecipò lo stesso attuale Capo dello Stato, componente all’epoca di quella Corte, successivamente eletto dallo stesso organo di “ illegittimi” nominati con quella legge.

Una legge collegata a una riforma costituzionale che poté superare il doppio esame parlamentare, grazie, non solo al premio del porcellum illegittimo, ma all’apporto trasformistico dei transumanti del Senato e sotto la spada di Damocle del voto di fiducia in notturna.

Mai in tutta la storia repubblicana la legge fondamentale che regola i rapporti tra tuti i cittadini, definendo il punto di massimo equilibrio di interessi e di valori presenti in un dato momento storico politico di una società, fu approvata o revisionata nelle modalità di sostanziale illegittimità come quelle della riforma-deforma voluta da Renzi, che trasforma in un colpo solo 47 articoli della Costituzione della Repubblica.

Abbiamo sempre sostenuto che il combinato disposto legge super truffa dell’Italicum destinata ad assegnare con la riforma costituzionale tutto il potere a “ un uomo solo al comando”, espressione di una sicura minoranza che diventa maggioranza grazie a un super premio drogato peggiore di quello che aveva previsto Mussolini con la famigerata Legge Acerbo, costituiva e  costituisce un vulnus irrimediabile alla sovranità popolare e con essa ai  fondamentali della democrazia rappresentativa su cui si é retta la Repubblica nei primi settant’anni della sua storia.

Dopo il mancato raggiungimento delle 500.000 firme necessarie per la richiesta del referendum abrogativo dell’Italicum, si impone una serie riflessione tra tutte le forze politiche, sociali e culturali del Paese, a partire da quelle che in questa raccolta hanno meno contribuito: chi per espressa o malcelata volontà, chi per impotenza o inedia o chi, peggio, per quegli atteggiamenti di  “servo encomio e codardo oltraggio” sempre presenti in una società dove, come ricordava Flaiano:  “si é  sempre pronti a salire sul carro del vincitore”.

Lasciamo ai leader sindacali di tutte le principali organizzazioni,  puntualissimi a scendere in campo a difesa dei diritti dei lavoratori, il dovere di una seria meditazione sul perché del loro mancato apporto in questa battaglia per la difesa della democrazia.

Lasciamo agli amici e compagni delle diverse anime della sinistra interne ed esterne al PD il compito di un’approfondita riflessione sui rischi, in cui noi tutti incorriamo, se restasse il malefico combinato disposto della riforma/deforma costituzionale e della legge super truffa dell’Italicum.

Spetta, invece, a tutti noi delle diverse fazioni nelle quali è tuttora divisa e dispersa la vasta galassia dei popolari e dei DC non pentiti, fare una seria e doverosa autocritica sullo scarsissimo apporto dato agli amici del Comitato del NO che, insieme all’ANPI sono stati la struttura portante e quasi esclusiva dell’impegno nella raccolta delle sottoscrizioni, che ha  sfiorato il traguardo delle 500.000 unità solo  per la mancanza di alcune decine di migliaia di firme.

Fortunatamente l’amico avv. Felice Besostri, già autore della vittoriosa blitzkrieg contro il porcellum, con una rete di amici avvocati ha presentato il ricorso in una ventina di tribunali a sostegno della richiesta del giudizio della Consulta su alcuni elementi di incostituzionalità  dell’Italicum del tutto analoghi a quelli già dichiarati tali dalla Corte per il “porcellum”.

Il tribunale di Messina ha ritenuto fondate le tesi dei ricorrenti e la Consulta è chiamata a pronunciarsi il prossimo 4 Ottobre. Nel frattempo anche il Tribunale di Torino ha accolto con un’ordinanza  alcuni dei fondamentali rilievi di incostituzionalità presenti nell’Italicum e nei prossimi giorni trasmetterà gli atti  alla Consulta.

Oggi , però, la situazione politica appare assai diversa da quella improntata all’ottimismo con cui Renzi e la Boschi con estrema sicumera avevano lanciato la sfida del referendum, da loro stessi considerata come la prova del nove della tenuta del governo e della loro leadership e sopravvivenza politica.

Le cose sono cambiate dopo le recenti elezioni amministrative, con la dimostrazione che “ il diavolo fa le pentole ma non i coperchi” e una legge elettorale pensata a misura del PD renziano versus un fantomatico partito della nazione, rischia seriamente di tramutarsi nel boomerang per Renzi e compagni e un gratuito e imprevisto regalo al M5S.

Nella recente direzione nazionale del PD, il presidente del consiglio e segretario del partito ha fatto la faccia feroce con la sua minoranza interna, confermando la sua volontà di conservare intatto l’Italicum e di rinviare al referendum  la verifica definitiva.

Non credo che durerà molto questa rigidità renziana sull’Italicum, salvo che “ il Bomba” non persegua una strategia suicida.

Fermenti più consistenti stanno emergendo dentro il PD e nei gruppi sociali e culturali che a esso fanno riferimento. Lo stesso fermento che sta agitando le acque nei transumanti trasformisti di Area Popolare; oggi Lupi, Formigoni, Schifani, Sacconi e altri insieme ad amici di Alfano, ogni giorno di più “mascariato” da accuse  che sembrerebbero riconducibili più ai caratteri dell’ italico familismo, che a fatti o circostanze di evidente rilievo giudiziario.

Una cosa è certa: che si attenda un assai improbabile giudizio amico della Consulta ( l’Italicum, brutta copia del porcellum, dichiarato costituzionalmente legittimo) o quello, allo stato degli atti, più probabile ( l’ Italicum incostituzionale almeno per alcuni suoi aspetti decisivi come il super premio di maggioranza al ballottaggio o i capilista nominati dai capi partito) e, dunque, si vada o meno a votare con l’Italicum la madre di tutte le battaglie resta quella di autunno ( sarà confermato il mese di Ottobre?) sulla riforma-deforma costituzionale.

Guai se, fatte le opportune autocritiche su ciò che si è fatto o è mancato nella raccolta delle firme per l’abrogazione dell’Italicum, si ritenesse di impostare la battaglia per il NO al referendum con le stesse modalità usate per il referendum sulla legge elettorale. E’ tempo che tutti i diversi comitati per il NO, sorti dal Novembre 2015 in poi, abbandonino ogni residua autoreferenzialità o presunzione di autosufficienza e si aprano al confronto e al dialogo per impostare un’azione comune a difesa della sovranità popolare.

Dopo quanto ha riportato Micromega, pubblicando la nota di Franco Fracassi da popoff.globalist.it : “ Una cena per decidere, una per confermare le decisioni. Primo giugno 2012, primo aprile 2014. Due protagonisti sempre presenti: il presidente del consiglio Matteo Renzi, l'ex premier britannico Tony Blair. Un terzo (presente con suoi rappresentanti) è l'organizzatore, il vero beneficiario dei frutti degli incontri: la banca d'affari Jp Morgan. Scrive il quotidiano britannico "Daily Mirror": «Renzi è il Blair italiano non solo nelle intenzioni politiche, ma anche nelle alleanze economiche. Un esempio? La Jp Morgan». “Riforma delle Provincie, riforma del Senato, riforma del lavoro, riforma della pubblica amministrazione, riforma della Giustizia, riforma del consiglio dei ministri, riforma elettorale. La Costituzione italiana, quella votata dopo la vittoria sul fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, quella pensata per impedire una futura svolta autoritaria nel Paese sta per essere stravolta. Così ha deciso il presidente del consiglio Matteo Renzi. Così ha suggerito la Jp Morgan.”

Oggi ciò che resta degli eredi di PCI-PDS-DS, della Margherita e della sinistra DC  dossettiana tuttora inseriti nel PD, hanno consapevolezza di questo collegamento renziano con gli interessi dei poteri finanziari, quelli che determinano i fini e subordinano ad essi l’economia e la politica a livello mondiale? Hanno compreso che il referendum per la riforma costituzionale fa parte di un disegno per superare la rigidità della nostra Costituzione e rendere la democrazia del tutto permeabile agli interessi di quei poteri? Ecco perché facciamo appello a tutte le componenti democratiche che si ritrovano nei fondamentali della nostra Costituzione e sono pronti a battersi per il NO e per la difesa della sovranità popolare. L’amico Gargani, Presidente del Comitato dei Popolari per il NO, cui mi onoro di appartenere, ha organizzato un incontro il prossimo 21 Luglio con tutti i comitati per il NO. Sarà un momento importante di verifica per la ricerca di un’unità operativa.

Noi Popolari e DC non pentiti, che ci rifacciamo agli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa che, sui temi della globalizzazione e del turbo o finanz-capitalismo, da Papa Giovanni Paolo II ( Centesimus Annus) a Benedetto XVI ( Caritas in veritate) a Papa Francesco ( Evangelli Gaudium e Laudato SI) ha saputo indicare le analisi e le proposte più rigorose agli uomini di buona volontà, con il compito di saperle tradurre nelle città dell’uomo, consapevoli del peccato che abbiamo commesso con le nostre perduranti assurde divisioni, dobbiamo ricostruire la nostra unità e  aprirci a quella più ampia con tutte le forze democratiche che intendono battersi contro lo strapotere del turbo o finanz- capitalismo di cui  il trasformismo renziano è il docile strumento politico operativo. Se nel 1948 fu l’unità antifascista alla base della costruzione della Carta fondamentale, oggi, senza chiusure aprioristiche verso alcuno, deve scattare l’unità di tutte le forze democratiche per la battaglia del NO destinata a segnare uno spartiacque nella storia politica dell’Italia e dell’Europa.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 7 Luglio 2016

 

5 Luglio 2016

Serve un maggior impegno dei Popolari e dei democratici cristiani non pentiti

 

 

E’ grande amarezza che pubblichiamo la nota degli amici prof. Villone, Alfiero Grandi e dell’avv.ssa Silvia Manderino, con la quale si annuncia il mancato raggiungimento delle 500.000 firme necessarie per il deposito della richiesta di Referendum per l’abrogazione della “legge super truffa dell’Italicum”.
Con amarezza e anche con un certo senso di colpa, atteso che è mancato il contributo efficace di noi Popolari ed ex DC alla raccolta delle firme. Lontano dalle nostre abitudini la capacità di organizzare banchetti e dispersi in molti, troppi rivoli, tanto in sede nazionale che in quelle locali,  alcuni di noi si sono limitati a depositare la firma presso i banchetti degli amici del Comitato per il NO e contro l’Italicum che, come nella mia provincia di Venezia, sono stati ben supportati dall’ANPI.
Una seria riflessione si imporrà tra tutte le frammentate schegge di quel grande fiume carsico dei Popolari e dei democratico cristiani presenti in Italia. Raggiunta l’unità con l’avvenuta formazione del Comitato dei Popolari per il NO, ossia l’unità sui fondamentali della nostra Costituzione, ho ritenuto opportuno sollecitare, in accordo con l’amico sen Ivo Tarolli,  un incontro tra le diverse formazioni di ispirazione popolare e democratico cristiana. Un incontro per riprendere il confronto a partire dalle conclusioni positive raggiunte a Rovereto ( Luglio 2015) e a Orvieto ( Novembre 2015) al fine di convergere con tutte le risorse disponibili nella madre di tutte le battaglie, quella che si dovrà condurre a Ottobre per il NO al referendum e per concorrere con tutte le forze democratiche disponibili alla costruzioni in tutti i paesi dell’Italia a comitati civico popolari per la difesa della sovranità popolare. Sarà un passaggio essenziale per la costruzione del nuovo soggetto politico, così come auspicato anche nella recente assemblea romana in cui si è nata la Confederazione Sovranità popolare, alla quale gli amici di ALEF ( Associazione Liberi e Forti) hanno aderito con l’intento di apportare al progetto, insieme a molti altri, la cultura e i valori dei popolari e democratico cristiani italiani.
In calce alla nota degli amici del comitato per l’abrogazione dell’Italicum pubblichiamo la lettera, che ho spedito ieri agli amici delle diverse componenti popolari e democratico cristiane, per sollecitare l’incontro che mi auguro si possa svolgere prima delle ferie estive.
Ettore Bonalberti
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Venezia, 5 Luglio 2016
Nota del Comitato per il Si nei due referendum
abrogativi relativi alla Legge 6 maggio 2015 n.52
Dichiarazione di Massimo Villone, Alfiero Grandi, Silvia Manderino del Comitato contro l'Italicum che ha promosso i due referendum abrogativi
Le firme raccolte per i due referendum abrogativi di norme dell’Italicum sono giunte a 420.000 (418.239 per il premio di maggioranza e 422.555 per i capilista bloccati). Non bastano, ma sono comunque uno straordinario risultato della mobilitazione organizzata dal Comitato nazionale e dai comitati territoriali.
Abbiamo proposto l’abrogazione del premio di maggioranza, compreso il ballottaggio senza soglia, che consegna i poteri di governo a un singolo partito, anche ampiamente minoritario nei consensi reali, e dei capilista a voto bloccato, per cui almeno i 2/3 dei futuri deputati sono nominati dai vertici di partito. Norme ancora più gravi alla luce delle modifiche costituzionali - volute dal governo e oggetto del referendum di ottobre - che affidano alla sola camera dei deputati il rapporto di fiducia con il governo e tolgono al senato la natura di assemblea elettiva.
Abbiamo inteso inserire i due quesiti abrogativi sull’Italicum in una più vasta stagione referendaria, volta anche a decisivi temi sociali come la scuola, il lavoro, l’ambiente. Siamo convinti di avere per la nostra parte contribuito a un fondamentale recupero di partecipazione e di consapevolezza democratica. L'impegno di decine di migliaia di cittadini, che hanno dato vita a 400 comitati locali, è di grandissimo valore. Si sono spesi senza limiti nel raccogliere le 420.000 firme, avendo un unico, comune, interesse: la rinascita collettiva della democrazia nel Paese e l'impegno a diffondere e a comprendere quanto siano vitali coscienza e responsabilità di essere cittadini. A loro va il nostro apprezzamento e la nostra gratitudine. Il loro generoso impegno ha confermato che ci sono importanti potenzialità democratiche nel paese, che dovrebbero essere valorizzate da quanti hanno a cuore una democrazia viva.
Denunciamo gli ostacoli palesi e occulti frapposti alla raccolta delle firme, che nonostante le chiacchiere sul radioso futuro informatico del nostro paese viene fatta secondo modalità che si possono definire ottocentesche. Il governo non ha mosso un dito per consentire l'uso della Pec per ottenere le certificazioni dai comuni. Con l’istituzione delle aree metropolitane i funzionari hanno perso il potere di certificazione che avevano nelle preesistenti province. Ringraziamo il Comitato promosso dai radicali per avere fatto con noi questa denuncia pubblica.
Ha pesato l'assenza pressoché totale dell’informazione sulla raccolta delle firme e sulle sue ragioni, effetto del prevalente conformismo dettato dai gruppi di potere dominanti nell'informazione e da autocensure che non fanno onore alla categoria. Ringraziamo i pochi che ci hanno sostenuto, come il Fatto e il Manifesto. Questo assordante silenzio mediatico ha grandemente ostacolato il contatto con l'opinione pubblica, rendendo difficile spiegare perché Italicum e modifiche costituzionali sono un tutto unico, da valutare e modificare insieme. Soprattutto per questo deficit informativo non siamo riusciti a rendere evidente che meccanismi elettorali e modifiche costituzionali non riguardano solo la “casta”. Determinando le scelte politiche e la loro traduzione in regole giuridiche toccano in prospettiva le concrete condizioni di vita delle persone come, ad esempio, l’occupazione, l’istruzione, la salute, le pensioni.
La convinzione di questo nesso inscindibile ci ha indotto a perseguire con la via referendaria anche quella del giudizio davanti alla Corte costituzionale, avviando iniziative giudiziali in venti tribunali con l’obiettivo di far sollevare una questione di costituzionalità. Una iniziativa particolarmente gravosa, che ha già prodotto un primo risultato. La Corte si pronuncerà il prossimo 4 ottobre. Auspichiamo che voglia accogliere le nostre motivazioni di incostituzionalità. Denunciamo i tentativi di premere sulla Corte, fino ad anticiparne il giudizio, segno evidente del degrado di comportamenti pubblici che richiederebbero ben altro stile. E se l’Italicum dovesse superare indenne il giudizio della Corte, non escludiamo la possibilità di riprendere in futuro l'iniziativa referendaria, se ci sarà l’appoggio non episodico di organizzazioni politiche e sociali che possono consentire di raggiungere l’obiettivo.
In ogni caso, la raccolta delle firme è stata un'esperienza positiva e importantissima. I 400 comitati territoriali fin qui sorti sono presenti in ogni parte del paese. Siamo oggi molto più radicati e diffusi di quando siamo partiti. Questo patrimonio va pienamente messo a frutto nella campagna elettorale per il referendum costituzionale di ottobre, Questo è l’impegno prioritario per la difesa della Costituzione e della democrazia, nel quale dobbiamo spendere tutte le nostre energie nazionali e locali con un secco e forte NO alle deformazioni della Costituzione. Un successo del NO riaprirebbe anche il confronto sulla legge elettorale, che, non a caso, le oligarchie nazionali ed internazionali vorrebbero tale da imbrigliare la volontà popolare e bloccare la partecipazione democratica.
La riunione congiunta dei Comitati direttivi per il No alle modifiche della Costituzione e contro l'Italicum, convocata per l'8 luglio, varerà un programma per la campagna elettorale per il referendum costituzionale e per il suo autofinanziamento. Queste proposte verranno portate ad un incontro nazionale dei comitati territoriali convocato per il 16 luglio a Roma.
Massimo Villone, Alfiero Grandi, Silvia Manderino
5/7/2016

Lettera di Ettore Bonalberti agli amici Popolari e DC
Da: Ettore Bonalberti <ettore@bonalberti.com>
Oggetto: prima del referendum di Ottobre: che fare?
Data: 04 luglio 2016 18:49:45 CEST
A: Ivo Tarolli <ivo.tarolli@yahoo.it>
Cc: Mario Mauro Mario <mario.mauro@senato.it>, CARLO GIOVANARDI <info@carlogiovanardi.it>, Carli Mirko De <decarlimirko@gmail.com>, Maurizio Eufemi <eufemi@yahoo.com>, Renzo Gubert <info@renzogubert.com>, Antonino Giannone <antoninogiannone1@gmail.com>, MARIO TASSONE <mariotassone43@gmail.com>, GIANNI c/o fontana e associati FONTANA <g.fontana@fgalex.it>, Amedeo Portacci <portacci.amedeo@gmail.com>, Diego Marchiori <diego.marchiori.dm@gmail.com>, Domenico Menorello <menorello@gmail.com>, Giuseppe Gargani <centrostudiroma@gmail.com>, LUCIANI NINO <nino.luciani@alice.it>, "massimo.gandolfini@poliambulanza.it" <massimo.gandolfini@poliambulanza.it>, Francesco Schittulli <schittulli@schittulli.it>, Giuseppe Nisticò <nistico@uniroma2.it>, Renato Grassi <renato.grassi@libero.it>, Vittorio Zanini <zeta.vittorio@gmail.com>, "Publio Rif.ne naz.le DC Fiori" <studiolegalefiori@libero.it>

Caro Ivo,
ho accolto con soddisfazione la tua proposta di convocazione di un incontro urgente per fare il punto della situazione dell’area popolare, dopo le recenti elezioni amministrative, la nuova situazione europea a seguito del Brexit, i drammatici sviluppi del terrorismo islamico e alla vigilia del referendum di Ottobre.
Dopo il  recente incontro ( Novembre 2015)  in cui abbiamo siglato tra molti di noi il “ Patto di Orvieto”, che, sostanzialmente,  recuperava le conclusioni raggiunte a Rovereto ( Luglio 2015) ci eravamo dati appuntamento dopo le elezioni amm.ve che, come previsto, non hanno facilitato il processo di ricomposizione della nostra area.
Un passo importante assai significativo è stata la formazione del comitato dei Popolari per il NO e l’assunzione della sua presidenza da parte dell’amico Gargani che ringrazio per l’impegno che si é assunto.
Mi auguro che tutti gli amici in indirizzo siano tutti concordi nel portare avanti quella che ritengo essere “ la madre di tutte le battaglie” per la difesa della sovranità popolare e per impedire che prevalga il progetto della JP Morgan e delle multinazionali finanziarie che dettano gli obiettivi all’economia e alla politica a livello internazionale, con pesanti condizionamenti anche sul nostro governo.
Di lì dobbiamo partire, avendo consapevolezza delle criticità derivanti dalle nostre permanenti colpevoli  divisioni ulteriormente verificatesi nelle recenti elezioni amm.ve.
Ecco perché, al di là dei pur lodevoli tentativi messi in atto da parte di molti di noi in diverse direzioni,  riterrei utile ed opportuno ritrovarci per tentare di superare definitivamente le vecchie e ormai obsolete vecchie strutture di appartenenza ripartendo proprio dalle conclusioni raggiunte a Rovereto e a Orvieto.

Si tratta di confermare l’unità di tutti i popolari per il NO al referendum e per confermare la disponibilità a concorrere con la nostra cultura e i nostri valori di riferimento alla costruzione di un nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo al socialismo trasformista renziano e ai populismi estremi e per la difesa della sovranità popolare.

Come da te indicatomi il 28 o il 29 Luglio potrebbe essere una data per organizzare  a Roma una seria riflessione su tale prospettiva con l’ìmpegno a organizzarci al meglio in tutti i comuni italiani con i comitati dei popolari per il NO primo ambito di una più vasta partecipazione politica e democratica per il dopo referendum.

La frantumazione del sistema politico italiano richiede una proposta alta di ispirazione popolare capace di suscitare una speranza al terzo stato produttivo e ai ceti meno abbienti dei diversamente tutelati, quale traduzione operativa nella città dell’uomo degli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa che, con le ultime encicliche sociali dalla Centesimums Annus, Caritas in vertiate, Evengelii Gaudium alla  Laudato Si, ha fornito la più rigorosa analisi e  le più adeguate proposte ai temi nuovi e sconvolgenti propri dell’eta della globalizzazione e del turbo o finanz capitalismo che stiamo  vivendo.
In attesa di ricevere le vostre indicazioni invio a tutti voi  un fraterno saluto.

 

Ettore Bonalberti
Presidente A.L.E.F. (Associazione Liberi e Forti)
socio co fondatore PATTO DI ORVIETO componente del comitato di presidenza nazionale dei Popolari per l'Italia
Promotore del think tank:VENETO PENSA
Via miranese 1/A
30171-Mestre-Venezia
tel. 335 5889798
ettore@bonalberti.com
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4 Luglio 2016

Si scrive Renzi si legge JP Morgan

 

 

Cari amici, chi segue le mie note ricorderà che scrivo da tempo di burattini e burattinai, di “ golpe blanco” e del tentativo referendario per corrispondere ai voleri dei poteri finanziari internazionali: superare e annullare le “costituzioni rigide” come quella italiana per renderle malleabili e ridurre i cittadini a sudditi della finanza che fissa gli obiettivi e subordina ad essi economia e politica. Non c’é più spazio per l’etica che persegue solo il profitto da attività speculativa, con i bei risultati che ci ritroviamo dal 2007 in poi: una montagna di derivati e futures, un debito mondiale che si stima 10-20 volte il PIL mondiale. E non saranno le banche a pagare ma i cittadini del terzo stato produttivo e i diversamente tutelati, mentre la casta e il quarto NON STATO continuano con i loro privilegi e i loro incestuosi e delittuosi  rapporti.
Ora si comincia a scriverne anche su “ Micromega”,  mensile del gruppo editoriale “ Espresso” lo steso di Repubblica, organo ufficioso del PD…..
Una ragione in più per il nostro NO alto e forte al prossimo referendum. Liberi e Forti nella nostra Italia!
Un caro saluto
Ettore Bonalberti
Presidente A.L.E.F. (Associazione Liberi e Forti)
socio co fondatore PATTO DI ORVIETO componente del comitato di presidenza nazionale dei Popolari per l'Italia
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Venezia, 4 Luglio 2016

http://temi.repubblica.it/micromega-online/si-scrive-renzi-si-legge-jpmorgan/

Si scrive Renzi si legge JpMorgan
Due cene organizzate per convincere Renzi a seguire i consigli di Blair, oggi consulente della JpMorgan. Obiettivo: disfarsi della Costituzione antifascista.

di Franco Fracassi, da popoff.globalist.it

Una cena per decidere, una per confermare le decisioni. Primo giugno 2012, primo aprile 2014. Due protagonisti sempre presenti: il presidente del consiglio Matteo Renzi, l'ex premier britannico Tony Blair. Un terzo (presente con suoi rappresentanti) è l'organizzatore, il vero beneficiario dei frutti degli incontri: la banca d'affari JpMorgan. Scrive il quotidiano britannico "Daily Mirror":

«Renzi è il Blair italiano non solo nelle intenzioni politiche, ma anche nelle alleanze economiche. Un esempio? La JpMorgan».

Riforma delle Provincie, riforma del Senato, riforma del lavoro, riforma della pubblica amministrazione, riforma della Giustizia, riforma del consiglio dei ministri, riforma elettorale. La Costituzione italiana, quella votata dopo la vittoria sul fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, quella pensata per impedire una futura svolta autoritaria nel Paese sta per essere stravolta. Così ha deciso il presidente del consiglio Matteo Renzi. Così ha suggerito la JpMorgan.

I fatti. Il primo giugno 2012 la banca d'affari statunitense organizza una cena a palazzo Corsini a Firenze. Il padrone di casa Jamie Dimon (amministratore delegato della JpMorgan) invita l'allora sindaco della città Renzi e il già ex primo ministro, e da quattro anni consulente speciale della banca, Blair. Il primo aprile 2014 la scena di sposta Oltremanica. Questa volta gli onori di casa lo fa l'ambasciatore italiano a Londra Pasquale Terracciano. Durante la cena a base di pesce Renzi e Blair discutono in privato.

Il giorno successivo Blair rilascia un'intervista a "La Repubblica", in cui afferma:

«I momenti di grande crisi sono anche momenti di grande opportunità. In tempi normali sarebbe difficile per chiunque realizzare un programma ambizioso come quello delineato dal nuovo premier italiano. Ma questi non sono tempi normali per l'Italia. Renzi comprende perfettamente la sfida che ha di fronte. Se facesse solo dei piccoli passi rischierebbe di perdere la spinta positiva con cui è partito. Perciò c'è una coerenza tra il suo programma di riforme costituzionali e le riforme strutturali per rilanciare l'economia. E la crisi può dargli l'opportunità per compiere quei cambiamenti che sono necessari al Paese, ma che finora non sono mai stati fatti per le resistenze di lobby e interessi speciali».

E ancora:

«A mio parere occorre calibrare tre elementi: la riduzione del deficit, che è essenziale; le riforme necessarie per cambiare politica economica; e la crescita non solo per generare occupazione ma anche per portare più denaro nelle finanze pubbliche. Per fare tutto questo non serve la contrapposizione destra/sinistra, bensì quella tra giusto e sbagliato, fra ciò che funziona e ciò che non funziona. Se la riduzione del deficit è troppo veloce, la crescita non riparte. Ma se non si fanno le necessarie riforme, il deficit non si riduce. E mi sembra che questo Renzi lo abbia capito benissimo».

In un'altra intervista, rilasciata al quotidiano britannico "The Times", sempre Blair ha detto:

«Il mutamento cruciale, delle istituzioni politiche, neanche è cominciato. Il test chiave sarà l'Italia: il governo ha l'opportunità concreta di iniziare riforme significative».

Ricapitolando. Blair ha confermato il suo appoggio a Renzi sulla strada delle riforme. Ma come abbiamo ricordato non è più il politico che parla. Oggi il fu leader dei laburisti riceve uno stipendio di milioni di dollari l'anno per fare da consulente a una delle più importanti banche d'affari del mondo (seconda solo alla Goldman Sachs), formalmente denunciata dalla Casa Bianca di essere stata la «responsabile della crisi dei subprime», che ha poi scatenato la crisi economica mondiale.
Ha scritto l'economista statunitense Joseph Stiglitz:

«Le banche d'affari si servono di consulenti come la massoneria si serve dei propri membri. I consulenti oliano gli ingranaggi della politica, avvicinano i politici che contano alle banche giuste e promuovono presso di loro politiche compiacenti a quelle indicate dalle banche».

Che cosa si intende per «politiche compiacenti a quelle indicate dalle banche»? Il 28 maggio 2013 la JpMorgan ha redatto un documento di sedici pagine dal titolo "Aggiustamenti nell'area euro". Dopo che nell'introduzione si fa già riferimento alla necessità di intervenire politicamente a livello locale, a pagina 12 e 13 si arriva alle Costituzioni dei Paesi europei, con particolare riferimento alla loro origine e ai contenuti:

«Quando la crisi è iniziata era diffusa l'idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei Paesi del Sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell'area europea».

«I problemi economici dell'Europa sono dovuti al fatto che i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell'esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo», prosegue l'analisi della banca d'affari.

Andando avanti nella lettura il documento entra più nello specifico:

«I sistemi politici e costituzionali del Sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I Paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)».

Riassumendo, la JpMorgan ci dice: liberatevi al più presto delle vostre costituzioni antifasciste.

«L'idea d'uno Stato dove i poteri legislativo, esecutivo, giudiziario appartengano a organi diversi e siamo tutti eguali davanti alla legge» a esser malvista dalla parte dominante nel Ventunesimo secolo. Soprattutto, sono malviste le Costituzioni nate dalla Resistenza. Specie quelle del Sud Europa: in Italia, Grecia, Spagna, Portogallo», denuncia il giurista Franco Cordero.

Per l'economista Emiliano Brancaccio: «Maggiore è il potere del parlamento, più è difficile ridimensionare lo stato sociale. Un orientamento di segno opposto, invece, mira a redistribuire il reddito favorendo il profitto e le rendite, non certo a un ammodernamento del Paese. Nella Costituzione italiana e in quelle antifasciste ci sono norme che vincolano la tutela della proprietà privata, che può essere espropriata per fini di pubblica utilità. Le istituzioni finanziarie hanno spesso interesse a realizzare acquisizioni estere di capitali nazionali, e dunque hanno interesse a garantire che la proprietà del soggetto straniero che acquisisce sia tutelata. Con queste Costituzioni il soggetto straniero che viene ad acquisire spesso a prezzi stracciati capitale nazionale di Paesi in difficoltà non è totalmente tutelato perché potrebbe essere espropriato. Dietro la parolina magica "m odernizzazione", spesso pronunciata da JpMorgan, c'è dunque la tutela degli interessi di chi vuole venire a fare shopping a buon mercato in Italia e in altri paesi periferici dell'Unione europea».

Scrisse l'ex Cancelliere socialdemocratico tedesco Willy Brandt: «Bisogna correggere la democrazia osando più democrazia».

(14 aprile 2014)

 

26 Giugno 2016

Il cantiere dei moderati

 

 

Quello che si è aperto a Parma su iniziativa della Lega, più che il cantiere dei moderati, dovrebbe chiamarsi il cantiere degli arrabbiati se, come sostenuto da molti, si pone il problema non tanto o non solo della ricomposizione della vecchia area del centro destra su basi rinnovate, ma di offrire una nuova speranza a quel 50% degli elettori non votanti italiani.

Anche i protagonisti presenti a Parma sono espressione della “casta”, che costituisce il primo stato utilizzato nella mia teoria dei quattro; coloro che, in ogni caso, fanno parte di quel ceto di privilegiati, anche loro come i renziani, nella maggior parte “ nominati” illegittimi, non più credibile agli occhi di una parte rilevante dei “diversamente tutelati”, ossia di quelli che vivono le condizioni peggiori del disagio sociale, insieme a quelli del terzo stato produttivo da molto tempo privo di rappresentanza politica.

Sono gli stessi ceti e classi sociali che hanno determinato la vittoria del Brexit in Gran Bretagna e che costituiscono la grande maggioranza degli arrabbiati presenti in quasi tutti i Paesi dell’Unione europea.

Sino ad oggi la casta politica, espressione di una legge elettorale illegittima, sopravvive nel trionfante indegno trasformismo parlamentare dei transumanti mercenari, ma a sinistra come a destra è sempre meno credibile ad almeno la metà del corpo elettorale. In Italia la questione si è ulteriormente aggravata per la rottura verticale del Paese introdotta da un referendum confermativo di una riforma costituzionale pasticciata, errata nel metodo con cui la si è votata da un parlamento di illegittimi, e irrazionale nel merito con cui si intendono modificare oltre quaranta articoli della nostra Costituzione.

Non a caso, proprio partendo dalla necessità di difesa della sovranità popolare, sta nascendo e si concreterà il prossimo 2 Luglio a Roma, “la confederazione  sovranità popolare”, nella quale intendono concorrere le diverse culture politiche che condividono l’esigenza di opporsi allo strapotere delle multinazionali finanziarie, responsabili del caos del debito pubblico mondiale che, dal 2007-2008 ha riempito di carta straccia le banche di tutto il mondo, pari a 10 volte il PIL mondiale. Un debito che si intende far pagare proprio a quei ceti e a quelle classi dei “diversamente tutelati” e del “terzo stato produttivo”, sino a richiedere ad imbelli e manovrati leader politico istituzionali, di annullare gli equilibri democratici sin qui garantiti dalle costituzioni rigide del dopoguerra.

Noi Popolari “ Liberi e Forti” abbiamo aderito e intendiamo concorrere con la nostra migliore tradizione politica e culturale alla confederazione di sovranità popolare, anche se siamo attenti a ciò che accade di nuovo nell’area dell’alternativa al trasformismo renziano, specie se emergeranno fatti nuovi significativi. Per ora, almeno così ci sembra, al di là di una vecchia riproposizione di vecchi partiti e movimenti, peraltro ancora divisi su alcune opzioni fondamentali, non si intravedono svolte significative, mentre permane assordante il silenzio della cultura cattolica e popolare, in assenza della quale ogni progetto politico risulterà di assai corto respiro.
Ettore Bonalberti
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Venezia, 26 Giugno 2016

 

 

23 Giugno 2016

Fase finale del trasformismo politico italiano

 

 

Da molto tempo denuncio ciò che è accaduto in Italia dal “golpe blanco” di Napolitano del Novembre 2011, dimostrazione palese della subordinazione delle nostre istituzioni e dei loro responsabili ai poteri forti finanziari internazionali americani con le loro ramificazioni europee, da cui sono derivate le  attuali mostruose deformazioni politico istituzionali dell’Italia.

Un Parlamento votato nel 2013 con una legge, “il porcellum”, dichiarato “incostituzionale”; tre consecutivi capi del governo mai eletti; un Presidente della Repubblica, votato da  quel Parlamento di “nominati illegittimi”, che lui stesso, da giudice costituzionale, aveva dichiarato espressione di una legge incostituzionale e che lo eletto in un’aula in cui, per ragioni diverse, non parteciparono al voto i capi dei tre maggiori partiti italiani: Renzi, segretario del PD perché non eletto; Berlusconi per FI, perché estromesso dal Senato in base alla legge Severino applicata in maniera retroattiva; Grillo per il M5S, perché non eletto. E’ questa la anomala situazione istituzionale del nostro Paese.

La precaria maggioranza del Senato ha portato, complice Renzi con il suo conterraneo Verdini, a definitivo e immorale sviluppo, la transumanza dei mercenari che, eletti nel centro-destra, sono passati a sostenere un governo farlocco, espressione del peggior trasformismo di tutta la storia politica nazionale.

E’ in questo quadro che “ il giovin signore” che, anche in base alla sentenza sul porcellum della Consulta, avrebbe potuto/dovuto gestire l’ordinaria amministrazione, limitandosi ad approvare una legge elettorale coerente con la sentenza della stessa Consulta, auspice ancora l’amico Verdini, in nome e per conto del Cavaliere con lo scellerato patto del Nazareno, porta all’approvazione quella che, da subito, ho definito “la legge super truffa” dell’Italicum e, senza e contro tutte le opposizioni, ma forte della sua maggioranza drogata, la stessa riforma/deforma di oltre quaranta articoli della Costituzione. Una deforma approvata con nella doppia lettura con maggioranze inferiori ai due terzi e, come tale, da sottoporre a referendum confermativo popolare. Quello che si terrà a Ottobre e che Renzi ha voluto trasformare, al di là del merito, in un referendum pro o contro la sua leadership.

E’ in questa situazione di gravissima crisi istituzionale e politica, cui si accompagna la grave crisi morale, sociale, economica del Paese, che si sono svolte le elezioni del 19 Giugno scorso.

Utilizzando la mia euristica teoria dei quattro stati leggo così i risultati complessivi del turno amministrativo:
la casta ha partecipato totalmente al voto schierandosi nelle diverse coalizioni a sostegno della propria sopravvivenza; la vasta area dei diversamente tutelati, quella che raccoglie l’ampia fascia sociale che va dagli alti magistrati sino alle componenti sempre più affollate dei disoccupati, giovani e meno giovani,  precari ed esodati, in preda a un fortissimo disorientamento. La presenza di partiti totalmente disarticolati o, come nel caso del PD, preda di una trasformazione genetica che ha ridotto quel partito a un Golem, massa informe e senza più identità, ha finito con disarticolare totalmente il voto di questo stato. Con la perdita di ogni sicuro riferimento ideale e politico, esso ha finito  in parte con  il  votare le forze di riferimento  tradizionali, ma, in misura più consistente la massa dei non votanti e, mentre i più disperati nell’unica voce della speranza di rinnovamento e di alternativa proposta dai grillini.

Ha un bel distinguere Renzi tra voto di protesta e voti di cambiamento. Domenica in parte si è protestato non andando a votare e in parte, certo, dando un segnale fortissimo di cambiamento .

Il terzo stato produttivo, che da molto, troppo tempo, è orfano di rappresentanza politica, o, come fa da molte elezioni a questa parte, non ha partecipato al voto, o, come a Milano, si rifugia nella continuità del blocco sociale e politico che da oltre vent’anni è dominante nella città.

Il quarto non stato, come sempre, avrà concorso nel voto secondo le migliori opportunità che si presentavano nell’articolata e diversa offerta politica locale.

Roma e Torino sono, tuttavia, l’emblema  della marcia trionfale dei grillini verso il potere, facilitati dallo sfascio complessiva del sistema politico italiano, entrato nella fase finale del trasformismo politico e nella più forte divaricazione tra gli interessi e i valori e la stessa narrazione falsa della realtà da parte  della classe politica e istituzionale e il paese reale. Non a caso nei mesi scorsi ho scritto di condizioni di anomia foriere di possibile rivolte sociali, oggi ancora limitate a esprimersi nel non voto o nel voto di protesta e per il cambiamento, ma per quanto ancora?

Ciò che impressiona in tutta questa situazione è la totale scomparsa di qualsivoglia espressione di cultura e di esponenti di chiara matrice popolare e/o di ispirazione democratico cristiana. Tranne il caso particolare dell’amico Mastella a Benevento, in nessun’altra realtà rilevante abbiamo notizia di sopravvissuti eredi della nostra tradizione politica.

Di qui dobbiamo partire anche noi Popolari per l’Italia, cominciando a fare autocritica sugli errori commessi a Roma dove abbiamo rischiato di consumare la definitiva frantumazione.
Al riguardo siamo tutti orfani del compianto Tito Salatto che, nella direzione convocata avrebbe potuto esporre tutte le ragioni del suo disamore e di forte critica per ciò che accaduto al nostro interno.

Ora, però, non è tempo di recriminazioni, anche perché non ci resta che prendere atto del fallimento complessivo della nostra azione politica.

Dalle conclusioni dei documenti dei Popolari di Rovereto e del Patto di Orvieto dovremo necessariamente ripartire, convinti come siamo, che qualunque alternativa si intenda costruire al trasformismo renziano, la presenza di una forte componente di ispirazione popolare, credibile, innovativa, è indispensabile se vogliamo fornire una speranza e una risposta alle attese di quanti, nel terzo stato produttivo e in quello dei diversamente tutelati, hanno scelto la via del disimpegno o del rifugio senza alternative nell’onda grillina.

Certo, si dovrà ricostruire un’alleanza degna di questo nome che possa in tempi ragionevolmente brevi condurci alla costruzione del nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans-nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo al socialismo trasformista renziano e ai populismi estremi.

Non mancano elementi di novità interessanti come quello di Giovanni Toti, presidente di Regione Liguria, esponente autorevole di Forza Italia e del dopo Berlusconi, cui porre attenzione e con il quale avviare da subito un positivo confronto. Anche con gli amici del Family day vanno consolidati i rapporti già proficuamente sperimentati nelle occasioni delle manifestazioni in difesa dei comuni valori identitari.

Pure  sul fronte più ampio che si sta costruendo, come quello degli amici della costituente di sovranità popolare, dovremo impegnarci non solo a dialogare, ma  concorrere alla costruzione della Confederazione per la difesa della sovranità popolare, nella quale apportare in maniera forte e chiara la nostra migliore cultura e tradizione politica.

Intanto, però, il primo e prossimo impegno cui dovremo dedicare tutte le nostre energie sarà quello della battaglia per la vittoria del NO al referendum, per la quale ho già sollecitato gli amici del Comitato dei popolari per il NO a concorrere alla formazione di una Federazione di tutti i comitati nazionali del NO.

Tre tappe essenziali: un grande convegno nazionale  unitario del NO a Roma e altri due convegni territoriali al Nord e al Sud dell’Italia e, infine, far partire in tutti i comuni italiani dei comitati civico popolari per il NO e per la difesa della sovranità popolare.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 23 Giugno 2016

 

 

 

16 Giugno 2016

Sul voto milanese

 

 

Scriveva Salvatore Tramontano a poche ore dal voto milanese:“Beppe Sala, vale la pena ricordarlo, è lo stesso signore che per i lavori della sua casa a Zoagli ha scelto l'architetto meno opportuno, cioè lo stesso a cui aveva affidato - da commissario di Expo, e senza gara di appalto - i lavori per i padiglioni. Beppe Sala è quello che non ha inserito nella dichiarazione giurata come manager pubblico una casa a Sankt Moritz. Ed è sempre lo stesso Beppe Sala che ha perso la memoria su una partecipazione da un milione di euro in una società in Romania o nella Kenergy, azienda che si occupa di fotovoltaico in Puglia. Davvero il Pd ha il coraggio di parlare di trasparenza? Con che faccia? La stessa, a quanto pare, che si è vista a San Pietroburgo. Una faccia tosta.”
Questo è, tuttavia, il Sindaco che, metà degli elettori –votanti milanesi, hanno scelto a governare Milano. Con il 25 % dei voti degli elettori, considerato il 50% di coloro che  hanno disertato le urne, Giuseppe Sala è chiamato a guidare la città economicamente più importante d’Italia. Speriamo che non venga gestita con la stessa “ diligenza del buon padre di famiglia” con cui l’ex commissario ha guidato EXPO 2015: dal 2008 ad oggi lo Stato nei suoi vari ambiti (governo, comune di Milano, provincia di Milano, città metropolitana di Milano, Regione Lombardia, Camera di commercio di Milano) ha iniettato in Expo 2015 la bellezza di 1.258.757.215 euro, quasi in miliardo e trecento milioni di euro, a conclusione del suo incarico  l’ex commissario lascia un conto da pagare di 1,1 miliardi.
Ancora una volta il blocco sociale e politico culturale che da molti, troppi anni, domina a Milano, è riuscito ancora una volta a prevalere. Parisi fermo al 48,30% non è riuscito a rappresentare quell’alternativa di cui la città aveva bisogno. La maggior parte del terzo stato produttivo e dei diversamente tutelati ha preferito disertare il voto, cui si è aggiunta anche la scelta improvvida di Nicolò Mardegan, con il suo appello al voto nullo o alla scheda bianca, espressione più di un sentimento di frustrazione che di meditata realistica scelta politica.
Va aggiunto che la coalizione riunita attorno a Parisi non era sicuramente coerente da un punto di vista politico culturale, dato  che riuniva esponenti di partiti di alternativa al governo (Forza Italia e Lega) con quelli di alcuni ondivaghi parlamentari del NCD e Area Popolare reggicoda del governo renziano.  Una miscela indigesta per molti elettori del centro-destra meneghino che hanno preferito il non voto al sostegno a un ircocervo di ambigua espressione politica.
Gli è che, alla fine, per sedicimila voti in più a favore di Sala, sarà l’abortista Bonino a diventare assessore, mentre la nostra Paola Bonzi, la più qualificata esponente del diritto alla vita, avrà vissuto un’interessante parentesi della sua assai più proficua e benemerita azione sul piano sociale e assistenziale.
Ora entriamo nella nuova fase verso il referendum di Ottobre sulla riforma costituzionale e contro la legge super truffa dell’Italicum: un combinato disposto esplosivo che potrebbe consegnare, con il premio di maggioranza alla più forte delle minoranza,  “ tutto il potere nelle mani di un solo uomo al comando”.
E sarà questo il terreno nel quale si misurerà il grado di tenuta delle coalizioni a confronto sulla scena milanese. Noi Popolari “ Liberi e Forti” saremo INSIEME a tutti i democratici che intendono battersi per il NO e per la difesa della sovranità popolare.
Ettore Bonalberti
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Milano, 20 Giugno 2016

 

 

 

16 Giugno 2016

Il voto dei Popolari “ Liberi e Forti” a Parisi

 

 

Alla vigilia del voto di ballottaggio nella città di Milano e a seguito degli ultimi avvenimenti, la nostra associazione, che sin dall’inizio ha contributo alla formazione della lista NOIxMILANO con Nicolò Mardegan Sindaco, dopo aver sollecitato con esiti non positivi un incontro tra Stefano Parisi e Mardegan,  preso atto che per quel mancato incontro sono prevalsi i condizionamenti e le pregiudiziali di alcuni ondivaghi personaggi parlamentari, sostenitori del governo Renzi a Roma e inseriti nelle liste di Parisi a Milano, evidenzia quanto segue:

  1. non possiamo che stigmatizzare i condizionamenti pesanti che Parisi ha dovuto subire ad opera di persone che da tempo sono espressione di contraddittorie scelte opportunistiche ai diversi livelli istituzionali. Condizionamenti che non hanno permesso a Parisi di valorizzare pienamente il grande sforzo politico culturale di rinnovamento compiuto da Nicolò Mardegan con la sua lista NOIxMILANO, che ha ottenuto un significativo riconoscimento di consensi tra i ceti popolari milanesi;
  2. riconfermiamo la nostra piena solidarietà, stima e fiducia all’amico Mardegan e il ringraziamento per quanto ha saputo fare in una campagna elettorale nella quale ha profuso energie e un impegno totale grazie al quale si è potuto costruire un movimento politico che è destinato a concorrere positivamente nella costruzione del nuovo soggetto politico alternativo al trasformismo socialista renziano a livello locale, regionale e nazionale.
  3. Siamo, in ogni caso, impegnati a batterci in alternativa al governo della città da parte della sinistra; un governo guidato da Pisapia prima e ora che si intende  affidare alla candidatura di un signore, già responsabile della gestione di EXPO 2015 che, a fronte di quasi in miliardo e trecento milioni di euro ricevuti dalle diverse istituzioni, lascia in eredità un passivo di bilancio di oltre un miliardo di euro. No a questo “voltagabbana” della politica, prima al servizio di Letizia Moratti e adesso vessilifero della sinistra estrema, nonché smemorato su alcuni casi inerenti alle cure dei propri affari personali, non intendiamo offrire alcun aiuto, come sarebbe quello  velleitario della non partecipazione al voto di domenica prossima.
  4. Nel programma da noi sostenuto con Mardegan le priorità erano: sicurezza- voce alle periferie e vigili in tutti gli 88 quartieri- sostegno alle Famiglie con l'adesione al Progetto da parte del Popolo della Famiglia e infine, ma come priorità: tutela della vita e sostegno alle donne in gravidanza e al CV Mangiagalli con la sua Presidente  Paola Bonzi, capolista di NoixMilano.
  5. La scelta da parte di Parisi di dare garanzie a queste priorità e di contrapporre una scelta per la Vita con Paola Bonzi al contrario di Sala che sceglie la Bonino, famosa per le sue  iniziative a favore dell'aborto, praticandolo direttamente, ci spinge a fare l'indicazione ai nostri Amici Popolari Liberi e Forti di votare convintamente Stefano Parisi.
  6. Le nostre indicazioni sono una scelta legittima per l'autonomia della nostra Associazione che ci vedrà insieme a Mardegan, a partire dal 20 Giugno, protagonisti su scala nazionale per il sostegno al NO al Referendum Costituzionale contro la legge Renzi&Boschi&Verdini, e ci auguriamo che Parisi sosterrà questa iniziativa con il suo alleato e amico Corrado Passera, e non con i suoi alleati Lupi e Alfano che stanno al Governo con Renzi

ALEF (Associazione Liberi e Forti)
Ettore Bonalberti Presidente 
Antonino Giannone Vice Presidente
Milano, 16 Giugno 2016

 

 

15 Giugno 2016

Cittadini e non sudditi

 

 

Un amico economista veneziano, il prof.  Francesco Pontelli, commentando l’andamento dello spread Btp-bund volato sopra i 150 punti base ( vedi il twitt di Focus economia @FocusEconomia delle ore 11,30 del 14 Giugno 2016) mi ha scritto quanto segue:

Oggi... ma domani ?

È la brexit oggi ad allarmare i mercati che investono in bund tedeschi anche se il rendimento è negativo .
Questo determina l'aumento dello spread anche con un Draghi che continua ad acquistare i nostri titoli del debito pubblico italiano attenuando la spinta in alto dello spread e di fatto togliendo il nostro paese alla valutazione dei mercati .

Lascio immaginare cosa succederà quando non ci sarà più il paracadute della Bce .

L'Italia si ritroverà nelle medesime condizioni  del novembre 2011 con lo spread a 580 punti base per la mancanza di credibilità, di una politica di sviluppo economico credibile ( chi ricorda le assicurazioni del ministro del MIse che affermava che avrebbe portato la quota export dall'attuale 28.7% ad  oltre il 50% sul Pil? " corriere della sera 2015 ) .

 Ma con una piccola variante.  Rispetto al novembre 2011 il debito pubblico è esploso di oltre 234 miliardi arrivando a quota 2227,8 .

Parallelamente si sono abbattute sulle spalle dei cittadini manovre finanziarie per oltre 200 miliardi di euro con aumenti strutturali del prelievo fiscale ed imposizione di accise .

In questo contesto il sistema bancario considerato da Renzi solo sei mesi fa assolutamente solido sta naufragando sotto il peso in parte degli Npl ma soprattutto dei derivati ormai diventati carta straccia.

E questa secondo qualcuno viene definita ripresa economica. 

Mi sembrano osservazioni quanto mai puntuali e rigorose, ma, nei media italiani  questi dati vengono colpevolmente ignorati.

Sembra che la politica del “giovin signore” per il controllo generalizzato della comunicazione stia dando i suoi frutti, ma i dati della realtà sono più forti della propaganda e i cittadini non sono ancora disponibili al ruolo di sudditi.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 15 Giugno 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

14 Giugno 2016

Ciao Tito

 

 

Ci eravamo telefonati Venerdì scorso, alla vigilia dell’inizio delle terapie e l’avevo sentito sereno, consapevole della sua condizione, ma pronto ad affrontare il calvario della chemio.
Il male l’ha sopraffatto e nella giornata di ieri Tito Salatto ci ha lasciati.

Perdo un grande amico con cui negli ultimi anni avevamo condotto molte battaglie politiche da democristiani non pentiti, entrambi convinti della necessità di battersi per la ricomposizione dell’area popolare e democratico cristiana da far convergere con la propria cultura e i propri valori, in un nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, transnazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel Partito Popolare europeo, alternativo al socialismo trasformista renziano e ai populismi estremi.

Ci eravamo lasciati al telefono con l’impegno reciproco di condurre insieme l’ultima battaglia per la difesa della sovranità popolare, favorendo l’unità di tutte le componenti democratiche per il NO al referendum di ottobre e contro la legge super truffa dell’Italicum.

L’appuntamento che ci eravamo dati era per la settimana successiva al voto dei ballottaggi di domenica 19 Giugno, nei quali la nostra attesa fiduciosa , a Roma come a Milano e nelle altre città italiane, era per la vittoria dell’alternativa alle giunte fallimentari della sinistra. Scompare con Tito Salatto una figura esemplare di democratico cristiano della migliore tradizione romana, impegnato nelle organizzazioni sociali e sindacali della CISL e delle ACLI, fortemente inserito nella realtà della città e in grado di raccogliere una vasto consenso elettorale per la sua capacità di interpretare le attese della povera gente. L’aveva fatto da assessore regionale del Lazio e da deputato europeo, inserito in ruoli dirigenziali del Partito Popolare Europeo al quale rimase legato sino alla fine. Al recente congresso dei Popolari per l’Italia aveva sollecitato la mia elezione al consiglio nazionale e al comitato di Presidenza del partito guidato da Mario Mauro e, alle sue insistenze, avevo risposto con il mio: obbedisco!

Con le candidature a Sindaco di Roma, qualcosa di profondo si era rotto nel rapporto con Mario Mauro, e, invano, avevo tentato di ricomporre la frattura, che mi proponevo potesse accadere subito dopo il voto del ballottaggio, proprio partendo dall’unità sempre confermata da tutti i Popolari per l’Italia per il NO al referendum di Ottobre.

Questa avrebbe dovuto essere la nostra ultima battaglia di testimonianza e fedeltà ai valori per i quali ci eravamo battuti nella vita politica italiana per tutta la nostra vita. Caro Tito mi sei mancato in un momento delicato anche per me e sento che con la tua scomparsa ci manca un pilastro fondamentale per tutti noi “ DC non pentiti”.

Ora confortaci da lassù con il tuo entusiasmo dirompente e la tua saggezza, mentre noi, che percorriamo l’ultimo miglio della nostra vicenda umana, ci impegneremo in questa ultima battaglia per la difesa della sovranità popolare.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 14 Giugno 2016

 


 

 

 

 

 

 

 

 

9 Giugno 2016

Parisi si apra al confronto con Mardegan

 

 

Al prossimo ballottaggio di Milano, Stefano Parisi non si chiuda nella sua composita e contraddittoria coalizione. Ha messo insieme partiti di opposizione al governo ( Forza Italia, Lega, FdI, Italia Unica) con quel saltimbanco transumante di Lupi e degli amici di Alfano.

Chiudersi in se stessi e non riconoscere la realtà del movimento riunitosi attorno alla lista NOIxMILANO di Nicolò Mardegan sarebbe un grave errore per l’aspirante sindaco di Milano.
Noi Popolari di ALEF ( Associazione Liberi e Forti) abbiamo sostenuto convintamente Mardegan e i suoi giovani, insieme agli esponenti milanesi del Popolo della Famiglia per il  programma ispirato ai valori della dottrina sociale cristiana e per la netta scelta di campo a favore del NO al referendum e in alternativa al trasformismo renziano.

Cedere alle ritorsioni degli amici della “Compagnia delle Opere di Misercordia Corporali”, divisi  tra Giuseppe Sala ( Massimo Ferlini) e Stefano Parisi ( Maurizio Lupi), da parte di quest’ultimo sarebbe un grave errore politico.

Parisi e Mardegan si incontrino presto e trovino le necessarie convergenze non solo per il bene della città, ma  per rilanciare da Milano le basi per dare vita al nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, transnazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo al socialismo trasformista renziano e ai populismi estremi. Premessa essenziale l’unità senza se e senza ma al NO al referendum sulla pasticciata riforma/deforma costituzionale e alla legge super truffa dell’Italicum.

Ettore Bonalberti
Presidente di ALEF
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Venezia, 9 Giugno 2016

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

6 Giugno 2016

Basta con le ambiguità e le divisioni suicide

 

 

I risultati del voto nelle città capoluogo nelle quali, tranne a Cagliari, nessun candidato raggiunge il 51% dei voti espressi, è la dimostrazione della crisi di rappresentanza dei partiti che costituiscono la platea di questa triste fase del trasformismo politico, di cui il Golem renziano è l’espressione più evidente.

Chi ne esce vincitore è il M5S che raccoglie il voto degli scontenti e di quanti si oppongono all’andazzo che ammorba la vita politica italiana.

Azzerati o quasi del tutto ininfluenti, gli esangui eredi di ciò che furono i democratico cristiani e i residui popolari incapaci di riorganizzarsi unitariamente, solo l’immarcescibile Mastella a Benevento sventola ancora la bandiera scudo-crociata dovendola vedersela al ballottaggio con l’antagonista del PD.

Spiace che ciò che le parti divise dello stesso popolo del family day, là dove si sono impegnate, come a Milano a sostegno del giovane Mardegan con la sua lista NOIxMILANO o a Bologna, con il candidato Mirko De Carli, non abbiano dimostrato sul piano elettorale  la stessa capacità di mobilitazione garantita nella difesa dei valori non negoziabili.  

Difficile il passaggio dalla condizione di statu nascenti e di movimento a quella di partito, anche se i semi gettati a Milano come a Bologna, non tarderanno a dare i loro frutti, se, tutti insieme i cattolici, ex DC e popolari, sapremo definitivamente abbandonare anacronistiche velleità e suicide propensioni, per assumere quelle responsabilità dirette sul piano dell’impegno politico cui ci ha sollecitati, anche nei giorni scorsi, Papa Francesco.

Avevamo previsto che questo turno elettorale, in assenza di un fatto politico e organizzativo veramente nuovo, sarebbe stato foriero di ulteriori divisioni e inutili dispersioni di energie; così come siamo convinti che si dovrà ripartire dalle conclusioni raggiunte nel Luglio 2015 a Rovereto e nel Novembre dello stesso anno, con il patto di Orvieto, se si intende concorrere alla costruzione del nuovo soggetto politico in grado di offrire al centro della politica italiana una nuova speranza.

Esistono alcuni dati incontrovertibili dai quali ripartire. Il primo è la costatazione che l’alternativa al trasformismo del  Golem renziano, in presenza ancora di un assenteismo che anche a livello locale, in molti casi sfiora il 40% dell’elettorato, non è più rappresentato dal vecchio centro-destra, che tiene solo a Milano,  forte di una strana congiunzione di componenti di opposizione (Forza Italia, Lega, FdI, Italia Unica )  e di governo (NCD).
 
L’ambiguità suicida di ciò che rimane del vecchio gruppo del NCD ormai liquefatto a livello elettorale, unita all’incapacità del Cavaliere di ricomporre, come nel caso del harakiri romano, l’unità del centro-destra, rende indispensabile ripartire dall’unico dato unificante che, anche come Popolari, abbiamo raggiunto nei mesi scorsi. Si tratta di consolidare la nostra unità nella madre di tutte le battaglie; ossia la scelta compiuta con l’avvenuta formazione il 1 Marzo di quest’anno del Comitato dei Popolari per il NO al prossimo referendum di Ottobre.

Dobbiamo ripartire dalla difesa della sovranità popolare, dal pronunciarci a difesa della Costituzione e contro il tentativo di consegnare il governo, con la legge super truffa dell’Italicum, nelle mani di “ un uomo solo al comando”, scopo esplicito dei poteri finanziari che dettano all’economia e alla politica gli obiettivi generali a livello mondiale, per ritrovare le ragioni del nostro impegno di cattolici nella “città dell’uomo”.

Nostro dovere sarà quello di concorrere insieme agli altri uomini di buona volontà alla ricerca del bene comune, attraverso il duro e faticoso esercizio della politica, “ la più alta forma di carità”, come Papa Francesco, riportando le parole di Papa Paolo VI, ci ha ricordato solo qualche giorno fa.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 6 Giugno 2016

 

 

 

 

 

 

 


 

 

30 Maggio 2016

Con una sola mossa tutto il piatto

 

 

Credo sia questo il vecchio istinto egemonico che alligna in molti degli ex comunisti che, sino ad oggi, silenti o acquiescenti, stanno assecondando il disegno del giovin signore fiorentino: con una sola mossa prendere tutto il piatto.

In fondo questa sarebbe la conclusione se, alla fine, al referendum di Ottobre prevalessero i SI: tutto il potere nelle mani di un uomo solo al comando grazie al combinato disposto di una sgangherata riforma di quella che per decenni fu declamata come la “ costituzione più bella del mondo” con la legge super truffa dell’Italicum.

Non bastava che fosse un parlamento di nominati eletti con una legge elettorale, il porcellum illegittimo, a procedere al sovvertimento di oltre quaranta articoli della nostra Grundnormen, serviva poi una legge super truffa, l’Italicum, peggiore della Legge Acerbo che permise a Mussolini la legittimazione parlamentare del suo potere, per adempiere sino in fondo alla volontà dei poteri finanziari dominanti a livello internazionale.

Sono quegli stessi poteri responsabili della crisi finanziaria mondiale che si trascina dal 2007-2008, autori del più grande debito pubblico della storia, pari a oltre 10 volte il PIL mondiale; un debito che ha finito con il travolgere con edge funds e derivati vari, quasi tutto il sistema bancario internazionale e che, adesso, si vuol far pagare al “terzo stato produttivo” e “ ai diversamente tutelati” presenti nelle varie società.

Per ottenere questo risultato i detentori del potere finanziario che dominano l’economia e la politica ridotte a strumenti subordinati e serventi, servono esecutori governativi docili e disponibili alla bisogna, meglio se sostenuti da sostanziose modifiche di quelle vecchie e logore costituzioni rigide che sono divenute ostacoli fastidiosi per gli obiettivi di “ lor signori”.

Di qui: l’attacco perpetrato da un parlamento farlocco, che ha votato un signore mai eletto in parlamento, frutto di quell’autentico “golpe blanco” compiuto da Napolitano nel novembre 2011 e per tre successivi tentativi ( governo Monti, governo Letta, governo Renzi) e  l’approvazione da parte di una maggioranza drogata e illegittima, allargata dai transumanti mercenari di centro-destra, in una situazione confusa in cui domina il più bieco trasformismo politico.

Interessi dei poteri dominanti, con i loro serventi causa, come i rappresentanti della Confindustria nostrana che, pur essendone in larga parte vittime, sono pronti a ridursi anche sul piano istituzionale al ruolo di sudditi abbandonando quello sovrano di cittadini, da un lato, e antica aspirazione al potere assoluto da parte di confusi eredi del partito che fu quello di Togliatti, Longo e Berlinguer, costituiscono una miscela esplosiva contro cui i democratici italiani sono costretti a confrontarsi.

La “corazzata Renziomkin” è da tempo scesa in campo con le sue epurazioni televisive delle voci dissenzienti, la riduzione della RAI al ruolo della vecchia EIAR , i giornali di quasi tutte le testate ridotti alla subordinazione acquiescente, e contro di essa non rimane che la mobilitazione democratica e popolare a livello di base.

Per il tempo che ci  è dato di vivere abbiamo lucida consapevolezza che quella del referendum di Ottobre sarà la madre di tutte le battaglie per la difesa della democrazia e della libertà nel nostro Paese.
Non compiremo l’errore di svolgerla in colpevole e suicida solitudine, ma insieme a tutti i democratici autentici, disponibili a salvaguardare con la sovranità popolare la libertà e la democrazia in Italia, contro il tentativo di subordinarla agli interessi finanziari dominanti sotto la guida di “ un uomo solo al comando”.

In tutte le regioni, le province e i comuni dell’Italia stanno sorgendo i comitati civico popolari per la difesa della sovranità popolare, ai quali anche noi cattolici, democratico cristiani e popolari di tutte le parrocchie intendiamo concorrere con la determinazione e i valori dei “ Liberi e Forti”.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 30 Maggio 2016

 

 

 

 

 

 


 

28 Maggio 2016

Chiarezza sulle nostre scelte

 

 

Un amico che punta a costruire “un partito cattolico”, su facebook mi attribuisce l’idea di voler ricostruire la DC.  Trattasi di una lettura superficiale di ciò che da anni, con altri amici, sto perseguendo come progetto politico.

In alcuni saggi scritti negli scorsi anni ( “ L’Italia divisa e il centro che verrà”, “ Dalla fine della DC alla svolta bipolare”, “ ALEF: Un futuro da liberi e forti”) avevo sintetizzato così le  ragioni della fine politica anche se non giuridica della DC:

la DC è finita per aver raggiunto il suo scopo sociale: la fine dei totalitarismi di destra e di sinistra contro cui si era battuto il movimento dei cattolici in un secolo di storia;

la DC è finita per il venir meno di molte delle ragioni ideali che ne avevano determinato l’origine, sopraffatta dai particolarismi egoistici di alcuni che, con i loro deteriori comportamenti, hanno coinvolto nel baratro un’intera esperienza politica;

la DC è finita per il combinato disposto mediatico giudiziario che l’ha travolta insieme agli altri partiti democratici e di governo della Prima Repubblica;

la DC è finita quando sciaguratamente scelse la strada del maggioritario, per l’iniziativa improvvida di Mariotto Segni, auspice De Mita in odio a Craxi e Forlani, abbandonando il tradizionale sistema proporzionale che le garantiva il ruolo centrale dello schieramento politico italiano.

E, soprattutto, ed è la cosa più grave e incomprensibile, la DC è finita senza combattere. Con una parte, quella anticomunista, messa alla gogna giudiziaria, e quella di sinistra demitiana succube e imbelle alla mercé dei ricatti della sinistra giustizialista.

E concludevo affermando che “la DC è finita e nessuno sarà più in grado di rifondarla”, consapevole che la nostalgia, nobile sentimento romantico, ma regressivo sul piano politico, culturale ed esistenziale, può rappresentare un fattore servente, forse necessario, ma, certo,  non sufficiente per ricostruire alcunché.

Una sentenza a sezioni civili riunite della Cassazione ( sentenza n. 25999 del 23 dicembre 2010) ha sancito, tuttavia, che la DC non è mai morta, il de cuius non esiste perché non è defunto e non c’è alcun erede universale o particolare del partito dello scudocrociato. Esso andava chiuso solo dai legittimi detentori di quel potere in un’associazione di fatto: gli iscritti secondo le regole del proprio statuto e quelle inerenti alle associazioni di fatto senza personalità giuridica.

Ecco perchè abbiamo scelto di riaprire un nuovo capitolo nella storia dei cattolici nella politica italiana, non per ambizione personale, poiché, come diceva Voltaire, siamo ben consapevoli che alla nostra età “ non possiamo che offrire dei buoni consigli, dato che non siamo nemmeno più in grado di dare dei cattivi esempi”, quanto per consegnare alle nuove generazioni il testimone di una storia politica che ha segnato una fase importante della nostra amata Repubblica.

Vorrei anche assicurare qualche critico osservatore sempre pronto a tranciare giudizi su tutto e su tutti che, accanto alle ragioni suddette, sappiamo anche. come alla fine della DC concorsero e per gravi nostre colpe e inadempienze:

  • la mancanza di una vera trasmissione della fede e dei valori nel costruire la città dell'uomo ( scarsa applicazione laica della Dottrina sociale della Chiesa);
  • la mancanza di sostegno forte alla famiglia specie a quelle con più figli;
  • la mancanza di riconoscimento sociale alle casalinghe;
  • la mancanza di formazione dei giovani nella fede religiosa, nella passione e fede politica;
  • la quiescenza nei confronti della criminalità' organizzata;
  • la tiepida lotta alla corruzione dei politici e dei burocrati, nella quale concorsero, ahimè, anche molti amici del nostro partito;
  • la tiepida lotta all'evasione fiscale;
  • la scarsa cultura per la responsabilità, per la meritocrazia e le difficoltà nel ricambio del ceto politico;
  • l’ eccesso di sprechi per creazione di enti inutili;
  • il cumulo esagerato nel cumulo di incarichi  pubblichi ;
  • la poca attenzione a sostenere programmi per la ricerca e l'innovazione, ma solo finanziamenti a pioggia per progetti  talora fasulli e opere mai completate;
  • i pochi o nessun investimento su risorse della PA da mandare all'UE;
  • lo scarso utilizzo dei fondi europei senza follow up sui finanziamenti ottenuti dai progetti italiani;
  • gli enormi investimenti senza controllo nella Cassa del Mezzogiorno;
  • l’ eccesso di appiattimento nell’ accettare e condividere le richieste dei comunisti con gravi oneri per le finanze pubbliche.

 

Insomma abbiamo consapevolezza delle nostre colpe, dei nostri errori e  dei nostri limiti e, non a caso, dopo quell’esperienza è  arrivata la diaspora e la frantumazione dei democratici cristiani nelle piccole formazioni a diverso titolo ispirate alla Democrazia Cristiana.

Questo scrivevo nel 2012, quando con Gianni Fontana e Silvio Lega ci proponemmo di dare pratica esecuzione alla sentenza della Cassazione.  Quel processo complesso e che trovò ostacoli giuridici che sembravano insormontabili è ora riaperto, grazie alla positiva testardaggine di alcuni amici, il prof Nino Luciani di Bologna in testa, i quali proprio nei giorni scorsi, in base alle norme del codice civile, hanno depositato al tribunale di Roma, la formale richiesta di convocazione dei soci DC che nel 2012 rinnovarono la loro adesione al partito. Attendiamo fiduciosi l’esito che da Roma il tribunale vorrà fornirci.

Altra storia è la strada altrettanto lunga e complessa che, dalla fine ingloriosa del XIX Congresso del partito (Novembre 2012), abbiamo intrapreso, con la volontà di concorrere alla costruzione del nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito e pieno titolo nel PPE che vorremmo far ritornare ai valori originari dei padri fondatori, alternativo al socialismo trasformista renziano e ai populismi estremi. Tentativo che ha avuto come tappe essenziali il convegno di Rovereto (Luglio 2015) e il Patto di Orvieto (Novembre 2015) con cui avviare la Federazione dei Popolari, primo step verso il nuovo soggetto politico più largo.

Tutto ciò nella convinzione che senza una forte componente di ispirazione cattolico popolare con una sua riconosciuta leadership, nessuna alternativa forte e credibile si potrà opporre allo strapotere della “corazzata Renziomkim “, specie se vincesse il SI al prossimo referendum costituzionale.

Continuare nelle consumate polemiche tra i cattolici su ciò che è stata la DC o sulle velleità della sua ricostruzione, fa solo il paio con l’incapacità di tutti gli indegni eredi  di quel partito che, dopo ventitré anni dalla scomparsa della “Balena Bianca”, sono stati solo capaci di sopravvivere, barcamenandosi senza bussola tra destra e sinistra finendo senza più identità nella melassa del trasformismo renziano.

Noi “ DC non pentiti” perseguiamo l’obiettivo politico più ampio di cui sopra, senza alcuna velleità o patetiche e anacronistiche ambizioni di tipo personale e lo facciamo schierandoci senza se e senza ma contro il combinato disposto della pasticciata riforma del trio toscano Renzi-Boschi-Verdini e la legge super truffa dell’Italicum, con i quali, eseguendo l’ordine  dei poteri finanziari internazionali, si punta ad abbattere la nostra Costituzione e ad instaurare il potere di “ un uomo solo al comando”.

Per quanto ci riguarda lotteremo sino alla fine perché questo disegno non possa e debba  passare.

Ettore Bonalberti
Venezia 28 Maggio 2016
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16 Maggio 2016

Boris Johnson e Paola Savona: diversità di analisi ma stesse conclusioni

 

 

In un’intervista  al Sunday Telegraph di sabato 14 maggio, l’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, sostenitore della prima ora e leader di fatto della campagna per il Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ha affermato che Bruxelles persegue lo stesso obiettivo perseguito dal dittatore nazista, cioè la creazione di un super stato europeo, sebbene abbia precisato che” l’Ue punti a conseguire un’unità sovranazionale “usando metodi differenti rispetto a quelli di Hitler”.

Ha poi aggiunto, toccando l’intima sensibilità dei suoi concittadini inglesi, che gli ultimi duemila anni di storia europea sarebbero stati segnati dei tentativi di unificare l’Europa sotto un singolo governo per far rivivere “l’età dorata dell’impero romano”. “Napoleone, Hitler, varie persone ci hanno provato, ed è finita tragicamente”, ha proseguito.

Si sono immediatamente levate molti voci critiche, non solo all’esterno del partito conservatore, ma tra gli stessi Tories, il cui leader e capo del governo, David Cameron, come è noto, si sta impegnando a favore della permanenza inglese nell’Unione Europea.

Quasi contemporaneamente il prof.Paolo Savona, uno dei più importanti economisti monetaristi italiani, all’ ”invited lecture” dell’Università di Perugia, tenutasi nell’aula magna del Dipartimento di economia e scienze politiche dell’ateneo umbro, concludeva la sua lectio magistralis affermando che: “Con l’Unione europea così com’è, non democratica e germanocentrica, si sta realizzando esattamente il piano di distribuzione di competenze e compiti produttivi in Europa, con al centro l’egemonia tedesca, “tracciato dal ministro degli affari economici di Hitler, Walther Funk. Solo che l’idea di Funk era attuarlo ‘manu militari’, mentre ora viene attuato per via economica”. L’unica speranza per evitare il disastro “è dare vita a una Costituzione europea democratica. Sta prima di tutto a voi, giovani, battervi con decisione e con  argomentazioni solide, che ci sono tutte”.

Come si può notare: approssimativa analisi storico populistica quella di Johnson, economico finanziaria quella del prof. Savona, con le medesime conclusioni.

Paolo Savona prosegue nella sua analisi critica sulle modalità in cui si è sin qui sviluppata l’Unione europea, denunciando un deficit di democrazia. Un organismo complesso, governato da una tecnocrazia che assume decisioni, come nel caso della moneta unica o del fiscal compact, senza chiedere il consenso ai cittadini europei, con il bel risultato che abbiamo una moneta senza Stato e senza democrazia. Doveva essere salvaguardato un trinomio democrazia-stato-mercato e, invece, abbiamo solo il mercato, la democrazia, non c’è e lo Stato nemmeno.
E’ la stessa serrata critica che il Prof Giuseppe Guarino conduce da molto tempo sui regolamenti comunitari che stanno alla base delle regole del fiscal compact, le quali, non solo sono illegittime, quindi nulle, in quanto contrastanti con gli stessi trattati di Maastricht, Amsterdam e  Lisbona, liberamente sottoscritti dai Paesi dell’Unione, ma hanno determinato un grave vulnus alla stessa democrazia e alle sovranità nazionali dei Paesi aderenti all’area dell’euro.
Risultato finale ha detto il Prof Savona: “ Un’Europa di fatto governata dalla Germania, che ha tratto tutti i vantaggi dalle regole imposte, mentre l’Italia e molti altri Paesi ne hanno tratto molti svantaggi”.

Sino a quando tale situazione potrà durare? Tra poche settimane avremo il responso referendario inglese e se vincesse il SI al Brexit dovremmo prepararci a gravissime ripercussioni sul piano della tenuta dello stesso sistema istituzionale europeo, compresa la sopravvivenza dell’euro.
Il prof Savona a Perugia su tale problema ha così concluso: “o resta l’euro, ma allora si fa davvero un balzo verso l’Unione europea federale, cosicché gli squilibri che si vengono a creare possono essere affrontati con trasferimenti tra uno Stato e un altro – trasferimenti governati dallo Stato federale come avviene costantemente negli Stati Uniti – oppure l’euro non può restare con gli squilibri che ha provocato e provoca”.

 

Ettore Bonalberti
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Venezia, 16 Maggio 2016

 


 

 

 

 

 

13 Maggio 2016

Popolari ancora divisi alle amministrative,  ma uniti nella difesa della Costituzione

 

 

Popolari ancora divisi alle amministrative,  ma uniti nella difesa della Costituzione

Abbiamo combattuto per quasi vent’anni per la ricomposizione dell’area popolare italiana tentando, prima, di ricostruire l’unità dei democratici cristiani a seguito della sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2009, che aveva dichiarato: “ la DC non é mai stata giuridicamente sciolta” e, poi, con i vari movimenti organizzati e gli incontri promossi per l’unità dei popolari.

Tappe significative sono state quelle dell’appello di Rovereto ( 18 Luglio 2014) e la sigla del patto di Orvieto (28 e 29 Novembre 2015), dopo le quali si sarebbe dovuta costituire la Federazione dei Popolari italiani impegnata a dar vita ad un nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo al socialismo trasformista renziano e ai populismi estremi.

Si è preferito  da parte di alcuni la scorciatoia di un debole raggruppamento di ex combattenti e reduci, nata sulla base di aprioristiche e immotivate esclusioni, con la velleità malcelata di vecchi e consumati attori di tornare a recitare ruoli del tutto anacronistici e per certi versi patetici.

Abortita l’ipotesi di una solida Federazione dei Popolari, l’imminenza delle elezioni amministrative di Giugno, non poteva che determinare le scelte per lo più opportunistiche dettate dalle situazioni oggettivamente diverse nelle varie realtà locali.

Conseguenza inevitabile: la molteplice varietà delle alleanze a destra,  a sinistra e al centro in solitaria testimonianza, sino al caso emblematico del sen Mario Mauro che, dopo aver sostenuto l’anno prima la candidatura di sinistra di Emiliano a Bari, si ritrova, in solitaria rappresentanza, insieme all’estrema destra a Roma per Giorgia Meloni Sindaco, giungendo a realizzare, in un solo colpo,  il capolavoro della frantumazione del suo già fragile movimento-partito dei Popolari per l’Italia.

Unica nota positiva in questo scenario di disgregazione complessiva, l’unità ritrovata dei Popolari nella difesa della sovranità popolare, della democrazia e nei valori della Costituzione repubblicana. Un’unità definita nel comitato dei Popolari per il NO al referendum, sorto a Roma il 1 Marzo scorso, contro il combinato disposto della pasticciata riforma del trio toscano Renzi-Boschi-Verdini e della legge super truffa dell’Italicum.

Il comitato dei popolari per il NO affidato alla presidenza dell’On Gargani, che vede tra i soci fondatori tutti i diversi esponenti delle varie sigle e formazioni politico culturali dell’area popolare alternativa al renzismo, ha trovato la significativa adesione del prof. Massimo Gandolfini, coordinatore del comitato organizzatore del Family Day, il quale  ha ribadito il suo NO al referendum di Ottobre nei giorni scorsi e lo riconfermerà nell’annunciata grande manifestazione che il Family Day ha programmato a Roma per Sabato 28 Maggio.

Restano fuori, almeno a livello dei dirigenti, gli attuali esponenti del Nuovo Centro Destra di Alfano, che, con la loro scelta in appoggio alla legge Cirinnà sui diritti civili, hanno provocato una netta presa di posizione di rivolta dai e  tra i loro, peraltro ormai esigui, sostenitori.

Si può anche dar man forte come accoliti incoerenti alle politiche altalenanti del “giovin signore” fiorentino, dalle leggi conflittuali con “ i valori non negoziabili” dei propri elettori sino alla difesa di una Deforma della Costituzione e ad una legge elettorale in grado di consegnare tutto il potere ad “ un uomo solo al comando”, espressione di una minoranza, ma, alla fine, si rimane da soli, abbarbicati a un’effimera occupazione di scomode poltrone ministeriali.

Ci auguriamo che da Milano, Roma, Torino, Bologna e dalle altre città in cui si andrà a votare a Giugno,  giungano segnali di inequivocabile, netta lettura di ciò che sente il Paese, mentre ci prepariamo a costruire con tutte le forze democratiche residue, dei comitati unitari per il NO al referendum di Ottobre per la madre di tutte le battaglie, nella quale i Popolari italiani esprimeranno finalmente la loro unità, coerenti con gli insegnamenti dei padri fondatori: Sturzo, De Gasperi, Moro, Fanfani, Gonella, Rumor, Marcora, Donat Cattin, Bisaglia, Cossiga e i molti altri che hanno contribuito alla storia migliore della nostra Repubblica.

Matteo Renzi ha voluto trasformare il prossimo referendum in una  netta scelta di campo dei cittadini pro o contro la sua leadership: attendiamo fiduciosi il responso delle urne.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 13 Maggio 2016  


 

 

 

 

 

 

2 Maggio 2016

Rifondare la politica

 

 


 
Un giovin signore giunto a guidare partito e governo con procedure anomale e al limite della legittimità democratica; un partito, il PD, che, dalla tradizione di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, congiunta a quella degli ultimi mohicani della sinistra DC di ispirazione dossettiana e prodiana, si ritrova con Matteo Renzi alla testa di un Golem, massa informe senza più identità politica, culturale e morale, attore principale di un teatrino della politica dominato dal trasformismo.

Nell’altro campo, un centro destra, squassato da una crisi di leadership dopo la caduta senza alternativa credibile del Cavaliere, alla ricerca affannosa di un nuovo assetto  che sembra irraggiungibile. Spezzato l’equilibrio tra i moderati di Forza Italia e del Pdl  con la Lega e la destra ex missina, restano spezzoni sparsi in cerca di un collante improbabile tra spinte liberali e propensioni lepeniste e anti europee.

Dopo un ventennio di lotta senza quartiere “con o contro Berlusconi,” al quale è subentrata una nuova stagione del “con o contro “ il Bomba” fiorentino”, dal drogato e inefficace bipolarismo della Seconda Repubblica siamo giunti all’ attuale tripolarismo, con il Movimento 5 Stelle possibile ricettacolo del voto “ degli scontenti di tutte le ore”.

Tutto questo tra un elettorato che partecipa al voto al 50% di rappresentanza, con un astensionismo mai conosciuto prima nella storia repubblicana.

La democrazia, così come l’abbiamo conosciuta noi della prima generazione della Repubblica, era il risultato del concorso degli attori, i partiti, che, in base all’atrt 49 della Costituzione, concorrevano o avrebbero dovuto concorrere “ con metodo democratico  a determinare la politica nazionale”.

Ora questi partiti sono tutti defunti e con essi sembrano scomparse le culture politiche di riferimento che hanno fatto grande la nostra Repubblica: quella cattolica, liberale e quella riformista di ispirazione socialista e comunista, che sono state alla base del patto costituzionale del 1948.

Ad essi sono subentrati organismi senza identità culturale, legati prevalentemente al grado di visibilità delle  leadership personalistiche alla guida dei diversi movimenti -partito.

Leadership popolari/populiste fortemente connesse, prima, al tipo di comunicazione dominante, come quella televisiva in larga parte a disposizione di un capo come Berlusconi, e poi, a quella in rapida e crescente dominanza del web, come nel caso di Grillo e dello stesso Matteo Renzi.

Quest’ultimo, è il risultato di un combinato disposto assai più complesso, frutto della schizofrenia di un partito, il PD, che ha affidato la scelta del suo leader a primarie aperte al voto di esterni, estranei alla cultura e alle stesse tradizioni delle componenti che hanno costruito l’unità precaria di quel partito. Un combinato alchemico instabile che ha permesso, con la conquista della leadership del partito, l’ascesa del giovin signore alla guida del governo.

La procedura assai anomala e unica nella storia della Repubblica Italiana con cui Renzi, auspice quel vecchio esponente di una cultura riformista comunista di cui gli storici si occuperanno con dovizia, che risponde al nome di Napolitano, è il frutto di pressioni di quegli ambienti finanziari e massonici che, con il superamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), tendono a sottomettere ai loro interessi finanziari gli obiettivi da perseguire attraverso l’economia e la politica.

Non si spiegherebbe altrimenti ciò che accade ora nel nostro Paese.: perché dopo oltre due anni non siamo andati ancora a votare, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale sull’illegittimità del porcellum ? Perché siamo giunti alla vigilia di un referendum,  per il quale, proprio oggi a Firenze,  Renzi ha aperto la sua campagna elettorale all’insegna di una sorta di plebiscito pro o contro la sua persona ?

In realtà a Ottobre, saremo chiamati a votare sul combinato disposto di una pasticciata, al limite del ridicolo, riforma/deforma della Costituzione, con una legge elettorale, l’ltalicum, brutta copia dell’illegittimo porcellum e peggiore della stessa famigerata Legge Acerbo, in quanto in grado di garantire tutto  il potere a “ un uomo solo al comando” di una forza politica in grado di raccogliere non più del 25-30% della volontà reale dei cittadini elettori.

Questo è l’obiettivo che perseguono i poteri finanziari dominanti a livello internazionale: abbattere gli ultimi baluardi al loro strapotere, ossia le Costituzioni rigide del 1948, come quella voluta dai nostri padri fondatori, la legge fondamentale (Grundnormen) della nostra unità nazionale.

Ecco perché, in questo deserto delle culture politiche e nell’attacco perpetrato contro la democrazia, siamo interessati a concorrere da popolari alla costruzione di un nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale e riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano,  che sappia mettere insieme le culture politiche che hanno fondato la Repubblica impegnate a opporsi alla deriva autoritaria e turbo capitalista distruttrice dei valori per cui abbiamo combattuto per tutta la nostra vita.

Trattasi dell’impegno tremendo e straordinario di concorrere al rinnovamento della politica, per farla uscire dalla morta gora del trasformismo delle transumanze parlamentari dei nominati e dai condizionamenti pesanti dei poteri finanziari dominanti. Un “vaste programme” che reclama l’impegno di tutti i democratici  per por fine alla drammatica confusione istituzionale dell’Italia.

 

Ettore Bonalberti
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Lunedì 2 Maggio 2016
 

 

 

 

 

 

 

 

1 Maggio 2016

Serve l’unità di tutti i democratici

 

 

A Forte Marghera di Mestre si è svolto Sabato 30 Aprile un incontro organizzato dall’ANPI della “sezione Erminio Ferretto” di Venezia, con il coordinamento democrazia costituzionale e il comitato per il NO al referendum, sul tema: “OGGI come IERI per la DEMOCRAZIA- ORA e SEMPRE con la COSTITUZIONE”.

Invitato da un vecchio amico socialista ho partecipato e firmato il modulo per il NO al referendum e alla Legge super truffa dell’Italicum.

Dopo l’introduzione del consigliere regionale Pietrangelo Pettenò a nome dell’ANPI, della d.ssa Maria Cristina Paoletti, referente del comitato metropolitano per il NO, l’avv. Felice Besostri, l’artefice del pronunciamento della Corte Costituzionale contro “il porcellum”, ha evidenziato le principali ragioni di ordine politico e giuridico che stanno alla base del nostro NO al referendum e del SI all’abrogazione dell’Italicum,

Ha concluso gli interventi il sen. Walter Tocci, espressione della minoranza interna del  PD, il quale ha denunciato le tre grandi menzogne su cui si tenta di stravolgere la legge generale dell’unità degli italiani.

Prima menzogna: attribuire alle istituzioni la crisi del sistema, quando invece trattasi della crisi di un’intera classe politica la quale, lungi dall’aver appreso da quanto avevano lucidamente intuito Moro e Berlinguer, dopo trent’anni di inutili tentativi di cambiamenti costituzionali, ha dimostrato che le modifiche introdotte nel 2001 con la frettolosa  e pasticciata riforma del Titolo V° da parte del governo di centro-sinistra  e quelle del 2005 del governo di centro-destra, respinte dal referendum del 2005, sono sempre state esperienze peggiorative degli stabili e motivati equilibri definiti dai padri costituenti.

In realtà, ora come allora e in perfetta continuità, il governo Renzi punta a modificare la Costituzione per salvaguardare un governo nato da presupposti di dubbia legittimità, votato da un Parlamento di nominati eletti con una legge dichiarata incostituzionale e oggi sostenuto da una maggioranza frutto della transumanza di senatori trasformisti. Un governo che avrebbe dovuto svolgere quei compiti che, in altre situazioni, sarebbero riconducibili all’ordinaria amministrazione, e, sicuramente, non titolato per procedere a modificare sino  stravolgere oltre quaranta articoli della Carta costituzionale.

L’obiettivo che ci si dovrebbe porre, semmai, secondo il sen.Tocci, sarebbe quello di rifondare la politica e favorire la nascita di nuovi partiti e di una nuova classe dirigente pronta a servire la Costituzione e non servirsi di essa per la mera sopravvivenza nel potere.

Seconda menzogna: la tesi che trattasi di una revisione costituzionale, da non connotare come riforma, introdotta per accelerare i processi legislativi. L’obiettivo non è fare presto, decidere, fare; considerato che le leggi peggiori che sono state varate sono proprio quelle approvate nelle condizioni d’urgenza come quelle ad personam del Cavaliere, o la stessa riforma del jobs act, i cui effetti perversi li verificheremo alla scadenza dei tre anni dopo i  quale cesseranno i benefici fiscali sino ad allora garantiti alle aziende. Non si tratta, quindi, di fare presto, semmai di fare bene le leggi. In definitiva la revisione costituzionale del trio toscano di quelli illuminati costituzionalisti che rispondono ai nomi di Renzi-Boschi-Verdini, sostanzialmente tende a trasferire tutto il potere dal legislativo all’esecutivo, annullando ciò che la Carta assicurava alle autonomie locali, in primis alle regioni, alle quali si offre la sportula di alcuni rappresentanti nel Senato dopolavoristico, composto con criteri di assoluta follia nella rappresentanza e con metodi elettorali che contraddicono a ogni elementare regola elettiva.

Terza menzogna: al Paese serve una guida forte e sicura. In realtà con la revisione del trio toscano non si tratta di affidare maggiore potere all’esecutivo, ma, di fatto, di consegnare tutto il potere nelle mani di “ un uomo solo al comando”. Prove già vissute dal nostro Paese delle quali non vorremmo più fare esperienza.

Ho partecipato al dibattito  da “vecchio DC non pentito” e promotore del comitato dei Popolari veneti e veneziani per il NO, esprimendo la nostra volontà di concorrere tutti insieme a quella che sarà la madre di tutte le battaglie per la difesa della sovranità popolare, con il nostro NO al referendum e al combinato disposto con la legge super truffa dell’Italicum, peggio della Legge Acerbo. Peggiore di essa poiché, con il meccanismo della soglia del 40% per far scattare il premio di maggioranza e il ballottaggio successivo, de facto, si potrà assegnare tutto il potere a una formazione politica che potrebbe rappresentare  anche solo il 20-25% dell’elettorato e, sostanzialmente, se si voterà con l’Italicum, nelle mani di “un uomo sol al comando”.

Ho espresso le ragioni di noi Popolari veneti e italiani, eredi della migliore tradizione dei nostri padri costituenti: De Gasperi, Moro, Fanfani, Mortati, La Pira, Gonella, consapevoli di essere  impegnati a combattere contro la supremazia del turbo capitalismo finanziario che intende decidere i fini e subordinare ad essi l’economia e la politica, sino a determinare la scelte dei governanti funzionali a tale disegno strategico. Governanti proni alle volontà dei poteri finanziari prevalenti a livello internazionale, strumenti indispensabili per tentare l’assalto all’ultimo fortino di difesa della sovranità popolare rappresentato dalla costituzioni rigide delle giovani democrazie europee post belliche.

Questa è la partita vera che si sta per giocare; una partita che sarà truccata da una propaganda menzognera fatta di slogan che punteranno sulla disaffezione diffusa e sulla perdita di credibilità della politica nell’opinione pubblica, per far passare un progetto che non è molto distante da quel piano di Rinascita Democratica del luglio 1982 del venerabile Maestro Licio Gelli, guarda caso, concittadino della ministra Elena Boschi, relatrice del progetto di revisione costituzionale. Sì proprio lei, facente parte di quei 120-130 deputati frutto del premio del Porcellum, legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta.

Così vanno le cose oggi in Italia, ma per quanto ancora potrà durare? Solo l’unità di tutte le componenti sociali, culturali e politiche fedeli alla Costituzione, potrà impedire il trionfo di questa deriva autoritaria.Un’unità che noi Popolari concorreremo a costruire in tutte le città e i paesi della nostra amata Repubblica.

Ettore Bonalberti
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Domenica 1 Maggio 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

28 Aprile 2016

Prima uscita pubblica dei Popolari per il NO

 

 

Si è tenuto ieri a Roma presso la sala dell’Istituto del Senato di Santa Maria in Aquiro, il primo incontro del comitato dei Popolari per il NO presieduto da Giuseppe Gargani.
Presenti con Gargani i soci fondatori Compagna, Giovanardi, Mauro. Tassone, Bonalberti, Tarolli, Giannone, Eufemi, Marinacci, D’Agostini, Pilat  e altri, sono intervenuti illustri giuristi: Mencarelli, Vari, Esposito, Angelo Gargani  e i costituzionalisti Riccardo Chieppa, Ugo De Siervo, Cesare Mirabelli e in rappresentanza del comitato per il NO, il prof Gallo.
Per il comitato dei Presidenzialisti per il NO, l’On Gianfranco Fini e per quello di Forza Italia, l’On Renato Brunetta e i sindaci di Pavia, Vice Presidente ANCI. Alessandro Cattaneo e  di Ascoli Piceno, Guido Castelli.

È stata certamente una notizia, la comunicazione del Presidente del Family Day: Prof. Massimo Gandolfini che ha spiegato le ragioni di avviare unitariamente Comitati per il NO al Referendum per salvaguardare i diritti sostanziali della Costituzione che sono un bene comune del popolo italiano.

E’ stato unanimemente riaffermato il valore della trasversalità delle diverse culture politiche unite nella difesa della sovranità popolare e della democrazia, messe a rischio dal combinato disposto della pasticciata riforma costituzionale con la legge super truffa dell’Italicum.

Una riforma, portata avanti da un ministro, Elena Boschi, parte di quei 130 deputati sovra numerari eletti con la legge illegittima del porcellum, che, in condizioni di assoluta rappresentanza minoritaria e illegittima della sovranità popolare, si propone di cancellare e modificare oltre quaranta articoli della Carta Costituzionale, ben al di là dei limiti e dei poteri che la sentenza della Corte Costituzionale sul porcellum  aveva indicato per il Parlamento dei nominati illegittimi, non poteva che ricompattare le diverse culture che si ritrovano nell’unità della nazione sollecitata dalle norme fondamentali (Grundnormen) scritte dai padri costituenti italiani.

Sono state riassunte in venti punti le ragioni per il NO al referendum dei Popolari italiani, in stretta unità con quanti hanno a cuore la difesa della sovranità popolare. Una sovranità messa a rischio dai poteri finanziari dominanti a livello internazionale e di cui gli ultimi tre governi, Monti, Letta e Renzi sono diretta effettiva espressione, con il compito di superare la rigidità delle costituzioni post belliche, ultimo baluardo che si oppone allo strapotere del turbo finanz- capitalismo che intende imporre i fini rendendo ad esso subalterne l’economia e la politica.

Sarà una mera coincidenza che da Castiglion Fibocchi, luogo di residenza del fu Gran Maestro Licio Gelli, autore del suo “Piano di rinascita democratica” del Luglio 1982, provenga la stessa ministra Boschi?

Un progetto da “padri prepotenti più che costituenti”, come lo ha definito Mario Mauro nel suo intervento conclusivo; un” referendum impropriamente costituente più che confermativo”, come lo ha connotato il Prof Mirabelli, che si propone la modifica di oltre quaranta articoli,  quasi un terzo dell’intera carta costituzionale; mentre la stessa riforma del Titolo V° del 2001 si “ limitava” a modificarne 19. Un progetto quello, respinto dalla maggior parte delle forze politiche oggi dissoltesi nel trasformismo renziano del PD.

Dall’assemblea di ieri dei Popolari per il NO, con il contributo degli altri attori intervenuti, è emersa chiara la consapevolezza della necessità di “ marciare divisi per colpire uniti”, insieme alle difficoltà di far conoscere agli elettori ciò che il potere dominante, controllore di larga parte dei mezzi di comunicazione, con questa riforma si propone, sono emerse due indicazioni precise sul piano operativo:

  1. riflettere e diffondere la riflessione ovunque possibile;
  2. costituire in tutti i comuni d’Italia dei comitati unitari per la difesa della democrazia e della sovranità popolare e per il NO al referendum di Ottobre.

Più delicata la questione della legge elettorale dell’Italicum. In attesa della sentenza sulla costituzionalità di quelle norme, dopo la presentazione dei ricorsi presentati dal comitato per il NO, molte  parti delle eccezioni dei quali sono state considerate fondate dal Tribunale di Messina e presentate alla Consulta, anche al fine di non trovarsi impreparati, va avviata da subito la raccolta delle 500.000 firme per la richiesta del referendum abrogativo della legge super truffa del trio Renzi&Boschi&Verdini. Un’ operazione da compiersi insieme unitariamente da tutti i comitati schierati per il NO al referendum di Ottobre.

Altro elemento emerso ieri dall’assemblea romana sono le conseguenze che tale mobilitazione sta creando in seno alla vasta e sin qui disarticolata realtà di ispirazione cattolica e popolare.
Ciò che non siamo ancora riusciti a realizzare sul piano della ricomposizione dopo Rovereto e Orvieto, si sta concretamente verificando sul piano dell’unità sui valori fondanti della Costituzione.

Se anche nelle prossime elezioni amministrative continua la marcia in ordine sparso delle diverse formazioni nei vari contesti territoriali interessati dal rinnovo dei sindaci e dei consigli comunali, sulla difesa della democrazia e della sovranità popolare l’unità è scontata e realizzata.

Se son rose fioriranno, ma, intanto, ci prepariamo alla seconda tappa del 22 Maggio prossimo  a Roma con l’Assemblea Costituente di sovranità popolare, dove parteciperemo da Popolari uniti, per concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico unitario, laico, democratico, popolare, liberale e riformista, unito sui valori costituzionali, al di fuori del bipolarismo vecchio e stantio oggi rappresentato dal Golem trasformista renziano e da ciò che rimane del vecchio centro-destra ormai dissolto e, ovviamente, dai populismi estremi.

Ettore Bonalberti
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Roma, 28 aprile 2016

 

 

 

 

 

26 Aprile 2016

Le verità del  compagno Fausto

 

 

Nell’interessante intervista rilasciata da Fausto Bertinotti a Luca Telese e pubblicata oggi su “ Libero”, l’anziano leader della sinistra afferma: «Ricordo una storica citazione di uno dei miei maestri, Riccardo Lombardi: “Guardate l’indice di disoccupazione. Se finisce sopra il 10% la democrazia è a rischio”».

In Italia, oggi, quel limite è ampliamento superato ( 12,4 % ) con cifre che sfiorano il 40% con riferimento ai giovani e alle donne e anche più alte al Sud, per cui Bertinotti può aggiungere: «Nella prima repubblica era così. Ma la profezia di Lombardi si è avverata. Infatti le regole di gioco sono cambiate». Di quali regole si tratta? «Quelle fondamentali. La democrazia l’hanno già uccisa. Ne discutiamo come se esistesse ancora».

La condizione indispensabile,  affinché ciò che è accaduto si conservi,  è il trionfo del trasformismo politico, di cui  la politica renziana  è la palese dimostrazione in Italia.

Nasce da queste essenziali evidenze, derivanti dalla condizione di subalternità della politica all’economia e di questa alla finanza, che è il motore propulsivo del turbo o finanz- capitalismo, la ragione della nostra irrimediabile opposizione al trasformismo del giovin signore fiorentino.

Ed è pure la ragione del nostro impegno di popolari per il NO al referendum di Ottobre, convinti come siamo che quella sarà l’ultima battaglia autenticamente popolare per salvaguardare i fondamentali della democrazia repubblicana.

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Venezia, 26 Aprile 2016

 

 

 

 

 

23 Aprile 2016

Se la Piaggio ride i risicoltori italiani piangono

 

 

Oggi Matteo Renzi ha fatto visita a Pontedera alla Piaggio in occasione dei 70 anni della mitica Vespa- Ha fatto un giro in fabbrica insieme al compagno Colaninno il quale ha dichiarato: “ La Vespa è il patrimonio della Piaggio, se tutto fosse negativo la Vespa è sufficiente per coprire tutto” e “il giovin signore” ha replicato: “ Il compleanno della Vespa ci dice che se ce la mettiamo tutta, è l’Italia che può farcela, basta piangerci addosso”.

Fortunato Renzi che a Pontedera non erano presenti i risicoltori italiani che in quello scambio Vespa contro riso vietnamita, sancito da un accordo assurdo siglato dal duo toscano Renzi – Colannino, stanno piangendo sul crollo del mercato di una delle eccellenze della nostra agricoltura nazionale.
Leggere per credere la nota che alcuni mesi fa scrisse il nostro amico prof Pontelli nell’indifferenza  generale.

Ettore Bonalberti

Riso e Vespa
di Francesco Pontelli

Qualche mese fa scrissi relativamente alla “Trionfale visita” del presidente del Consiglio Renzi e del presidente della Piaggio Colaninno e proposi una valutazione che comprendesse tutti i reali costi che gli accordi  stipulati avessero  per l'Italia nel suo complesso.

Ricordo perfettamente come avanzai l'ipotesi che l'apertura del mercato europeo e quello italiano al riso vietnamita , come contropartita all'ingresso della Piaggio nel mercato del paese asiatico , potesse rappresentare un grosso pericolo per la coltura italiana del riso : ricordo una coltura di eccellenza mondiale. Mi spiace dirlo ma  la mia visione si è rivelata giusta in quanto le colture Italiane del riso quest'anno sono calate del 40% con il rischio di una dismissione delle Colture stesse a causa del invasione di riso vietnamita e cambogiano

Tutto questo rappresenta ancora una volta un costo per la tipicità del made in Italy italiano che paga la volontà( o peggio il desiderio)  di esportare e per la propria inadeguatezza e  propria incapacità si utilizza il veicolo politico il quale ovviamente deve nell'ottica di  un accordo internazionale anche concedere qualcosa .

Nello specifico la possibilità di invadere il mercato europeo a spese della nostra produzione di eccellenza ( 50% prod.europea è italiana) .

Un riso italiano e  piemontese  va ricordato che viene espressamente richiesto  dal papa per la sua visita negli Stati Uniti d'America alla chef che si occuperà dei pasti papali.

Questo assoluto aspetto della coltura ma anche della cultura  ( espressione perfetta nel caso del riso)  italiana è stato vergognosamente sacrificato per la internazionalizzazione i cui costi andranno a pesare su una nostra specificità del made in italy.
Come troppo spesso avviene.
Francesco Pontelli

 

 

 

23 Aprile 2016

A Milano: L'offerta politica di Cattolici, Popolari Liberali e  Liberi e Forti
con il giovane Nicolo' Mardegan Candidato Sindaco

 

 

 

La competizione delle elezioni amministrative di Milano si sta sviluppando sul piano di una bipolarità: Sala del centro sinistra contro Parisi del centro destra.

In realtà la situazione sociale, economica, culturale e politica milanese è assai più complessa e merita una più approfondita  riflessione rispetto alla schematica rappresentazione dei protagonisti e candidati a Sindaco.

Giuseppe Sala, un uomo che da dirigente pubblico ha messo sulla testa cappelli di diverse e opposte appartenenze, dalla fedeltà alla Moratti all’ossequente servizio a Renzi, più che il centro-sinistra è la rappresentazione fisica del Golem renziano: l’interprete più esplicito del trasformismo politico che è la cifra della leadership del giovin signore fiorentino.

Stefano Parisi, manager di estrazione socialista, collegato alla felice esperienza di governo del Sindaco Albertini, a guida di una coalizione assai variegata che vede insieme l’ondivago Lupi, che a Roma sostiene il Governo Renzi e a Milano sta con Berlusconi, Salvini, La Russa e De Corato.

A questi due blocchi si contrappone la lista del M5S che, dopo la scomparsa del guru Casaleggio, potrebbe raccogliere il consenso della disperazione diffusa tra i diversamente tutelati e quelli del terzo stato produttivo che, anche a Milano, soffrono la grave situazione economica e finanziaria del Paese.

Si confrontano, insomma, blocchi eterogenei per culture politiche e capacità di rappresentazione degli interessi e dei valori presenti nella realtà milanese, nei quali manca una presenza qualificata e decisiva di ispirazione cattolica e popolare.

NOIxMILANO è l’unico fatto nuovo emerso nella vicenda elettorale milanese. Si tratta dell'Associazione venutasi a costruire attorno al giovane Nicolò Mardegan. 
Un movimento nel quale si sono ritrovati giovani esponenti della migliore borghesia milanese e cittadini di ogni classe sociale impegnati sul territorio, insieme a rappresentanti di gruppi, associazioni di ispirazione cattolica e popolare, tra i quali dall'inizio gli amici di ALEF (Associazione Liberi e Forti) guidati a Milano dal Vice Presidente: Prof. Ing. Antonino Giannone.

NOIxMILANO si presenterà come lista civica e Alef punta su Mardegan come l’espressione nuova della politica milanese.

Il fatto più rilevante accaduto nelle ultime settimane è il sostegno alla lista NOIxMILANO per Mardegan Sindaco degli amici del Popolo della Famiglia, guidati da Paolo Pugni e l’ingresso di una delle più alte espressioni della cattolicità e del solidarismo cristiano lombardo, la Presidente del CAV (Centro per l’aiuto alla vita) della Mangiagalli, Paola Bonzi, la quale ha accettato di essere Candidata Vice Sindaco nella lista civica di Mardegan con l’obiettivo di trasferire sul piano istituzionale quanto di bene ha saputo diffondere su quello sociale e civile della città. Sabato pomeriggio è convocata una riunione di presentazione ufficiale dell’accoppiata Mardegan-Bonzi.

A sostegno del Candidato Sindaco Nicolo' Mardegan si unisce anche la lista di Rivoluzione Cristiana con capolista  Gianfranco Rotondi, già Ministro del governo Berlusconi, che guida il Partito di Rivoluzione Cristiana.

Ora finalmente i cattolici e i popolari presenti a Milano hanno una lista composta da giovani e meno giovani di chiaro orientamento cristiano sociale, senza ambiguità sul piano politico generale: di alternativa al trasformismo renziano e alle capriole disinvolte degli amici di Lupi e di Alfano. Candidati impegnati su tre obiettivi fondamentali:
1) sostegno, tutela e aiuto della vita; 
2) politica attiva in favore della Famiglia;
3) realizzazione di un piano di case popolari davvero concreto e incisivo.

Al primo turno i cattolici e i popolari milanesi sanno che con il loro voto potranno garantire l’elezione nel consiglio comunale di Milano di una nuova generazione di amministratori, che hanno dimostrato il loro impegno concreto nel sociale e in grado di garantire la difesa dei “valori non negoziabili” anche sui banchi di Palazzo Marino.

Alla Confcommercio si sono incontrati Venerdì 22 aprile tutti i  candidati a Sindaco di Milano, ospiti del Presidente Carlo Sangalli. Sono emersi chiaramente i funamboli trasformisti collocati a destra e a manca, a  seconda delle convenienze.

Mardegan con il suo intervento ha inteso:

  1. rivendicare per Milano il ruolo di non essere una città succube di ogni scelta di Palazzo Chigi;
  2. confermare la volontà di offrire concrete speranze ai migliaia di giovani che vanno all'estero
  3. garantire le 26.000 case popolari di proprietà pubblica ai cittadini che dovrebbero provvedere alla ristrutturazione  senza oneri per il Comune, il quale sconterebbe negli anni l'importo della locazione.
  4. Altra proposta innovativa: istituire la Free zone per l'area EXPO'.

Mardegan ha dimostrato di possedere tutte le carte in regola per offrire a Milano la passione civile e l’impegno di una rinnovata classe dirigente in grado di concorrere da cattolici, liberali e popolari a fare di Milano il laboratorio di una svolta politica indispensabile per la città e per l’Italia, fedeli al motto: "Servire la politica e non servirsi della politica" (Don Luigi Sturzo)

Ettore Bonalberti
Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti)
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Milano, 23 Aprile 2016 

 

 

 

 

 

 

 

 

18 Aprile 2016

Persa la prima battaglia ora vinciamo la guerra

 

 

Se tu fiderai nelli italiani, sempre aurai delusione”: così scriveva Francesco Guicciardini parlando dei suoi concittadini dell’epoca. Sono passati alcuni secoli e quella constatazione del grande pensatore politico ha trovato ieri  una nuova conferma.

Inutile far finta di niente; alla vigilia del 18 aprile che, per noi “DC non pentiti”, resta la data storica del trionfo della Democrazia Cristiana nel 1948 e della libertà in Italia, elezioni alle quali partecipò oltre il 92% degli elettori, la partecipazione al voto per il referendum sulle concessioni petrolifere si è fermata al 32,15%.

Solo la Regione Basilicata supera il 50% dei votanti, seguita dalla Puglia con il 41,65% e il Veneto, prima regione del Nord con il 37,86%. In definitiva un terzo dell’elettorato è andato a votare, mentre due terzi hanno preferito dar seguito alle indicazioni illegittime del giovin signore fiorentino e dell’ex presidente della Repubblica Napolitano, esempi preclari di “difensori” della Costituzione e delle leggi dello Stato.

Matteo Renzi a urne appena chiuse ha voluto esternare, alla stregua di un caudillo sudamericano, la sua soddisfazione per il trionfo dell’astensione, brindando ai tecnici e agli operai delle piattaforme petrolifere, in perfetta sincronia con il brindisi dei petrolieri e company così prossimi e incidenti sulle decisioni del governo.

 

Scandalo dei petroli in Basilicata, con le dimissioni di una ministra in carica sottoposta alle pressioni permanenti di un famiglio indagato per vari reati, con un gruppo di gentiluomini tra i quali spicca la figura del capo di stato maggiore della Marina, non sono stati elementi sufficienti per una mobilitazione maggioritaria del Paese.

La disinformazione televisiva di una RAI asservita senza soluzione di continuità al potere renziano, il sostegno più o meno palese dei grandi giornali di informazione alle tesi del governo, unite alla disaffezione che, da tempo, caratterizza la partecipazione al voto degli italiani; la costante difficoltà incontrata dall’istituto referendario a far breccia nella coscienza degli elettori, correlate a un quesito referendario di scarso appeal popolare, sono state le concause del risultato elettorale di ieri.

Sul piano del merito referendario ciò comporta la possibilità degli attuali concessionari delle piattaforme petrolifere nel mare Adriatico di continuare l’estrazione del petrolio ad libitum, sino all’esaurimento delle risorse petrolifere e metanifere, con assai scarse ricadute per la nostra economia e con permanenti rischi sul piano ecologico.

Su quello più propriamente politico, considerata la valenza che anche questo referendum aveva assunto come tentativo di una prima spallata al governo, è necessario prendere atto che la prima battaglia è stata perduta.

Va, in ogni caso, considerata non effimera la cifra di oltre 14 milioni di voti espressi, in larga parte voti di opposizione a Renzi, e la nascita, senza più veli o ipocrisie, di un antagonista interno nel PD alla leadership del giovin signore fiorentino da parte del governatore della Puglia, Michele Emiliano.

Da qui bisognerà ripartire per dar corpo all’alternativa a Renzi. Prossime tappe: le elezioni amministrative, che a Milano, Roma, Napoli e Torino, con molte altre importanti città, potrebbero segnare una netta inversione di tendenza rispetto agli assetti di potere attuali, ma, alla fine, ci attende la madre di tutte le battaglia: la partecipazione, che ci auguriamo veramente ampia degli italiani, al prossimo referendum sul combinato disposto tra la pasticciata riforma costituzionale del trio toscano Renzi-Boschi-Verdini e la legge super truffa dell’Italicum.

Noi popolari per il NO, insieme a quanti delle diverse aree politico culturali sono già schierati in alternativa alla riforma votata dal Parlamento degli illegittimi, siamo pronti a costruire in tutti i comuni italiani dei comitati unitari per la difesa della sovranità popolare e per dire NO al governo di “ un uomo solo al comando”.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 18 aprile 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

14 Aprile 2016

Uniti  a difesa della sovranità popolare

 

 

Con Franco Marini, assurto alla guida della corrente di Forze Nuove dopo la morte di Carlo Donat Cattin (marzo 1991), ci battemmo per la difesa della proporzionale e contro il referendum Segni (giugno 1991), concausa non secondaria della fine della “balena bianca”..

Con Marini rimanemmo insieme nel PPI, dopo l’ultima battaglia condotta insieme in alternativa a Mancino a sostegno della segreteria di Rocco Buttiglione,  per poi dividerci per sempre, dopo quella infausta vicenda,  nella lunga e dolorosa stagione, tuttora non conclusa, della diaspora democristiana.

Un gruppo di ex DC, in prevalenza ex basisti o post democristiani alla Rosy Bindi vicini alle posizioni del cattolico adulto Prodi, furono tra i fondatori della Margherita poi confluiti con gli ex PC-PDS-DS nell’attuale PD. In quella fusione tra ex DC ed ex PCI ritenevo fosse rimasta intatta la tradizione politico-culturale legata ai fondamentali repubblicani che univano democristiani e comunisti nella difesa del patto costituzionale.

La mutazione genetica prodotta dal rottamatore Renzi, con la riduzione del PD a quel Golem, massa informe e senza identità, di cui insistentemente scrivo, sembra abbia potuto rottamare con le persone anche ciò che rimaneva delle antiche culture.

Martedì 12 aprile, alla sera, la Camera iper-inflazionata di “nominati” eletti da una legge elettorale incostituzionale e drogata dalla confluenza trasformistica di truppe mercenarie elette sotto bandiere alternative, ha approvato in via definitiva la riforma costituzionale, dopo che è già in vigore la nuova legge elettorale dell’Italicum, anch’essa votata dalla stessa maggioranza con il supplemento dell’appoggio schizofrenico dei forzaitalioti sotto la spinta del famigerato patto del Nazareno.

Ciò che risulta incomprensibile è il silenzio assordante di senatori e deputati come la Bindi, Bersani, gli ex amici di D’Alema e Marini, proni ai desiderata del trio toscano di quei giganti costituzionalisti di Renzi-Boschi-Verdini.

Con gli amici del comitato dei popolari per il NO, presieduto dall’On  Giuseppe Gargani, condividiamo le venti ragioni in base alle quali ci opporremo sino in fondo, con il nostro NO al referendum, al combinato disposto riforma costituzionale e super legge truffa dell’Italicum. Così come condividiamo le quaranta motivazioni ridotte a twitters  semplificatori redatte degli amici popolari di Rovereto.

La sintesi comunicativa più efficace resta, tuttavia, quella formulata dagli amici del Comitato per il NO, che dovrebbe far scendere in campo assieme a tutti noi, quanti hanno ancora salde le radici nei valori fondanti della nostra Carta Costituzionale.

Riassumendo, il decalogo degli amici del comitato per il NO evidenzia questi 10 buoni motivi per dire NO allo scempio della Costituzione perpetrato dal parlamento e dalla maggioranza drogata degli illegittimi:

  1. La riforma supera il bicameralismo? No, lo rende più confuso e crea conflitti di competenza tra Stato e regioni, tra Camera e nuovo Senato.
  2. Diminuisce i costi della politica? NO, i costi del Senato sono ridotti solo di un quinto e se il problema sono i costi perché non dimezzare i deputati della Camera?
  3. E’ frutto della volontà autonoma del Parlamento? NO, perché è stata scritta sotto dettatura del governo.
  4. E’ una riforma legittima? NO, perché è stata prodotta da un parlamento eletto con una legge elettorale( Porcellum) dichiarato incostituzionale.
  5. Garantisce la sovranità popolare? NO, perché insieme alla nuova legge elettorale (Italicum) già approvata espropria la sovranità al popolo e la consegna a una minoranza parlamentare che solo grazie al premio di maggioranza si impossessa di tutti i poteri.
  6. Produce semplificazione? NO moltiplica sino a dieci i procedimenti legislativi e incrementa la confusione.
  7. E’ una riforma innovativa? NO, conserva e rafforza il potere centrale a danno delle autonomie, private di mezzi finanziari.
  8. Amplia la partecipazione diretta da parte dei cittadini? NO, triplica da 50.000 a 150.000 le firme per i disegni di legge di iniziativa parlamentare.
  9. Garantisce l’equilibrio tra i poteri costituzionali? NO, perché mette gli organi di garanzia (Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale) in mano alla falsa maggioranza prodotta dal premio.
  10. E’ una riforma chiara e comprensibile? NO, è scritta in modo da non essere compresa.

Ecco perché facciamo appello a tutti i sinceri democratici per costruire insieme in tutti i comuni italiani, al di  là delle diverse culture politiche di appartenenza, dei comitati unitari per la difesa della sovranità popolare. Ecco perché condividiamo con gli amici del Comitato per il NO, con quelli di sovranità popolare, con i cattolici per il NO e, ovviamente, con i Popolari per il NO al referendum, la volontà di salvaguardare la democrazia oggi per garantire la nostra libera voce e quella di tutti gli italiani domani.

Vorremmo che anche in ciò che resta delle antiche culture ex PCI-PDS-DS e popolari del PD ci fosse la stessa consapevolezza di una riforma che, non riducendo i costi e non migliorando la qualità dell’iter legislativo, serve solo a scippare la sovranità dalle mani del popolo. Essa, di fatto, calpestando la volontà del corpo elettorale, instaura un regime politico fondato sul governo del partito unico e di “ un uomo solo al comando”.

Abbiamo combattuto nella DC con Tina Anselmi il disegno autoritario di Licio Gelli della P2, confermata l’incompatibilità statutaria di iscrizione alla DC e insieme alla massoneria, sopportato democraticamente il NO del 1953 alla legge maggioritaria di De Gasperi ( premio al partito o alla coalizione che avesse superato il 50% più 1 dei voti), un esempio preclaro di democrazia rispetto alla super truffa dell’Italicum. Ci auguriamo adesso che, ancora una volta, nonostante il dominio mediatico costruito da Renzi attorno a sé, il popolo italiano sappia partecipare compatto al referendum di Ottobre con un NO deciso e  forte a difesa della propria sovranità.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 14 Aprile 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11 Aprile 2016

Non c’è più limite all’arroganza del  “ Bomba”

 

 

Ero intenzionato a disertare le urne Domenica prossima al referendum sulle concessioni petrolifere, ma, dopo la giornata di  ieri, non ho dubbi: andrò a votare e voterò SI .

Contro l’arroganza di un giovin signore fiorentino che, dopo essere stato accolto ieri al Vinitaly di Verona al grido di “buffone, buffone” e “ Verdini,Verdini”, è passato alla Camera per pronunciare il discorso della riforma costituzionale in un’aula semideserta, senza i deputati dell’opposizione usciti per protesta. Un discorso svolto da chi non si è nemmeno degnato di ascoltare gli interventi dei rappresentanti dell’opposizione.

Non siamo ancora “all’aula sorda e grigia” del bivacco  di Mussolini, ma già a quella vuota e illegittima dei “ nominati” di Renzi e dei supporters  verdiniani.

Mattarella se ci sei batti un colpo! L’Italia non ne può più di un Parlamento di nominati illegittimi, di un governo farlocco e di un Presidente del Consiglio inadeguato, che pretendono di scassare la Costituzione e ridurre al nulla ciò che rimane della sovranità popolare.

Sorgano in tutti i comuni dell’Italia  i comitati unitari per il NO al referendum costituzionale di Ottobre, contro il combinato disposto della riforma con la legge super truffa dell’Italicum,
entrambe  partorite dalla mente di quei  tre scienziati costituzionalisti toscani: Renzi,Boschi e Verdini.

Noi Popolari ci saremo, fedeli eredi dei nostri padri costituenti : De Gasperi, Moro, Mortati, La Pira, Fanfani, Gonella  e Dossetti.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 12 aprile 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11 Aprile 2016

Una lettera dell'On Antonio Zanforlin

 

 

“Vota e fa votare NO al Referendum Costituzionale”
Una lettera dell’On Antonio Zanforlin

Aderisco, oltre che personalmente, anche come Presidente della Associazione Amici del Senatore Antonio Bisaglia (che non è un’associazione partitica), al Comitato per il No al referendum che si celebrerà in ottobre sulla riforma Renzi – Boschi – Verdini, in difesa dei valori fondanti della Carta Costituzionale.
La Costituzione nata 70 anni fa è lo strumento per trovare le ragioni per stare insieme come Paese, appena uscito dalla tragedia della guerra.
La grande stagione costituzionale (1945-1948) è stata un vero momento di crescita del sistema democratico e politico italiano.
In quella Assemblea c’erano le migliori intelligenze delle forze politiche e il dibattito seppur dure e vivace fu un reale confronto tra culture diverse per fare, come diceva Calamandrei, leggi chiare, stabili e oneste.
De Gasperi, La Malfa, Einaudi, Mortati, Dossetti, Moro, La Pira, Fanfani, Togliatti, Nenni e Saragat, in pochi anni diedero un assetto costituzionale, politico, economico e sociale tale da consentire ad un Paese sconfitto, di poter stare da protagonista in Europa.
Il Referendum previsto per ottobre p.v. ha un importante significato per la questione istituzionale: vede la modifica del sistema delle nostre Istituzioni che regolano la vita della democratica rappresentativa, la trasformazione del Senato e la sua composizione.
Con il referendum a Renzi non interessa il giudizio della gente, ma intende legittimarsi perché manca della investitura popolare; ha una maggioranza incerta, in un Parlamento di cui non fa parte. Infatti, non è stato eletto, ma designato dal Presidente Napolitano.
Ora, governa e guida il partito di cui è segretario e lo fa personalizzando e modellando a sua immagine, privo di reale confronto. Decisionista, gestisce il partito e il governo con dinamiche e metodi “alquanto personalistici e autoritari”.
Come è noto, in giugno (scelta fatta volutamente tardi per avere minor partecipazione) si rinnovano i Consigli Comunali di Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna e altri.
Chiediamoci perché non si è voluto far coincidere il referendum con le amministrative?
La risposta del Governo è stata: perché le norme vigenti non lo consentono e per altre ragioni tecniche.
Al riguardo osservo che bastava una legge di poche righe per risolvere il problema.
L’elesction day non si è voluto per ragioni essenzialmente di opportunità politica di parte.
Renzi è convinto che sarebbero andati a votare più del 50% degli aventi diritto al voto, rendendo così valido anche il voto referendario perché si sarebbe superato il quorum.
Se le elezioni amministrative non registrano l’affermazione del PD, le dimissioni del Governo Renzi sarebbero state inevitabili. Il non far coincidere le Amministrative con il referendum costerà ai cittadini circa 330 milioni di euro.
In conclusione, ritengo che il Referendum Costituzionale sia un Referendum sulla persona di Matteo Renzi (capo dell’esecutivo e segretario del PD). Ricordo che Renzi dando notizia del Referendum ha dichiarato che se non venisse approvato, si dimetterebbe. Il che vuol dire che vuole trasformare il consenso alla Riforma Costituzionale in un consenso alla sua persona.
Anche l’astensione, irrilevante in un Referendum Costituzionale, in questo caso assumerebbe importanza che, associata alla percentuale dei NO, sarebbe usata per rinnovare o negare il sostegno o il dissenso verso il Governo. E, soprattutto, verso il Premier 2solitario”.
In una sana democrazia bisogna sempre saper distinguere i tre compiti fondamentali delle istituzioni:

  1. Stimolare e proporre e dei Partiti
  2. Deliberare è del Parlamento
  3. Eseguire ed operare è del Governo

Io voterò e farò votare No al Referendum Costituzionale perché non posso accettare che i partiti, che dovevano essere tramiti di organizzazione e partecipazione politica, siano stati svuotati da Renzi, che così controllerebbe il partito e le Istituzioni.
Con la riforma Renzi – Boschi – Verdini assistiamo alla blindatura del potere, alla sua concentrazione nella mani dell’Esecutivo, meglio del Premier, ai danni del Parlamento e dei cittadini, ridotti ad inutili pedine.
Il disegno di Matteo Renzi è un disegno “autoritario” e nel nostro paese avremmo una “democrazia autoritaria”, un fatto estremamente grave e pericoloso per la democrazia e per la stessa convivenza nazionale.
Spero e auspico che tante persone, esponenti e votanti di tutti i partiti, sindacati, forze sociali e culturali, e del volontariato abbiano il coraggio di scendere in campo con noi, contro lo stravolgimento e non il rinnovamento, perseguito da Renzi, in difesa dei valori fondanti della Costituzione.
Non sono contro il rinnovamento, ma sono a favore di una sana politica di cambiamento, che ascolti, si confronti e metta in essere una mediazione costruttiva e innovativa.

On. Antonio Zanforlin, Rovigo, 8 aprile 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10 Aprile 2016

L’esempio di  Milano

 

 

Corrado Passera con molto realismo ha preso atto della situazione e confermato la sua scelta di campo nell’area alternativa al trasformismo renziano che, a Milano, ha il suo porta bandiera nell’ex commissario di EXPO 2015 Giuseppe Sala.

La decisione del leader di Italia Unica di rinunciare alla sua candidatura a Sindaco di Milano per convergere su quella di Stefano Parisi rappresenta un modello importante per tutti coloro che intendono costruire la ricomposizione dell’area, liberale, popolare e riformista in alternativa al Golem, materia senza forma e identità, del PD renziano.

E’ un processo complesso e difficile che avrà come prima tappa importante le prossime elezioni amministrative e, a seguire, quella decisiva del referendum per il NO al combinato disposto della riforma costituzionale del Senato e della legge super truffa dell’Italicum.

Le maggiori difficoltà in tale direzione sono quelle rappresentate da il travaglio che, da oltre vent’anni, vive l’area di ispirazione cattolica, popolare e democratico cristiana, dopo la lunga stagione della diaspora. Una lacerazione e dispersione di consenso  che non ha ancora saputo trovare una sintesi e convergenze unitarie in grado di ridare una seria e nuova rappresentanza politica al centro di ispirazione democratico cristiana.

A Milano, tuttavia, sono presenti le condizioni per sperimentare positivamente un tentativo di innovazione e di ricomposizione grazie al coraggio di un giovane, Nicolò Mardegan, che, con la sua lista NOIxMILANO, ha saputo conquistarsi l’adesione di una parte significativa del popolo cattolico; quella più direttamente coinvolta nell’impegno del POPOLO DELLA FAMIGLIA coordinato a Milano da Paolo Pugni e quella degli amici del CAV (Centro di aiuto alla Vita) guidato da Paola Bonzi, “ Ambrogino D’Oro” , fondatrice e direttrice del benemerito Centro milanese della Mangiagalli.

Noi amici di ALEF (Associazione Liberi e Forti) sin dall’inizio abbiamo partecipato alla costruzione del movimento e del gruppo dirigente saldatosi attorno alla candidatura a sindaco di Milano di Nicolò Mardegan, riconoscendo nel giovane avvocato milanese quei caratteri di novità e fedeltà ai valori della dottrina sociale cristiana che sono la stella polare del nostro impegno politico.

Saldi nella difesa della sovranità  popolare e impegnati nella prossima battaglia referendaria per il NO alle pasticciate riforme del trio Renzi-Boschi-Verdini che con la Legge dell’Italicum intendono consegnare tutto il potere nelle mani di “ un uomo solo al comando”, NOIxMILANO con gli amici dell’area cattolica del POPOLO DELLA FAMIGLIA concorreranno anche con noi nella loro e nostra  autonomia alla costruzione dell’alternativa alla giunta di sinistra che, dal rosso di Pisapia prova a  sfumare nei colori grigi del trasformismo del Golem renziano.

Abbiamo la consapevolezza di poter rappresentare una seria alternativa politica e culturale di una vasta area dei ceti medi e produttivi milanesi, di quelli popolari appartenenti all’area dei diversamente tutelati, lontani mille miglia dai privilegi delle caste di potere che anche a Milano galleggiano sulla crisi sui diversi fronti di rappresentanza politica.

Al primo turno saremo tutti uniti a sostegno dell’unica novità politica presente nella competizione milanese, a sostegno di  facce nuove e credibili in grado di far tornare alle urne gli stanchi e gli sfiduciati da una politica troppo spesso interpretata da nominati dediti più al loro “particulare” che al bene comune. Una nuova generazione di amministratori impegnati a perseguire, tra gli altri,  questi obiettivi politico - amministrativi prioritari:
1) sostegno, tutela e aiuto della vita; 
2) politica attiva in favore della Famiglia;
3) realizzazione di un piano di case popolari davvero concreto e incisivo.

Avanti allora senza indugi con Nicolò Mardegan, per costruire a Milano un nuovo percorso della buona Politica che, da Liberi e Forti, intendiamo sia interpretata da nuovi attori impegnati  sturzianamente “ a servire la Politica e non servirsi della Politica”.

Speriamo che l’esempio di Milano, avanguardia del rinnovamento, possa contagiare gli amici dell’alternativa al renzismo presenti a Roma e nelle altre città impegnate nel voto del 5 giugno prossimo.

Ettore Bonalberti
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Milano, 10 Aprile, 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9 Aprile 2016

Per la rifondazione della politica

 

 


Stefano Rodotà scrive su " La Repubblica" di Venerdì 8 Aprile della " Democrazia senza morale", partendo dall'art.54 della Costituzione ("Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.") e citando un giudice della Corte Suprema degli USA, Luois Brandeis che nel 1913 scriveva, con espressione divenuta proverbiale, che: "la luce del sole è il miglior disinfettante". Infine ripropone un pensiero di Ennio Flaiano secondo cui: "Scaltritosi nel furto legale e burocratico, a tutto riuscirete fuorché ad offenderlo. Lo chiamate ladro, finge di non sentirvi. Gridate che è un ladro, vi prega di mostrargli le prove. E quando gliele mostrate: "Ah, dice, ma non sono in triplice copia!"".
E' il riconoscimento doloroso della realtà politica italiana, squassata dagli scandali e dalla corruzione a quasi tutti i livelli della pubblica amministrazione, a partire da quello di un governo farlocco diviso tra affari di famiglia, predominio del giglio magico e scontri tra i ministri sostenuti da linguaggi da suburra senza freni, che si rincorrono sui fili del telefono o con le onde dell'etere sistematicamente sotto controllo. Un Paese allo sbando, che vive la duplice drammatica polarità di un tessuto civile che sembra aver smarrito ogni riferimento etico, rendendo ancor più veritiera quella sentenza profetica di Francesco Guicciardini secondo cui:" se tu fiderai nelli italiani, sempre aurai delusione" e di un sempre più pressante dominio dei poteri del turbo capitalismo finanziario che, imponendo il primato dei suoi fini, intende sottomettere ad essi l'economia e la politica, con effetti devastanti per la condizione dei ceti popolari e delle istituzioni democratiche.
Tra la crisi morale e culturale, prima ancora che sociale e politica dell'Italia, e il trionfo del relativismo etico interno e internazionale, sono entrate in crisi e, in qualche caso a venir meno, le strutture intermedie di socializzazione e integrazione sociale quali: la famiglia, la Chiesa, i partiti e i sindacati. Ad essa si accompagna una crisi economica e sociale produttrice del progressivo impoverimento delle classi popolari e dello stesso ceto medio produttivo, una disastrosa disoccupazione giovanile quasi al 40%; tutti fattori che alimentano, con il degrado progressivo della politica affondata nella credibilità popolare dalle quotidiane notizie di scandali, il progressivo distacco non solo dalla partecipazione politica, ma dalla stessa espressione del voto ormai ridotta a meno della metà degli aventi diritto.
Con un PD mutato geneticamente alla condizione di un Golem, materia informe e senza identità, dove un "giovin signore" ha saputo rottamare un'intera classe dirigente, l'ultima dell'era post berlingueriana, sostituendola con gli amici del giglio magico e catapultando nel governo un gruppo di improvvisati reggitori della cosa pubblica, più interessati agli affari di famiglia che al bene comune e un centro destra frantumato in mille rivoli e senza più leadership, solo il M5S di Grillo e in parte la Lega di Salvini sopravvivono. Sopravvivono nel ruolo di strumenti capaci di intercettare gli umori viscerali degli scontenti, diffusi soprattutto nel ceto medio produttivo e in quello dei diversamente tutelati, mentre i componenti della casta e del quarto non stato galleggiano sulla barca senza guida nel mare in tempesta della politica italiana e internazionale.
Anche i nostri ormai più che ventennali tentativi di concorso alla ricomposizione dell'area cattolica, popolare e di ispirazione democratico cristiana, si sono infranti contro i muri delle persistenti rivalità e stupide ambizioni di vecchi e nuovi attori, ridotti al ruolo di comparse o di sciocchi reggicoda dei potenti di turno. Che fare in tale assai sconfortante scenario della politica italiana? Con Paolo Maddalena, componente autorevole degli Stati generali di Sovranità Popolare, condividiamo l'idea che: "I Partiti non svolgono più le funzioni assegnate ad essi dalla Costituzione (art. 49); oggi il 'Partito' siamo noi, liberi cittadini riuniti in libere associazioni." Con gli amici degli Stati generali di sovranità popolare, cui aderiamo anche noi di ALEF ( Associazione Liberi e Forti), condividiamo l'obiettivo di un'Assemblea costituente dal basso che:" potesse coinvolgere tutte le organizzazioni possibili e che toccasse con le proprie tappe i territori, le città del nostro Paese: un percorso costituente che dal 5 marzo al 22 maggio vedesse i cittadini italiani e le loro organizzazioni partecipare alla costruzione di un nuovo soggetto confederativo capace di:
1) promuovere un nuovo modello di sviluppo responsabile, solidale e sostenibile, sulla resilienza dei cittadini consapevoli della dignità dovuta ad ogni essere umano di vivere in salute, nell'equilibrio tra diritti e doveri per il bene comune;
2) fare fronte comune contro i Parlamenti ed i Governi illegittimi dei nominati dai partiti dinastici che hanno occupato e costretto le libertà democratiche in nome di emergenze pubbliche da loro prodotte, fino all'evidenza di oggi, con leggi incostituzionali che mirano a riformare ed a rendere innocua la Costituzione con l'unico obiettivo di limitare l'esercizio della sovranità popolare dei cittadini. "
Perduta ogni speranza di ricomporre ciò che delle vecchie culture sono oramai degli impresentabili interpreti, condividiamo l'appello di molti amici a ricercare "vino nuovo in otri nuovi" e riteniamo sia necessario rifondare la politica partendo dalla condivisione dei fondamentali della Costituzione repubblicana e sostenere tutte le battaglie che consentano di riprenderci la sovranità popolare, messa a rischio tremendo se passasse il combinato disposto del referendum sulla riforma costituzionale bislacca, votata da un parlamento di illegittimi e la legge super truffa dell'Italicum.
Per il perseguimento concreto di detti obiettivi, intendiamo concorrere e partecipare all'utilizzo dei seguenti strumenti giuridici:
a) Referendum abrogativo (Art. 75 della Costituzione) e confermativo (Art. 138 della Costituzione)
b) Proposta di Legge Popolare (Art. 71 della Costituzione).
c) Intervento sui procedimenti amministrativi riguardanti interessi generali, come portatori di interessi diffusi (legge 241/1990).
d) Esercizio dell'azione popolare anche al fine di portare la questione di legittimità costituzionale alla Corte Costituzionale (Art. 118 della Costituzione).
Superate le vecchie distinzioni tra le culture politiche sopraffatte dal trasformismo dominante parlamentare e nel deserto della partecipazione politica, non ci resta che operare per la rifondazione della politica insieme a quanti di sincera fede democratica e dai seri convincimenti di natura etica, condividendo con noi principi e valori della Carta Costituzionale, intendono opporsi alla deriva anti democratica e autoritaria che sta ammorbando l'Italia e l'Europa.
Ettore Bonalberti
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Venezia, 9 Aprile 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7 Aprile 2016

Appello alla sovranità popolare

 

 

Affari petroliferi e lotte senza quartiere tra clan rivali nel governo; scaramucce e contumelie da suburra  tra “figli di p.”e “pezzi di m.” così espressi  dalla pur civilissima ex ministra Guidi; parentopoli oscena all’interno del giglio magico, che assume ogni giorno di più caratteri inquietanti tra fallimenti bancari e annunci di  riserve di danaro di parenti e amici occultate nei paradisi fiscali panamensi; la ripresa delle ostilità violente di una piazza in rivolta, anche quando, come ieri a Napoli,  “ il giovin signore” apre a prospettive di sviluppo un’area degradata come quella dell’ex Italsider di Bagnoli. E’ questa la condizione in cui versa oggi il governo del nostro Paese.

Un governo che continuo a definire “farlocco”, perché guidato da un Presidente del consiglio mai eletto in Parlamento e da un’assemblea legislativa di “nominati” sulla base di una legge elettorale incostituzionale.

Ora il Presidente della Repubblica è alla prese con la firma del nuovo ministro per lo sviluppo economico che dovrà sostituire la dimissionaria Guidi, dopo l’interim affidato a Renzi, e, auguriamoci, che non debba avallare la scelta di quello che la signora Guidi appellava come  un “ pezzo di m.”.

Siamo alla frutta sotto tutti i punti di vista: dalla  crisi economico e finanziaria a quella sociale, politica e culturale. Un Paese allo sbando e con una guida politica che ha perso ogni residua credibilità. La rottamazione che era stata la cifra della novità renziana ha prodotto il disastro familistico e clanico tra i più indecenti della storia dei governi repubblicani.

Non a caso l’ex dirigente DC Massimiliano Cencelli, nei giorni scorsi ricordava come  il suo “ manuale”, con cui nella DC si regolava la distribuzione del potere tra gli esponenti delle diverse correnti, fosse un modello di democrazia rispetto a quello utilizzato  da un premier pigliatutto per sé e per i suoi amici del cerchio magico.

Povera Italia priva, d’altronde, di un’opposizione unita capace di proporsi come autentica alternativa al degrado cui è giunto il sistema e con un’opinione pubblica sempre più stanca e rassegnata, assai poco incline alla partecipazione ad una politica ridotta alla mera gestione del potere per il “particulare”, senza alcun riferimento al “bene comune”.

Presidente Mattarella, lo andiamo sostenendo da tempo, impotenti come quelli senza potere che tentano di parlare a chi ha il potere: chiuda questa farsa della politica rappresentata da un Parlamento di illegittimi e di un governo senza alcuna credibilità e  ridia voce al popolo sovrano.

In attesa di un tale provvedimento, che ci auguriamo possa già sortire dalla richiesta del voto di sfiducia al governo presentato da tutte le opposizioni parlamentari, iscritta al voto per il prossimo 19 aprile; un voto nel quale anche coloro che nel PD sono insofferenti al pesante clima di arrogante intolleranza del premier-segretario dovrebbero esercitare il loro diritto di voto senza timori reverenziali e, più in là,  tutti coloro che, anche da sponde politiche diverse, si oppongono alla deriva trasformistica del renzismo dominante, facciano sentire la loro voce a partire dalle prossime elezioni amministrative.

Basta con le divisioni nel centro-destra a Roma dove Bertolaso, Marchini, Meloni e Storace, se continuano nelle loro estenuanti e improduttive battaglie fratricide, finiranno col subire il destino dei “ polli di Renzo”.  Milano, Roma, Napoli siano le città simbolo del riscatto della sovranità popolare.

E, nel frattempo, sorgano in tutte le città e i paesi dell’Italia, i comitati per il NO al referendum sul combinato disposto della riforma costituzionale e della legge super truffa dell’Italicum per il recupero e la difesa della sovranità popolare, che si tenta in tutti i modi di eliminare, dopo che dal Novembre 2011, si è già largamente ridimensionata e sostituita con questa triste stagione del trasformismo renziano.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 7 Aprile 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 Aprile 2016

Un Golem privo di forma

 

 

Nato dall’unificazione alquanto laboriosa dei DS con la Margherita, era sorto come il tentativo di mettere insieme quanto restava delle antiche culture di ispirazione comunista e della sinistra dossettiana  e di scampoli morotei e basisti della DC: da D’Alema alla Rosy Bindi, da Bersani  e i sindacalisti della CGIL a Franco Marini e il giovane Franceschini ex DC.

Ne è derivata una fusione complessa e disarticolata tradottasi in una lega assai fragile in cui non sono più riconoscibili nemmeno le più lontane tracce delle antiche culture d’origine.

Il collante prevalente di quella fusione era rappresentato soprattutto dall’antiberlusconismo coltivato nel ventennio (1994-2013) dell’egemonia del Cavaliere, contrastata e combattuta in tutti i modi dai diversi versanti nei quali sopravvivevano le casematte ex PCI e DC: dalla presidenza della Repubblica Scalfaro, primo strenuo oppositore di Berlusconi, dopo la sconfitta della “gioiosa macchina da guerra” occhettiana, alle inchieste di cronometrica precisione politica avviate  da alcune magistrature inquirenti amiche e alle puntuali manifestazioni sindacali attivate nei momenti topici di quell’infelice esperienza di governo.

Il progressivo distacco dall’antica cultura togliattiana e berlingueriana degli ex PCI, con il prevalere delle posizioni più laiciste e radicaleggianti, che furono assai ben evidenziate da Augusto Del Noce, da un lato, e la dominanza negli ex DC della cultura dei “ cattolici adulti” alla Prodi –Bindi, con le sconfitte progressivamente accumulate, seppur con esiti alternativi, nel ventennio berlusconiano, hanno finito col creare le condizioni dell’emergere della nuova cultura vincente della rottamazione del “giovin signore fiorentino”.

Un partito,  il PD, che, con il progressivo affermarsi a livello internazionale dei poteri finanziari del turbo-capitalismo e il venir meno dei fondamentali etico politici delle sue componenti originarie, ha finito con l’assumere sempre di più il ruolo di strumento docile ed efficace per soddisfare le esigenze e gli obiettivi della finanza ormai dominatrice di economia e politica.

Un partito totalmente estraneo dalle proprie radici che, solo una provincialissima vulgata continua a connotarlo come partito di centro sinistra, dato che nella realtà, dal “golpe blanco” del Novembre 2011 con la defenestrazione violenta del Cavaliere per opera di una congiura dei poteri forti avallata dai comportamenti di un consenziente Presidente della Repubblica, Napolitano, ai successivi governi “tecnici” dei non eletti di Monti prima e Enrico Letta poi, ha finito col diventare l’esecutore acritico di quei poteri.

Ultimo atto di questa triste rappresentazione, la modalità con cui  Renzi, preso con procedure assai discutibili il potere interno al PD, è stato elevato al ruolo di capo di un governo che, definirlo “farlocco”, in quanto espressione di un Parlamento di nominati eletti secondo una legge dichiarata incostituzionale, credo sia la qualificazione più esatta della sua natura.

Se alla cultura di ispirazione marxista e comunista e a quella di ispirazione dossettiana e basista DC, subentra il nulla degli amici fiorentini del “ giovin signore” è evidente che ci si trova dinnanzi a un Golem, a “ una massa ancora priva di forma” disponibile a tutti gli usi.

E’ in questo clima di un partito collocato tra i socialisti europei per interpretare, di fatto nel merito, le politiche volute dai poteri finanziari forti americani ed europei, che prende corpo il trasformismo che è la cifra che caratterizza la presente triste stagione politica italiana.

Un trasformismo che giustifica la rottamazione a sinistra dei D’Alema e Bersani, la liquidazione del ruolo di mediazione dei sindacati amici o distanti, le scelte progressive contro i ceti e le classi popolari, sino all’attacco violento con procedure illegittime della stessa Carta costituzionale con il progressivo annullamento della sovranità popolare.

Se poi, come è avvenuto nelle ultime ore, il governo sembra ridursi a un provincialissimo comitato d'affari impegnato a difendere le botteghe familiari di alcune ministre, inconsapevoli marionette al servizio dei poteri del finanz-capitalismo dominante, bastano le riserve amiche degli ultimi mohicani di area popolare e le truppe mercenarie di Verdini per sopravvivere.

E’ sufficiente richiedere e ottenere le  immediate le dimissioni della ministra Guidi, come già al povero Lupi, con l’intento di preservare intatta l’intoccabile Boschi di Castiglion Fibocchi, e se le opposizioni con il Movimento Cinque Stelle e la Lega presentano la mozione di sfiducia al governo, è sempre pronto l’arrogante renziano di turno a sentenziare con certezza che, non importa, tanto  “ la mozione sarà come sempre respinta”.

E’ una situazione intollerabile per la quale chiediamo al Presidente Mattarella: sei ci sei batti un colpo! Noi democratici cristiani non pentiti insieme a tutti gli autentici democratici italiani non ne possiamo più. Continuare in questa situazione di vilipendio della sovranità popolare non é più tollerabile.

 

Ettore Bonalberti
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Venezia. 1 Aprile 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

25 Marzo 2016

In attesa fiduciosa di orientamenti sicuri

 

 

Non so se mi abbiano più ferito le parole di un’amica ciberneuta milanese,Carla Marri,  cattolicissima di tradizione, molto lontana dalle posizioni di Papa Francesco, il cui pensiero in materia di islamismo e immigrazione, a suo parere “debole, non esita a paragonarlo a quello di Woody Allen quanto a superficialità, oppure la notizia della proposta di legge di Pippo Civati e altri ex PD tesa a togliere alla Chiesa Cattolica l’8 per mille ( circa 600 milioni di euro all’anno) per dirottarli a un nuovo fondo di sostegno delle povertà. Una proposta per la quale  Civati ritiene di avere a fianco lo stesso Pontefice.

Ho più volte scritto che almeno le due ultime generazioni con la crisi della famiglia, della scuola hanno dovuto scontare anche quella della Chiesa che sta vivendo uno dei momenti più gravi della sua storia. Confesso che sono un papista impenitente che da Papa Pio XII ( Papa Pacelli) a Papa Francesco ho cercato di seguire tutti gli sviluppi dottrinali e pastorali della Chiesa Cattolica, il cui passaggio epocale fu rappresentato dall’evento e conclusioni del Concilio Vaticano II.

Dalla Chiesa trionfante pacelliana dei baschi verdi e dei giovani di azione cattolica entusiasti “ qual falange di Cristo Redentore, la gioventù cattolica in cammino….”, agli orientamenti dottrinali e pastorali delle encicliche sociali dei Papi di fine secolo scorso e inizio XXI: da Papa San Giovanni XXIII (Mater et Magistra e Pacem in Terris) , Paolo VI (Populorim Progressio e Octogesima adveniens), san Giovanni Paolo II (Laborem Eercens e Centesimus Annus) sino a Benedetto XVI (Caritas in veritate) e, infine,Papa Francesco (Evangelii Gaudium e Laudato Si), abbiamo potuto cogliere la lungimirante capacità della Chiesa di Roma di analizzare senza pari quanto è avvenuto nel passaggio dalla seconda alle terza rivoluzione industriale, sino al trionfo del finanz-capitalismo nell’età della globalizzazione e dell’Occidente sempre più laicista e ateista pratico, in preda all’egemonia del relativismo etico.

La capacità di analisi e di indicazione delle soluzioni per i cristiani e gli uomini di buona volontà del nostro tempo che la Chiesa cattolica è stata in grado di mettere in campo sul piano sovrastrutturale dei principi e dei valori, tuttavia,  è indubbio che non è stata accompagnata da un’analoga efficienza ed efficacia su quello dell’adeguamento della sua struttura istituzionale, organizzativa e funzionale ai tempi nuovi in cui si trova a dover testimoniare la Buona Novella.

Diversi gli stili e i modi di approccio al tema, quelli usati dagli ultimi tre pontefici, con Papa Benedetto XVI che, acquisita la pesante eredità del lungo pontificato di San Giovanni Paolo II, se, sul piano dottrinale, ha saputo offrirci l’ultima perla del suo magistero, con la “Caritas in veritate “, sul piano della capacità di riforma della Curia romana e della struttura di governo della Chiesa, ha dovuto  costatare gli enormi ostacoli che si frapponevano e, alla fine,  rinunciare al suo stesso ruolo.

L’avvento del “Papa venuto da lontano”, la sua scelta profetica del nome del santo poverello d’Assisi, le innovative abitudini e inconsueti stili di vita adottati come Papa, mai conosciuti prima da altri pontefici e cardinali, con la netta determinazione a superare incrostazioni e facili fughe nella comoda autoreferenzialità degli status e dei ruoli, hanno determinato e stanno provocando sconquassi non solo sul piano della governance della Chiesa, ma, per talune indicazioni teologiche e pastorali di papa Francesco, sullo stesso piano dottrinale.

 

Difficile ora ritrovarsi pienamente in quella che è definita “societas juridice perfecta”, se solo analizziamo ciò che accade dentro e fuori l’organizzazione della Chiesa cattolica, tanto sul piano della sua espressione universale, che su quello specifico della Chiesa italiana.

Da papista impenitente quale sono, seguo con estremo disagio i ripetuti e frementi interventi di Antonio Socci, il quale giunge a ipotizzare cambiamenti di papa Francesco persino sul piano sacramentale.

Posto che del cardinal Kasper, il prelato che Papa Francesco incaricò di presentare al Concistoro del Febbraio 2014 la proposta di aprire nella Chiesa la comunione ai divorziati, sia ben nota la sua posizione distante da quelle dottrinali del Papa emerito Ratzinger, nonostante la sua dichiarazione resa a Lucca nei giorni scorsi secondo cui la firma dell’Esortazione che Papa Francesco si appresta a fare e a rendere nota a metà aprile  sarà “ un documento che segnerà l’inizio della più grande rivoluzione nella Chiesa da 1500 anni a questa parte”, credo sarà bene attendere il testo prima di assumere posizioni più papiste dello stesso pontefice.

Ritengo che prudenza e sapienza siano virtù cardinali ben presenti alla natura e alla cultura di papa Francesco. Appartengo alla schiera di coloro che ritengono preziose per la Chiesa cattolica le novità pastorali introdotte dal pontefice venuto da lontano, e resto fiducioso che anche sul piano dottrinale resteranno ben salde le fondamenta e la fedeltà ai valori non negoziabili su cui si è retta sin qui la Chiesa cattolica nella sua millenaria storia.

Quanto al caso italiano, non meno difficile da interpretare, specie da chi come me, si è formato nelle sue strutture organizzative dirette o di diretta ispirazione (azione cattolica italiana, Acli, CISL) le quali hanno subito i diversi condizionamenti nel tempo, anche da parte di chi storicamente ha guidato la CEI, penso che vada risolto il dualismo pressoché permanente che si è venuto a creare tra Presidenza CEI ( card Bagnasco) e segreteria generale (Mons Galantino) su quasi tutti i temi all’ordine del giorno: famiglia, immigrazione, politica.

Ritengo che, come ho scritto più volte: “ubi major minor cessat”, e se, invece, Mons Galantino si sentisse portavoce di un’autorità superiore, sarebbe ora di por fine a questa imbarazzante conflitto che, traducendosi poi a livello degli episcopati e delle chiese locali, finisce col rendere ancor più precaria e incerta la stessa vita dottrinale e pastorale nelle parrocchie e nei diversi movimenti, associazioni e gruppi in cui si articola il vasto, complesso e assai disarticolato mondo cattolico italiano. Con spirito di fraterna carità cristiana e fiduciosa obbedienza agli orientamenti pontifici, attendiamo i chiarimenti che la situazione a livello universale e italiano richiede.

Ettore Bonalberti
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Venerdì santo, 25 Marzo 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

23 Marzo 2016

NO ALLA CONGIURA DEI BOIARDI

 

 

Può succedere che tra AD e Presidente di una società sorgano motivi di contrasto, così come sembra sia successo tra il Presidente di Polymnia,  avv.Giampaolo Fortunati e l’AD arch.Plinio Danieli.
Polymnia, come è noto, è la società a responsabilità limitata creata dalla Fondazione Venezia per la realizzazione, tra l’altro, del museo M9 a Mestre:  la “fabbrica del sapere” “che metterà in scena i fondamentali cento anni che hanno rivoluzionato il mondo, le grandi trasformazioni sociali, economiche, demografiche, culturali e ambientali che hanno caratterizzato il Novecento”.

Di tale opera che rappresenta un’autentica  svolta per la nostra città, Plinio Danieli è stato l’artefice più illustre che ha offerto per essa molto tempo della sua attività: dalle procedure complesse dell’acquisto del bene sino alla direzione dei lavori che si dovrebbero concludere con l’inaugurazione del complesso nel luglio 2007.

E’ molto disdicevole ed espressione di un decadimento progressivo di ogni virtù civica che, come annunciato, un’autentica faida di palazzo tenti di scaricare l’uomo divenuto il simbolo stesso di M9 a Mestre.

Chiediamo a Segre che ebbe la felice intuizione di incaricare Danieli se non ha nulla da ridire su ciò che sta accadendo? Non fu lo stesso Segre  a favorire la nomina del dr Giampietro Brunello alla Presidenza della Fondazione? E quest’ultimo, perché sembra prestarsi al tentativo di defenestrazione dell’AD della sua partecipata al 100%?

Possibile che una semplice faccenda di allestimento delle sale ( 10 mio di € stanziati dalla Fondazione e che si intende affidare con procedure d’urgenza (?!) a Polymnia) possa costituire il casus belli per privarsi di una risorsa che ha dimostrato di saper portare a compimento un’opera da molti ritenuta impossibile a Mestre?

Noi che conosciamo Plinio Danieli da molti anni e sappiamo quanto abbia saputo proporre, realizzare e gestire per lo sviluppo della nostra città, chiediamo al dr Brunello e all’avv. Fortunati di tornare sui loro passi e che, se ci fossero ragioni tali da giustificare le scelte annunciate, si mettessero in condizioni di assoluta trasparenza rendendo edotta l’opinione pubblica su dette ragioni.

Non è tempo di congiura dei boiardi quando nei confronti del sistema bancario e per i suoi rami derivati non spira aria buona tra la gente e i risparmiatori, i quali richiedono sempre più trasparenza, imparzialità, efficienza ed efficacia nelle  scelte dei banchieri e loro aventi causa.

Si conservi a Danieli il compito di portare a termine i lavori e di poter partecipare come è giusto che sia all’inaugurazione di un’opera per la quale si è tanto prodigato.

Ettore Bonalberti
Presidente ALEF- Associazione Liberi e Forti (www.alefpopolaritaliani.eu)
Venezia, Giovedì 24 Marzo 2016

 

 

 

 

 

 

23 Marzo 2016

STO PERDENDO LA SPERANZA

 

 

 

Con l’ennesimo atroce attentato terroristico di ieri a Bruxelles,  all’Europa e alle democrazie occidentali non è più possibile rifugiarsi nelle solite giaculatorie del politichese.

Siamo alla dimostrazione costante della nostra vulnerabilità e delle conseguenze degli errori delle classi dirigenti europee che si sono susseguite da almeno vent’anni a questa parte.

Sembra abbia trionfato il principio della stupidità progressiva e che non si sia ancora toccato il punto morto inferiore.

L’Europa che ha rinunciato  a porre alla base della sua Costituzione le  radici giudaico cristiane, che toglie i crocefissi e i simboli della cristianità nei luoghi pubblici, che assume il relativismo come fondamento etico della sua conduzione morale, culturale, economica, sociale e politica; l’Europa che non ammette più la distinzione naturale tra uomo e donna e misconosce il valore fondante della società nella famiglia naturale, disponibile a qualunque esperienza e a riconoscere qualsivoglia esigenza di diritti individuali e che, in base al politically correct sembra oscillare tra la predicazione farisaica della tolleranza inclusiva e la chiusura dei confini alzando muri e fili spinati, nello stesso momento in cui è del tutto impotente e negligente nella difesa dei propri valori; un’Europa che sconta il deficit di una denatalità mai conosciuta prima nella sua lunga storia è un continente destinato al suo definitivo decadimento.

Se questa è la condizione che ha assunto la quasi generalità dei Paesi europei, una situazione particolare è quella che stiamo vivendo noi in Italia.  

La nota da me redatta 14 marzo scorso (“ Poteri forti internazionali e ossequenti esecutori nostrani”)    costituisce una sintesi di quanto da molto tempo andiamo analizzando su ciò che accade a livello mondiale dove ha finito col prevalere il finanz- capitalismo che tutto subordina: dall’economia, alla politica e con l’etica ridotta al trionfo del relativismo senza speranza.

Purtroppo, ammaestrati dai maître à penser del ’68, ad almeno due generazioni sono mancati tre pilastri essenziali di formazione:
1) la famiglia, che per molti si presenta disastrata e/o distrutta da divorzi, separazioni, malesseri diffusi;
2) l’educazione civica che noi apprendevano sin dalla scuola elementare da maestri e maestre ispirati dall’amor di Patria e per i valori fondamentali dell’etica;
3) le parrocchie, come luoghi di formazione e socializzazione cristianamente ispirate.

Crisi della famiglia, della scuola e della Chiesa sono alla base, con quella economica, della crisi sociale, culturale e morale attuale dell’Italia e dell’Europa, su cui può far leva il dominio dei poteri finanziari internazionali che si servono degli accoliti politici messi al potere, funzionali ai loro disegni ispirati solo dalla logica del profitto a breve; logica aggravata oggi dalla necessità di riparare  agli effetti dei derivati e futures sul sistema bancario internazionale e dei singoli Paesi.

E’ in questo quadro nel quale prevale l’anomia, intesa come assenza di regole e valori  condivisi,  la condizione di discrepanza tra mezzi e fini, il venir meno del ruolo e della funzione dei corpi intermedi, che si sviluppa, da un lato, la frustrazione con annessa aggressività palese o latente e/o la regressione verso forme di isolamento e di incomunicabilità.

Una società ammalata sulla quale hanno facile   sopravvento schiere di giovani di diversa estrazione sociale, molti dei quali affamati e  prolifici, ammaestrati da un credo religioso che incita alla violenza e alla sopraffazione dell’ ” infedele”.

Sulla crisi della famiglia e della scuola s’impone una seria riflessione a tutti i livelli cui competono responsabilità educative. Sulla crisi della Chiesa tenterò di sviluppare più avanti alcuni pensieri, nel momento in cui si è aperto un confronto teologico e pastorale che sembra squassare dalle fondamenta il trono di Pietro.

A questo vecchio sopravvissuto, espressione della prima generazione dell’Italia repubblicana, sta venendo meno la speranza e la stessa fiducia nell’esercizio di una responsabilità di ordine civile capace di concorrere, anche solo con l’esempio, al miglioramento delle cose in vista del perseguimento del bene comune.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 23 Marzo 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

17 Marzo 2016

Chiarezza al centro

 

 

Le prossime elezioni amministrative saranno il banco di verifica della fine dei cascami partitici della seconda repubblica, entrata nella fase del trionfo del trasformismo politico e del totale distacco delle istituzioni dalla concreta realtà sociale del Paese.

Lo sfascio del centro destra e la rottura a sinistra del PD renziano in molte città in cui si voterà, porterà agli esiti estremi il processo di superamento del dilemma Berlusconi SI-Berlusconi NO che aveva segnato il ventennio 1994-2015.

Salvini e la Meloni hanno scelto di riunire la destra sulle posizioni lepeniste dando fiato alle possibilità del M5S di conquistare il governo di diverse città italiane, insieme alla necessità di un definitivo chiarimento nel centro della politica italiana.

Consumato nel Veneto a suo tempo e in malo modo il divorzio da Flavio Tosi, grazie alle posizioni più equilibrate del governatore Zaia, la Lega ha saputo conservare e rafforzare il suo ruolo di governo di quella regione, nonostante le posizioni lepeniste di Salvini  lontane mille miglia dalla cultura democratica e  popolare di quella terra.

In Lombardia, che con la Liguria e il Veneto, è l’ultima roccaforte dell’antica alleanza del centro-destra, invano il Governatore Maroni aveva tentato di  contrastare Salvini ricordandogli che il candidato sindaco della capitale spettava, secondo gli accordi, a Forza Italia.

Preoccupato di ciò che potrebbe accadere alla sua giunta lombarda, colpita duramente dalle vicende degli ultimi arresti eccellenti, assai più altisonanti di quelli che a suo tempo costrinsero Formigoni, proprio su sollecitazione della Lega, alle dimissioni, Maroni comprende benissimo che, sulle posizioni lepeniste del giovane dalle felpe multiformi, si può anche incrementare di qualche punto la percentuale del consenso elettorale, ma non si governeranno mai le Regioni economicamente più forti dell’Italia e lo stesso governo centrale.

Anche nella Lega, dunque, dopo le amministrative si imporrà un chiarimento, così come lo si dovrà fare in quello che un tempo fu il centro, oggi disarticolato e frantumato in una serie di schegge impazzite le cui traiettorie sono rese complicate e divergenti dalla melassa trasformista a livello parlamentare  e nelle sedi locali, e, soprattutto, dalla pochezza delle leadership sin qui emergenti ed emerse tra patetiche figure di replicanti e aspiranti generali neofiti senza esercito.

Non abbiamo condiviso la scelta affrettata compiuta da alcuni amici di dar vita, ieri,  con tempi e metodi errati all’ennesimo tentativo di federazione popolare, per la quale ci siamo pure battuti in tutti questi anni.

Sarebbe stato opportuno farla nascere subito dopo il patto di Orvieto, quando alcuni di coloro che oggi si sono ascritti il ruolo di avanguardisti, erano stati i più tiepidi o addirittura gli elementi frenanti di quel progetto. In tal modo si sarebbero potute preparare delle liste unitarie dei popolari alle amministrative di primavera.

Farla ora, divisi come gli stessi protagonisti sono nelle diverse realtà in cui si voterà per i rinnovi dei consigli comunali, appare come il tentativo affrettato di naufraghi in cerca di un’improbabile ciambella   di salvataggio e di sopravvivenza.

Ne è derivato un organismo espressione di vecchi personaggi, alcuni dei quali sulla scena dagli anni ’60, sostanzialmente chiuso e autoreferenziale per la soddisfazione di qualche cantore di seconda e terza fila in cerca di una prossima candidatura parlamentare.

Si tratta di prendere atto che, con le prossime elezioni amministrative si chiude definitivamente con  la seconda repubblica, la composizione degli schieramenti e delle stesse forze politiche che di quella fase sono le eredi.

Per noi popolari “ Liberi e Forti”, che non intendono sposare le posizioni estremistiche di Salvini e Meloni, a Roma, come già più volte annunciato, sosterremo il miglior sindaco per la nostra capitale, Guido Bertolaso e a Milano, l’amico Nicolò Mardegan con la sua lista NOIxMILANO; l’unica autentica novità del panorama politico meneghino, preparandoci a sostenere, insieme a quanti intendono porsi in alternativa al trasformismo renziano, la madre di tutte le battaglie: la partecipazione ai comitati per il NO al combinato disposto riforma costituzionale e legge super truffa dell’Italicum.

Di lì ripartiremo per ricostruire l’unità del centro alternativo al renzismo e  ai populismi estremi, come concordammo nei documenti di Rovereto e Orvieto sin qui inapplicati.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 17 Marzo 2016

 

 

 

 

 

 

13 Marzo 2016

Triste Spettacolo

 

 

Ciò che accade a Roma alla vigilia delle elezioni comunali assume i caratteri dell’inverosimile a chi come noi, vecchi DC non pentiti, ne hanno viste tante nella lunga stagione della Prima Repubblica, ma, onestamente, mai ai livelli di bassa lega cui stiamo assistendo.

Non sappiamo se il Cavaliere abbia malcelati interessi condivisi con “ il giovin signore fiorentino”. Il salto della quaglia del fedelissimo Verdini, supporter oggi indispensabile alla sopravvivenza del governo farlocco e il fascio-renzismo del berluscones d’antan di Giuliano Ferrara, non credo possano di per sé annullare l’alternatività fisiologica al renzismo, che è nel DNA della maggior parte dei nominati in parlamento e, soprattutto, della base elettorale di Forza Italia.

Restano i sussurrati scambi di favore tra interessi di casa Mediaset e quelli che, alcuni maliziosi interpreti della politica nostrana, definiscono gli aiutini che Berlusconi sta offrendo a Renzi con la scelta di alcuni deboli candidati a Sindaco nelle principali città italiane, tali da risultare dei meri sparring partners preparatori degli scontri finali tra quelli del PD e del  M5S.

Triste spettacolo aggravato dalla scomparsa di ogni residua rappresentanza di ciò che resta dell’area  cattolico popolare, ancora vittima della propria colpevole  frantumazione e delle residue velleitarie propensioni di qualche presunto leader al ruolo di capo di stato maggiore di un esercito senza soldati.

Uno spettacolo triste, aggravato dall’illusione di alcuni interpreti che, da Marchini a Roma a Passera a Milano, tentano la pericolosa avventura di corse solitarie destinate a  favorire soltanto il duello finale di cui sopra.

Anche a sinistra gli episodi indecenti delle primarie romane e napoletane e il caso della candidata del M5S Bedori a Milano, rappresentano la situazione di progressivo sfaldamento degli ultimi residui di sotto rappresentanza politica e di tenuta dei partiti non partiti.

Siamo alla scomposizione progressiva e inarrestabile di quelli che per i vent’anni della seconda repubblica sono stati gli elementi costitutivi dello scontro politico: l’ex Ulivo da un lato e l’ex Casa delle Libertà.

Schemi obsoleti ormai relegati ai neuroni della memoria, mentre il trasformismo renziano dominante tutto confonde in una melassa informe nella quale nuotano i transumanti parlamentari.

Ciò che rende ancor più grave la situazione è lo scollamento sempre più forte tra un Parlamento e un governo lontani mille miglia dalla reale situazione economica, sociale e culturale di un Paese allo sbando, che non si riconosce più nelle istituzioni inespressive della sovranità popolare.

Può darsi che alle comunali possa ritornare una voglia di partecipazione democratica e popolare più forte, ma, rebus sic stantibus, si sta preparando una corsa senza ostacoli per il M5S.

Così vanno le cose oggi nel nostro Paese sul piano politico generale con le conseguenti derivate territoriali locali. Una frantumazione di candidati e di liste, nella maggior parte dei casi, senza precisi e ben individuabili riferimenti ideali e culturali, che non facilita processi di ricomposizione di aree politiche omogenee.

Il passaggio, invece, successivo  alle prossime elezioni amministrative, sperando che il ministro degli interni non lo tiri troppo per le lunghe, sarà quella che per noi è la madre di tutte le battaglie: il referendum sulla riforma costituzionale e la legge elettorale.

Sarà quello, infatti, il banco di prova per una verifica definitiva tra chi si porrà a difesa della sovranità popolare e chi lavorerà, più o meno consapevolmente, per il Re di Prussia.

Ettore Bonalberti
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Martedì 15 Marzo 2016

 

 

 

 

 

13 Marzo 2016

 Macroregione triveneta:  finalmente si parte

 

 

Giornata importante quella di Sabato 12 marzo scorso per il progetto della macroregione triveneta.
A Villa Pisani di Strà (VE), nella splendida sala Tiepolo si è svolto l’incontro promosso dal comitato per la macroregione triveneta con i sindaci veneti interessati al progetto.
Erano molti anni che non partecipavo a una riunione in una sala affollata di sindaci, amministratori locali, operatori economici, rappresentanti di partiti, movimenti e gruppi politico culturali su un tema destinato a elevare il livello del confronto politico nel Triveneto.
A Trieste nel pomeriggio, su iniziativa di un gruppo di giovani guidati da Riccardo Pilat, sul tema: “ Ripartiamo dalla formazione politica per ricostruire la classe dirigente del futuro”, si è svolto un dibattito a due voci tra l’ex Presidente della Regione Friuli V.Giulia,Renzo Tondo e il sottoscritto, sul tema: “Macroregione e specialità FVG”.
A Villa Pisani come a Trieste era programmata la partecipazione del sindaco di Venezia Brugnaro; a Villa Pisani per portare il suo contributo al progetto di macroregione, a Trieste per dibattere con Roberto Di Piazza, candidato a sindaco di Trieste e con Roberto Rosso, candidato a sindaco di Torino, sul tema: “La Buona amministrazione”.
In entrambe le riunioni Brugnaro non si è fatto vivo adducendo “altri impegni” imprecisati.
Passi per Trieste, dove speravo di poterlo in contrare dopo mesi di infruttuosi inseguimenti, ma non presentarsi al convegno di Villa Pisani, nella doppia veste di Sindaco di Venezia e della città metropolitana, credo costituisca un caso di rilevante inadempienza politico amministrativa per un personaggio che, temo abbia scambiato il ruolo pubblico del responsabile politico con quello di operatore industriale privato.
Una buona notizia sembra, tuttavia, pervenuta, con l’invito di Brugnaro ai responsabili del comitato promotore del progetto di macroregione triveneta a presentare lo stesso a Cà Farsetti a tempi brevi.
Confidiamo che Venezia, il cuore del progetto triveneto, sia, se non la prima, tra le prime città in grado di convocare il consiglio comunale per approvare  la delibera di richiesta del referendum popolare ai sensi dell’art 132 della Costituzione (vedi tutti i riferimenti sul sito www.macroregionetriveneta.org) .

Se a Villa Pisani i relatori hanno saputo rappresentare al meglio le condizioni, termini e modi per far partire il progetto del triveneto, a Trieste ho trovato,  sia nell’ex governatore regionale Renzo Tondo che nel candidato a sindaco di Trieste, Di Piazza, due validi e positivi interlocutori con i quali instaurare un dialogo proficuo e ampia disponibilità a perseguire obiettivi condivisi.

E’ unanime la consapevolezza della necessità di superare l’attuale suddivisione dello Stato in venti regioni, uno schema ritenuto da tutti insostenibile nella nuova realtà della globalizzazione e finanziarizzazione del sistema internazionale; così com’è condivisa l’idea di una macroregione speciale del Triveneto, nella quale non si tratta di togliere le specialità esistenti, semmai di spalmare detta specialità su tutte le realtà di quella che storicamente fu la X Regio di Augusto, ossia Venetia et Histria.

Certo si tratterà di avviare un sereno e costruttivo confronto per condividere non solo il percorso indicato dall’art 132 della Costituzione e dalla Legge 352/70 (Norme sui referendum previsti dalla Costituzione), ma le questioni inerenti alla governance del nuovo soggetto politico istituzionale, avendo consapevolezza dei rapporti oggettivi di forza e di rappresentanza esistenti tra Veneto, Friuli V. Giulia e Trentino AA.AA., ma avendo anche presente l’insostenibilità di una situazione che vede il Trentino AA.AA. trattenere il 90% delle entrate fiscali, il Friuli V.Giulia il 60% e il Veneto il 20%.

Ho ribadito le premesse su cui si basa il nostro progetto: il Nord Est ha necessità di un nuovo modello di sviluppo, frutto di una rinnovata alleanza fra cittadini. Il modello proposto non ha colore politico e non ha connotazione partitica, anche se piace ricordare che la scelta dello strumento indicato dell’art.132 della Costituzione, è merito del nostro amico Mimmo Menorello e la prima proposta fu proprio avanzata dai Popolari del Veneto in uno dei convegni preparatori della Scuola di formazione politica (Verona-Novembre 2015) e inserita nel Manifesto Popolare per il Veneto in vista delle recenti elezioni regionali. Spiace costatare la reazione a caldo del segretario della Lega Veneta, Da Re, con il suo pessimistico giudizio sulla bontà e praticabilità del progetto.

In realtà, di tutti i tentativi sinora ipotizzati e/o concretamente sin qui sviluppati, quello di procedere in sintonia con quanto i previdenti padri costituenti ebbero a prevedere anche per questa fattispecie  di riforma istituzionale, resta il più corretto e inoppugnabile sul piano giuridico amministrativo.

Ecco perché riteniamo che per un progetto di tale innovazione politica istituzionale e amministrativa sia giunto il tempo di mettere da parte le divisioni ideologiche e partitiche e  di spronare tutti i Sindaci del Triveneto ad approvare le delibere di richiesta del referendum per la fusione delle tre Regioni nella macroregione speciale del Triveneto. E nel frattempo dialogo aperto, sereno, leale e costruttivo con tutte le realtà culturali, sociali, economiche, politiche e istituzionali del Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.

Ettore Bonalberti
Domenica 13 Marzo 201

 

10 Marzo 2016

Non ci resta che il NO

 

 

Il virus del trasformismo che accompagna l’esperienza politico governativa di Matteo Renzi sta ammorbando l’intera scena politica. Se i 235 transumanti parlamentari sono la manifestazione palese dell’assenza di ogni riferimento ideale e politico culturale degli attuali nominati eletti illegittimamente, non più espressione della sovranità popolare, ma della volontà dei capi e capetti loro danti causa, è all’interno e fra i partiti, residue maschere delle culture politiche ormai scomparse, che il trasformismo genera i nuovi mostri.

Nel PD, ircocervo senza più anima, con le primarie di Roma e di Napoli si è raggiunto il massimo: nella capitale, con i trucchi delle schede bianche inserite nelle urne per mostrare una più elevata affluenza alle elezioni per la scelta del candidato sindaco; a Napoli con la compravendita del voto alla maniera laurina, indegna per il partito in larga parte erede  della tradizione del PCI di Gramsci,Togliatti, Longo e Berlinguer.

Se a sinistra si piange o si dovrebbe assistere a un’autentica rivolta etica prima ancora che politico organizzativa, le cose non vanno meglio al centro e sulla destra della politica italiana.

Il centro è dominato dalle tristi figure di quanti, eletti nelle liste del Cavaliere, sono oggi accoliti ossequienti al servizio del “giovin signore fiorentino” e dagli ostacoli che tuttora permangono nel difficile compito di ricomposizione dell’area popolare e di ispirazione democratico cristiana. Le stesse nuove aggregazioni attorno a Corrado Passera ( Italia Unica) e Gaetano Quagliariello (IDEA) se, da un lato, sono coerentemente schierate in alternativa al renzismo dominante, dall’altro, con grande difficoltà tentano di superare i limiti dell’autoreferenzialità per approdare uniti verso la formazione del nuovo soggetto politico capace di intercettare le attese e i bisogni del terzo stato produttivo e dei renitenti al voto.

La destra, come accade in vista delle prossime elezioni romane, mai come ora è stata divisa tra gli eredi dell’ex MSI-AN, dopo l’infausta stagione del delfinaggio finiano.

Infine, il Movimento Cinque Stelle, che sembrava potesse raccogliere il disagio di una vasta platea di scontenti, vede esplodere le contraddizioni di un movimento troppo forte per subire senza contraccolpi il condizionamento peloso del duo dominante Grillo-Casaleggio, e troppo giovane per sperimentare il necessario passaggio dallo statu nascenti a un partito strutturato secondo regole certe e democratiche.

E’ in questo desolante quadro politico che, tra qualche mese, i cittadini di alcune tra le più importanti città italiane saranno chiamati a scegliere i nuovi sindaci e consigli comunali, mentre si prepara il referendum sul combinato disposto riforma costituzionale del trio toscano e legge super truffa dell’Italicum destinato a segnare per lungo tempo le sorti dell’Italia. Alla mia generazione nata con la Repubblica, stanca e sfiduciata dall’indegno spettacolo offerto dalla politica italiana, compete il dovere di scendere in campo a sostegno del NO al referendum con quanti hanno a cuore le sorti della democrazia nel nostro Paese.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 10 Marzo 2016

 

 

 

4 Marzo 2016

Riflessioni disincantate di un “ DC non pentito”

 

 

Divisi sin qui tra chi, come il sottoscritto, da molti anni è impegnato nel tentativo di ricomposizione dell’area popolare di ispirazione democratico cristiana e chi, formulato un giudizio di totale irrecuperabilità di quell’esperienza, vagheggia di partito cattolico,   credo sia  giunto il momento di una seria riflessione in comune, considerato che, dopo la manifestazione del popolo del family day al Circo Massimo di Roma contro il DdL Cirinnà, è stata avanzata  le proposta della nascita del Partito della Famiglia.

Comincio con l’evidenziare ciò che accade nell’area di coloro che, con estrema semplificazione, denomino come “gli interni al sistema politico italiano” in progressiva decomposizione. E’ l’area su cui ho rivolto le mie più dirette attenzioni in tutti questi anni. Dopo la lunga attraversata nel deserto (1993-2008) nella quale, con lo pseudonimo di don chisciotte (www.don-chisciotte.net ), ho cercato di analizzare da osservatore non partecipante  ciò che accadeva tra le schegge impazzite della diaspora democristiana, ho dato vita nel 2009 ad ALEF (Associazione Liberi e Forti- www.alefpopolaritaliani.eu ) e, in successione: i circoli di Insieme (2010 www.insiemeweb.net ) , il tentativo di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione che ha stabilito che la DC non è mai stata sciolta( lungo travaglio tra XIX Congresso nazionale del partito nel Novembre 2012 e azioni conseguenti tuttora in corso d’opera) sino a sperimentare con Mario Mauro, Potito Salatto e i Popolari per l’Italia un significativo percorso di iniziative  comuni. Particolarmente positiva l’esperienza con gli amici popolari del Veneto guidati da Mimmo Menorello, con il quale si continua a tentare di tenere viva la bandiera del popolarismo nella nostra Regione.

Con il convegno di Rovereto prima (18 Luglio 2015) e il Patto di Orvieto poi (28 e 29 Novembre 2015- documento sottoscritto con Mario Mauro, Carlo Giovanardi e Gaetano Quagliariello)  ho condiviso con l’amico Ivo Tarolli l’idea espressa nei seguenti otto punti:
1.la domanda di Nuova Politica, o se si preferisce: la domanda di una Nuova Offerta Politica c'è,  è  forte, è oggettiva. Quindi la sfida è intercettarla, sintonizzandosi con essa senza però  farsi risucchiare!!
2. La risposta non può  ridursi alla sola sfera organizzativa!! Che ci deve stare! Per forza! Ma non può  essere la ragione intima di questa iniziativa.
3. La sfida, incompiuta, della riaggregazione dell'area liberaldemocratica,  popolare, che trova alimentazione nella Dottrina Sociale Cristiana, anche sulla scorta degli errori degli ultimi 20 anni, richiede: coinvolgimento (e quindi sollecitazione alla partecipazione della costruzione della polis), coinvolgimento territoriale (se vogliamo superare il modello solo mediatico), richiede progettualità  e concretezza per rispondere alle tante emergenze: da quella del lavoro a quella etica, da quella dell'emigrazione a quella finanziaria, etc.
4. Per questo a Rovereto, si era convenuto che prima di arrivare al Nuovo Soggetto Politico si dovesse lavorare per dar vita ad una Nuova Grande Area politico-culturale, eterogenea, ampia e quindi per forza grande! Composta di Partiti, Associazioni, Movimenti, e anche persone generose e motivate!!! 
5. Queste premesse per dire che: dar vita ad una Federazione, come si tenta di fare in questi giorni, non è sbagliato! Anzi! Purché  si abbia chiaro lo scenario è il punto di arrivo. È  evidente che questo passaggio se vuole aggiungere un mattone a quanto iniziato a Rovereto; proseguito ad Orvieto (ma pure preceduto da coloro che hanno favorito il sorgere del NCDU e dei Popolari per l'Italia!) dovrà  avere la caratteristica di essere: aperto, plurale, grande!! 
6. Per questo lo Statuto della Federazione dovrà essere aperto all’adesione di nuovi ulteriori partiti, associazioni e movimenti, in vista dell’individuazione delle forme più opportune per far convivere l’adesione al nuovo soggetto politico di movimenti e organizzazioni già esistenti e l’adesione dei singoli, donne, uomini, giovani, anziani, personalità del mondo delle professioni, della cultura, dell’associazionismo e cittadini che si sentono esclusi dall’attuale politica e che sono disponibili a nuove forme di impegno civile.
7. Per questo il nuovo soggetto dovrà essere privo di primogeniture (sia aperte che sottintese) ma generoso e, quindi, guidato da un "Coordinamento" dove tutti si sentano protagonisti e parte di una "squadra"!!! 
8. Il referendum prossimo dovrà  essere non una occasione, ma l'occasione irripetibile per aggregare, ascoltare, coinvolgere e motivare attorno ad una questione vera la grande area dei "distanti o delusi". Primo banco di verifica: unità nel comitato Popolare per il NO alla pasticciata riforma costituzionale del trio toscano Renzi-Boschi-Verdini e SI all’abrogazione della legge super truffa dell’Italicum con avviso di sfratto al trasformismo politico parlamentare  su cui fonda il suo governo “ il giovin signore fiorentino”.

A maggior ragione questo percorso va sviluppato, tenendo presente, da un lato,  i fattori di inerzia, quando addirittura di freno e/o retromarcia, che permangono nelle consunte e residuali casematte dove si vive la tranquillità dell’inutile, improduttiva e rovinosa autoreferenzialità, e ciò che di forte novità è rappresentato dall’annuncio del nuovo partito della famiglia. Tema quest’ultimo  che sarà oggetto di una mia prossima riflessione.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 4 Marzo 2016

 

 

 

3 Marzo 2016

E' nato il Comitato Popolare per il NO al referendum

 

 

Martedì 1 Marzo con atto notarile si è costituito a Roma il Comitato Popolare per il NO al referendum.
Tra i firmatari, i senatori Mario Mauro, Carlo Giovanardi, Ivo Tarolli, Luigi Compagna; gli Onn. Mario Tassone, Potito Salatto e Maurizio Eufemi; per ALEF (Associazione Liberi e Forti) Ettore Bonalberti e Antonino Giannone, per gli amici del documento di Rovereto, Marco d'Agostini, e tanti altri esponenti di associazioni, movimenti e gruppi di ispirazione cattolica, popolare, laico liberale. Le ragioni di questa decisione sono contenuti nel documento sottoscritto che evidenzia alcuni punti negativi della legge; punti che saranno spiegati e sviluppati nella campagna per il referendum:
1 Il Presidente del Consiglio ha fatto sin dall'inizio della riforma un problema personale, riforma che stravolge i principi fondamentali della Costituzione Repubblicana, con norme disarticolate, facendo un uso scorretto della stessa Carta. È necessario che si costituisca una larga aggregazione trasversale a difendere, attraverso il referendum, la Repubblica Parlamentare e a ripristinare l'armonia istituzionale, come avvenne inoccasione del referendum del 2004 che bocciò quella riforma costituzionale votata solo da una parte del parlamento.
2 La Riforma Costituzionale modifica radicalmente l'impianto delle Istituzioni democratiche previste dai Costituenti, alterando il principio dell'equilibrio dei poteri e non definisce i compiti dei senatori
3. Gli elettori vengono spogliati dal potere di eleggere i Senatori che saranno espressione verticistica dei Consigli Regionali;
4. Il Senato della Repubblica è stato creato come un mostro dalle varie teste: organo legislativo; di iniziativa legislativa; di impulso legislativo (ma senza poteri deliberanti), per la conversione dei decreti legge; organo cui viene inviato ogni disegno di legge approvato dalla Camera, in ordine al quale entro termini brevissimi, può formulare proposte di modifica del testo, modifiche che la Camera può disattendere; organo consuntivo; organo di rappresentanza delle istituzioni territoriali e di verifica dell'impatto delle politiche dell'Unione europea sui territori, ecc.;
5. Il Presidente della Repubblica ha poteri ridotti perché non potrà nei casi previsti dalla stessa Costituzione "sciogliere" il "nuovo" Senato;
6. Il Presidente della Repubblica vede affievolito il suo potere di rinvio alla Camera delle leggi, in quanto si scontrerebbe con la posizione dominante del Presidente del Consiglio;
7. La legge elettorale, che ha elementi di incostituzionalità perché non rispetta la sentenza della Corte, collegata alle modifiche costituzionali farà della Camera dei Deputati uno strumento del partito che vincerà le elezioni con una maggioranza relativa dei voti acquisiti in virtù di uno sproporzionato premio di maggioranza;
8. Il Presidente del Consiglio governa con il "suo" partito la Camera dei Deputati con il "controllo" della maggioranza dei deputati del "suo" partito;
9. I cittadini che invocano sempre maggiori controlli e verifiche sulla attività delle Istituzioni e dei rappresentanti, dirigenti e funzionari, si trovano di fronte a una riforma costituzionale che elimina ogni possibilità di sindacato ispettivo sostanziale e lascia il Paese al libero arbitrio del partito di maggioranza e del Presidente del Consiglio che esprime.
In conclusione i sottoscritti ritengono necessaria la battaglia referendaria: dire chiaramente NO a questa riforma costituzionale ed implicitamente alla legge elettorale rappresenta un dovere per ogni cittadino italiano che ha a cuore il valore della "rappresentanza democratica" in una Repubblica Parlamentare, ed allo scopo di promuovere e sostenere tale indirizzo
Accanto al già costituito comitato per il NO al referendum (Alberto Vannucci e Gustavo Zagrebelsky) e al comitato stati generali Repubblica italiana (Domenico Gallo e Alfiero Grandi, Paolo Maddalena) è sorto ora il comitato di ispirazione popolare che ha affidato la Presidenza all'On Giuseppe Gargani.

Due gli obiettivi che ci si propone: No alla pasticciata riforma costituzionale del trio toscano Renzi-Boschi-Verdini, SI all'abrogazione della legge super truffa dell'Italicum ora in corso di esame di costituzionalità presso la Consulta.
Nessuna volontà di divisione, semmai quella di apportare il contributo di una componente politico culturale che ha concorso con i suoi esponenti migliori (De Gasperi, Mortati, Lazzati, La Pira, Moro e Fanfani) alla costruzione della Carta fondamentale della Repubblica.
Siamo coscienti che quella del referendum sarà l'ultima occasione per impedire la deriva autoritaria che le forze del turbocapitalismo finanziario stanno determinando in Europa e nel mondo. E sappiamo che non lo facciamo per noi che siamo nati agli albori della Repubblica, ma per inostri figli e nipoti, affinché siano preservati per loro i diritti fondamentali di democrazia, giustizia e libertà oggi a grave rischio.
Con quanti dei diversi comitati saranno disponibili siamo impegnati a costruire in tutti i comuni italiani i Comitati civico popolari per la difesa della sovranità popolare e il NO al referendum.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 3 Marzo 2016

 

 

 

1 Marzo 2016

O uniti su Bertolaso o cittadinarie con regole

 

A Milano come a Roma, in presenza di candidature plurime,  gli amici di ALEF hanno proposto di utilizzare la bozza di un regolamento che avevano redatto per le elezioni comunali a Venezia per lo svolgimento delle “cittadinarie” per la scelta del candidato a Sindaco.

A Venezia non ce ne fu bisogno, considerata l’unanimità che si trovò sulla candidatura di Brugnaro alla fine risultata vincente,  anche se , a quasi dieci mesi dalla sua avvenuta elezione non mancano le delusioni, tra molti degli stessi suoi elettori,  per un sindaco chiuso nella sua turris eburnea e che sta assumendo sempre più il carattere del parvenu di provincie, una sorta di “Berluschino veneziano”.

Diverso il caso romano dove, dopo l’annuncio di un accordo tra il trio della manifestazione di Bologna ( Berlusconi-Salvini-Meloni) sulla candidatura di Guido Bertolaso, il leader della Lega ha ritenuto di mettere in discussione quella scelta, aprendo i gazebo per sondare la volontà dei romani su un più ampio schieramento di candidature.

Alla fine, poco più di diecimila romani hanno votato e nessuno dei candidati ha superato la soglia del 50%, tanto che Salvini ha dovuto ammettere che “ con questi nomi perdiamo, servono primarie vere”.

Una cosa è sicura: divisi si perde per cui  o si ritrova l’unità su una candidatura condivisa o meglio sarebbe ricorrere alle “cittadinarie”, magari utilizzando proprio le regole che ci eravamo permessi di indicare per Venezia e Milano.

Da parte degli amici di ALEF come  a  Milano sosteniamo senza se e senza ma l’unico elemento di autentica novità rappresentato dalla candidatura di Nicolò Mardegan con la sua lista di NOIxMILANO, (che ha da sempre espresso la volontà di concorrere alla fine insieme a coloro che intendono battersi in alternativa al dominio esercitato per molti, troppi anni, dalle giunte di centro-sinistra, ora rappresentate dalla candidatura del trasformismo renziano di Giuseppe Sala), a Roma crediamo che Guido Bertolaso possa rappresentare il candidato che può offrire alla città il meglio delle sue competenze professionali dimostrate sul campo.

Ho avuto la fortuna di conoscere il dr Bertolaso nei primi anni del 2000, quando in Regione Lombardia dirigevo l’assessorato alle OO.PP. e alla protezione civile, al tempo in cui Bertolaso era a capo della Protezione civile nazionale. Abbiamo instaurato una positiva collaborazione attivata in alcune situazioni emergenziali di particolare gravità (terremoto in Molise) e ho potuto così apprezzare, accanto alle sue  indubbie capacità tecnico- professionali,  la sua carica umana e la passione civile fondata su solidi principi di ispirazione cristiano sociale.

Come sul piano politico siamo impegnati a concorrere alla ricostruzione dell’area popolare, liberale e riformista in Italia e a Roma in particolare, così vorremmo che,  a partire dalle prossime elezioni amministrative romane, la stessa unità di intenti si potesse realizzare per condurre un confronto elettorale destinato a incidere seriamente non solo sui destini amministrativi  di Roma, ma sugli stessi equilibri politici nazionali.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 1 Marzo 2016

 

 

29 Febbraio 2016

 

E se invece della rivolta politica avvenisse quella fiscale?

 

Uno Stato che richiede ai suoi cittadini onesti un carico fiscale equivalente a sei sette mesi  di lavoro gratis per le pubbliche finanze sino a  quando potrà essere sopportato?
Soddisfatti i membri della casta e in discreta percentuale quelli dei “diversamente tutelati”, spetta al terzo stato produttivo l’onere della tenuta del sistema, mentre il quarto non Stato sguazza nelle inefficienze, mancanze di controlli e nelle connivenze con parti “sensibili” della casta e continua a fare gli affari sporchi suoi. Sul carattere degli italiani hanno scritto pagine memorabili Guicciardini (“ Se tu fiderai nelli italiani, sempre aurai delusione”)  e Leopardi (v.“Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani” per non parlare del compianto Ennio Flaiano “ gli italiani sono sempre pronti a salire sul carro del vincitore”. Anche il Duce non scherzava quando sosteneva, come già  Giovanni Giolitti che: “ governare gli italiani non è impossibile, è inutile”. Il più caustico Giuseppe Prezzolini, che così scriveva: “ In Italia il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle”. E ancora: “L’italiano è un popolo che si fa guidare da imbecilli i quali hanno fama di essere machiavellici, riuscendo così ad aggiungere al danno la beffa, ossia l'insuccesso alla disistima, per il loro paese. Da molti anni il programma degli uomini che fanno la politica estera sembra riassumersi in questo:  mani vuote, ma sporche.
Esiste, tuttavia, un limite alla capacità di sopportazione di un popolo che pure è rappresentato con queste non commendevoli qualificazioni; un limite che è dato dalla sua capacità di tenuta sul piano concreto economico e finanziario.
Se spetta soprattutto al terzo stato produttivo il maggior onere per il sostegno di un’organizzazione statale vecchia e arrugginita, con costi progressivamente elevati ed efficienza ed efficacia pressoché nulle, considerato che questo stesso terzo stato è rimasto da tempo privo di qualsivoglia rappresentanza politica, vessato oltre ogni limite ragionevole da uno Stato onnivoro, esso finirà con il rifugiarsi o nella sperimentata e in molti casi necessitata evasione o in quella che ho già denominato “la rivolta fiscale passiva”.
Intendo per rivolta fiscale passiva  quella che può accadere, e con molta probabilità accadrà come scrivevo in una nota del 2 dicembre scorso: “se il terzo stato produttivo non ce la fa più a produrre ricchezza per mantenere gli altri  tre stati (casta, diversamente tutelati e quarto Non stato, nelle loro diversificate sottoclassi) nella migliore delle ipotesi avremo una rivoluzione fiscale passiva per incapacità di far fronte agli obblighi fiscali insostenibili, nella peggiore  una rivolta sociale cruenta.”
Matteo Renzi e Padoan continuano a predicare tranquilli e sereni che tutto va bene, mentre, in realtà, se il governo non dovesse intervenire tempestivamente per tagliare la spesa pubblica, le clausole di salvaguardia previste dall’ultima legge di stabilità scatterebbero, portando in dote un aumento di tasse superiore a 54 miliardi di euro. E’ quanto si rileva da un’analisi del Centro studi di Unimpresa.
Ciò che con fatica sembra non emerge a livello politico istituzionale, temo che potrà derivare dalle concrete condizioni di insostenibilità economica e finanziarie  dei ceti medi produttivi e delle classi popolari ridotte alla miseria.
Ettore Bonalberti
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Venezia, 29 Febbraio 2016

 

 

24 Febbraio 2016

 

Destra e sinistra nell’età del trasformismo

 

235 cambi di casacca dei parlamentari in meno di due anni sono la cifra del trasformismo imperante nell’attuale Parlamento italiano. Un trasformismo coerente con quello che, a livello partitico, ha caratterizzato l’ascesa di Matteo Renzi. nel PD e  la sua conquista per via desuete della presidenza del Consiglio  

Cos’è oggi il PD se non un ircocervo guidato da “ un giovin signore” di origine destrorsa, lontano mille miglia dalle tradizioni fondanti di quel partito, abilissimo scalatore di un partito ormai esangue con la complicità di poteri forti interni e internazionali ?

Con il voto sul Ddl Cirinnà si sta verificando la palese condizione della nostra grave crisi politico istituzionale, caratterizzata da un parlamento di nominati, eletti da una legge, “il porcellum”, dichiarata incostituzionale e da un governo che, per la terza volta, è guidato da una personalità mai eletta, il quale, senza il contributo dei transumanti  trasformisti al Senato, non avrebbe neppure la maggioranza.

Può dispiacere a qualcuno, ma non c’è dubbio che l’ultimo governo legittimo eletto dal popolo italiano è stato l’ultimo governo Berlusconi caduto, soprattutto,  per i pesanti condizionamenti internazionali nel Novembre del 2011.

 Da quel momento abbiamo avuto, infatti, la palese dimostrazione della fine della sovranità popolare in Italia. Una sovranità che si tenta adesso  di annullare anche formalmente con il combinato disposto della riforma costituzionale e della legge super truffa dell’Italicum che, di fatto, se approvato dal prossimo referendum, consegnerà a una minoranza del corpo elettorale il controllo di tutto il sistema politico e di potere in Italia.

La condizione nella quale è potuto accadere tutto ciò si collega, da un lato, al venir meno delle culture politiche che hanno fondato il patto costituzionale sancito nella Costituzione del 1947, dopo la crisi della prima repubblica (1948-1994) e la fine dei partiti e, dall’altra, alle profonde trasformazioni epocali geo politiche e di assetto dei poteri a livello internazionale.

Quanto alla prima causa con la scomparsa del pentapartito da un lato, e di quello che fu il PCI, costretto alla progressiva trasformazione in PDS, DS sino all’unificazione con la Margherita nel PD.  sulla scena politica italiana hanno fatto irruzione movimenti dai caratteri populistici e leaderistici, i quali, assai faticosamente hanno tentato e tentano di dar voce e rappresentanza a ceti e classi sociali sempre più allo sbando, con una partecipazione politica ridotta al lumicino,  sino alla fuga dal voto che ha raggiunto e superato la soglia del 50% del corpo elettorale.

La crisi economica e finanziaria e la crisi politico istituzionale che accompagnano una gravissima crisi della morale e dell’etica pubblica e privata, sono le concause della disaffezione sino all’abbandono dell’esercizio di uno dei pochissimi strumenti  della sovranità popolare che è l’espressione del proprio voto.  Un’espressione resa in sostanza mutilata dal “porcellum” prima e ora dalla proposta dell’”Italicum”,  considerato che gli elettori sono stati privati  totalmente o in parte   della preferenza nel voto dei candidati  presenti nelle liste, i capi in testa delle quali sarebbero tutti designati dai capataz degli ectoplasmi partitici sopravvissuti.

L’incapacità da parte degli attuali partiti di offrire rappresentanza al ceto medio produttivo e di larga parte dei diversamente tutelati è una delle condizioni di maggiori rischio per la nostra democrazia.

Assai più complessa e grave è la situazione a livello internazionale, da cui discendono la principali conseguenze finanziarie, economiche e politiche istituzionali nei diversi Stati presenti sul pianeta.

Con il rovesciamento dei principi del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) e il primato affidato alla finanza che fissa gli obiettivi e l’economia e la politica ridotte a ruoli subalterni, larga parte delle decisioni che sono assunte, per quanto ci riguarda più direttamente, in sede europea e nazionale , derivano dagli obiettivi stabiliti dai gruppi finanziari dominanti.

Come ha ben sintetizzato Alberto Micalizzi nella recente riunione del comitato provvisorio per la sovranità popolare riunitosi a L’Aquila il 19 Febbraio scorso per lanciare il progetto dell’Assemblea Costituente: “non c’è più contrapposizione tra mondo della finanza e mondo della politica- esiste solo una grande cupola internazionale, non monolitica, ma stratificata;  ci sono piccoli conventi in guerra tra di loro.. Ora è in atto un scontro grande tra le banche centrali e quelle commerciali. Si tratta di non pensare in modo ideologico, reattivo, ma di costruire un sistema che abbia regole diverse, sapendo, tuttavia,  che ora siamo di fronte a un sistema difficilmente scomponibile, né contrattaccabile. Dobbiamo preoccuparci non di come uscire dall’euro o di come  riprenderci la Banca d’Italia; non ci sono i margini per una classe politica che è un insieme di camerieri al servizio delle banche- bisogna lavorare con calma e pacatezza a un progetto articolato che partendo dalla carta costituzionale dovrà andare oltre” avendo consapevolezza che quei gruppi, pur di raggiungere i loro obiettivi, stanno facendo adottare ai governi affidati a servitori sciocchi e ossequienti politiche di attacco diretto ai patrimoni privati e pubblici”. Esempi eclatanti in tale senso: il fiscal compact, figlio di un regolamento comunitario illegittimo, perché contrastante con i trattati europei, adottato da tecnocrati bruxellesi con il colpevole consenso dei governanti europei di turno; lo stesso bail in che stabilisce di far pagare ai correntisti depositanti, oltre agli azionisti e obbligazionisti, la paradossale situazione dei debiti bancari totalmente fuori controllo.

Anche le costituzioni rigide di più antica data o quelle stesse uscite dalla guerra di liberazione dal nazifascismo, come quella italiana, rappresentano un ostacolo ai loro progetti di dominio. Di qui la richiesta ai fedeli esecutori degli ordini issati alla guida dei governi  di procedere senza indugio a trasformarle in docili strumenti manovrabili da minoranze subalterne, con il totale controllo dei mezzi di comunicazione indispensabili per il consenso.

E’ in questo clima di trasformismo e supina subalternità della classe politica asservita che l’antica distinzione tra destra e sinistra scompare in una funzionale melassa senza senso .Non è strano che in questa Babele dei linguaggi e nella scomparsa delle culture politiche si erga come gigante della difesa degli ultimi e predicatore di un’economia sostenibile sul piano della giustizia e della libertà, Papa Francesco con le sue straordinarie encicliche: “ Evangelii Gaudium” e “ Laudato Si”.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 24 Febbraio 2016

 

 

20 Febbraio 2016

 

Accoliti di un progetto perverso

 

 

Paolo Naccarato alla proposta della ministra Lorenzin di cambiamento del nome del NCD nella nuova qualificazione di Nuovo Centro (delle libertà ?!), suggerisce che pregiudiziale sarebbe la benedizione di Matteo Renzi. Da sempre seguace del Presidente Cossiga, Naccarato fa l’ennesimo sfoggio della sua naturale propensione alla subordinazione ancillare sino al punto di condizionare la nascita eventuale del nuovo soggetto politico a una sorta di benedizione preventiva del dominus di turno.

Se è vero, da un lato, che in tal modo egli non fa altro che evidenziare la condizione di oggettiva subalternità  degli ex componenti di Area popolare, componenti di quei cinquanta transumanti trasformisti che hanno permesso la sopravvivenza del governo del presidente mai eletto; dall’altro, sarà molto difficile far digerire ai residui elettori del Nuovo Centro Destra questa strana combinazione di ex popolari con i socialisti trasformisti renziani dal cui leader richiedono l’imprimatur.

Anche al trasformismo più spinto c’è un limite, se non per la coerenza, almeno per quanto riguarda “ i valori non negoziabili” ai quali i cattolici italiani restano ossequienti, anche se i voltagabbana opportunisti della casta, pur di conservare le posizioni di potere acquisite, sono ben disposti a qualche colpevole rinuncia ed omissione nel nome di un realismo politico che, fortunatamente, non è più tollerato dagli autentici popolari italiani.

Quelle di Lorenzin e Naccarato, interpreti minori di uno spartito scritto e diretto da Angelino Alfano, sono variazioni sul tema di un concerto valido solo dentro le rappresentazioni del palazzo, all’interno di una casta chiusa e autoreferenziale espressiva solamente degli interessi di gruppi assai ristretti interni e internazionali, “distinti e distanti”, come direbbe Cossiga, anzi contrapposti a quelli del ceto medio e delle  classi popolari privi di qualsiasi rappresentanza.

Il punto più alto dello scontro avverrà, a tempi brevi, nelle elezioni per i prossimi rinnovi comunali, e, un po’ più in là, nella battaglia campale che ci vedrà contrapposti nel referendum sulla riforma costituzionale e sulla legge super truffa dell’Italicum.

E’ tragicomico vedere quelli che furono i seguaci del “Presidente picconatore”, grande democratico cristiano intimo di Aldo Moro padre costituente democratico cristiano, schierati con gli esecutori materiali del disegno di mandanti internazionali manovratori del finanz-capitalismo, interessati a distruggere ciò che rimane delle costituzioni rigide troppo scomode per i loro obiettivi.

Essi, perseguendo il primato esclusivo del profitto, della finanza sull’economia e sulla politica, considerano la democrazia come l’ostacolo principale ai loro progetti e puntano su servitori disponibili a favorirne l’esito.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 20 Febbraio 2016

 

 

 

 

 

19 Febbraio 2016

 

A Roma come a Milano: cittadinarie

 

 

Le polemiche scoppiate all’interno del centro destra a Roma nel trio Berlusconi-Salvini.Meloni sul candidato Sindaco, ripropongono la questione del metodo attraverso cui scegliere il candidato comune alle prossime elezioni comunali.

Con la fine dei partiti della Prima Repubblica sono prevalsi movimenti e partiti di tipo personalistico, monocratico e a scarsa se non nulla partecipazione democratica.

Quello che un tempo, ancorché deciso davanti a un “caminetto” , era il risultato di dibattiti e discussioni ex ante o ex post in organismi legittimati come le direzioni e i consigli nazionali dei partiti, si riducono adesso, nel passaggio traumatico dalla seconda alla terza repubblica, a decisioni  concordate tra i capi e/o capetti delle residue forze politiche senza più solide culture di riferimento.

Se l’orizzonte fosse limitato al cinquanta per cento residuale che continua ad andare a  votare i giochi e i giochetti tra i soliti noti potrebbe ancora funzionare, ma se si intende coinvolgere quel cinquanta per cento che da tempo ha scelto di non partecipare al voto, la musica dovrebbe cambiare.

“ Non c’è più trippa pé i gatti” direbbe il nostro simpatico e rimpianto Franco Evangelisti, braccio destro di Giulio Andreotti nella DC che fu.

Continuare a decidere tra Arcore e Palazzo Grazioli i candidati del centro destra da Milano a Roma, non può che produrre i corto circuiti evidenziatisi in questi giorni nel caso della candidatura del pur ottimo Guido  Bertolaso a Roma.

In assenza di partiti politici espressivi di autentiche e radicate culture politiche e di reali rappresentanze di ceti e classi sociali presenti nel Paese, con un sistema che dalle elezioni comunali all’infausto Italicum si va sempre più orientando verso un bipartitismo senza basi politiche consistenti, è evidente che in assenza di consensi seriamente condivisi, l’unica strada da percorrere rimane quella delle elezioni primarie o “cittadinarie” come noi le avevamo progettate nelle ultime elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Venezia.

A Roma, dove alcune componenti dell’area moderata, Passera e Quagliariello in primis si sono orientate sulla candidatura di Alfio Marchini, e quelle ormai consolidate del trio Berlusconi-Salvini e Meloni su Bertolaso, con l’ultima retromarcia del leader leghista su Guido Bertolaso, a maggior ragione la scelta delle cittadinarie si imporrebbe come quella più opportuna per superare lo stallo in cui si è giunti.

Ovvio che ciò che andrebbe fatto a Roma si dovrebbe pure sperimentare a Milano e nelle altre realtà in cui si andrà a votare alle prossime elezioni amministrative.

Finita l’epoca delle leadership popolari carismatiche, tanto cara al Cavaliere e al “ giovin signore fiorentino”, se si vuole recuperare la partecipazione e  il consenso del ceto medio produttivo e di quanti tra i diversamenti tutelati (tanto per utilizzare la mia euristica teoria dei quattro stati) intendono tornare ad esprimere il loro voto, non esiste altra strada che quella della presentazione di candidature da sottoporre al giudizio preventivo dei cittadini elettori che si riconoscono negli interessi e i valori delle forze politiche coalizzate.

Questo è quanto anche noi popolari intendiamo offrire agli amici interessati a battersi per un’alternativa al socialismo trasformista renziano e ai suoi tentacolari interpreti dei missi dominici indicati nelle diverse realtà locali del voto.

Solo così, a Roma come a Milano con il giovane Nicolò Mardegan e la sua lista di giovani appassionati e amanti della loro città, espressione di una rinnovata ed emergente classe dirigente meneghina, si potranno favorire nuove leadership sostenute non dalle mire di autoconservazione dei potenti declinanti, ma espressive dell’autentica sovranità popolare.

Ettore Bonalberti
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Venezia, Venerdì 19 Febbraio 2016

 

 

 

 

 

18 Febbraio 2016

 

Salvini annuncia un XXV Aprile di liberazione da Renzi.

 

Quando un governo occupa militarmente tribunali, televisioni, scuole e banche siamo al regime. Roma da Cuba o Corea del Nord. La gente non ne può più, e quando non può più c’è la rivoluzione, ne abbiamo le avvisaglie, e io voglio organizzarla in modo pacifico e democratico».

Lo ha detto in conferenza stampa al Senato il leader della Lega Matteo Salvini che annuncia: «Il 25 aprile, Festa della Liberazione, terremo una grande manifestazione di liberazione da Renzi. Mi aspetto che gli alleati siano con noi».

Poi l’attacca diretto al premier: «C’è qualcuno che sta cercando di portare il regime sovietico in Italia e a me i regimi non piacciono. Renzi si sta comportando come Stalin e sta occupando ogni spazio di potere». Parole forti non prive di qualche fondamento.

Tutti i nodi della crisi istituzionale che l’Italia vive dal Novembre 2011, infatti, stanno venendo al pettine, accompagnati da una crisi economico-finanziaria e sociale tra le più gravi della storia repubblicana.

La maggioranza derivata dal porcellum incostituzionale alla Camera e drogata dai transumanti trasformisti al Senato e, tanto più, il terzo governo guidato da un non eletto, non rappresentano più la sovranità popolare, come ha ricordato ieri sera il Cavaliere durante la trasmissione RAI sul ventennale di “Porta a Porta”. Berlusconi, tuttavia, dovrebbe fare ammenda di quel patto scellerato del Nazareno da lui sostenuto, accordo con Renzi da cui discendono la legge  elettorale super truffa dell’Italicum e la riforma costituzionale del trio toscano: Renzi, Boschi,Verdini.

Dopo quel patto egli ha perduto anche il suo gauleiter Verdini e un ennesimo manipolo di sbandati, immemore dell’insegnamento del grande Machiavelli, il quale ricordava al Principe che: “ è meglio perdere con truppe fedeli che vincere con mercenari”.

Un Paese allo sbando scrissi qualche tempo fa e, oggi, é alla disperazione. Attenti che anche per gli italiani c’è un limite alla sopportazione e a quel limite credo si  sia ormai giunti. Il Parlamento dei “nominati” illegittimi non continui a forzare la mano a colpi di maggioranze farlocche e variabili che non esprimono la realtà dell’Italia.

Presidente Mattarella prima ne prende atto e meglio sarebbe per tutti noi, onde evitare che il prossimo ricordo della Liberazione non debba  diventare l’occasione per una rivolta.

Ettore Bonalberti
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15 Febbraio 2016

 

Passera il solitario

 

Leggo con interesse le quotidiane note politiche dell’amico Lelio Alfonso, coordinatore nazionale di Italia Unica , il movimento politico di Corrado Passera. Nel suo ultimo commento di Sabato egli se la prende con il centro-destra e i suoi “errori dell’arroganza”.

Errori che deriverebbero dalle contraddizioni e giravolte adottate da Salvini, Berlusconi e Meloni negli ultimi mesi  sino agli ultimi accordi per le candidature di Lettieri a Napoli, Bertolaso a Roma e Parisi a Milano.

Realistico e condivisibile il giudizio sui mutamenti del trio del centro-destra, in larga parte dovuti al sommovimento nei consensi all’interno di quell’area politica, ma Lelio Alfonso non crede ci sia altrettanta dose di arroganza in chi, come il suo mentore Passera, sin dall’inizio e tuttora continua a muoversi come se fosse una stella polare attorno a cui dovrebbe inevitabilmente girare l’intero universo dei moderati italiani?

Più volte abbiamo tentato di evidenziare al dr Passera e ai suoi collaboratori i limiti di una strategia politica fondata sull”IO SIAMO”, considerato ciò che prevedono le leggi elettorali per i rinnovi dei sindaci e dei consigli comunali e  la stessa legge super truffa dell’Italicum per le politiche. Nessuna risposta ci è mai pervenuta sempre con la riproposizione del mantra:  Corrado Passera è candidato a Milano e chi vuole lo sostenga.

Avevamo invitato Corrado Passera e la sua Italia Unica a concorrere con noi alla stesura e condivisione del Patto di Orvieto, che indica la strada per la ricomposizione dell’area popolare, liberale e riformista alternativa al socialismo trasformista renziano, alla sinistra post comunista e ai populismi estremi. Italia Unica con i luogotenenti di Passera è stata sempre presente ma, al dunque, nessuna adesione formale è mai pervenuta. con la sottoscrizione dl quel patto. Scarsa condivisione del progetto o presunzione  di un’autonoma capacità di coagulo della complessa realtà alternativa al renzismo?

Permane un atteggiamento di altezzosa autosufficienza che, alla prova della dura realtà della politica con le sue inderogabili regole e la complessità delle culture e sensibilità in gioco, temo che finirà col subire amare disillusioni.

Noi di ALEF ci siamo interessati soprattutto del caso Milano, dove, sin dall’inizio abbiamo individuato nella candidatura di Nicolò Mardegan e la sua lista di giovani entusiasti NOIxMILANO  la vera novità in campo a Milano.

Consapevoli che da soli non si va da nessuna parte e condividendo le stesse preoccupazioni di Lelio Alfonso circa la scelta del candidato di tutta l’area alternativa al trasformismo renzista a Milano, oggi rappresentata da Giuseppe Sala,  sulla base di un semplice compromesso alla Villa di Arcore, avevamo indicato nelle “cittadinarie”  lo strumento ideale per una scelta operata direttamente dagli elettori milanesi. Delle “cittadinarie” avevamo anche redatto un regolamento finalizzato a evitare quanto è accaduto nelle primarie del PD milanese con lo scandalo delle votazioni multiple e l’utilizzo di truppe cammellate con gli occhi a mandorla.

Non fummo degnati di alcuna risposta. Il trio dei capi ha deciso per conto proprio tra Arcore e Roma e Passera continua  indomito come se nulla fosse a Milano come a Roma.

Con Nicolò Mardegan noi continueremo la nostra battaglia sempre disponibili al confronto con tutti gli altri candidati della stessa area politica e riteniamo che ci siano ancora i tempi per organizzare una seria mobilitazione per le “cittadinarie”. Siamo, peraltro, altrettanto consapevoli che in assenza di tale decisivo passaggio, se non si vuol fare la fine degli Orazi e Curiazi un accordo si dovrà inevitabilmente perseguire.

Continuare nella presunzione pur comprensibile di un’autonoma solitaria candidatura, peraltro di assai dubbia reale consistenza elettorale, servirà solo a portare acqua al pur sgarrupato mulino del centro sinistra renziano.

Crediamo che, nelle condizioni miserrime dei comuni che andranno al voto dopo anni di egemonia e dominio delle sinistre,  di tutto i loro elettori  hanno  bisogno fuorché delle ambizioni personali  di velleitari profeti disarmati.

Ettore Bonalberti
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Milano, 15 Febbraio 2016

 

 

 

 

12 Febbraio 2016

 

E’ tempo di convergenze e di unità per il triveneto

 

Dopo l’editoriale di Sandro Mangiaterra “ Il grande Triveneto” pubblicata da “Il Corriere del Veneto” di Martedì 9 Febbraio,   interviene oggi l’on Andrea Martella, Vice presidente del gruppo parlamentare PD alla Camera dei Deputati, con una nota: “Triveneto e macroregione, così si rafforza il territorio. E il PD è pronto alla riforma”.

Avendo avanzato per primi  noi Popolari veneti la proposta della macroregione triveneta sin dalla scuola di politica  popolare che fu organizzata da noi a Verona il 20 dicembre, inserita nel Programma della lista civica e popolare e fatta propria anche dalla Lista Tosi, non possiamo che essere soddisfatti della netta presa di posizione di un autorevole esponente del PD come l’On Martella.

Pieno merito all’amico avv. Domenico Menorello, che ha individuato il percorso dell’art 132 della Costituzione quale strumento autenticamente democratico e popolare attraverso cui la maggioranza dei cittadini del Triveneto potranno decidere il loro destino e quello dei loro figli ed eredi. Ottima anche la scelta adottata della formazione di un comitato di promotori formato da esponenti qualificati delle professioni e della migliore cultura giuridica, economico finanziaria e politico sociale  e complimenti ai progettisti e curatori dell’ottimo sito: www.macroregionetriveneta.org da cui si possono derivare tutti i documenti presentati nella conferenza stampa di Sabato 6 Febbraio a Padova dai Proff. Cacciavillani, Bresolin, Bernardi e Chasen.Il comitato, cui ho l’onore di partecipare,  è aperto alle adesioni di altre persone, gruppi e associazioni che condividendo l’idea della macroregione triveneta intendono concorrere alla sua realizzazione.

Ora, però, serve diffondere tra i cittadini la proposta destinata a offrire interessanti opportunità alla comunità triveneta e per far questo, accanto all’indispensabile supporto dei media, servirà l’impegno delle forze politiche, sociali e culturali e, soprattutto, le decisioni deliberative degli enti locali secondo quanto stabilito dall’art.132,comm 1 della Costituzione e della legge attuativa n.352 del 1970.

Ci auguriamo che la posizione espressa dall’On Martella sia quella che alla fine sarà assunta da tutto il PD, così come da Popolari siamo impegnati a ricercare il massimo di condivisione con gli amici della Lega e del governo regionale del Veneto. Non c’è più tempo per modesti interessi e piccoli calcoli di convenienza elettorale poiché abbiamo di fronte a noi un impegno di straordinario valore strategico destinato a offrire al Triveneto un’occasione storica degna della migliore tradizione della Serenissima Repubblica.

Presidente A.L.E.F. (Associazione Liberi e Forti)
componente della direzione nazionale dei Popolari per l'Italia
Promotore del think tank:VENETO PENSA

Venerdì, 12 Febbraio 2016

 

 

 

 

 

 

12 Febbraio 2016

No Sig. Presidente, siamo all’emergenza istituzionale

 

No Sig. Presidente, siamo all’emergenza istituzionale

Avevo già avuto un vivace scambio di opinioni con l’amico sen Lugi Zanda, capogruppo al Senato del PD, sul tema della legittimità dell’attuale Parlamento e sugli atti da esso compiuti, il più rilevante dei quali, il progetto di riforma costituzionale con annessa legge elettorale dell’Italicum. Il sen Zanda  rispondendo a una serie di miei rilievi concluse così la nostra discussione epistolare: “ Il Parlamento e' legittimo. Non lo dicono dei quaquaraqua': lo ha detto chiaramente la Corte. Se non fosse cosi me ne andrei subito”.

La questione  è stata ripresa ieri dal Presidente Mattarella rispondendo a una specifica domanda di uno  studente della Columbia University che metteva in dubbio la legittimità del Parlamento pieno di indagati ed eletto con una legge dichiarata incostituzionale. Questa la risposta perentoria del Capo dello Stato: ». «Non mi risulta che il Parlamento sia pieno di indagati - ha risposto il presidente della Repubblica - ce ne sono alcuni, ma la grande maggioranza non lo è. Quanto alla sua legittimità non ci sono dubbi. Facevo parte della Corte costituzionale nel momento in cui la legge elettorale fu dichiarata non conforme alla Costituzione. Ma noi giudici scrivemmo con chiarezza che, come si fa in questi casi, quella decisione aveva valore per il futuro e che quindi non era inficiata la legittimità del Parlamento».

Non abbiamo difficoltà a riconoscere né la buona fede di Zanda, di cui conosciamo da sempre la sua onestà intellettuale e morale, né quella del Presidente Mattarella, peraltro, espressione proprio di quel Parlamento di “nominati” eletti secondo una legge che lo stesso Presidente, da componente della Consulta, concorse a definire illegittima. Nessun dubbio, quindi, sulle conclusioni di quella sentenza ( art.7). Resta, tuttavia, fermo in me il convincimento che assai prima di  quella sentenza n.1/2014 del 4.12.2013, si sono verificati  degli avvenimenti politico istituzionali che hanno alterato la fisiologia del nostro sistema.

I fatti del Novembre 2011 sono stati  finalmente confermati da colui che ne fu il protagonista essenziale, il Presidente Napolitano. Egli, subita o condivisa la pressione proveniente dalle solite fonti internazionali dei poteri finanziari dominanti, determinò la caduta del governo Berlusconi, forzatamente consenziente, ultimo presidente di un governo eletto ed espressione della sovranità popolare. Da tempo quei fatti  li ho connotati come un classico “golpe blanco”, un autentico attentato al principio fondante della sovranità popolare.

Nacque così il governo di Mario Monti, previa assegnazione del laticlavio a vita per il “tecnico” della Bocconi gradito ai maggiorenti euro americani, che durò in carica 529 giorni dal 16 Novembre 2011 al 28 aprile 2013. Si portarono a giustificazione le ragioni di emergenza economico finanziaria, con le manovre sullo spread che portarono il Paese sull’orlo del baratro, secondo quelle regole comunitarie di cui,  invano il prof Giuseppe Guarino aveva dimostrato, del tutto inascoltato, la loro illegittimità: regolamenti attuativi sul fiscal compact conflittuali e alternativi con i principi, quelli si vincolanti, dei Trattati liberamente sottoscritti dall’Italia.

Analogamente dopo le elezioni 2013, in pendenza della sentenza della Consulta che doveva pronunciarsi sulla legittimità della legge elettorale, sempre per l’emergenza di un risultato che non aveva visto un vincitore con capacità di controllo delle due camere, il 28 aprile 2013,   su incarico di Napolitano, Enrico Letta dà vita “al governo di larghe intese “ in quanto si disse “sola prospettiva possibile, quella cioè di una larga convergenza tra le forze politiche che possono assicurare al governo la maggioranza in entrambe le camere», atteso che era risultato impossibile dar vita un governo guidata da Bersani, capo della coalizione di centro sinistra uscita vincitrice alle elezioni del 24 e 25 Febbraio, ma priva della maggioranza al Senato.

Da un’ emergenza economica e finanziaria a un’emergenza politica, ma, nel frattempo, il 3 dicembre 2013 la Consulta si esprime sull’illegittimità del porcellum ed è a quel punto che, secondo quanto abbiamo continuato a sostenere, si sarebbe dovuto ridare la voce ai cittadini, atteso che la sentenza della Corte Costituzionale aveva ben indicata la formula di una legge elettorale costituzionalmente ineccepibile: il consultellum. Invece Napolitano, diede spago ai giochetti interni al PD del “giovin signore” che, dando il ben servito col suo “ stai sereno” all’amico compagno Letta, lo costrinse alle dimissioni il 22 Febbraio 2014.

Tutto ciò nacque e si consolidò nel momento in cui era in atto la più vasta transumanza di parlamentari da uno schieramento all’altro, col trasformismo eletto a cifra rappresentativa di una condizione estrema di crisi politico istituzionale, col bel risultato che da un’emergenza politica siamo stati catapultati in una crisi istituzionale tra le più gravi della storia repubblicana.

Hanno un bel legarsi all’ultimo articolo della sentenza della Consulta, il sen Zanda e il Presidente Mattarella, ma è difficile farci comprendere come possa un Parlamento farlocco politicamente, di “nominati” illegittimi, non diciamo a produrre leggi di ordinario governo, ma addirittura arrogarsi l’ambiziosa presunzione di procedere nelle condizioni di sostanziale illegittimità politica se non giuridica, a riformare la Costituzione.

Fatto ancor più indigeribile poi é che il progetto di  riforma sia stato partorito da quello straordinario trio di costituzionalisti toscani, Renzi, Boschi e Verdini con l’aggravante del combinato disposto di una legge super truffa, come quella dell’Italicum peggiore della famigerata Legge Acerbo che permise la piena legittimazione del potere di “ un uomo solo al comando” nel 1924.

Egregio sig Presidente Mattarella mi consenta di non essere d’accordo con la sua indulgente assoluzione del caso italiano, poiché ritengo, insieme a molti altri amici con cui abbiamo dato vita al Comitato per il NO al referendum  (cui il governo è stato costretto e non ha concesso, in quanto non disponente della maggioranza qualificata dei due terzi nella doppia votazione parlamentare) che sì la Corte ha salvato gli atti già compiuti da un parlamento eletto con una legge elettorale illegittima, ma dopo avrebbero dovuto esserci nuove elezioni, con un nuovo sistema elettorale, possibile anche con quello uscito dalla sentenza. Invece no. Il parlamento a trazione del governo Renzi per le più disparate , spesso poco nobili, ragioni ha approvato una legge elettorale iper maggioritaria simile al porcellum andando avanti senza remore e con la transumanza dei trasformisti che prosegue senza sosta.

Ora siamo in piena emergenza istituzionale, aggravata da decreto legge votato ieri dal Consiglio dei ministri sulle banche di credito cooperativo, ennesima ossequiente obbedienza del governo ai poteri finanziari forti internazionali, frutto di una sudditanza di cui Renzi e compagni di palazzo Chigi sono diretta consapevole espressione.
Ettore Bonalberti
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Venezia, 12 Febbraio 2016

 

 

10 Febbraio 2016

Ora tutti uniti per vincere a Milano

 

Siamo giunti al dunque  con l’indicazione del candidato del centro-destra concordato dal trio Berlusconi-Salvini-Meloni nella persona di Stefano Parisi.

Avremmo preferito che la scelta del candidato fosse stato il risultato di elezioni “cittadinarie” da svolgersi secondo regole condivise, in ogni caso assai diverse da quelle che hanno caratterizzato le primarie del PD, a voti multipli ripetuti e da inquinamenti da più parti denunciati  senza alcuna garanzia e controllo.

Hanno deciso diversamente i leader del centro destra nazionale e milanese;  adesso bisognerà che gli altri candidati in campo se ne facciano una ragione per evitare le scelte suicide compiute  dai tre antagonisti di sinistra delle primarie a Sala, i quali hanno finito col facilitare la vittoria del candidato renziano.

Confesso che avevo visto con interesse la candidatura avanzata per primo da Corrado Passera, una persona che ha avuto il merito di attivare un interessante processo di ricomposizione politica dei moderati con la sua Italia Unica.

Ora però è tempo che tutti quanti coloro  che intendono battersi per un’alternativa alla continuità delle giunte che hanno retto sin qui il governo della città di Milano, si ritrovino uniti sugli obiettivi programmatici e sul candidato che sulla carta appare indubbiamente il più forte sul piano dei consensi.

A Parisi, invece, vorrei evidenziare che, al fine di corrispondere alle attese di cose nuove che gli elettori milanesi si attendono, faccia lui direttamente un appello alla convergenza sulla sua candidatura del giovane Nicolò Mardegan e della sua lista NOIxMILANO.

E’ il candidato che sin dall’inizio noi popolari e amici di ALEF (Associazione Liberi e Forti) abbiamo sostenuto, perché lo sentivamo espressione della nostra cultura politica, di quella che ha motivato la grande giornata del family day  e il politico che ha risposto per primo all’appello all’impegno dei cattolici dell’arcivescovo di  Milano card. Scola, un autentico portatore di una ventata di novità e freschezza nella vita politica milanese lombarda, 

Mettere insieme le competenze amministrative e istituzionali dell’ex city manager con l’entusiasmo e le presenze fortemente inserite sul territorio metropolitano dei giovani di NOIxMILANO, è il primo passo che spetta al candidato del centro destra milanese se si intende battersi per riconquistare il governo di Milano.

Guai se per pur comprensibili ambizioni personali si andasse divisi allo scontro elettorale, si farebbe solo il gioco di Matteo Renzi e dei suoi accoliti.

Ettore Bonalberti
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Mercoledì 10 Febbraio 2016

 

 

 

9 Febbraio 2016

Un uomo solo al comando a Roma e un Podestà ossequente a Milano?

 

Le sta tentando tutte: si presenta in pubblico in camicia aperta senza cravatta; si fa fotografare mentre mangia avidamente un panino tra popolani osannanti; dichiara di rifuggire dai salotti bene, lui che di quei salotti è il rappresentante qualificato; si confonde nel voto delle primarie con la lunga fila di cinesi che, boldrinianamente si impegna a  non chiamare più:
 “ immigrati”.

Insomma un’operazione di maquillage  conforme al trasformismo renziano che è la cifra della sua candidatura: andar di bolina, puntando a destra per andare a sinistra.

E chi, meglio di un uomo come Giuseppe Sala, poteva assolvere a questo ruolo?  Commis d’état già collaboratore di fiducia di Letizia Moratti e di una giunta di centro-destra,  scelto da Matteo Renzi alla guida della città di Milano, previo passaggio nelle primarie senza regole e facilitato dalla suicida partecipazione di tre concorrenti alla sua sinistra capaci di dividere, com’era ovvio, il voto della loro parte politica sino a renderla del tutto irrilevante.

La sua candidatura è conseguente a quanto Sala ha saputo dimostrare alla guida di EXPO 2015. Una manifestazione in chiaro oscuro la cui storia è ancora tutta da approfondire, compresa quella ultima del bilancio finanziario con conti che, l’ex commissario, si è rifiutato sin qui di rendere noti.

Resta il rammarico di un PD, incapace di esprimere un candidato degno della sua seppur breve storia, obbligato a compiere a Milano, come in molte altre città italiane, la rincorsa a candidati dello schermo, figli dell’età della  crisi della politica italiana che stiamo vivendo.

Diversamente da ciò che scrive il nostro amico Francesco Damato, appartengo alla schiera di coloro che considerano Matteo Renzi un rischio grave per la democrazia in Italia, sia per le modalità inconsuete con cui è giunto al potere e sia per come sta esercitando la funzione che gli è stata concessa.

Non dipende certo dalla sua statura politica, assai modesta sul piano culturale, più portato alle astuzie di corto respiro, ereditate dai suoi giovanili trascorsi tra le ultime file di un’ormai esangue DC. Una figura quella di Matteo Renzi, che il prof Giovanni Sartori ha rappresentato così: “ è svelto, furbo, agile. Uno con i riflessi prontissimi. Però imbroglia le carte su tutto: un conto sono le promesse elettorali, un altro camuffare la realtà”.

La mia analisi inserisce Renzi, invece, in un progetto più vasto e complesso quello che vede il primato del turbo o finanz- capitalismo, che ha assegnato alla finanza il compito di dettare i fini  ponendo l’economia e la politica in condizioni subordinate e strumentali. Un primato che, non solo ha determinato lo sconquasso economico e sociale del mondo tuttora in corso,  ma sta sferrando un attacco a tutte le costituzioni rigide presenti nella maggior parte dei Paesi occidentali. Si tende, così, a utilizzare “ servi sciocchi” imposti, come nel caso italiano, alla guida dei governi, impegnandoli a favorire il superamento di quelle costituzioni, sino ad annullare il concetto stesso di sovranità popolare e con essa della democrazia.

Ciò sta avvenendo, da un lato, con la bislacca riforma del Senato che con il combinato disposto della legge super truffa dell’Italicum tende ad annullare, come già sta avvenendo dal famigerato Novembre 2011 (ammissioni finalmente fatte dallo stesso esecutore Napolitano), ciò che rimane della sovranità popolare, e, dall’altro, con l’impegno a imporre alla guida delle principali città italiane, leadership prone a quel ritorno del centralismo più spinto, a misura del governo di “un uomo solo al comando”, distruttore delle residue autonomie su cui si è costruita la storia politica democratica del nostro Paese.

Giuseppe Sala è l’uomo adatto al processo di normalizzazione che, col superamento del NOMA ( NOn Overlapping Magisteria), impone la finanza ai vertici decisori degli obiettivi e all’economia e alla politica la funzione strumentale e subalterna. Bene ha fatto l’amico Nicolò Mardegan, l’uomo nuovo della politica milanese con la sua lista NOIxMILANO, a definire Sala “ il commissario di Palazzo Chigi a Palazzo Marino”. Il compito del progetto renziano: un uomo solo al comando a Roma e un podestà ossequiente nella capitale dell’economia e della finanza italiana.

Siamo basiti dall’idea che su tale progetto possano ritrovarsi a convergere in quella che fu la culla dell’avanguardia della sinistra sindacale e politica  italiana, la migliore tradizione del PCI-PDS-DS  e quella del riformismo socialista.  Stento a credere che sarà così e penso che qualcosa a sinistra accadrà pena la definitiva scomparsa di quella pur nobile cultura politica.

I popolari milanesi, invece, saranno a fianco di Mardegan e della sua lista, interessati a costruire la più ampia alleanza omogenea a quella che guida la Regione Lombardia, in alternativa al trasformismo renziano e ai suoi accoliti.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 9 Febbraio 2016
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8 Febbraio 2016

Macroregione del Triveneto: centralità e valore aggiunto di Venezia

 

La denominazione di Tre Venezie (Venezia Tridentina, Venezia Euganea, Venezia Giulia)  trae ispirazione dal termine con cui era conosciuta in età imperiale la X Regio di Augusto, e cioè, Venetia et Histria. Con l'assetto geopolitico italiano modificatosi a seguito della seconda guerra mondiale e degli eventi a essa successivi (fino al Trattato di Osimo  del 1975), le Tre Venezie individuarono un'area non più interamente parte dello Stato Italiano (parte della Venezia Giulia fu ceduta alla Jugoslavia). In seguito si diffuse l'uso del termine Triveneto per indicare l'area geografica costituita dalle attuali regioni italiane del Veneto, del Friuli Venezia-Giulia e del Trentino Alto Adige.
Nella sua storia plurisecolare Venezia ha rappresentato un fattore di riferimento esemplare e speciale per l’insieme dei territori che, con l’iniziativa politico istituzionale avviata ieri dal Comitato promotore, intendiamo riunificare nella macro regione del Triveneto.
Eredi della migliore cultura politica e istituzionale autonomistica popolare e democratico cristiana del Veneto, siamo interessati a  dare corpo operativo alla felice intuizione dei due governatori di Lombardia e Veneto,  Roberto Maroni e  Luca Zaia,  EUSALP: l’area vasta alpina da loro indicata come elemento in grado di offrire una seria realizzazione all’obiettivo politico dell’Europa delle Regioni. Un progetto politico che il compianto presidente DC della Regione Veneto, Carlo Bernini anticipò, con l’avvio di Alpe-Adria, strumento di collegamento tra le regioni confinanti dell’arco alpino del Nord-Est.
La nostra proposta non intende ridurre il grado di autonomia conquistato dalle consorelle realtà regionali friulane e trentino-altoatesine, ma semmai di aumentare quello ora garantito al Veneto come regione a statuto ordinario. E lo facciamo indicando in Venezia e nella migliore tradizione storico politica della Repubblica Serenissima il punto di riferimento centrale della nostra proposta.
E’ la Serenissima Repubblica di Venezia la prima ha intuire lo stretto legame esistente tra la montagna, la pianura e la laguna, ossia di un ecosistema complesso che portò i reggitori del Ducato a sperimentare la prima pianificazione forestale nel mondo e una delle più avanzate politiche di assetto del territorio e di difesa e sicurezza idraulica. Una sicurezza che, allora come ora, era legata alle necessità da quell’ecosistema fragile e complesso come la laguna veneziana, in cui è sorta e si è mantenuta sin qui, in un equilibrio miracoloso tra terra-cielo e mare, quella perla dell’umanità rappresentata dalla città del Leone di San Marco.
Grazie a Venezia sorse a Padova una delle università più importanti in Europa, con il primo laboratorio anatomico e il primo orto botanico al mondo e ancor oggi essa può costituire un fattore propulsivo e di grande attrattività, non solo sul piano culturale per tutto il Triveneto, ma un punto di snodo strategico tra Nord e Sud del Mediterraneo e per le nuove rotte del Medio ed estremo Oriente.
Venezia con la sua eccezionale dotazione di beni culturali e la sua offerta turistica che si concreta negli oltre venti milioni di visitatori annui provenienti da tutto il mondo, costituisce una vetrina di bellezza e di cultura unica a livello mondiale.
La città che è stata il fulcro dell’editoria sacra e profana, raccolta nella Biblioteca Marciana, nell’Archivio di Stato e in altre sedi, avrebbe tutte le carte in regola per proporsi come sede di Mostre annuali del libro in ogni specificazione (libri d’arte, libri di antica e nuova scienza gastronomica, libri tecnici e scientifici etc.). Da tutte queste manifestazioni non effimere verrebbe un beneficio diretto al sistema di accoglienza cittadino e un fattore di attrattività culturale per l’intero Triveneto.

Serve un programma condiviso in grado di coinvolgere con la città metropolitana tutto il territorio triveneto dal Tagliamento al Timavo, dall’Adige al Po sino al Mincio. Venezia come punto di riferimento delle Venezie e tra il Nord e il Sud dell’Europa, tra l’Ovest e l’Est del mondo.
Un altro elemento di forte impatto socio economico è la proposta di istituire a Venezia nell’area di Marghera la “free zone” ai sensi del regolamento CEE n.952 del 2013. Il consiglio comunale di Venezia, nella riunione del 16 giugno 2014 ha approvato la costituzione della newco che gestirà i 110 ettari di Porto Marghera che Syndial (gruppo Eni) ha accettato di cedere. Si tratta di dare pratica attuazione a tale deliberazione. Da tempo i popolari veneziani con l’adesione di diversi consiglieri regionali hanno indicato l’opportunità di realizzare nell’area di Marghera una “free zone”(zona franca)  in base a quanto previsto dai regolamenti comunitari. La “free zone” è un’area destinata alla promozione del commercio, all’esportazione e all’apertura dell’economia nazionale al mondo esterno. In essa sono ammesse attività industriali, commerciali e dei servizi. Al suo interno intendiamo favorire un nuovo progetto, di natura non industriale, per dare all’area uno sviluppo che consenta di impegnare le forze lavorative presenti nella terraferma veneziana e nell’”area agropolitana” ( neologismo coniato dal prof Ulderico Bernardi) del Triveneto.

Le aree di porto Marghera dovranno avere utilizzi ecologicamente compatibili( PMI della green economy. artigianato di produzione e di servizi, terziario avanzato)   con l’essere in gronda lagunare, e quindi non inquinanti, e questi utilizzi dovranno valorizzare le aree in termini economicamente compatibili con l’assunzione da parte degli utilizzatori dei costi di bonifica, posto che l’attuale situazione economica del Paese rende poco probabile che questi costi vengano assunti  totalmente dallo Stato. Un percorso che sarebbe grandemente facilitato con la costituzione della zona franca.

 

Su questa linea si è mosso il porto di Venezia, acquisendo molte aree da destinare ad una portualità più commerciale che industriale, ma sono state proposte anche altre destinazioni quali il terminal per le Grandi Navi da crociera, la city della PA-TRE-VE, la città metropolitana tra Venezia Padova e Treviso e una destinazione ad area di commercio internazionale, un grande fondaco per la città di Venezia che è nata ed è diventata ricca come città di commercio del mondo medioevale.  In definitiva una nuova offerta per tutti i giovani delle Regioni del Triveneto.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 8 Febbraio 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

6 Febbraio 2016

Avanti con Mardegan  per il governo di Milano

 

L’amico Nicolò Mardegan con la sua lista NOIxMILANO ha lasciato gli ormeggi e con l’odierna conferenza stampa ha lanciato la sua candidatura a Sindaco di Milano. Lo ha fatto con la baldanza e la passione di un giovane che sta interpretando la parte migliore della gloriosa tradizione politica e culturale dei popolari, liberali e riformisti milanesi.

E’ vero, come lui ha affermato, che, nell’equivoco sourplace imposto dal Cavaliere al centro-destra, fermo, in attesa di conoscere l’esito delle primarie senza regole del PD meneghino, nel quale Matteo Renzi tifa per il mutevole e contraddittorio ex commissario di EXPO, Giuseppe Sala, oggi sarebbe stato l’ultimo giorno per presentare credibili candidature per l’alternativa alla paralizzante continuità politico amministrativa della sinistra al governo di Milano.

Il trionfante turbo o finanz- capitalismo che ha assegnato alla finanza il compito di dettare i fini  ponendo l’economia e la politica in condizioni subordinate e strumentali, non solo ha determinato lo sconquasso economico e sociale del mondo tuttora in corso, ma sta sferrando un attacco a tutte le costituzioni rigide presenti nella maggior parte dei Paesi occidentali. Si tende a utilizzare “ servi sciocchi” imposti, come nel caso italiano, alla guida dei governi, impegnandoli a favorire il superamento di quelle costituzioni, sino ad annullare il concetto stesso di sovranità popolare e con essa della democrazia.

Ciò sta avvenendo, da un lato,  con la bislacca riforma del Senato che con il combinato disposto della legge super truffa dell’Italicum tende ad annullare, come già sta avvenendo dal famigerato Novembre 2011, ciò che rimane della sovranità popolare, e, dall’altro, con l’impegno a imporre alla guida delle principali città italiane, leadership prone a quel ritorno del centralismo più spinto, a misura del governo di “un uomo solo al comando”, distruttore delle residue autonomie su cui si è costruita la storia politica democratica del nostro Paese.

A Milano si gioca una partita importante non solo per la vasta area metropolitana e lombarda, ma per gli stessi equilibri politici del Paese.

Come abbiamo già annunciato e rassicurati da quanto esposto oggi da Mardegan a Milano, i popolari milanesi e gli amici di A.L.E.F. ( Associazione Liberi e Forti) sostengono la lista di Nicolò Mardegan NOIxMILANO,  unica autentica novità nel panorama politico milanese e una candidatura, quella di Nicolò,  che potrebbe unire INSIEME per l’ALTERNATIVA quanti si oppongono alla linea della sinistra trasformista renziana.

Spetta ora a quanti intendono opporsi seriamente alla perdurante egemonia della sinistra, oggi in salsa trasformista renziana, mettersi attorno a un tavolo, confrontare i programmi e decidere, raggiunta l’intesa sulle cose da fare, a chi assegnare il compito di guidare la squadra di governo.

Noi crediamo che, a Milano come nelle altre più importanti città interessate dalle elezioni di primavera, non sia più il tempo di vecchi o improvvisati attori protagonisti su logori copioni di una commedia vecchia  e stantia ormai fuori tempo.

E’ giunto il tempo di consegnare la responsabilità di governo a una nuova generazione, come quella impersonata da Nicolò Mardegan, in grado di raccogliere il consenso della migliore gioventù milanese. Ai più anziani il compito “di dare dei buoni consigli, considerando che non sono nemmeno più in grado di offrire dei cattivi esempi”.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 6 Febbraio 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

1 Febbraio 2016

Quella cena dopo il derby: mancavano i popolari

 

E’ tutto bene ciò che va nella direzione di ricerca dell’unità tra quanti, come noi Popolari, ci battiamo, tanto a livello nazionale che in sede locale, per un’alternativa all’attuale situazione di anomia politica e alla deriva autoritaria e centralistica che caratterizza il governo del trasformismo renziano.

Il fatto che Berlusconi, Salvini e la Meloni si siano incontrati nel dopo partita del derby, ieri sera, a Milano per discutere dei candidati del centro-destra a Milano e Roma, dopo che avrebbero già raggiunto l’accordo su Lettieri a Napoli e  Osvaldo Napoli a Torino, non può che essere valutato con attenzione, considerata la disastrosa frammentazione esistente all’interno di quell’area.

Gli è che il metodo di cene riservate tra i capi ( ricordate “i caminetti “della Prima Repubblica, i quali, tuttavia, precedevano  e non sostituivano, ma semmai semplicemente preparavano quelli che rimanevano, sempre e in ogni caso, i luoghi delle decisioni definitive formali, ossia  le riunioni delle direzione dei partiti) per la scelta di candidati e liste alle prossime amministrative, a noi popolari e firmatari del Patto di Orvieto, non ci sembra quello migliore per raggiungere le ampie intese che le prossime elezioni amministrative richiederanno.

A Milano, poi, il rischio che si sta correndo è quello di ritrovarsi con almeno tre candidature di area moderata, alternative a quella della sinistra che, dopo la giunta Moratti, ha guidato il governo della città meneghina.

Non solo Stefano Parisi, ma Corrado Passera che, proprio ieri a Milano, nel celebrare l’anniversario dell’avvio di Italia Unica, ha formalizzato la sua candidatura, e quella, per noi quanto mai apprezzata e sostenuta, in quanto elemento di assoluta novità, di Nicolò Mardegan con la sua lista NOI x MILANO.

Agli amici della Lega, di Forza Italia e di Fratelli d’Italia, così come da tempo stiamo facendo, sin qui inascoltati con Corrado Passera, vorremmo sommessamente evidenziare  che: senza o contro un’alleanza con le liste che a livello locale anche noi popolari e firmatari del patto di Orvieto presenteremo ovunque, Insieme per l’alternativa, le possibilità di riconquista di molte delle città interessate dal voto sono piuttosto labili.

A Roma come a Milano, a Bari, come a Trieste, a Torino come a Bologna, e Cagliari, senza un accordo di tutte le componenti di ispirazione laica, democratica, popolare, liberale e riformista, quelle che a tempi brevi dovranno superare l’attuale condizione di frantumazione per dar vita al nuovo soggetto politico unitario in Italia, le possibilità di conquistare i governi di queste città si riducono al lumicino.

E’ in gioco anche una questione di metodo: o si trova un accoro preventivo su programmi e candidati o, l’altra strada da seguire, in assenza di partiti rappresentanti effettivi di interessi e valori della complessa e articolata realtà sociale dei quattro stati, non può essere che quella delle primarie o “cittadinarie” di cui da tempo abbiamo redatto alcune regole basilari.

Pensare di riproporre i vecchi schemi del ventennio berlusconiano, con la variante dei mutati rapporti di forza tra le solite forze  in campo, è un esercizio inefficace e del tutto insufficiente rispetto all’impegno che le scadenze politico amministrative di primavera impongono.

E’ necessario unire le forze tra tutte le componenti culturali, sociali, politiche ed economiche presenti nelle diverse realtà locali,; proporre programmi realistici e alternativi al soffocante centralismo che il governo Renzi sta imponendo all’Italia con il soffocamento delittuoso delle autonomie locali.

Il ruolo dei Popolari a Roma come in tutte le altre città interessate dal voto,  sarà importante, specie là dove, come a Milano, sostengono un candidato espressione della migliore gioventù cittadina che intende assumere il ruolo di guida della loro città. I popolari  sono rimasti, nel deserto delle culture politiche, gli strenui difensori dei valori fondanti della nostra Costituzione: la centralità della persona, della famiglia  e dei corpi intermedi, il ruolo essenziale delle autonomie locali, la partecipazione democratica dei cittadini nelle loro comunità nel rispetto dei principi di sussidiarietà e solidarietà costituzionalmente garantiti. E non sarà una cenetta tra amici del dopo derby a cancellare con estrema miope  semplificazione questa elementare ed evidente realtà.

Ettore Bonalberti
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Lunedì 1 Febbraio 2016

 

 

 

 

 

 

31 Gennaio 2016

Ora prevalga il buon senso

 

A furia di snobbare i corpi intermedi e di puntare sulla comunicazione diretta con la gente, con un parlamento che perdura nella sua sostanziale condizione di illegittimità e falsa rappresentanza della volontà popolare,  è dalla e con la  piazza che ora Matteo Renzi si trova costretto a  fare i conti.

Non ci sono più i partiti mediatori tra interessi e valori del popolo e le istituzioni, primo grande vulnus alla democrazia nel nostro Paese, e anche il sistema di rappresentanza dei corpi intermedi è stato messo all’angolo da un leader che fa del populismo una delle cifre del suo agire politico, non molto diversamente da ciò che il Cavaliere aveva introdotto all’avvio della seconda repubblica.

Entrato in crisi il sistema della rappresentanza e con un Parlamento la cui elezione è il risultato di una legge dichiarata incostituzionale, si continua nel tentativo di sfornare leggi addirittura di rango costituzionale con il beneplacito del silenzio anche di chi dovrebbe essere il garante del sistema.

E’ in tale condizione di anomia politica e nella crisi di rappresentanza degli interessi e dei valori soprattutto del terzo stato produttivo e di larga parte dei “diversamente tutelati”, soprattutto di quelli più indigenti, che assume un valore del tutto particolare ed eccezionale ciò che è accaduto ieri a Roma con il Family day.

Al di là delle cifre reali o presunte, ieri a Roma si è svolta una delle più grandi, se non la più grande in assoluto, delle manifestazioni popolari del nostro Paese. Un incontro di gruppi, movimenti, associazioni, persone che, dalle Alpi alla Sicilia e alla Sardegna, senza organizzazioni strutturate alle  spalle, ma mossi  solamente dalla volontà di affermare alcuni principi e valori  fondamentali, sono scesi in piazza per dire NO al Ddl Cirinnà e confermare che la famiglia è solo quella naturale fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna e che non è lecito acconsentire a pratiche immonde quale quella dell’utero in affitto e alla mercificazione del corpo delle donne.

Era presente solo un vescovo quello di Campobasso-Bojano,  Giancarlo Maria Bragantini, il quale ha voluto accompagnare la sua gente per testimoniare l’adesione della Chiesa, così come avevano ben fatto alcuni giorni prima, sia Papa Francesco che il presidente della Cei, cardinale Bagnasco.

Ieri, però, la grande manifestazione al Circo Massimo non aveva il carattere di una risposta del solo mondo cattolico italiano a un governo e un parlamento distanti anni luce dal sentir medio della gente, ma, attraverso le diverse e qualificate testimonianze italiane e straniere ( commovente quelle della rappresentante croata artefice del recente referendum pro famiglia naturale in quel Paese), ha assunto quello di un grido alto e forte nella difesa dei diritti naturali e delle radici storiche della nostra civiltà occidentale. Quelle radici giudaico cristiane che, colpevolmente, non  furono assunte alla base della pasticciata formulazione della costituzione europea, e che, senza la loro riaffermazione ( cosa che si tenterà di riproporre con il referendum propositivo  europeo annunciato proprio ieri a Roma)  il destino del vecchio continente non potrà che risultare segnato dal suo inarrestabile declino.

Siamo troppo sfiduciati in merito alla  condizione di assoluta emergenza democratica e istituzionale in cui versa l’Italia, per pensare che i segnali giunti dal Circo Massimo possano essere raccolti da quell’aula che non rappresenta assolutamente la reale sovranità popolare.

Sommessamente, tuttavia, consigliamo a Renzi e ai suoi sostenitori, di tener conto di quanto quella piazza ieri con toni di assoluta civiltà ha saputo indicare.

Si può anche tentare di governare per ragioni connesse all’emergenza politica, al di fuori delle regole istituzionali della Repubblica, ma farlo da sordi a ogni indicazione popolare contro tutto e contro tutti, può solo portare a esiti disastrosi.

Ettore Bonalberti
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Domenica, 31 Gennaio 2016

 

 

 

 

 

29 Gennaio 2016

Dopo il voto  la sportula di ricompensa

 

Acquisiti i voti sulla riforma costituzionale e il NO alla sfiducia presentata nei giorni scorsi dalle minoranze, a Renzi non  rimaneva che corrispondere la giusta “sportula” ai suoi supporters.

Una sportula che compensa in maniera consistente il NCD e Scelta civica, con incarichi che, alla fine, risultano, complessivamente, inversamente proporzionali ai consensi effettivi che le due formazioni politiche sono stimati tra gli elettori.

D’altronde, con un Parlamento di “ nominati  illegittimi” che hanno scelto la filosofia della sopravvivenza: meglio durare due anni di più che morire subito, dotarsi di qualche strapuntino di potere in più lascia aperta la speranza in coloro che continuano a sostenere il governo del “giovin signore fiorentino”.

Qualche attento e critico lettore mi ha redarguito per il mio continuo riferimento al Parlamento degli  illegittimi produttore di atti e nomine da me considerate “farlocche”.

Cercherò di spiegarmi meglio, citando quanto al riguardo ha scritto recentemente  Alfiero Grandi, già sindacalista CGIL e deputato della sinistra: “l’attuale Costituzione ha permesso di distruggere la legge elettorale definita “porcellum” perché contraria ai suoi principi, anche se troppo tardivamente, dalla sentenza della Corte. La Corte ha salvato gli atti già compiuti da un parlamento eletto con una legge elettorale illegittima, ma dopo avrebbero dovuto esserci nuove elezioni, con un nuovo sistema elettorale, possibile anche con quello uscito dalla sentenza. Invece no. Il parlamento a trazione del governo Renzi per le più disparate - spesso poco nobili -  ragioni ha approvato una legge elettorale ipermaggioritaria simile al porcellum e ha fissato l’asticella dei deputati nominati dai capi partito ad almeno i due terzi degli eletti della Camera. Innestando questa legge elettorale sullo scasso della Costituzione in corso di approvazione si avrebbe questo esito: il Senato diventerebbe una camera fittizia che avrà più poteri di quanti riuscirà ad esercitarne e con componenti non eletti dai cittadini, ai quali non debbono rispondere del loro operato. Faccio un esempio, se l’Italia dovrà decidere su pace o guerra l’unica sede in cui farlo sarà la Camera dei deputati, in quanto il Senato non conterà nulla. La Camera eletta con un sistema ipermaggioritario avrà la maggioranza di un solo partito, per di più con deputati in buona parte designati, guarda caso,  dal capo del partito.

La domanda che, da tempo, mi pongo e alla quale nessuno sa darmi risposta: come può un organo risultato di una legge elettorale dichiarata dalla Consulta  “illegittima” produrre effetti giuridici legittimi? Poteva essere tollerato per i primi mesi successivi a quel voto ( Febbraio 2013) ma siamo quasi a distanza di tre anni è tutto continua nell’illegittimità riconosciuta.

Ecco perché connoto come “farlocco” un governo presieduto da un signore mai eletto, la motivazione nella scelta del quale è stata quella di aver scalato la leadership del suo partito, pugnalando alla schiena Enrico Letta con il suo cinico” stai sereno”.

Farlocco nel senso etimologico del termine, ossia falso, taroccato, al quale, nel clima del più volgare e indegno trasformismo parlamentare, si sono aggiunti altri accoliti come i verdiniani promotori e fruitori  dello scellerato Patto del Nazareno e qualche altro ultimo naufrago alla ricerca di una cintura di salvataggio.

Il distacco crescente tra casta politica e società civile, evidenziato dalla metà degli elettori che si sottraggono ai seggi, Renzi cerca di sostituirlo, da un lato, populisticamente con un rapporto comunicativo diretto con gli italiani, utilizzando senza limiti ogni media, e, dall’altro, scavalcando ogni mediazione con i corpi sociali organizzati e offrendo continue “ sportule” ad amici dentro e fuori le aule parlamentari.

Ecco perché, nell’assenza di ogni cultura politica, distrutta dal trasformismo renziano anche ciò che rimaneva del vecchio comunismo nostrano, siamo interessati a dar vita in tutti i comuni dell’Italia a comitati civico popolari di partecipazione democratica. Luoghi nei quali si possano ritrovare quanti, a partire  dalle prossime elezioni amministrative e poi nel successivo referendum, intendono opporsi al renzismo e ai populismi estremi.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 29 Gennaio 2016

 

 

 

 

 

28 Gennaio 2016

Quell’arrogante de “ Il Bomba”

 

Di fronte a un’aula di “nominati Illegittimi”, a capo di un governo “farlocco”, esito finale del “golpe blanco” del Novembre 2011 supervisionato dall’allora Presidente Napolitano, ieri al Senato, “ il Bomba” fiorentino ha usato toni duceschi che non si erano mai uditi in tutta la storia della Repubblica dalla bocca di un capo del governo.
Mancava solo l’attacco all’“aula sorda e grigia” , quello che, con il Duce, passò come "il discorso del bivacco". Allora Mussolini poteva contare sulle sue squadracce nere e sul consenso progressivo nel Paese; oggi Renzi solo su quello del Parlamento degli “illegittimi” così connotati dalla sentenza della Consulta sul “ porcellum” di cui sono legittimi figli ed eredi.
Spiace che alcuni naufraghi in cerca di una scialuppa di salvataggio finale si siano aggiunti ai mercenari di Verdini e degli ex popolari cavazzoniani al governo.
Di fronte all’arroganza del ducetto toscano dimentico delle gravi responsabilità nell’affare bancario dell'Etruria serve una forte mobilitazione popolare.
Prima tappa: le prossime elezioni amministrative e poi, l’adesione massiccia al Comitato per il NO al referendum con il quale, oltre a bocciare una riforma pasticciata e una legge super truffa come quella dell’Italicum,  cercheremo di  mandare a casa una schiera di dilettanti allo sbaraglio che ci fanno vergognare in tutto il mondo.

Avanti da “ Liberi e Forti” sicuri che alla fine: NO PASARAN!!

 

Ettore Bonalberti
Presidente A.L.E.F. (Associazione Liberi e Forti)
socio co fondatore PATTO DI ORVIETO componente della direzione nazionale dei Popolari per l'Italia
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30171-Mestre-Venezia
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Venezia, 28 Gennaio 2016

 

 

 

 

27 Gennaio 2016

Quei ragazzotti senza cultura censori senza vergogna

 

Insomma chi dice la verità: Renzi, Franceschini o la Sovrintendenza? Di chi la responsabilità censoria alle opere d’arte dei Musei capitolini?
L’impressione che si ricava da tutta questa triste faccenda dei nudi ricoperti per non mettere in imbarazzo il presidente iraniano Hassan  Rohani è che, alla fine, la brutta figura la facciamo tutti noi italiani, rappresentati da alcuni provincialotti senza cultura incompetenti e pelosi.
Prima con Monti e accoliti per difendere, senza successo, gli interessi di Finmeccanica abbiamo avuto la stupida idea di riconsegnare i nostri due marò all’India; adesso per   paura  di mettere a rischio alcuni importanti contratti, che fanno seguito alle lungimiranti politiche avviate da quel grande italiano che fu Enrico Mattei, ci siamo resi ridicoli all’intero mondo vergognandoci della nostra più alta cultura….
Povera Italia se, come ci ricordava con senso del disprezzo Churchill, anche i suoi nuovi illegittimi rappresentanti si dimostrano a livello di quelli usi a “perdere le guerre come se fossero delle partite di calcio” e “ le partite di calcio come se fossero delle guerre”.

Prima riusciremo a mandare a casa questi giovanotti, non per niente connotati come i “ Bomba”,  e meglio sarà per tutti noi e per la nostra bene amata Italia.

Ettore Bonalberti
Presidente A.L.E.F. (Associazione Liberi e Forti)
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Venezia, 27 Gennaio 2016

 

 

 

25 Gennaio 2016

Quel mutevole capitano di ventura fiorentino

 

Esecutore materiale del Patto del Nazareno su incarico del Cavaliere, quando trattava per il salvataggio di Berlusconi e l’elezione concordata del Presidente della Repubblica, subito il dietro front renziano, si è andato conformando al “ giovin signore” sino a  consolidare il trio toscano Renzi –Boschi-Verdini.

Dalle cronache giornalistiche  e dai rumors del palazzo appare consistente il ruolo giocato da quella consorteria del grembiule, compasso e cazzuola così profondamente radicata nella città di Dante e nell’entroterra aretino. Funzioni e ruoli che il sopravvissuto faccendiere sardo Flavio Carboni, già coinvolto nella morte del banchiere Calvi e nella P3, ha rimarcati in una sua recente intervista,   a proposito dei suoi rapporti con il padre della ministra Boschi e di Renzi, col dire: “ se parlo cade il governo”.

Ufficiale di minor rango, ma forte del manipolo di voti sottratti a Forza Italia e portati in dote al governo, la danza a livello istituzionale è efficacemente condotta da quel mutevole capitano di ventura che é Denis Verdini, ispiratore di quel pasticciaccio brutto del combinato disposto riforma costituzionale e legge super truffa dell’Italicum, del cui ultimo voto di approvazione al Senato è stato strumento indispensabile.

L'ipocrisia politica della minoranza del  PDin Parlamento é nella tradizione dei comunisti:  si scandalizzano per le tre Vice Presidenze di Commissioni al Senato affidate, dopo il voto, a uomini di Verdini, ma, in realtà, appoggiano Renzi con questa nuova maggioranza con i voti determinanti di AREA (Verdini) per approvare al Senato la riforma Costituzionale!!
Allo stupore e all’ indignazione quali saranno ora le conseguenze nel Partito del Nazareno? Nessuna come al solito. Verdini, salito formalmente a bordo della maggioranza di Governo, finalmente ha preso il largo con l’autorevole e soddisfatto beneplacito del Capitano Renzi. 
E il gioco si sta ripetendo a Milano. Renzi&Verdini&Sala: si avviano, infatti, non solo a Roma, ma anche a Milano ad una attraversata verso “l’Isola che non c’é: verso un ulteriore degrado della politica senza Etica" .
L'ipocrisia politica è presente anche a Milano tra gli arancioni di Pisapia che,  fingono di strapparsi le vesti per l’appoggio di Verdini a Sala,  ma, in realtà, se Sala vincerà le primarie del PD, finiranno sotto sotto per appoggiarlo in cambio di tanti benefici già avuti (EXPO) e promesse elettorali.
Chissà se nei prossimi giorni Verdini con i suoi  mercenari di ALA fara' endorsment in tutte le altre città dove si voterà: siamo ormai all'avvelenamento dei pozzi della politica e al più disinvolto e immorale trasformismo in Parlamento e adesso anche nelle elezioni amministrative.  Mala tempora currunt, ma Usque tandem?

Ettore Bonalberti
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Domenica, 25 Gennaio 2016

 

 

 

21 Gennaio 2016

Una giornata nera della Repubblica

 

Ieri è stata una delle giornate nere nella storia della Repubblica, con il secondo voto favorevole del Senato al progetto di riforma del trio dei  grandi costituzionalisti Renzi-Boschi- Verdini.E’ stato il voto di un Parlamento farlocco di “illegittimi”, dove pullulano nella maggioranza drogata  timidi conigli e molti capponi trasformisti.
È tempo di emergenza democratica, come ha scritto l’amico prof Antonino Giannone, V.Presidente di ALEF (www.alefpopolaritaliani.eu):  vogliono stravolgere la Costituzione senza che abbiano avuto un mandato per farlo. I Senatori che hanno consentito di superare i 161 voti necessari giungendo a 180 voti sono stati Verdini (18) Tosi (3) oltre ad Alfano&C. Tutti fuorusciti da Partiti che non avevano un tale programma quando si presentarono alle elezioni. È in corso una vera truffa della Democrazia
E’ prevalsa la morale dei condannati a morte: meglio tra due anni che subito.
Poveri vecchi ex PCI ridotti alla condizione degli zombies e poveri vecchi DC d’antan intruppati nel PD o, peggio, “venduti” per poche fave al “ Bomba fiorentino”. Spiace che anche gli amici del nostro amico Tosi abbiamo favorito l’infame progetto. Noi restiamo fedeli alla Costituzione, contro questo inganno che toglie ogni autonomia e accentra il potere nelle mani di un sol uomo e ci batteremo con il comitato del NO in tutte le sedi per evitare una deriva autoritaria e la fine della democrazia in Italia.

Ettore Bonalberti
Presidente A.L.E.F. (Associazione Liberi e Forti)
socio co fondatore PATTO DI ORVIETO e componente della direzione nazionale dei Popolari per l'Italia
Promotore del think tank:VENETO PENSA
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Venezia, 21 Gennaio 201

 

 

 

20 Gennaio 2016

Tre tappe importanti per i Popolari e i liberali e riformisti italiani

 

 

Tre tappe importanti per i Popolari e i liberali e riformisti italiani

Mercoledì 20 Gennaio 2016 è stata una giornata importante nella vicenda politica dei   popolari, liberali e riformisti italiani.
Si è svolto, infatti, il primo incontro dei firmatari del Patto di Orvieto  alla vigilia del family day, delle elezioni amministrative della prossima primavera e dell’annunciato referendum sulla riforma costituzionale. Trattasi di tre tappe fondamentali  per misurare il consenso dei partiti, movimenti, associazioni e gruppi che hanno sottoscritto e intendono aderire al  PATTO DI ORVIETO, ben al di là di ciò che è accaduto e accade nelle vicende quotidiane nel e  del  Palazzo.
Ha introdotto i lavori il sen. Mario Mauro, il quale ha informato i presenti del mandato ricevuto all’unanimità dalla direzione nazionale dei Popolari per l’Italia per condividere le azioni più opportune di un percorso comune verso la formazione del nuovo soggetto politico, così come indicato nei documenti di Rovereto e di Orvieto.
“ Siamo impegnati ad avviare insieme da subito uno strumento di aggregazione concreto per ricomporre a livello territoriale le  risorse presenti delle diverse componenti del patto di Orvieto”; questa l’ indicazione espressa dal senatore Mauro.
Analogo mandato è stato confermato dall’On Mario Tassone,  il quale ha ricordato l’impegno del NCDU a concorrere alla costruzione di un’aggregazione-federazione di tutte le componenti laico liberali e cattolico popolari alternative  ai populismi estremi e alla deriva autoritaria cui sta portando il Paese il socialismo trasformista renziano.
Anche il sen. Carlo Giovanardi ha sostenuto la necessità di darsi finalmente una connotazione unitaria, per offrire agli amici impegnati nelle realtà locali un punto di riferimento certo, consapevoli che, restando divisi, anche alle prossime elezioni amministrative non si va da nessuna parte.
Più prudente la linea espressa da Gaetano Quagliariello, preoccupato per quanto sta accadendo a livello internazionale e italiano, con il progressivo accentramento dei poteri nelle mani di un uomo solo al comando e preoccupato di lavorare al meglio per dar vita a una realtà elettorale consistente, tale da riequilibrare al centro il ruolo progressivamente dominante assunto dalla Lega.
L’On.Potito Salatto,V. Presidente dei Popolari per l’Italia ha fatto presente che le realtà territoriali del partito spingono per procedere senza indugi nel processo di ricomposizione unitario, senza il quale ci si ridurrebbe al pur nobile, ma minoritario, ruolo di testimonianza.
In ogni caso anche il movimento IDEA, firmatario del patto di Orvieto, parteciperà al comitato di coordinamento, già convocato per Mercoledì 3 Febbraio presso la sede nazionale del NCDU a Roma, nel quale si decideranno le azioni più opportune in vista delle elezioni amministrative con l’analisi delle diverse situazioni locali, anche con riferimento alle possibili candidature e si darà il via alla formazione dei comitati locali di coordinamento civico popolari unitari delle diverse componenti che fanno riferimento al Patto di Orvieto.
Ettore Bonalberti, presidente di ALEF ( Associazione Liberi e Forti) firmatario del patto di Orvieto, ha suggerito di denominare provvisoriamente il comitato di coordinamento: “INSIEME PER L’ALTERNATIVA”, Carlo Giovanardi: “ POPOLO E LIBERTA’”.
Intanto una delegazione unitaria delle componenti del Patto di Orvieto parteciperà alla manifestazione del family day del 30 Gennaio prossimo a sostegno della famiglia naturale costituzionalmente tutelata e contro l’equivoco Ddl Cirinnà sui diritti civili.

Secondo momento di grande valore politico, la  conferenza stampa tenutasi sempre al Senato per il lancio del comitato dei Popolari e liberali per il NO al referendum.
Mario Mauro, Luigi Compagna, , Carlo Giovanardi, Mario Tassone e Giuseppe Gargani, presenti i capigruppo di Camera e Senato di Forza Italia, Brunetta e Romani, la capogruppo di  SEL al Senato, sen Loredana De Petris, hanno espresso la volontà di dar vita in tutti i comuni d’Italia a comitati civico popolari unitari per il NO al Referendum, al fine di evitare la deriva di tipo plebiscitario che Renzi ha inteso far assumere alla prossima scadenza referendaria .
Contro lo stravolgimento dei caratteri fondanti della Repubblica, pur distinti dalle altre componenti di diversa ispirazione ideale e culturale, ma sempre uniti nella difesa dei valori essenziali della democrazia repubblicana, i popolari eredi della tradizione sturziana e degasperiana, dei padri costituenti Mortati, Dossetti, La Pira, Moro e Fanfani insieme ai laici liberali eredi della tradizione di Croce, Nitti e  Orlando, intendono concorrere con quanti, come gli amici del gruppo degli Stati Generali di Sovranità Popolare e dello stesso centro destra, si impegneranno  per il NO nella prossima  battaglia di  democrazia e libertà.

Ettore Bonalberti
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Roma, 20 Gennaio 2016

 

 

 

 

 

19 Gennaio 2016

Ubi major minor cessat

 

 

Con la dichiarazione di ieri del Presidente della CEI, card Bagnasco, ogni residua ambiguità viene spazzata via e finalmente il “Popolo di Dio della Chiesa italiana” conosce il vero orientamento dei Vescovi in merito alla manifestazione indetta il 30 Gennaio a Roma .

“Ubi major minor cessat” e il segretario Mons Galantino rientri doverosamente nel suo ruolo di segretario della CEI, lasciando al Presidente il compito e la funzione che gli sono propri.

Non possiamo che condividere con il card Bagnasco l’idea che “Il Family Day “ del 30 gennaio è un’iniziativa «a difesa della famiglia, del sostegno pieno alla famiglia che non può essere uguagliata da nessun’altra istituzione o situazione. L’obiettivo è decisamente buono» e «assolutamente necessario perché le politiche familiari sono piccolissime»: «la famiglia è il fondamento di tutta la società»

Il presuie ha poi così continuato: «La promozione della famiglia  e l’invocazione di sostegni reali, che fino ad adesso sembra che non ci siano, dovrebbe essere una voce unitaria di tutto il Paese, di tutte le famiglie italiane, anche in modo diversificati». Nessuna ambiguità e possibilità di interpretazioni equivoche da parte di vescovi, sacerdoti e “cattolici adulti”.
La Chiesa italiana si schiera in difesa della famiglia naturale e così come  è indicata nella Costituzione della Repubblica.

Lasciamo alla senatrice Cirinnà il compito di difendere il suo equivoco progetto e ci auguriamo che, a partire dagli amici di Area Popolare presenti nel governo, ai cattolici del PD, lo stesso presidente del Consiglio sappia assumere una posizione di equilibrio che, fatti salvi i diritti civili delle coppie omosessuali, non portino a stravolgere il diritto naturale e la stessa carta fondamentale su cui si è costruito il patto sociale degli italiani.

 

Ettore Bonalberti
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Martedì 19 Gennaio 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

19 Gennaio 2016

Come prima più di prima

 


Era già accaduto al Cavaliere che, con la manovra sullo spread e tra i sorrisi beffardi del duo Merkel-Sarkozy, complice un presidente della Repubblica prono al volere dei poteri finanziari forti, fosse defenestrato dalla guida del governo nel Novembre 2011. Fu un’operazione che assunse i caratteri di un vero e proprio “golpe blanco”. Sta accadendo adesso nei confronti del “giovin signore fiorentino”.
L’accesa polemica con il Presidente della commissione europea  Juncker e il grave isolamento in cui è incappato Matteo Renzi, sono il segnale di un cartellino giallo tendente al rosso che non mancherà di scattare se le verifiche in atto sul disastrato sistema bancario italiano riveleranno l’esatta consistenza del deficit presente.
Sembra svanire così quell’aurea di invincibilità che ha accompagnato sin qui la rapida, seppur ambigua e inconsueta, ascesa del capo del governo mai eletto dagli italiani; mentre si appalesano in tutta la loro drammaticità e pesanti conseguenze per l’Italia, le incapacità e insufficienze di un’azione di governo nelle mani di un furbastro dilettante allo sbaraglio.
Si può anche contare su una maggioranza drogata di un Parlamento di “nominati” illegittimi, ma, con politiche ambigue e conti fuori controllo, solo con la propaganda e i messaggini via twitter non si governa un grande Paese come l’Italia. E’ tempo che l’arrampicata veloce del giovin signore si interrompa e si avvii un progetto di ricomposizione dell’unità nazionale che le politiche del renzismo trasformista rampante hanno compromesso non solo sul fronte interno, ma nociuto pericolosamente anche su quello europeo e internazionale.

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Martedì 19 Gennaio 2016

 

 

 

 

 

 

 

15 Gennaio 2016

Perché aderiamo al Comitato per il NO al Referendum

 

 

Sin dall’avvio delle procedure anomale con cui il trio Renzi-Boschi-Verdini hanno operato per modificare i caratteri fondamentali della nostra Costituzione ho deciso di assumere come ALEF una posizione nettamente contraria alle conclusioni raggiunte dallo scellerato patto del Nazareno, ahimè a suo tempo perseguito e approvato anche da Forza Italia e dal Cavaliere.

Con l’avvio nei giorni scorsi del Comitato per il NO al referendum al quale l’amico prof Antonino Giannone, anche su mia delega, ha aderito, vorrei spiegare le ragioni della nostra scelta.

Premessa: siamo di fronte a un’iniziativa di riforma della Costituzione frutto del patto scellerato del Nazareno e portata avanti da un Parlamento di “ nominati” eletti da una legge dichiarata “ incostituzionale” dalla Corte Costituzionale.

E’ ben vero come ha scritto anche Alfiero Grandi che:  "La Corte ha salvato gli atti già compiuti da un parlamento eletto con una legge elettorale illegittima ma dopo avrebbero dovuto esserci nuove elezioni, con un nuovo sistema elettorale, possibile anche con quello uscito dalla sentenza. Invece no. Il parlamento a trazione del governo Renzi per le più disparate - spesso poco nobili -  ragioni ha approvato una legge elettorale ipermaggioritaria simile al porcellum e ha fissato l’asticella dei deputati” e che, come da tempo vado scrivendo, dopo quella sentenza si sarebbero dovuto ridare la voce al popolo sovrano: tenere elezioni con la nomina di un’assemblea costituente avente piena legittimità a procedere alle indispensabili modifiche e aggiornamenti della nostra Grundnorm.

Siamo, dunque, in presenza di una fatto politico istituzionale di estrema gravità, ossia al tentativo di procedere con un referendum estremamente manipolabile su un progetto di modifica sostanziale della Carta approvato da un Parlamento” farlocco", e da un governo guidato da un Presidente del consiglio “anomalo” e mai eletto, con l’avallo di un Presidente della Repubblica eletto, a sua volta, da quello stesso parlamento “farlocco", espresso  da una legge che lo tesso Mattarella, da giudice costituzionale aveva contribuito a dichiarare incostituzionale; un Presidente della Repubblica che per la prima volta, infine, non ha potuto ricevere il voto né del segretario del partito di maggioranza (perché mai eletto in Parlamento), né di quello dell’opposizione, perché estromesso dal Senato in base alla Legge Severino su cui pende il giudizio di incostituzionalità e applicata con effetto retroattivo (?!).
Ce ne saranno tanti dei fatti e  delle ragioni di questi anni ( dal famigerato Novembre 2011 in poi)  su cui discuteranno i futuri giuristi e storici a livello nazionale e internazionale . Gli é che siamo in presenza di una situazione del tutto fuori controllo istituzionale che non esito a definire frutto di un”golpe blanco” di tipo sudamericano.

In presenza di tale emergenza istituzionale e politica noi che ci sentiamo parte della grande tradizione cattolico popolare che, con De Gasperi, Mortati, Dossetti, Moro, Fanfani e La Pira diede un contributo fondamentale alla stesura della Costituzione, non possiamo che concorrere con la schiena diritta e forti delle nostre argomentazioni all’unico strumento che, allo stato degli atti, ci rimane per evitare uno stravolgimento su basi e fonti istituzionali  illegittime della Grundnorm che regola la stessa nostra convivenza nazionale, ossia l’adesione al comitato per il NO al referendum sulla riforma Boschi-Verdini.

Certo avendo consapevolezza delle diverse motivazioni che possono stare alla base di altri amici espressione di diverse culture politiche, ma con i quali ci unisce la volontà di difendere il bene supremo dell’unità costituzionalmente definita, pronti domani, con una nuova assemblea costituente o con un parlamento eletto con la legge del consultellum risultante dalla sentenza della Corte Costituzionale sulla legge elettorale del “porcellum”, a confrontarci nel merito delle riforme necessarie e compatibili con i nuovi equilibri politici espressi non da alcuni capetti etero guidati dai poteri forti, ma dalla sovranità che appartiene al popolo.

Un contributo positivo è già venuto dagli amici del NCDU, la cui direzione si é riunita nei giorni a scorsi a Roma ed ha approvato l’allegato documento.
Ringrazio l’amico Mario Tassone, allievo e seguace del nostro indimenticabile maestro Aldo Moro, per la passione con cui in questi mesi ha difeso l’assetto costituzionale dell’Italia, evidenziando le profonde storture che “ il giovin signore fiorentino” con il sostegno di quel fine giurista da bottega del sen Verdini ha introdotto e intende introdurre in Italia.

Mi auguro che altri autorevoli amici esperti costituzionalisti di area cattolica possano unirsi a noi , così come ho già sollecitato gli altri firmatari del Patto di Orvieto ( Giovanardi, Mauro e Quagliariello) che ci leggono in copia a concorrere al comitato del NO al Referendum per il quale ho proposto di organizzare in tutti i comuni d’Italia dei comitati civico popolari per la difesa della sovranità popolare.
Un caro saluto

Ettore Bonalberti
Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti)
firmatario del PATTO DI ORVIETO-componente della Direzione nazionale dei Popolari per l'Italia
coordinatore del think tank “VENETO PENSA"
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Venezia, 15 Gennaio 2016

COMITATO PER IL NO AL REFERENDUM

Il Segretario Nazionale del CDU On. Mario Tassone ha riunito la segreteria del partito con i coordinatori regionali per valutare l’opportunità di costituire un Comitato per il NO nel Referendum confermativo della Riforma Costituzionale.
Dopo una approfondita discussione unanimemente si è deciso di procedere alla costituzione del Comitato per:

  • Spiegare ai cittadini, attraverso tutti gli strumenti di comunicazione, che la Riforma Costituzionale modifica radicalmente l’impianto delle Istituzioni democratiche previste dai Costituenti, alterando il principio dell’equilibrio dei poteri;
  • Infatti solo la Camera dei Deputati avrà il potere di valutazione dell’attività di governo, senza alcuna verifica;
  • La legge elettorale farà della Camera dei Deputati uno strumento del partito che vincerà le elezioni parlamentari con una maggioranza relativa dei voti acquisiti in virtù di uno sproporzionato premio di maggioranza che gli verrà attribuito per legge;
  • Il Presidente della Repubblica avrà poteri ridotti perché non potrà sciogliere il “nuovo” Senato, né la Camera dei Deputati governata dal partito politico artatamente maggioritario;
  • Il Presidente del Consiglio governerà senza sottoporsi ad alcun controllo della Camera dei Deputati, la cui maggioranza dei Deputati sarà del partito del Presidente del Consiglio;
  • Il Presidente della Repubblica vedrà affievolito anche il suo potere di rinvio alle Camere delle leggi, in quanto si scontrerebbe con la linea del Presidente del Consiglio;
  • I cittadini che invocano sempre maggiori controlli e verifiche sulla attività delle Istituzioni e dei rappresentanti, dirigenti e funzionari, si troveranno di fronte una riforma costituzionale che elimina ogni possibilità di sindacato ispettivo sostanziale e lascia il Paese al libero arbitrio del partito di maggioranza e del Presidente del Consiglio che questo esprime;
  • Ai cittadini verrà proposta una riforma costituzionale che garantisce la stabilità del governo, ma tale stabilità non garantirà i Cittadini sull’assenza di abusi, di discriminazioni, di violazioni dei Principi e dei Valori a fondamento dell’impianto costituzionale e istituzionale nazionale;
  • Ai Cittadini si dirà che un minor numero di politici servirà per risparmiare risorse, ma non si dirà che finirà definitivamente il principio della “terzietà” delle Istituzioni rispetto a tutti gli orientamenti ideali dei Cittadini;
  • Ai Cittadini si dirà che i provvedimenti saranno più veloci, ma non si dirà che il “principio di uguaglianza” sarà sacrificato sull’altare della elargizione del “favore” alla parte che sosterrà la maggioranza;
  • Ai Cittadini NON si dirà che decadrà il “principio della tutela delle minoranze” e nemmeno gli organi di stampa potranno esprimere valutazioni difformi dall’opinione della maggioranza di governo;
  • Ai Cittadini non si dirà che si sarà trasformato il sistema parlamentare in sistema presidenziale atipico e incontrollato.

Tutto questo succederà a tutti Cittadini, e non ad alcuni, se al referendum vincerà una maggioranza favorevole alla proposta di riforma costituzionale e l’Italia, che ha conquistato la Democrazia con il sangue versato nella seconda guerra mondiale e quella di Liberazione, precipiterà in un regime di governo che non renderà conto del suo operato.

 

 

 

 

 

 

 

 

14 Gennaio 2016

NUN C'E' TRIPPA PE' GATTI

 

Plaudiamo all’indicazione data ieri da Silvio Berlusconi ai parlamentari di Forza Italia di votare no al DdL Cirinnà sulle unioni civili,  che equipara le unioni gay al matrimonio e introduce la pratica della maternità surrogata con tutte le implicazioni di natura morale e sociali  conseguenti. Ci auguriamo che analogo comportamento venga assunto dai parlamentari di Area Popolare che sostengono il governo e da quelli di cultura e fede cattolica presenti nel PD.

Più scettici e prudenti sull’ennesima indicazione del Cavaliere sui due super candidati pronti a essere estratti dal cilindro del prestigiatore per i comuni di Roma e di Milano.

A Milano da tempo Corrado Passera ha avanzato la sua candidatura, così come dalla base è emersa e sta assumendo sempre maggiore consistenza quella del giovane avvocato Nicolò Mardegan, presidente della Lista NOI x Milano, il quale ha sottoscritto il patto di Orvieto con cui ci proponiamo di ricomporre l’area cattolico popolare, liberale e riformista alternativa al trasformismo socialista renziano, al populismo grillino e alla sinistra post comunista.

Non crediamo nella funzione maieutica del Cavaliere, anche se consideriamo indispensabile il suo apporto e quello degli amici di Forza Italia a sostegno di un programma, di una lista e di un candidato alternativi all’equivoco trasformista renziano di Giuseppe Sala a Milano.

Il candidato, tuttavia, come continuiamo a insistere da tempo, o si concorda tra tutte le componenti presenti, quelle del Patto di Orvieto unite Insieme per l’Alternativa comprese, o, in caso di disaccordo, si proceda alla scelta attraverso le “cittadinarie” degli elettori  da svolgersi  con regole certe e condivise come quelle che proponemmo a suo tempo per la città di Venezia.

Una cosa è certa: senza l’unità di tutte le componenti alternative al renzismo e al grillismo, come ci ricordava il compianto Franco Evangelisti al tempo della DC,  parafrasando il vecchio Sindaco di Roma Ernesto Nathan: ” nun c’è trippa pe’  gatti”….

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Venezia, 14 Gennaio 2016

 

 

 

 

 

12 Gennaio 2016

SERVE UNA RISPOSTA POPOLARE

 

Matteo Renzi, il presidente eletto da un Parlamento di “ illegittimi” e con le insolite procedure conseguenti al “golpe blanco” del Novembre 2011, ha applaudito al voto di ieri alla Camera di approvazione della sciagurata riforma costituzionale Boschi-Verdini, con la sua  solita  comunicazione via twitter.

Mancano due ultimi passaggi “tecnici” che sembrerebbero del tutto innocui, considerando l’inconsistenza politico culturale e morale di ciò che rimane dell’antico spirito e cultura democratico popolare nell’esangui anime morte del fu PCI-PDS-DS.

Con Alfiero Grandi, già sindacalista CGIL e deputato della sinistra  condividiamo il suo giudizio nettamente contrario alla riforma partendo dalla constatazione che: “l’attuale Costituzione ha permesso di distruggere la legge elettorale definita “porcellum” perché contraria ai suoi principi, anche se troppo tardivamente, dalla sentenza della Corte. La Corte ha salvato gli atti già compiuti da un parlamento eletto con una legge elettorale illegittima, ma dopo avrebbero dovuto esserci nuove elezioni, con un nuovo sistema elettorale, possibile anche con quello uscito dalla sentenza. Invece no. Il parlamento a trazione del governo Renzi per le più disparate - spesso poco nobili -  ragioni ha approvato una legge elettorale ipermaggioritaria simile al porcellum e ha fissato l’asticella dei deputati nominati dai capi partito ad almeno i due terzi degli eletti della Camera. Innestando questa legge elettorale sullo scasso della Costituzione in corso di approvazione si avrebbe questo esito: il Senato diventerebbe una camera fittizia che avrà più poteri di quanti riuscirà ad esercitarne e con componenti non eletti dai cittadini, ai quali non debbono rispondere del loro operato. Faccio un esempio, se l’Italia dovrà decidere su pace o guerra l’unica sede in cui farlo sarà la Camera dei deputati, in quanto il Senato non conterà nulla. La Camera eletta con un sistema ipermaggioritario avrà la maggioranza di un solo partito, per di più con deputati in buona parte designati, guarda caso,  dal capo del partito. “

Sono le considerazioni che da più  di un anno continuo a svolgere nelle mie note settimanali.

Constatata l’impotenza delle camere “ farlocche” a opporre la pur minima resistenza allo strapotere di una maggioranza drogata,  come ALEF abbiamo aderito agli  Stati generali di sovranità popolare che proprio ieri alla Camera hanno dato l’avvio al comitato per il NO al referendum

Ora si tratta di dare sostanza e sostegno all’iniziativa che vede in prima fila uno stuolo di giuristi e di personalità della cultura e della politica, come il prof Paolo Maddalena, Gaetano Azzariti- Felice Besostri-Domenico Gallo-Alessandro Pace-Stefano Rodota'-Gustavo Zagrebelsky e la mia proposta, che ho già indicato agli altri amici firmatari del patto di Orvieto ( Mario Mauro, Carlo Giovanardi, Gaetano Quagliariello) è quella di attivare in tutti i comuni italiani dei comitati civico popolari per la difesa della sovranità popolare e il NO alla riforma che, se passasse, trasformerebbe l’Italia in un regime.

Saranno comitati aperti alla partecipazione di tutti i cittadini elettori interessati alla difesa della democrazia in Italia, accomunati come nei tempi migliori della storia della Repubblica, dalla volontà di non piegarsi ai tentativi di un giovin signore, servo sciocco dei poteri finanziari che, a Roma come a Bruxelles e nel mondo, annullate le regole del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) intendono far prevalere le ragioni del turbo capitalismo finanziario assegnando all’economia e alla politica un ruolo ancillare e servente, senza alcun riferimento al bene comune  .

Quel bene comune che, tanto per la cultura dei cattolici democratici e popolari, che per quella dei laici, liberali e riformisti  socialisti resta l’obiettivo da perseguire da chi intende la politica come lo strumento basilare nel determinare i fini che una comunità democraticamente intende proporre e rispetto ai quali indirizzare le scelte dell’economia e della finanza.

Crediamo che su queste ragioni, al di là dell’ignavia dei “nominati” in Parlamento, l’Italia ancora una volta saprà dire il suo NO ai tentativi del “giovin signore fiorentino”, così terribilmente simili alle idee di quel suo conterraneo aretino di Castiglion Fibocchi.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 12 Gennaio 2016

 

 

 

 

11 Gennaio 2016

Elezioni locali subito sì, ma uniti per l’Alternativa

Condividiamo la proposta annunciata ieri da Corrado Passera di anticipare il voto nelle grandi città per evitare il perpetrarsi di situazioni di totale sfilacciamento politico amministrativo, come nei casi di Roma, Milano e Napoli.

Il tentativo di rinviare a Giugno i rinnovi dei consigli comunali, attraverso  il quale Matteo Renzi spera di risolvere i problemi interni al PD nelle diverse situazioni locali, costituisce un equivoco espediente destinato solamente  ad aggravare le già precarie condizioni di governo di quelle città.

Agli amici di Italia Unica, tuttavia, rivolgiamo l’ennesimo invito a superare quella che appare come un’ingiustificata presunzione di autosufficienza e di aprirsi, invece, al confronto con gli amici del Patto di Orvieto per costruire a Milano, come a Roma, a Napoli e negli altri comuni in cui si vota, liste unitarie con quanti sono interessati a concorrere alla soluzione dei problemi locali impegnati , altresì, nella prospettiva politica di un alternativa al renzismo e al grillismo.

Alla prossima riunione convocata dagli amici del patto di Orvieto il 20 Gennaio p.v. a Roma  si dovranno sciogliere definitivamente questi nodi  e far partire dal basso i comitati civico popolari per l’ alternativa.

Si dovranno concordare i candidati a Sindaco nelle diverse città e, in caso di candidature plurime e alternative, ricorrere al metodo delle “cittadinarie” attraverso cui far scegliere dagli elettori il candidato dell’area dell’alternativa.

Presumere di essere portatori di un’autonoma e autoreferenziale capacità di attrazione del consenso, senza passare attraverso le procedure democratiche indicate, porterebbe solo a sicure sconfitte, alla colpevole lacerazione di unificazione delle forze dell’alternativa e alla impossibilità  di offrire un serio ricambio alle gestioni fallimentari della sinistra.

Da parte nostra nessuna  preclusione aprioristica, ma la determinazione a procedere secondo metodi e regole condivise.

Ettore Bonalberti
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Venezia, 11 Gennaio 2016

 

 

9 Gennaio 2016

INSIEME PER L'ALTERNATIVA

Rientrato dall’Africa, dove mi sono sottoposto a un tentativo di disintossicazione dalla politica italiana, riprendo la mia funzione di “osservatore partecipante” in uno scenario ancor più contraddittorio e confuso di quello lasciato a Dicembre.

Se con l’ultima nota di fine anno avevo pessimisticamente scritto che, con la crisi irreversibile del terzo stato produttivo, “può accadere di tutto”, quanto sta avvenendo sul piano parlamentare e istituzionale assomiglia assai da vicino alle “idi di Marzo”.  Una congiura stavolta avviata dal turbo capitalismo finanziario internazionale ai danni dell’Italia già nel 2011, resa possibile dai “Quinsling” dell’epoca: presidente Napolitano in testa, con l’esecutore materiale Monti e la resa senza condizioni del Cavaliere atterrito dalla prospettiva della perdita del suo patrimonio residuale personale. Una congiura che sta per tradursi nell’attacco finale alla nostra Costituzione sulla base dell’inqualificabile progetto Boschi-Verdini, parto distocico del famigerato patto del Nazareno, approvato da un Parlamento di illegittimi e da un governo farlocco guidato da un leader mai votato da alcuno.

La situazione istituzionale, più volte denunciata nei suoi caratteri di sostanziale illegittimità, rischia di precipitare verso esiti di tipo sudamericano, se non avverranno fatti nuovi sul piano politico e giurisdizionale.

Seguiamo con interesse il processo penale avviato coraggiosamente dal Sostituto  Procuratore di Trani, Michele Ruggiero, che svelerà, finalmente ce lo auguriamo, quanto accadde nel 2011 con il golpe finanziario che ci ha portato dal governo Berlusconi a Monti e da questi  a Letta e, con  insolite disinvolte procedure, all’attuale capo del governo Renzi.

Con altrettanto interesse partecipiamo attivamente e concorreremo con tutte le nostre forze a sostenere le azioni degli Stati Generali  di sovranità popolare che indicheranno, nel loro secondo incontro  convocato a Roma il prossimo 11 Gennaio; così come il 20 Gennaio, sempre a Roma, con i firmatari  del Patto di Orvieto (Giovanardi, Mauro, Quagliariello, Tassone, Tarolli, Schittulli) daremo il via alla formazione dei comitati civici liberali  e popolari in tutte le sedi regionali e locali per concorrere alla costruzione , dopo il voto di primavera, del nuovo soggetto politico più volte enunciato.

Opereremo INSIEME per l’ALTERNATIVA al renzismo, al populismo grillino e alla sinistra post comunista, a partire dalla formazione di liste unitarie alle prossime elezioni amministrative, banco di prova della nostra capacità di rappresentanza politica.

Bisognerà superare le residue velleità individualiste tuttora colpevolmente presenti nell’area dei moderati, convinti come siamo che solo da una rinnovata classe dirigente scelta dalla base, potrà nascere quel nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo al socialismo trasformista renziano e ai populismi estremi e alla sinistra post comunista.

A Milano guardiamo con interesse alla scelta operata dal giovane Nicolò Mardegan a sostegno e in rappresentanza locale del Patto di Orvieto e ci auguriamo che con gli amici di Corrado Passera e di Italia Unica si possano trovare  le indispensabili convergenze programmatiche e di leadership  condivisa, conditio sine qua non per puntare realisticamente all’alternativa  al renzismo vieppiù trasformista del candidato Sala.

Con altrettanto interesse continuiamo a sollecitare le necessarie indispensabili convergenze con gli amici del Fare di Tosi e con i Conservatori di Raffaele Fitto anche loro essenziali per il progetto dell’Alternativa.
Agli amici di Area Popolare che continuano a reggere il moccolo al governo del giovin signore fiorentino vorremmo ricordare di restare connessi a quel minimo di residuale coerenza con i propri valori. Un solo riferimento storico su cui riflettere: Il 25 Giugno 1964, nel corso della discussione sullo stato di previsione della spesa del Ministero della Pubblica istruzione, passò la proposta dell’On. Renzo Laconi ( PCI) di abolire il capitolo che prevedeva uno stanziamento di 149 milioni di Lire a favore della scuola privata. Una parte rilevante dei socialisti  votarono contro il finanziamento alla scuola privata, determinando la caduta del governo Moro-Nenni.
Un sussulto di coerenza laica che dovrebbe far riflettere quei popolari cavazzoniani presenti nel governo Renzi, nel momento in cui “ il Bomba”, utile strumento alla mercé dei poteri forti finanziari, con la consueta trasformistica disinvoltura, si appresta ad approvare con il voto di SEL e M5S  quel famigerato DdL Cirinnà sulle unioni civili,  ossia la civilpartnership “alla tedesca”, cioè il riconoscimento di unioni di fatto in forma simil -matrimoniale, con adozione del figlio del compagno. Apertura a ogni avventura lecita e illecita sul piano etico e in netta opposizione ai nostri valori di cattolici impegnati nella “città dell’uomo”.
Cari amici di tante battaglie, penso a Formigoni a Lupi e molti altri anche nel PD, se ci siete: “battete un colpo” e assumete finalmente una decisione coerente con i valori non negoziabili ai quali avete dichiarato di ispirare la vostra azione politica, togliendo la fiducia al governo senza farvi irretire da quel  Tecoppa di Alfano, sempre  pronto a ubbidir tacendo, o, al massimo a punzecchiare il governo con quel suo patetico annuncio della successiva sua partecipazione al referendum popolare abrogativo.
 A distanza di cinquant’anni da quel 25 giugno 1964 che vivemmo da dirigenti del MG della DC nazionale, preferiamo mille volte la coerenza laica dei socialisti d’antan  alle tiepidezze e arrendevolezze di questi cattolici e popolari senza più spina dorsale.
Speriamo che alla fine prevalga il buon senso contro ogni residua resistenza o forzata realistica sollecitudine  da inconfessabili  e arcani condizionamenti.
Ettore Bonalberti
www.alefpopolaritaliani.eu
www.insiemeweb.net
www.don-chisciotte.net
Venezia, 9 Gennaio 2016

 
 

 

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